La confusione politica che Mattarella, in vacanza sarda, ha lasciato a Roma

            Lo sbarco vacanziero di Sergio Mattarella all’isola della Maddalena, in Sardegna, è in serena controtendenza rispetto alla confusione politica rimasta a Roma. Dove il governo di grillini e leghisti – più subìto che promosso dal presidente della Repubblica al termine di una crisi tanto lunga quanto tortuosa, chiusa in quel modo più per evitare le elezioni in questo mese di agosto che per altro-  è riuscito a farsi opposizione da solo, visto che non ne ha una davvero agguerrita e temibile in Parlamento.

            Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte nell’incontro improvvisato a Palazzo Chigi con i giornalisti anche per festeggiare i suoi 54 anni di età ha simpaticamente ironizzato su questa situazione. Egli infatti ha sollecitato i cronisti abitualmente più critici o dubbiosi a incalzarlo di più, visti appunto i limiti delle opposizioni parlamentari.

            Contemporaneamente, o quasi, nello stesso Palazzo Chigi e dintorni, fisici e metaforici, i ministri di Conte se le dicevano e se le davano di santa ragione sui temi più diversi: dall’immigrazione alle grandi opere, dall’Iva all’Ilva, dalla Tap alla Tav, dalla leva militare ai vaccini. Il cui obbligo per l’accesso dei bambini alle scuole è diventato “flessibile” come lo stesso concetto della democrazia, visti i pochi “lustri” ottimisticamente lasciati a disposizione del Parlamento da Davide Casaleggio e dallo stesso Beppe Grillo. Il quale ultimo condivide e adora il figlio come il padre, il compianto Gianroberto Casaleggio. E, in attesa dell’avvento finale della democrazia digitale, propone di modernizzare quel che resta delle Camere con la pratica non delle elezioni ma del sorteggio. Che lui preferisce alle liste bloccate in qualche modo sopravvissute a tutte le ultime riforme elettorali, ed hanno peraltro consentito agli stessi Grillo e Casaleggio di mandare in Parlamento per il movimento delle 5 stelle chi hanno voluto, tanto da potersene rimanere fuori loro due e dettare la linea dall’esterno.

            I risultati elettorali del 4 marzo scorso, peraltro confermati nei loro effetti dirompenti dai successivi appuntamenti amministrativi e dai sondaggi, non consentivano francamente altra soluzione decente alla crisi, una volta scartata la strada delle elezioni anticipate anche da chi fingeva di chiederle, anzi di reclamarle, a gran voce.

            Grillini e leghisti, premiati dagli elettori sia pure su posizioni alternative assunte prima e durante tutta la campagna elettorale, una volta decisisi a trattare il loro “contratto” di governo, avevano il diritto di essere messi alla prova. Al limite, secondo il mio modestissimo avviso, anche con Paolo Savona al Ministero dell’Economia, rifiutato invece da Mattarella a costo di rischiare il cosiddetto impeachment minacciato dai grillini. E  risoltosi in una notte mariana di tweet degna più di una risata che di tutte le indagini in corso a vari livelli: giudiziari o paragiudiziari che siano. Una notte della quale il primo a dover sorridere -ripeto- dovrebbe essere proprio il presidente della Repubblica ora felicemente in vacanza a poca distanza dalla stanzetta in cui sto scrivendo.

            Messi alla prova, tuttavia, grillini e leghisti hanno dato una prova a dir poco deludente. Che  non consente buone previsioni sul cantiere della legge di bilancio, ex finanziaria, allestito con alcuni vertici, più tra smentite che conferme, ben rappresentati dalla risposta che il presidente del Consiglio ha dato a chi gli chiedeva lumi sulle pietanze che dovrebbero aspettarsi gli italiani in autunno. “Non sono nè carne né pesce”, ha risposto Giuseppe Conte parlando di sé, ma anche del suo governo.   

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