Quello della Rai diventa il cavallo di Troia, con Berlusconi che vi irrompe

            E’ ancora una volta una vignetta a rappresentare al meglio il problema politico di giornata. Che resta -a dispetto dell’approvazione alla Camera del decreto voluto dai grillini contro i contratti a termine- la Rai. Nel cui cavallo bronzeo di viale Mazzini il buon Emilio Giannelli sulla prima pagina del Corriere della Sera ha fatto entrare, e neppure di soppiatto, con una scaletta e tanto di sportello sulla fiancata, il presidente di Forza Italia Silvio Berlusconi. E nei panni -presumo- anche di principale concorrente dell’azienda di Stato.

            Il cavallo “morente” della Rai scolpito da Francesco Messina è così diventato il cavallo di Troia grazie al quale Berlusconi si è infiltrato contemporaneamente nell’ente pubblico radiotelevisivo e nella maggioranza di governo grillo-leghista che si accinge a spartirsi le cariche interne e a cambiarne gli equilibri. E ciò al pari -per carità- di tutte le maggioranze precedenti, ma forse con un tasso più alto di improvvisazione o imperizia.

            Berlusconi nel suo ruolo doppio di oppositore al governo e ancora di alleato elettorale dei leghisti, barcamenandosi tra indifferenze o aperture personali e ostilità dichiarate e praticate da “alcuni” forzisti, presenti però al completo nella commissione parlamentare di vigilanza, ha praticamente decapitato il nuovo presidente dell’azienda sponsorizzato con baldanza da Matteo Salvini. Si tratta notoriamente di un ex inviato e  caporedattore del Giornale della famiglia dello stesso Berlusconi poi passato alla guida del gruppo svizzero del Corriere del Ticino: Marcello Foa, scomodato da una vacanza in Grecia per insediarsi al settimo piano dell’edificio romano di viale Mazzini 14. Ma gli è mancato il necessario voto di convalida dei due terzi della già ricordata commissione parlamentare, per cui da presidente il giornalista è rimasto l’esponente più anziano -a soli 55 anni- del Consiglio di Amministrazione della Rai, legittimato a questo titolo a convocare e presiedere le riunioni del Consiglio: anche quelle, secondo Salvini, che dovrebbero provvedere alle nomine dei nuovi direttori di rete e di testate.

            E’ esattamente a questo punto, nel mezzo cioè del solito conflitto leguleico su competenze e interpretazione di leggi, regolamenti e quant’altro, che si è inserito quel “diavolo” di Berlusconi proposto da Giannelli nella sua vignetta felicemente perfida.

            Pur accusato dall’ancora amico e persino alleato elettorale Salvini di averlo “tradito” facendo votare i suoi con i commissari del Pd contro la conferma del nuovo presidente della Rai, Berlusconi ha fatto breccia sui grillini, a cominciare dal loro capo Luigi Di Maio, vice presidente del Consiglio come Salvini e superministro dello Sviluppo Economico e del Lavoro.

            In particolare, saldato col pari grado leghista il debito dell’arrivo pur assai acccidentato di Foa alla presidenza dell’azienda radiotelevisiva di Stato, prima facendolo nominare dal governo nel Consiglio di Amministrazione, poi facendolo votare al suo interno e infine facendolo sostenere dai grillini nella commissione parlamentare, Di Maio si è fermato ed ha cominciato a prendere le distanze da Salvini. E ad accorciare quelle da Berlusconi.

            Con pubbliche dichiarazioni Di Maio ha espresso le ragioni per le quali non ritiene proponibile un nuovo passaggio di Foa nella commissione parlamentare senza un accordo, praticamente, con Forza Italia, e augurabilmente anche col Pd. Ma non ritiene neppure possibile che il Consiglio di Amministrazione dalla Rai presieduto dal non presidente ma consigliere anziano Foa possa procedere alle nomine interne, con la coda già annunciata o minacciata di ricorsi, per non parlare delle “forzature” contro le quali si è già levato un monito dal Quirinale.

            A complicare le posizioni di Salvini e Foa, o viceversa, come preferite, è arrivata infine la notizia – un po’ troppo frettolosamente liquidata come irrilevante dal leader leghista “per niente imbarazzato”- che un figlio del nuovo e mancato presidente della Rai lavora nello staff dello stesso Salvini al Viminale. Non sarà nepotismo, sia pure alla rovescia, trattandosi della scalata del padre e non  del figlio alla presidenza della Rai, ma gli va vicino. E i grillini, già incorsi in qualche infortunio o polemica con le loro segreterie ministeriali, non esultano di certo, col tipo di elettorato che hanno alle spalle.

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