Quella volta che Gabriele Cagliari mi disse: pagheremo cara l’amicizia con Craxi

Non ho il piacere di conoscere Stefano Cagliari, di cui ho appena finito di leggere la toccante intervista a Giovanni Maria Iacobazzi sul libro che rievoca la tragica vicenda del padre, Gabriele, morto suicida il 20 luglio 1993 nel carcere di San Vittore. Dove gli era stata fatta inutilmente sperare la scarcerazione, vanificata anche per le ferie di un magistrato che lo aveva interrogato per una delle indagini passate alla storia col nome di “Mani pulite”.

Il mio rimpianto dell’amico Gabriele è naturalmente ben poca cosa rispetto a quello del figlio. Al quale tuttavia tengo a raccontare l’ultimo incontro avuto col padre. Che come presidente dell’Eni era, fra l’altro, il mio editore.

Era la mattina di un lunedì afoso della primavera del 1992 a San Donato Milanese. Ci eravamo dati appuntamento per le ore 11 del 4 maggio nel suo ufficio, dove Gabriele aveva voluto vedermi per tentare di dissuadermi dal proposito già annunciato di lasciare la direzione del Giorno alla scadenza del contratto triennale. Che avevo stipulato sotto la presidenza Eni di Franco Reviglio nella primavera del 1989.

Ero letteralmente stressato dall’assedio politico e sindacale subìto dal 17 febbraio di quel maledetto 1992 , quando fu arrestato in flagranza di reato di corruzione e altro il presidente socialista del Pio Albergo Trivulzio di Milano, Mario Chiesa.

Nonostante Il Giorno fosse stato l’unico giornale a dare la mattina del 18 febbraio in prima pagina quella notizia destinata a funzionare come il detonatore della cosiddetta Tangentopoli, dal 19 febbraio fui accusato o sospettato, secondo le preferenze, di volere minimizzare la vicenda e le relative indagini giudiziarie perché amico di Bettino Craxi: il segretario del partito di Chiesa e di molti altri che sarebbero stati poi coinvolti nelle inchieste. Magari solo coinvolti perché assolti dopo anni, ma il coinvolgimento bastava e avanzava per liquidarli come delinquenti. E anche registrarne qualche suicidio come confessione di colpa, secondo un giudizio espresso da un magistrato che questa colpa, essa sì, non ha mai pagato nella sua carriera, proseguita con tutti gli onori della casta di appartenenza.

Non c’era giorno che qualcuno, fuori e dentro il giornale da me diretto, non facesse il conto delle pagine, del loro ordine e delle colonne dedicate alle indagini della Procura milanese: mai abbastanza, e/o mai abbastanza evidenti per essere giudicate all’altezza delle attese. Neppure il povero Antonio Di Pietro, Tonino per gli amici, riuscì ad alleggerire questo controllo sindacale e politico dichiarando, bontà sua, in una intervista che Il Giorno non aveva mai ignorato o sottovalutato i prodotti delle sue indagini. E come poteva d’altronde essere diversamente, con tutti quegli arresti quotidiani eseguiti o preannunciati ?

Per tutta la durata di quel mio assedio Gabriele fu di un’amicizia e di una lealtà esemplari. Ad uno dei comunicati sindacali che contestavano le mie scelte di collocazione e titolazione delle notizie il presidente dell’Eni reagì con un comunicato di solidarietà della società editrice e con la disposizione di un aumento del mio stipendio. Egli pertanto si sentì autorizzato quella mattina a chiedermi di soprassedere alle dimissioni e di accettare la conferma per un altro triennio. Pertanto mi dispiacque molto deluderlo insistendo, limitandomi solo a procrastinare di un mese, sino a tutto giugno, l’incarico di direttore per dargli il tempo necessario a cercare un successore.

Il discorso passò allora a questioni meno personali, a cominciare dalla complessa situazione politica uscita dalle urne del 5 e 6 aprile e degli intrecci inevitabili fra la ricerca di un nuovo governo e le cronache giudiziarie. In particolare, la conversazione cadde sul nostro comune amico Craxi e sulla convinzione che Bettino ancora aveva di poter controllare la situazione, sino alla realizzazione dell’intesa col segretario della Dc Arnaldo Forlani. Che prevedeva il ritorno di Bettino a Palazzo Chigi dopo il brusco allontanamento voluto nel 1987 da Ciriaco De Mita con le polemiche sulla famosa “staffetta”.

Gabriele non si faceva alcuna illusione. Mi confidò di avere raccolto la sera prima le lacrime della moglie, estimatrice di Bettino. Che non si dava pace della “trappola” tesa al leader socialista.

Quando venne il momento di separarci, convinti che difficilmente ci saremmo incontrati, di nuovo a breve termine, Gabriele mi ringraziò del lavoro svolto al giornale abbracciandomi e dicendomi, con voce strozzata dall’emozione: “Ci aspettano mesi terribili. Pagheremo tutti cara la nostra amicizia con Bettino”. Ebbi la sensazione, francamente, che  egli già avvertisse nell’aria i rischi giudiziari che lo aspettavano.

Ci risentimmo poi una sola volta per telefono, quando mi chiamò per chiedermi per quale motivo non scrivessi più per Il Giorno, dando per scontato che il nuovo direttore mi avesse offerto una collaborazione, e non sapendo che in ogni caso non l’avrei accettata. Non mi erano mai piaciute professionalmente le minestre riscaldate, come mi aveva insegnato a definire simili soccorsi Indro Montanelli al Giornale.

            L’arresto di Gabriele avvenne il 9 marzo 1993, il suicidio il 20 luglio, come ho già ricordato, dopo che gli era stato, peraltro, di fatto impedita anche la partecipazione ai funerali della giovane nuora: la moglie di Stefano.

Di prima mattina del 23 luglio, nell’obitorio di Lambrate, mi presentai per rivedere Gabriele davvero per l’ultima volta, composto in una bara. Stentai a riconoscerlo in quel pallore della morte, e col cranio avvolto nell’ovatta sistemata dopo l’autopsia. Solo il personale di guardia mi aiutò a non confonderlo con l’altra salma esposta.

Uscii straziato  dall’obitorio per partecipare poco dopo ai funerali di Gabriele, nella Chiesa di San Babila, dove gli occhi erano troppo bagnati di lacrime perché potessi vedere bene il solito spettacolo degli sciacalli, già distratti del resto da un  altro suicidio appena avvenuto a poca distanza: quello di Raul Gardini. Che si era ucciso proprio quella mattina a casa per paura di doverlo poi fare pure lui in carcere, come Gabriele, dopo esservi stato tradotto e dimenticato per un bel po’.

 

 

Pubblicato su Il Dubbio

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