Notte generosa per Salvini e avara per Di Maio, decisi però a restare insieme

            I risultati italiani delle elezioni europee sono stati nella notte ancora più generosi per la Lega , e più avari per il movimento grillino, di quelli rimbalzati con le prime proiezioni nei salotti delle maratone televisive fermatesi in tempo per lasciare dormire un po’ gli spettatori.

            Con tutte le 61.576 sezioni scrutinate il Carroccio di Matteo Salvini è salito al 34,33 per cento, dal 17,4 delle elezioni politiche dell’anno scorso, e il movimento pentastellato di Luigi Di Maio è precipitato al 17,07, dal 32,3 di un anno fa. Il Pd di Nicola Zingaretti ha conquistato più saldamente il secondo posto nella graduatoria elettorale col 22,69 per cento, rispetto al 18,8 stentatamente definitivi europee.jpgconquistato l’anno scorso da Matteo Renzi, partito addirittura da oltre il 40 per cento delle precedenti elezioni europee. Che gli avevano dato un po’ alla testa rendendolo troppo baldanzoso, alla maniera della Dc fanfaniana degli anni Cinquanta del secolo passato. La Forza Italia dell’ostinato Silvio Berlusconi è scesa all’8,79 per cento, dal 14 dell’anno scorso, evitando il sorpasso, che sarebbe stato obiettivamente umiliante, dei Fratelli d’Italia di Libero.jpgGiorgia Meloni, saliti al 6,46 dal 4,44 dell’anno passato. Merita infine di essere segnalata la mancata soglia del 4 per cento, sia pure di poco, della lista +Europa di Emma Bonino, che avrebbe forse fatto meglio ad associarsi a Carlo Calenda per gonfiare di più le vele del Pd.

            Il governo gialloverde di Giuseppe Conte certamente soffre di risultati del genere, in cui la vittoria di Salvini contrasta con la frustrazione di Di Maio, penosamente consolatosi con gli elettori grillini dell’anno scorso, secondo lui,manifesto.jpg rimasti più a casa che passati alle liste concorrenti o avversarie. L’aspetto penoso di questa consolazione deriva dalla derisione riservata l’anno passato dallo stesso Di Maio alle analoghe spiegazioni che i dirigenti del Pd davano delle loro perdite.

            La sofferenza del governo Conte non si tradurrà tuttavia in una crisi, nonostante l’addio annunciato sulla prima pagina del Giornale della famiglia Berlusconi. E ciò per il timore o la scarsa Il Giornale.jpgconvenienza di una crisi fatta avvertire da Salvini con l’iniziativa assunta dal Cavaliere, nelle ultime battute della campagna elettorale, di rimettere in discussione la leadership del centrodestra riconosciuta ai leghisti dopo il sorpasso dell’anno scorso su Forza Italia.

            Non deve pertanto stupire la convergenza, circa le prospettive del governo di fronte ai risultati di questo turno di elezioni europee, fra Salvini e Di Maio. Il primo infatti ha annunciato, e promesso Salvini 1 .jpgai grillini, che non chiederà “mezza poltrona” in più nella compagine ministeriale, e tanto meno perseguirà “un regolamento di conti nella maggioranza”. Il secondo, richiesto dal Corriere della SeraDi Maio .jpg di una previsione sul futuro del governo, anche alla luce delle difficoltà che lui stesso potrà incontrare nel proprio movimento, di cui non è riuscito a frenare la caduta neppure con i fuochi accesi nell’ultimo tratto della campagna elettorale, ha testualmente risposto: “Certo che va avanti”.

            Così è se vi pare, pirandellianamente parlando e commentando lo scenario determinato dal combinato disposto dei risultati elettorali e della svolta -non mi stanco di ripetere- impressa alle cose prima del voto da un Berlusconi che ha rivelato di essere, in fondo, condizionato più dall’ossessione che dal rimpianto di Salvini. Che lui stesso peraltro incoraggiò un anno fa ad accordarsi con i grillini per evitare un turno di elezioni anticipate destinato a confermare e forse anche ad aumentare ulteriormente il fresco sorpasso leghista su Forza Italia, coi relativi effetti sulla consistenza dei rispettivi gruppi parlamentari.

 

 

 

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Ma che incertezza e incertezza. Il governo è ormai al sicuro dalle urne

            Altro che “governo alla prova”, come ha titolato il Corriere della Sera, o “Italia a rischio”, secondo Corriere.jpgLa Stampa, o “governo appeso al voto europeo”, secondo Il Messaggero, e varianti di questo tipo escogitate La Stampa.jpgdai giornali per creare o mantenere un clima di suspense attorno ai 51 milioni di elettori chiamati alle urne nella penisola tricolore. Se vi erano incertezze -e ve ne sono state per un po’- sulla Messaggero.jpgsorte della maggioranza gialloverde per i contrasti che l’hanno divisa nella lunga campagna elettorale, e che non cesseranno certamente dopo i risultati della notte, sono state spazzate via nelle ultime battute dalla svolta impressa da Silvio Berlusconi, e incredibilmente sottovalutata dalla maggior parte dell’informazione.

            Nel momento in cui il leader a vita di Forza Italia, rimesso a nuovo dai chirurghi dell’ospedale milanese San Raffaele, dove ogni tanto l’ormai anziano Cavaliere si ricovera per uscirne però più baldanzoso di prima, ha rimesso in discussione la leadership leghista del centrodestra, da lui riconosciuta già con una certa sofferenza dopo il modesto sorpasso sugli azzurri effettuato nelle elezioni politiche dell’anno scorso, il governo in carica è stato messo letteralmente in sicurezza. Matteo Salvini non ha alternative alla prosecuzione della sua pur agitata e spesso anche scomposta alleanza con Luigi Di Maio.

            Si è tornati, contro ogni apparenza, al murale romano, ma anche di qualche altra città, dei due vice presidenti del Consiglio avvinghiati, nonostante tutto, in un abbraccio e persino in un bacio sulla bocca. La coppia troverà un nuovo assestamento, aggiornato in qualche modo ai risultati elettorali, che hanno comunque per i grillini il vantaggio di lasciare inalterati i rapporti di forza in Parlamento, e nel governo. Lo ricorda insistentemente Di Maio parlando della “maggioranza assoluta” di cui dispone il suo movimento nel Consiglio dei Ministri, e di quella relativa nelle Camere.

            La scelta di Berlusconi, che ha indicato per Palazzo Chigi prima l’inconsapevole Mario Draghi e poi l’ubbidiente Antonio Tajani,  non è stata casuale o incidentale. Gli aspetti dilettantistici delle sue sortite, fra logorroici monologhi televisivi che mandano in brodo di giuggiole il suo imitatore Maurizio Crozza, non debbono trarre in inganno. Salvini è diventato troppo forte e ingombrante anche per l’ex presidente del Consiglio, che finge di volerlo riportare a casa nel centrodestra ma, contestandogli appunto la leadership, lo incolla invece ai grillini scommettendo sul suo logoramento e su tempi migliori per il rientro.

            Ha ragione pertanto Eugenio Scalfari quando, pur non soffermandosi su questa svolta impressa dal Cavaliere alla campagna elettorale, e sperando dal canto suo che si logorino anche i grillini a vantaggio del Pd generato, secondo lui, dalla buonanima di Enrico Berlinguer, scrive su Repubblica nella sua omelia domenicale, e oggi anche elettorale, che “sono a prova Altan.jpgdi bomba i due alleati” Salvini e Di Maio, o viceversa se preferite l’ordine alfabetico. Tanto, in attesa della rinascita, resurrezione e quant’altro del Pd, Scalfari può consolarsi con la vignetta dell’amico Francesco Tullio Altan, sempre su Repubblica, dedicata all’Europa che “è sempre l’Europa, come la mamma”, per quanti fastidi e persino dolori possano procurarle i cosiddetti sovranisti, populisti e simili, di varia nazionalità, e non solo italiana.

            Anche sul Corriere della Sera, d’altronde, l’incertezza sul governo “alla prova” mostrata nel titolo è in qualche modo contraddetta o comunque attenuata dall’editorialista Antonio Polito quando scrive, sì, di Salvini e Di Maio come di“due pugili sfiancati dalla lotta, avvelenati dalla reciproca insofferenza e ormai senza più buoni motivi e buone idee per stare insieme”, ma “ciò nonostante, costretti a restare sullo stesso ring per mancanza di alternative”.

            Gli unici effetti, pratici e visibili, di questa gigantesca tornata elettorale saranno pertanto quelli amministrativi, nei 3780 Comuni timbro.jpge rotti in cui di cui si rinnovano i Consigli e si eleggono direttamente i sindaci. Accontentiamocene. Sono d’altronde parecchi. E possono aiutarci a capire lo stesso gli umori del Paese, persino più del voto europeo.  

 

 

 

 

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Le lacrime che nessuno verserà in Italia lunedì, a risultati elettorali noti

             Tranquilli. Per quanto malmessa per la gestione della Brexit, che è costata la carica alla prima ministra Theresa May in lacrime, la Gran Bretagna continuerà a dare lezioni di trasparenza politica, almeno all’Italia. Dove lunedì, a risultati elettorali prevedibilmente conosciuti per le votazioni europee, regionali in Piemonte Travaglio.jpge amministrative in più di 3800 Comuni, nessuno si dimetterà. E tanto meno piangerà. Tutti troveranno il modo, vedrete, di consolarsi a dispetto anche delle vesti che si è già strappato Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano titolando il suo editoriale conclusivo della campagna elettorale, cui il suo giornale ha partecipato non certo da posizioni neutrali, con l’annuncio che “Comunque vada, sarà un disastro”.

            Il sempre imperdibile Maurizio Crozza forse vincerà la scommessa che ha praticamente fatto col pubblico, nell’ultima puntata primaverile della sua trasmissione sul canale 9, travestendo Matteo Salvini da arabo e Luigi Di Maio da laureato, anzi da accademico, per uno sketch esilaranteSalvidimaio e Crozza.jpg sulla loro finta contrapposizione. Che potrebbe cessare senza alcuna crisi di governo o continuare, indifferentemente, sempre senza crisi, salvo sorprese imposte dai mercati finanziari, di solito non sprovveduti. Già si può intravvedere l’attesa dei ballottaggi comunali di metà giugno, poi delle regionali in autunno in Emilia-Romagna, e probabilmente in Umbria, e poi ancora di altre regionali nella primavera dell’anno prossimo.

            Debbo dire che una grossa mano in questa direzione, che non si sa se più anacronistica o dannosa,  l’ha data nelle ultime battute della campagna elettorale l’uomo che più sembrava smanioso di una Berlusconi.jpgcrisi: l’indomito Silvio Berlusconi, per niente intimidito dalla qualifica di “impresentabile”, per via delle sue grane giudiziarie, attribuitagli dalla presidenza grillina della Commissione Antimafia. Che ha fatto finta, anch’essa, di non sapere che certi interventi producono effetti opposti a quelli pubblicamente perseguìti.

            Dopo avere esortato in tutti i modi Matteo Salvini, forse anche nella telefonata da lui ricevuta in ospedale dopo l’intervento all’intestino, a rompere finalmente con Luigi Di Maio, e a rivitalizzare il centrodestra anche a livello nazionale, come è avvenuto a livello locale ovunque si sia votato dopo le elezioni politiche dell’anno scorso, Berlusconi ha prospettato scenari per nulla incoraggianti per il leader leghista.

            Prima  il Cavaliere di Arcore si è lasciata scappare, cercando poi di correggersi, la voglia di corteggiare il presidente della Banca Centrale Europea Mario Draghi per una candidatura a Palazzo Chigi, visto anche che il suo mandato a Francoforte sta scadendo. Poi, pur promettendo o annunciando di volere andare al Parlamento di Strasburgo per occuparsi più di Europa che d’Italia, convinto di poter condizionare la politica italiana con i cambiamenti che è ottimisticamente sicuro di promuovere a livello continentale come partecipe del Partito Popolare, ha investito di una candidatura a Palazzo Chigi il fidato Antonio Tajani. Il quale, consapevole della difficoltà, diciamo così, di essere confermato alla presidenza del Parlamento Europeo, si è messo prontamente a disposizione, vi lascio immaginare con quale e quanta soddisfazione per Salvini. Ma anche -lasciatemi dire-  per quanti nella Lega, a cominciare dal sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Giancarlo Giorgetti, si sono mostrati più stanchi, preoccupati, allarmati e quant’altro dalla volontà quotidianamente espressa dal loro “capitano” di andare “avanti” con l’attuale governo, persino sino alla conclusione ordinaria della legislatura, perché ci sarebbe ancora molto da fare.

            Poiché Berlusconi è molto meno sprovveduto, o più astuto, come preferite, di quanto possa far credere quella ingenuità o bonomia da lui ostentata parlandosi addosso nei salotti televisivi, tra la rassegnazione imbarazzata dei conduttori delle sue reti e la buona educazione di quelli della concorrenza, si ha tutto il diritto di pensare che in fondo a lui convenga che Salvini rimanga dov’è: ad Gazzetta.jpgesaurire la spinta che lo ha portato così in alto e a cominciare a pagare gli effetti dell’inevitabile logoramento che forse lo aspetta per l’aggravamento della crisi economica. Ci sarà tempo -può pensare il furbissimo Cavaliere- per un ritorno di Salvini e della Lega nel centrodestra a livello nazionale in condizioni più vantaggiose, o meno pesanti, per Forza Italia, oggi costretta dalle distanze elettorali dai leghisti,  a muoversi sulla difensiva, nonostante la baldanza del suo fondatore e leader a vita.  

La campagna elettorale sommersa dall’abuso di parole…e d’ufficio

In coerenza, bisogna riconoscerlo, con l’inizio e con tutto il suo svolgimento, questa lunga campagna elettorale per il rinnovo del Parlamento europeo, di un consiglio regionale, quello del Piemonte, e di qualche migliaio di amministrazioni comunali si è conclusa col tema dell’abuso. Che è quello penale d’ufficio, la cui rimozione o riforma, liquidata come “stronzata” dal vice presidente grillino del Consiglio Luigi Di Maio, è stata proposta dall’omologo leghista Matteo Salvini, convinto forse di andare sul sicuro per avere seguito le orme, o quasi, del presidenteCantone.jpg dell’Anticorruzione Raffaele Cantone. Il quale sarà sobbalzato pure lui, credo, sulla sedia, già consumata dai cinque anni già trascorsi dei sei del mandato, sentendo prendere a parolacce un tema sollevato con la professionalità di un magistrato nel momento dell’approvazione della legge cosiddetta “spazzacorrotti”. La cui applicazione potrebbe confliggere col carattere attualmente non ben definito del reato di abuso, appunto, d’ufficio: tanto poco definito da essere stato paragonato una volta da un amministratore, ed ex ministro, dell’esperienza di Pier Luigi Bersani al sovraccarico di un camion, contestabile con una multa al conducente.

Prima ancora che d’ufficio, inteso come reato, questa lunga campagna elettorale è stata una fiera di abuso di parole. Che hanno prodotto più danni anche delle più controverse iniziative del governo, come hanno lamentato, incalzati dallo spread nei mercati finanziari, il ministro dell’Economia Giovanni Tria, a volte persino il presidente del Consiglio Giuseppe Conte e, sul versante non certo secondario della Confindustria, dal presidente Vincenzo Boccia. Che all’assemblea nazionale degli imprenditori quando ha denunciato le troppe parole della politica come un attentato agli interessi nazionali ha raccolto applausi simili per intensità a quelli ottenuti, al suo solo arrivo in sala, dal capo dello Stato. Al quale gli industriali avevano chiaramente voluto esprimere così l’entusiasmo e la fiducia immeritati evidentemente dalle altre autorità presenti: a cominciare dal presidente del Consiglio e dal ministro abituale in simili occasioni come quello dello Sviluppo Economico, statistica e valutazioni delle agenzie internazionali e organismi comunitari permettendo.

Tutto, in questa campagna elettorale, è sembrato travolto dalle parole. Ultimatum e penultimatum si sono rincorsi non a giorni ma a ore, nell’arco qualche volta di una stessa mattina, o di una stessa sera. Non parliamo poi delle notti che hanno scatenato i sogni travestiti o tradotti in retroscena con le solite smentite e precisazioni della credibilità proporzionale alla loro frequenza.

Va detto, con franchezza e onestà, che all’abuso delle parole si sono abbandonati non solo i due partiti, leader e comprimari della maggioranza, peraltro scontratisi fra di loro come avversari con un accordo di cartello contro le opposizioni da reclamo, per quanto metaforico, all’autorità della concorrenza. Vi si sono abbandonati anche i partiti, leader e comprimari delle opposizioni titolari legittime di questa funzione per avere votato e votare in Parlamento contro il governo.

Cominciamo col versante di sinistra. Dove il povero Nicola Zingaretti ha sudato le proverbiali sette camicie, fuori stagione col tempo capriccioso che fa, per ricucire gli strappi e rendere competitivo il suo Pd almeno col movimento delle 5 stelle, e si è rivisto improvvisamente ricacciato indietro. E’ avvenuto non solo e non tanto con la rocambolesca vicenda delle dimissioni della presidente della regione Umbria, indagata in una inchiesta costata l’arresto ad altri esponenti e amministratori compagni di partito, quanto -sul piano più generale della linea politica- da una sortita del già citato Pier Luigi Bersani. Che, prima ancora di rientrare nel partito da cui era uscito due anni fa con Massimo D’Alema, limitandosi domani a votare per la lista unitaria allestita per l’occasione, si è messo a gridare ai quattro venti che in caso di crisi di governo andrà cercata subito un’intesa con i grillini per strapparli definitivamente all’alleanza con i leghisti. Invece Zingaretti reclama notoriamente le elezioni anticipate.

Sul versante di destra, o del centrodestra, dove Salvini sta notoriamente con un solo piede, quello delle amministrazioni locali, avendo messo l’altro nel governo con i grillini, l’indomito Silvio Berlusconi, stanco di aspettare il ritorno Tajani.jpgdel figliol prodigo, ha cercato di ricacciarlo ancora più lontano. In particolare, il Cavaliere ha riaperto i giochi della leadership del centrodestra, dicendo che il capo della Lega avrà pure più voti di Forza Italia, molti di più di quelli che già l’anno scorso gliene consentirono il sorpasso, ma non le qualità politiche necessarie a guidare una coalizione. E così si fa buio anche dall’altra parte, ammesso e non concesso naturalmente che il “capitano” leghista volesse e voglia farla risplendere.

 

 

 

Pubblicato su Il Dubbio

A 48 ore, finalmente, dalle elezioni che hanno intossicato il confronto politico

            Più che dal pertugio olandese valorizzato insieme dal Corriere della Sera e da Repubblica –che hanno Repubblica.jpgtitolato sugli exit pol sfavorevoli ai populisti, o favorevoli ai laburisti, raccolti dai sondaggisti in attesa degli scrutini di domenica comuni a tutti i paesi europei in cui si sarà finito di votare-  sonoCorsera.jpg incuriosito dalla “sfogliatella” offerta da Riccardo Marassi ai lettori del nuovo Quotidiano del Sud diretto da Roberto Napoletano. Che ha richiamato l’attenzione sul peso che finiranno per avere sui grafico affluenza.jpgrisultati elettorali dagli indecisi. Molti dei quali credo che siano destinati a disertare le urne aumentando il bacino dell’assenteismo, d’altronde in crescita costante da anni, come si rileva da un grafico pubblicato su Repubblica.

            Non so, francamente, quanti potranno essere in Italia gli indecisi sottratti all’astensionismo dalle ultime, odierne battute di una campagna elettorale condotta come peggio non si poteva in tutte le parti dello schieramento politico: nell’area della maggioranza, diciamo così, gialloverde di governo, dove i due partiti se le sono date e dette di tutti i colori, sino alle “stronzate” appena addebitate dal vice presidente pentastellato Luigi Di Maio all’omologo leghista Matteo Salvini, e in quella delle opposizioni. Che peraltro, tutte insieme, potrebbero fare un esposto, per quanto metaforico, all’autorità della concorrenza per denunciare l’accordo di cartello realizzato contro di loro da grillini e leghisti facendo insieme maggioranza e opposizione. Per cui chi volesse fare il peggiore dispetto ai grillini potrebbe accontentarsi di votare per i leghisti e viceversa. Roba da matti, penso che sia venuta voglia di dire anche al presidente della Repubblica, che naturalmente non potrebbe mai esternare un simile giudizio per non rischiare di essere preso per matto anche lui.

            Sbaglierò ma, leggendo il piacevole servizio- intervista dedicato ad Antonio Di Pietro dalla nuova edizione del supplemento 7 del Corriere della Sera, che lo ha un po’ inseguito fra le residenze Di Pietro.jpgdi Montenero di Bisaccia, di Roma e di Bergamo nelle vesti di avvocato non so se più deluso o stanco dell’attività politica seguita a quella di magistrato di punta della Procura di Milano negli anni di “Mani pulite”; sbaglierò, dicevo, ma credo che anche “Tonino”, ex ministro di Romano Prodi e leader di quella che fu “L’Italia dei valori”, bollati e non, sia fra gli indecisi tentati dall’astensione.

             I “figliocci” grillini, come lui li chiama, appaiono infatti a Di Pietro troppo “supponenti” e troppo poco “concreti” per guadagnarsene la fiducia nelle urne. Neppure Beppe Grillo in persona, col quale Di Pietro ha rivelato di conservare un buon rapporto personale, mi sembra in grado di recuperare all’ultimo momento il voto dell’ex magistrato, che ha raccontato di lui: “Ci messaggiamo ma parliamo di stupidaggini, non di politica”. A meno che Di Pietro non decida di declassare a stupidaggine il suo voto di domenica.

            Potrebbe forse sperare qualcosa da Di Pietro il nuovo segretario del Pd Nicola Zingaretti. Che “Tonino” ha confessato di essere “andato a salutare”, ma con quale esito o prospettiva non si può proprio prevedere o scommettere visto che il rottamatore della cosiddetta primaDi Pietro 2 .jpg Repubblica ha confermato di avere “lasciato da  cinque anni la politica”, deluso di non essere più l’uomo cui “tutti si attaccavano come mosche” ma al tempo stesso privo di “invidie, gelosie e rancori”. Che -ahimè- sembrano invece diventate, nell’imbarbarimento politico ed anche culturale in cui viviamo, le condizioni necessarie per partecipare alla lotta politica o solo interessarsene come elettori.

La voragine tuttora aperta di Capaci 27 anni dopo la strage di mafia

            No. Il 23 maggio, come il 9 di questo stesso mese, il 16 marzo, il 19 luglio e il 3 settembre non sono giorni normali, ordinari, in cui si possa rimanere incollati alle cronache quotidiane della politica, per quanto importanti siano quelle delle ultime battute di una campagna elettorale dai cui risultati potrebbe dipendere, a sentire alcuni vaticini, la stessa prosecuzione della legislatura cominciata l’anno scorso. Eppure domenica 26 si andrà a votare “solo” per il rinnovo del Parlamento europeo, del Consiglio regionale del Piemonte e di più di 3700 amministrazioni comunali.

            Nei cinque giorni che ho indicato la mente e anche il cuore, specie per i meno giovani che hanno avuto la ventura di vivere più intensamente fatti di particolare ferocia e rilevanza politica e sociale, saltano indietro e riprovano lo stesso dolore, la stessa angoscia. E ciò anche per i misteri che ancora circondano i delitti plurimi allora commessi: misteri che peraltro col passare degli anni sono cresciuti, anziché diminuire.

            Il 23 maggio è il giorno in cui 27 anni fa furono uccisi nella strage di Capaci, mentre cercavano di raggiungere Palermo dal vicino aeroporto di Punta Raisi, il magistrato più famoso impegnatosi contro la mafia, Giovanni Falcone, la moglie  Francesca Morvillo, magistrata pure lei, e gli agenti di scorta Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro. Il 9 maggio è il giorno in cui 41 anni fa i brigatisti rossi uccisero Aldo Moro dopo averlo sequestrato il 16 marzo a poca distanza da casa sterminandone la scorta, composta da Oreste Leonardi, Domenico Ricci, Francesco Zizzi, Giulio Rivera e Raffaele Iozzino. Il 19 luglio è il giorno in cui, poco più di due mesi dopo la strage di Capaci, venne ucciso in via D’Amelio, sotto la casa palermitana della madre, il magistrato più legato a Falcone, Paolo Borsellino. Il quale fu distrutto con un carico di esplosivo che sterminò anche la scorta, composta da Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina. Il 3 settembre è il giorno in cui 37 anni fa furono uccisi dalla mafia il prefetto di Palermo e generale dei Carabinieri Carlo Alberto dalla Chiesa, la giovane moglie Emanuela Setti Carraro, che guidava l’auto in cui viaggiavano, e l’agente di scorta che li seguiva, Domenico Russo.

            Scrivevo dell’angoscia che procura anche il ricordo di quei fatti orribili per i misteri che ancora li avvolgono, persino più numerosi di prima. Ebbene, me ne ha procurata tantissima la lettura di un articolo sulla strage di Capaci, ma anche su quella successiva del 19 luglio e delle altre di segno mafioso compiute fra il 1992 e il 1993,  affidato al Fatto Quotidiano dal Procuratore Scarpinato sul Fatto.jpgGenerale della Corte d’Appello di Palermo Roberto Scarpinato. Che, alla vigilia della cerimonia organizzata per Falcone in un clima di polemiche scatenatesi per la partecipazione del ministro dell’Interno Matteo Salvini, ha voluto motivare l’”imbarazzo” col quale partecipa alle celebrazioni di quegli eventi drammatici, generalmente caratterizzate più dalla “retorica” che dalla consapevolezza della verità ancora incompiuta, per quanti processi si siano svolti e condanne siano state emesse dai tribunali.

            Mi ha gelato il sangue, diciamo così, l’articolo di Scarpinato, di straordinaria efficacia -debbo riconoscere- per stile, conoscenza dei fatti e delle carte processuali, e per il modo in cui sono state collegate fra di loro  dichiarazioni rese in sede giudiziaria da pentiti di mafia e collaboratori di giustizia. Che sono tuttavia accomunate generalmente da un carattere indiretto: tutte, o quasi,  rivelatrici di  cose  ascoltate o attribuite ad altri, o incomplete e contraddittorie, come le deposizioni dei fratelli Graviano lamentate dallo stesso Scarpinato.

            Più che il sospetto, l’alto magistrato di Palermo ha mostrato la convinzione che le stragi che portano il nome e i segni distintivi della mafia non le appartengano del tutto. Esse sarebbero state ordinate dai vertici mafiosi, ed eseguite, nascondendone alla manovalanza e alle strutture non apicali dell’organizzazione criminale le vere ragioni, non esauribili nella vendetta o in una ordinaria, se si può definire tale, intimidazione per ottenere dallo Stato, ad esempio, trattamenti carcerari meno duri ai detenuti appartenenti a Cosa Nostra. Proprio a quest’ultimo proposito, per esempio, Scarpinato contesta la convenienza, per la mafia, dell’assassinio di Paolo Borsellino in prossimità della scadenza del decreto legge che aveva istituito dopo la strage di Capaci il carcere duro del 41 bis: un decreto legge, secondo Scarpinato, di cui non poteva essere considerata scontata la conversione, come invece divenne con la mattanza di via D’Amelio.

            Insomma, la mafia avrebbe fatto le stragi anche contro i suoi interessi perché i capi, tradendo gli affiliati, si sarebbero messi al servizio di ordini e strategie “esterne”. Di cui il Procuratore Generale ha intravisto l’origine nel 1991, quando si svolsero nelle campagne di Enna riunioni finalizzate a far partecipare la mafia ad un disegno generale di “destabilizzazione” del Paese: un disegno -si deve presumere- via via cresciuto, cui avrebbero aderito in un secondo momento nuovi soggetti interessati a disarticolare l’Italia.

Solo così si spiegherebbe il sospetto manifestato, in verità, non da Scarpinato nel suo articolo sul Fatto Quotidiano, ma da altri inquirenti di mafia -ultimo, il sostituto procuratore Roberto Tartaglia in unaTartaglia al Fatto.jpg intervista sempre al Fatto Quotidiano- di una qualche utilità trovata o addirittura cercata, fra le pieghe delle stragi, da Silvio Berlusconi. Che nel 1991, francamente, non immaginava neppure di scendere in politica, essendo sopraggiunta solo l’anno dopo la tempesta di Tangentopoli destinata a spazzare via la cosiddetta prima Repubblica.

            A proporre, chiedere, ottenere e quant’altro ai capi della mafia la partecipazione ad un piano di destabilizzazione generale, in cui proliferò poi anche la “trattativa” con lo Stato oggetto di un processo d’appello in corso a Palermo dopo le condanne di primo grado, sarebbero stati servizi segreti “deviati”. Che i capi della mafia catturati e condannati dopo le stragi avrebbero coperto sino alla morte, come nel caso di Bernardo Provenzano e Salvatore Riina. A quei servizi, e loro dintorni, è ascrivibile, secondo quel che si capisce dalla lettura dell’articolo di Scarpinato, “la straordinaria longevità della latitanza di Matteo Messina Denaro”. Meno male, verrebbe da dire, che ad essere sospettati o sospettabili, sempre seguendo i ragionamenti di Scarpinato, sono solo servizi “deviati”, e non di più, cioè i servizi nella loro interezza, e quindi lo Stato stesso, cui non a caso una certa pubblicistica intesta le stragi più ancora che alla mafia.

 

 

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Giuseppe Conte inciampa clamorosamente nei rapporti col Quirinale

            Prima o poi doveva capitare. Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, coinvolto anche lui dalle furbizie e dai veleni della campagna elettorale per il voto europeo, regionale e amministrativo Messaggero.jpgdi domenica prossima, è inciampato nella riservatezza dei rapporti con il capo dello Stato. Che non ha gradito, per unanime versione dei giornali, nei titoli e nelle cronache, fra le quali si distingue per precisione Breda.jpge acutezza quella di Marzio Breda sul Corriere della Sera, la disinvoltura politica con la quale in una riunione a dir poco tormentata del Consiglio dei Ministri il professore si sia fatto scudo di Sergio Mattarella per fronteggiare le sollecitazioni di Matteo Salvini a varare il nuovo decreto legge su sicurezza e immigrazione. Che è stato approntato in 18 articoli dai suoi uffici, e già corretto proprio per andare incontro ai dubbi espressi dagli uffici del Quirinale nelle consultazioni che di solito precedono, e non seguono il passaggio per la sede collegiale del governo.

            Sia chiaro, neppure questo incidente farà precipitare la situazione politica prima, e forse neppure dopo il voto di domenica. Senza aspettare la salita di Conte al Quirinale per chiarire le cose, con o senza scuse, lo stesso Salvini ha cercato di disinnescare gli esplosivi annunciando, in una intervista proprio al Corriere della Sera, che non farebbe un dramma se Conte, magari d’intesa con Mattarella, dilungasse Salvini al Corriere sul decreto.jpgulteriormente i tempi del Consiglio dei Ministri. E li facesse slittare oltre le elezioni per completare l’esame interrotto del decreto legge cui il vice presidente leghista e ministro dell’Interno tiene tanto. Salvini vuole solo che, possibilmente con cortesia, gli vengano spiegate le ragioni.

            D’altronde, in un altro passaggio della stessa intervista, questa volta riferendosi alle preoccupazioni, chiamiamole così, espresse pubblicamente dal suo omologo grillino Luigi Di Maio sulle intenzioni della Lega per il dopo-elezioni, visto il crescente malumore dei suoi dirigenti, e la sostanziale sfiducia espressa verso Conte alla Stampa dal sottosegretario a Palazzo Chigi GiancarloSalvini al Corriere.jpg Giorgetti,  il “capitano” del Carroccio ha sparso ottimismo a piene mani. Tranquilli, si fa per dire, “il governo -ha assicurato Salvini- non cadrà”, ha ancora molto da fare e “andrà avanti per quattro anni”: quanti ne devono ancora trascorrere per la conclusione ordinaria della legislatura. E, quindi, anche per l’elezione, da parte di questo Parlamento,  del nuovo presidente della Repubblica, alla scadenza del mandato di Mattarella, anche se questo particolare Salvini ha evitato di ricordarlo, o precisarlo.

            A rappresentare bene lo stato un po’ schizofrenico dei rapporti politici, e anche istituzionali ormai, nel nostro Paese è la contraddizione in cui è caduto anche il notista di lungo corso e di maggiore prestigio su piazza, già direttore del Corriere della Sera, sia pure per una breveFolli 1 .jpg stagione: il mio amicoFolli 2 .jpg Stefano Folli. Che non più tardi di ieri, martedì 21 maggio, scrivendo su Repubblica “in morte di un governo” -titolo dell’editoriale di giornata- ha osservato: “Che la campagna governativa dell’avvocato Conte sia giunta al suo epilogo è evidente a chiunque voglia scorrere in modo distratto le cronache politiche”. Ma, appunto, “in modo distratto”, perché a scorrerle poi con attenzione, con più scrupolo, si potrebbe arrivare a tutt’altra conclusione: che cioè né Conte né i suoi due vice siano arrivati o stiano arrivando all’epilogo, e non invece a una “fase 2” del governo, come ha appena annunciato Di Maio, affiancato dai ministri a cinque stelle, dopo avere espresso peraltro la preoccupazione, già accennata, che i leghisti vogliano la crisi. Eppure gli annunci di “nuove fasi” non hanno mai portato fortuna ai governi che vi hanno fatto ricorso in passato, di ogni tendenza e colore. Può darsi che Di Maio riesca a sfatare anche questa leggenda.

            Lo stesso Folli, d’altronde, nella stessa nota, poco più avanti del referto fatale per il governo gialloverde, ha dovuto scrivere che “nulla si può escludere in questa stagione di miope cinismo”. Neppure che si riveli sbagliata la sua impressione che sia “molto complesso e forse improprio ricomporre il mosaico senza passare attraverso nuove elezioni”, politiche naturalmente, prima o dopo -non si sa- l’approvazione della legge di bilancio del 2020 imposta dalla Costituzione entro il 31 dicembre, salvo il ricorso all’esercizio provvisorio. Che, paradossalmente, proprio per la sua dichiarata temporaneità, potrebbe suscitare minori preoccupazioni nei mercati finanziari e nei nuovi organismi europei. Sembra una commedia, ma è chiaramente una tragedia. O una tragicommedia.  

 

 

 

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Il precedente del 1994 che ha stoppato Salvini nello scontro col pm di Agrigento

Spiazzato dalla diretta televisiva cui si era trovato a partecipare domenica sera, collegato con la 7, sullo sbarco a Lampedusa dei 45 migranti dalla nave Sea Watch 3, Matteo Salvini si lasciò andare a proteste più o meno minacciose contro la Procura di Agrigento, che lo aveva disposto. Ma da quella posizione il leader leghista è poi arretrato con dichiarazioni fiduciose di allineamento alle indagini giudiziarie e al sequestro probatorio della nave dei soccorsi. La cui esecuzione ha comportato lo sbarco sgradito. Egli si è limitato ad augurarsi che quella nave non sia più messa in condizione di disattendere le direttive del Viminale.

Fra i consigli portati a Salvini dalla notte fra domenica e lunedì  ho motivo di ritenere che vi siano stati Bongiorno.jpganche quelli della ministra leghista della funzione pubblica Giulia Bongiorno. Che già si è rivelata utile al vice presidente del Consiglio e ministro dell’Interno in occasione del tentativo del cosiddetto tribunale dei ministri di Catania di mandarlo sotto processo per sequestro aggravato di persone sulla nave “Diciotti”, ancorata nell’estate scorsa nel porto etneo.

Alla ministra Bongiorno non dev’essere sfuggito un precedente dell’ottobre 1994, quando il primo governo Berlusconi, già costretto in estate dalle proteste dei magistrati di Milano a rinunciare alla conversione di un decreto legge che limitava il ricorso alle manette, era ricorso al Consiglio Superiore della Magistratura contro il capo della Procura della Repubblica ambrosiana, Borrelli.jpgFrancesco Saverio Borrelli. Che pure non aveva adottato provvedimenti, ma “solo” anticipato in una intervista al Corriere della Sera possibili sviluppi a carico di “politici molto in alto” nelle indagini in corso su Telepiù. Il magistrato aveva inoltre dato dell’”imprudente” al Guardasigilli Alfredo Biondi, che per protesta aveva presentato le dimissioni, respinte immediatamente dal Consiglio dei Ministri con espressioni di solidarietà.

Nel rivolgersi al Consiglio Superiore della Magistratura il presidente del Consiglio si era sentito minacciato Berlusconi.jpgdall’intervista di Borrelli nell’esercizio delle sue funzioni, richiamandosi all’articolo del codice 289 del codice penale, che punisce sino a 24 anni di carcere l’attentato agli organi costituzionali.

Scalfaro, destinatario della protesta nella doppia veste di capo dello Stato e di presidente del Consiglio Superiore della Magistratura, non gradì, a dire il vero, l’intervista di Borrelli ma neppure la reazione di Berlusconi. Al quale chiese, ottenendola, una lettera suppletiva di interpretazione Scalfaro.jpgautentica della sua iniziativa, declassata da “denuncia”, irricevibile secondo Scalfaro, ad “esposto”. Che, come tale, fu esaminato e discusso dall’organo di autogoverno delle toghe, giunto alla fine del mese con 25 voti contro 4 e due astensioni a un verdetto favorevole a Borrelli. Che non riuscì tuttavia ad evitare poi un’ispezione ministeriale al tribunale di Milano, ma uscendone indenne, insieme con tutti gli altri magistrati interessati all’iniziativa del Guardasigilli.

Un altro tentativo d’ispezione ministeriale al tribunale di Milano fu compiuto l’anno dopo dal successore di Biondi alla guida del Ministero della Giustizia, il magistrato in pensione Filippo Mancuso. Mancuso.jpgChe però ci rimise il posto, sfiduciato al Senato dalla stessa maggioranza del governo di cui faceva parte, presieduto da Lamberto Dini dopo la caduta di Berlusconi per mano della Lega di Umberto Bossi. Che anche in riferimento alla denuncia e poi esposto del Cavaliere al Consiglio Superiore per l’intervista di Borrelli aveva preso posizione contraria. Era evidentemente una Lega di altri tempi e orientamenti rispetto a quelli di Salvini.

Va detto che all’epoca della denuncia e poi esposto- ripeto- al Consiglio Superiore della Magistratura Berlusconi non incorse solo nel dissenso di Bossi, ancora partecipe della maggioranza. Il presidente del Consiglio fu spinto Ferrara.jpgalla retromarcia anche dal suo braccio destro Gianni Letta, sottosegretario a Palazzo Chigi, peraltro contrariato dall’iniziativa presa dall’allora ministro per i rapporti col Parlamento Giuliano Ferrara di informare dettagliatamente il Corriere della Sera del documento inviato al Consiglio Superiore.

Non fu forse casuale la decisione poi presa da Ferrara di sfilarsi dall’impegno diretto in politica, e di preferire ad altri incarichi di governo, cui avrebbe potuto ambire col ritorno di Berlusconi a Palazzo Chigi nel 2001, la fondazione e la direzione del Foglio. finanziato dalla famiglia del Cavaliere.

 

 

Pubblicato su Il Dubbio

Notte e Bongiorno hanno portato consiglio a Salvini sugli ultimi sbarchi

          Più che lo scontato rinvio di ogni decisione -in un Consiglio dei Ministri paralizzato, nomine a parte, dalle tensioni elettorali-  sulle nuove norme predisposte da Matteo Salvini per sicurezza e immigrazione e di quelle di Luigi Di Maio per aiuti alle famiglie, è di rilevanza politica e istituzionale la frenata che il leader leghista ha dovuto imporsi dopo lo scontro in diretta televisiva con la Procura di Agrigento per lo sbarco a Lampedusa dei 47 migranti ancora trattenuti domenica sulla nave Sea Watch 3. Il cui sequestro probatorio effettuato nelle acque di Lampedusa dalla Guardia di Finanza su disposizione giudiziaria, nell’ambito degli accertamenti su eventuali concorsi al traffico clandestino di persone, ne ha comportato lo sgombero.

          Dopo avere protestato e minacciato azioni contro “chiunque”, anche fra gli organi dello Stato, avesse illegittimamente disatteso il suo divieto di approdo della nave nel porto e tanto più di sbarco dei clandestini, il vice presidente del Consiglio e ministro dell’Interno si è rimesso alle indagini auspicandone un esito tale da impedire che la Sea Watch 3 torni a navigare con i criteri e le finalità perseguite dal suo comandante. Che peraltro risulta sinora il solo indagato.

          La notte e forse anche la ministra leghista della pubblica amministrazione Giulia Bongiorno, della cui esperienza notissima di avvocata si avvale Salvini, che non a caso l’ha voluta nel governo, debbono Vauropg.jpgavere portato consiglio al titolare del Viminale. Contro le cui dichiarazioni erano già insorti i rappresentanti delle toghe sentitesi minacciate e, con particolare virulenza, il magistrato da poco in pensione Giuseppe Spataro, spintosi a reclamare proteste di piazza contro il ministro dell’Interno. Che già ha i suoi problemi a frequentarle per i comizi della campagna elettorale giunta per fortuna agli ultimi giorni davvero.

          Alla conclusione della campagna elettorale, salvo la coda dei ballottaggi che dovessero rendersi necessari nei Comuni rimasti senza sindaco all’esito del primo turno di domenica prossima, si è rimesso anche il presidente del Consiglio Giuseppe Conte per sperare di riprendere un controllo del governo che realisticamente gli è un po’ sfuggito di mano, per quanto lui si fosse data un’iniezione di forza con quell’intervista al giornale spagnolo El Pais che era sembrata addirittura una svolta nei suoi metodi e propositi. Allora egli definì una “illusione ottica” l’impressione largamente diffusasi che il protagonista della compagine gialloverde fosse Salvini. E aggiunse in altra sede di sentire riduttiva per le proprie funzioni anche l’immagine decisiva di arbitro applicatagli comunemente nelle vignette.

          Conte è apparso particolarmente sorpreso e amareggiato nelle ultime ore dai giudizi espressi su di lui, in una intervista alla Stampa, dal suo principale collaboratore politico e istituzionale a Palazzo Chigi: il sottosegretario leghista Giancarlo Giorgetti, convinto che il presidente del Consiglio non sia più imparziale, e abbia finito anche per questo coll’aumentare le difficoltà del governo.

           L’amarezza di Conte verso Giorgetti, peraltro sfidato pubblicamente a ripetergli in faccia i rilievi di parzialità in Consiglio dei Ministri, alle cui sedute il sottosegretario partecipa perché ne è il segretario e verbalizzante, si può anche comprendere. Ma è pur vero che, designato più dai grillini che dai leghisti al capo dello Stato in occasione della formazione del governo, Conte mostrò all’inizio della sua esperienza maggiore cautela politica di questi ultimi tempi. In particolare, egli tenne a rimanere formalmente estraneo al movimento delle 5 stelle, partecipando solo come ospite a qualche suo evento.  Ma ciò valse sino al 21 ottobre dell’anno scorso, quando il presidente del Consiglio decise non solo di partecipare alla conclusione del raduno nazionale grillino al Circo Massimo, a Roma, salendo sul palco della dirigenza, ma anche di annunciare pubblicamente la sua adesione al movimento. Guarda caso, da allora, pur non mancando di deludere anche i grillini, per esempio sul gasdotto in Puglia, sono state più le volte in cui egli ha deluso i leghisti.

 

 

 

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Quel santino di Berlinguer, “padre o nonno” del Pd, composto da Scalfari

Il santino pur laico di Enrico Berlinguer che Eugenio Scalfari ha composto domenica su Repubblica ricordandolo fra i migliori politici italiani, se non il migliore, che era poi il soprannome Repubblica.jpgconquistatosi prima di lui nel Pci da Palmiro Togliatti, non è stato mosso da alcuna occasione celebrativa. Esso è arrivato troppo tardi rispetto ai 97 anni dalla nascita di Berlinguer, trascorsi il 15 maggio, e troppo presto rispetto ai 35 dalla morte, che ricorreranno l’11 giugno. Scalfari è stato mosso solo da una convenienza elettorale, d’altronde confessata con  onestà per aiutare il Pd nelle urne del 26 maggio presentandone Berlinguer come “il padre o nonno”.

Nell’empito agiografico temo tuttavia che “Barpapà”, dichiarato elettore, oltre che amico, di Berlinguer e dei partiti succeduti a quello della falce e martello dopo la caduta del muro di Berlino e la dissoluzione dell’Unione Sovietica, si sia lasciato prendere un po’ troppo la mano. Egli è arrivato a scriverne come del continuatore della “Giustizia e libertà” dei fratelli Rosselli e persino del “liberalismo di Francesco De Sanctis e di Benedetto Croce”, nonché di Ugo La Malfa.

Ma oltre a scriverne come di un liberale, Scalfari ha voluto riconoscere al compianto leader del “comunismo democratico” italiano il merito di avere servito e “sentito l’interesse generale” senza identificarlo con Scalfari e Berlinguer.jpgquello “di partito e neppure di classe”. Beh, almeno su questo, senza avventurarmi sulle vette ideologiche su cui pure si è voluto spingere Scalfari, e riconoscendo a Berlinguer l’onore indiscutibile di essere morto sul campo della politica, portando a termine il suo ultimo comizio in condizioni di salute ormai proibitive, mi permetto di dissentire perché non dico la storia, ma la cronaca non è dalla sua parte.

Fu un interesse di partito e di classe quello che scosse il segretario del Pci rappresentato il 2 dicembre 1977 sulla prima pagina proprio della Repubblica di Scalfari, in una celeberrima vignetta di Sergio Forattini, in vestaglia borghese e capelli dritti, sorpreso dal corteo dei metalmeccanici che sfilavano sotto la finestra di casa contro il governo monocolore democristiano di Giulio Andreotti. Che era sostenuto dai comunisti con l’astensione, o “non sfiducia”. Seguì una crisi aperta da Berlinguer con la richiesta di un equilibrio politico più avanzato, da concretizzare con l’ingresso dei comunisti nel governo.

Il presidente della Dc Aldo Moro, consapevole delle implicazioni anche internazionali di un passaggio del genere, convinse il Pci ad accontentarsi di un negoziato sul programma che gli consentisse di passare dall’astensione al voto di fiducia. Il governo rimase tale e quale, con qualche testa che invece il Pci aveva chiesto di tagliare, per cui Berlinguer fu tentato dalla sfiducia. Vi rinunciò il 16 marzo 1978 solo per il sopraggiunto sequestro di Moro da parte delle brigate rosse, fra il sangue della sua scorta. Dibattito e voto di fiducia al governo seguirono in meno di 24 ore, e in un clima di autentica emergenza

Fu un interesse di partito anche quello che spinse Berlinguer alla fine del 1978 a ritirarsi dalla maggioranza di cosiddetta solidarietà nazionale, non condividendo il sistema monetario europeo che sarebbe scattato il 13 marzo 1979. E neppure il riarmo missilistico cui la Nato si apprestava per bilanciare i rapporti di forza col blocco comunista attrezzatosi con gli SS 20 puntati sulle capitali europee. La Nato, da cui Berlinguer si era pur sentito protetto per garantire l’autonomia del Pci da Mosca, doveva evidentemente rimanere, nella sua logica, l’ombrello bucato che era divenuto con le nuove postazioni missilistiche del Patto di Varsavia.

Fu un interesse di partito che spinse Berlinguer nel 1980 a cavalcare dall’opposizione addirittura il terremoto in Irpinia per lanciare da Salerno il progetto di una nuova alternativa alla Dc e ai suoi alleati, secondo lui incapaci di governare il Paese.

Fu infine un interesse di partito, e di classe, quello che nel 1984, sempre dall’opposizione, indusse il segretario del Pci a contrastare con estrema forza il pur modesto taglio alla scala mobile dei salari apportato dal governo pentapartito di Bettino Craxi per proteggere il valore dei salari da un’inflazione arrivata a due cifre. Fu l’ultima battaglia di Berlinguer, bocciata l’anno dopo dagli stessi lavoratori nel referendum ch’egli aveva voluto prima di morire commissionandolo alla Cgil del pur riluttante Luciano Lama.

 

 

 

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