La parata delle “scatole” girate in diretta a Matteo Salvini contro Roberto Fico

            Volente o nolente, trascinatovi o no dal presidente grillino della Camera Roberto Fico con una dichiarazione dalla quale si è dissociato con significativo tempismo lo stesso capo del movimento delle 5 stelle Luigi Di Maio in questo momento di grande incertezza politica, dopo i risultati delle elezioni europee, piemontesi ed amministrative del 26 maggio, il vice presidente Manifesto su generali assenti.jpgleghista del Consiglio e ministro dell’Interno Matteo Salvini è riuscito ad agitare, diciamo così, la parata militare per la festa della Repubblica più ancora dei “quattro generali dietro la collina”. Così il manifesto ha definito nel titolo di un editoriale i già capi dell’Aeronautica, e alcuni anche Parata 3.jpgcapi di Stato Maggiore della Difesa, oggi in pensione, che hanno disertato la storica sfilata davanti al presidente della Repubblica ai Fori Imperiali motivando il loro dissenso dalla ministra Elisabetta Trenta, ma anche dall’intero governo per il trattamento delle Forze Armate.

            Reduce dal ricevimento, il giorno prima, nei giardini del Quirinale, dove si era praticamente trattenuto, sempre mano nella mano con la fidanzata Francesca Verdini, da risentimenti politici e personali per le allusioni ravvisabili nei suoi riguardi dal monito appena espresso dal capo dello Stato contro chi attenta alla Costituzione esasperando i contrasti e vivendo di nemici, Salvini non ha retto all’estensione della festa della Repubblica, da parte di Fico.jpgFico, a tutti “i presenti nel territorio” italiano, compresi migranti, rom, sinti”. Di cui invece il ministro dell’Interno ha ricordato “i campi” dove non c’è di solito molto rispetto della legalità. Perciò egli ha opposto alle parole del presidente della Camera, in qualche modo conformi peraltro al tema dell’”inclusione” scelto dalla ministra della Difesa per questa edizione della parata, la popolana e ben poco istituzionale espressione del “rivolgimento di scatole”. Che è stata tradotta dalla vignetta di Emilio Giannelli sulla prima pagina del Corriere della Sera in un Salvini schizzato via con quei giramenti come una freccia tricolore.  

            Quella esplosa tra alte uniformi, pennacchi, cavalli, ottoni, selfie e bande musicali in una domenica per fortuna e finalmente di sole, non è stata la prima, e probabilmente non sarà neppure l’ultima polemica fra il presidente grillino di Montecitorio e il leader leghista, scontratisi già, ma a maggiore distanza, proprio sul tema dell’immigrazione, e nel pieno dello svolgimento di operazioni ad alta tensione politica, come gli sbarchi impediti dal Viminale nei porti italiani.

           E’ capitato al presidente della Camera persino di sottolineare, per vantarsene, la rinuncia a presiedere, appunto, la seduta d’aula per la conversione in legge del primo decreto sulla sicurezza voluto da Salvini fra le resistenze e anche qualche voto contrario dei grillini riferibili, nel movimento delle 5 stelle, proprio alle posizioni di Fico.

            Chiaro fu anche il dissenso del presidente della Camera dal mancato processo a Salvini per l’affare  della nave Diciotti della scorsa estate: processo per sequestro aggravato di persone chiesto dal cosiddetto tribunale dei ministri di Catania e non autorizzato dal Senato, dopo un referendum digitale improvvisato tra i grillini e conclusosi col 60 per cento dei no contro il 40 per cento dei sì.

             Dev’esserci stata la memoria anche di questi precedenti, e in più del dissenso dal referendum digitale di conferma del capo pentastellato, nello sfogo attribuito, in particolare, dal Messaggero a Di Maio con i suoi amici contro un “Fico servo del Pd”. Col quale, da “esploratore” nominato da Sergio Mattarella, il presidente della Camera cercò un aggancio l’anno scorso per un governo alternativo a quello poi negoziato dal suo partito con i leghisti.

             La parata, diciamo così, della Breda.jpgparolaccia deve avere prodotto ulteriore sconforto e preoccupazione nel presidente della Repubblica, visti gli “scenari avvilenti” di crisi e di “rassegnazione” alle elezioni anticipate di cui ha scritto sul Corriere della Sera il quirinalista di provata esperienza e attendibilità Marzio Breda. Cresce anche per questo l’attesa della conferenza stampa prenotata dal presidente del Consiglio, a mercati prudentemente chiusi,  nel primo -e si vedrà anche se unico- compleanno del suo governo gialloverde.

 

 

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Tutti in fila al Quirinale felici e contenti, si fa per dire, a festeggiare la Repubblica

            Di fronte alle tensioni che continuano a pesare sulla politica italiana, sui rapporti con Bruxelles e sui mercati finanziari, anche dopo una settimana dai risultati delle tanto attese elezioni europee, piemontesi e amministrative, con un presidente del Consiglio che non è ancora riuscito, fra l’altro, a rimettere insieme allo stesso tavolo i suoi due vice per avviare, o solo tentare un chiarimento, colpiscono francamente qirinale.jpgle immagini della festosa fila di eccellenze di ogni grado e colore davanti al portone del Quirinale per il ricevimento tradizionale della festa della Repubblica. Tutti vi si sono recati in apparente allegria, svanita però nelle cronache giornalistiche che hanno riferito dei doppi sensi sfuggiti a protagonisti e attori nelle parole e negli atteggiamenti, fra la terrazza del Quirinale e i giardini.

            Il ministro dell’Economia Giovanni Tria, per esempio, è stato visto e sentito non so se ripetere o anticipare con gesti di insofferenza, parlando con la collega della funzione pubblica Giulia Bongiorno, lo stupore e lo sgomento che si sono poi trovati stampati in una intervista al Corriere della Sera per le ultime sortite dei grillini. Che, anche a costo di complicare i rapporti col suo interlocutore francese a Bruxelles, Pierre Moscovici,   hanno cercato di inchiodarlo alla bozza della lettera predisposta, e poi modificata, per fornire alla Commissione Europea i chiarimenti reclamati entro 48 ore sul debito pubblico italiano.

            Il premier Giuseppe Conte, condannato a tenere in mano un curioso libro regalatogli da un amico sulla delinquenza che di “Tregua” ha solo il nome dell’autore, è stato sentito esprimersi così sulle prospettive del suo governo nel giorno del primo compleanno: “Se ci sarò il 26 giugno al vertice mondiale di Osaka sarà una notizia”. Un suo collaboratore parlava invece svogliatamente dei preparativi dell’imminente viaggio in Vietnam.

            Forse ha esagerato Massimo Giannini a scrivere dei due vice presidenti del Consiglio disciplinatamente  in fila, a distanza, davanti al portone del Quirinale come di “uomini saliti al Colle con le fidanzate Di Maio.jpga braccetto e i pugnali nella giacca”, ma di certo essi non sono stati generosi con i fotografi a farsi riprendere insieme nei giardini. E fuggevoli sono state negli approcci diretti anche le loro fidanzate, nonostante la fiducia espressa da Luigi Di Maio sulla capacità delle donne, quando lo vogliono, di aiutare i loro uomini.

            Va comunque riconosciuto a Salvini, forse grazie al buon umore procuratogli dai risultati elettorali di domenica scorsa, superiori -a detta di molti nella Lega- alle sue stesse previsioni per l’andamento preso nelle ultime battute dalla campagna elettorale, di avere saputo resistere nei giardini  sul Colle e dintorni alla tentazioneSea Watch 3.jpg che deve avere avuto di commentare a modo suo l’ultima cattiva sorpresa riservatagli dai magistrati. E’ il dissequestro della nave dei soccorsi privati dei migranti in Mediterraneo Sea Watch 3, probabilmente destinata a procurargli altri grattacapi e a farlo sbottare contro i complici dei trafficanti di carne umana che egli vede un po’ dappertutto, specie in prossimità delle acque libiche. 

 

 

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Le tensioni politiche e sociali si scaricano sulla parata militare del 2 giugno

            Questa volta la notizia non è nei titoli di testa ma di coda dei giornali, almeno di quelli che hanno ritenuto di doverla comunque dare, perché vi è stato anche chi, come il Corriere della Sera, non Repubblica.jpgl’ha considerata meritevole della prima pagina, neppure nel modo più defilato possibile. E’ la notizia della parata militare per la Festa della Repubblica che sarà La Stampa.jpgdisertata da quattro ex generali già capi di stato maggiore, diventati tre per alcuni quotidiani, insorti con la loro protesta contro il governo ma, più in particolare, contro la ministra grillina della Difesa Elisabetta Trenta. Che peraltro è anche contestata più o meno esplicitamente sul piano politico dai leghisti, e persino da un suo sottosegretario e compagno di partito.

            I generali dissidenti, chiamiamoli così, sono tutti dell’Aeronautica: generali dell’Aria, diciamo. Eccone i nomi in ordine rigorosamente alfabetico: Mario Arpino, Vincenzo Camporini, Pasquale Preziosa e Dino Tricarico. Essi sono sbottati non tanto contro i tagli inferti dal governoMattino.jpg gialloverde, tra i festeggiamenti in piazza dei parlamentari pentastellati, alle loro pensioni “d’oro”, quanto contro la pretesa di liquidare come truffe, o quasi, questi trattamenti di quiescenza legittimamente maturati, al pari dei non militari. Hanno inoltremanifesto.jpg contestato la gestione, secondo loro, troppo poco gerarchica dei rapporti fra la ministra della Difesa e i suoi sottoposti con le stellette dei loro gradi, anziché quelle dell’omonimo movimento, e il crescente disinteresse, sempre secondo loro, per gli investimenti necessari a tenere in sicurezza il Paese.

             Ma la goccia che sembra avere fatto traboccare il vaso è la decisione presa dalla ministra Trenta, e condivisa pienamente dal presidente del Consiglio, di dare un’intestazione diciamo così sociale, se non la vogliamo definire politica, alla parata militare e, più in Messaggero.jpggenerale, alla Festa della Repubblica nel primo compleanno del governo gialloverde: quella della “inclusione”. Che sembra, a torto o a ragione, studiata apposta per dare una lettura dell’immigrazione, e dei QN.jpgsoccorsi che anche i militari sono tenuti a prestare in mare, un po’ diversa dalle parole d’ordine o dagli approcci del ministro dell’Interno Matteo Salvini. Sono d’altronde recenti le polemiche esplose proprio su questi temi ai vertici politici e militari, con tanto di inediti comunicati vergati dai Comandi in politichese stretto, e di costernazione pur silenziosa del presidente della Repubblica nella sua veste costituzionale anche di capo delle Forze Armate.

            Tutto ciò credo che basti ed avanzi per capire come e perché questa notizia “di coda” sulla contestata parata militare, e connessa festa della Repubblica, o viceversa, possa e debba essere Giornale.jpgconsiderata più importante, e direi persino più inquietante, di quelle dei titoli di testa dei giornali. Che sono stati assegnati al giallo della lettera del ministro dell’Economia alla Commissione Europea Tempo.jpgdi Bruxelles per rispondere alle osservazioni e richieste di chiarimento sulla consistenza del debito pubblico, o alle perduranti sofferenze nel partito maggiormente rappresentato in Parlamento anche dopo la scoppola elettorale di domenica scorsa, o ai moniti di turno levatesi dal governatore della Banca d’Italia sui rischi di maggiore, e non minore, povertà derivanti da una versione italiana della Brexit.  

 

 

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Luigi Di Maio tra i fantasmi dei democristiani Giulio Andreotti e Amintore Fanfani

Paolo Delgado non ha torto a vedere un po’ l’ombra di Giulio Andreotti nello scrupolo col quale Luigi Di Maio ha avvertito come prima esigenza, dopo la dura sconfitta elettorale subita domenica scorsa nel rinnovo del Parlamento europeo, quella di tutelare il governo a prevalente partecipazione grillina dai rischi di rovinosi contraccolpi. Che potrebbero fare precipitare la situazione in elezioni anticipate destinate probabilmente a riservare al movimento delle 5 stelle altre, e forse anche più amare sorprese.

La buonanima di Andreotti, in effetti, convinto che il potere logorasse più l’opposizione che il governo, era di quest’ultimo un difensore accanito, specie quando gli toccava di farne parte andreotti.jpge ancor più di guidarlo. E’ rimasta famosa la reazione opposta agli inizi degli anni Novanta a Ciriaco De Mita, che da presidente del partito, con Arnaldo Forlani segretario, lamentava che il governo guidato in quel momento proprio da Andreotti fosse tanto claudicante da meritarsi una crisi. “Meglio tirare a campare che tirare le cuoia”, gli rispose il presidente del Consiglio da Palazzo Chigi.

D’altronde, prima ancora di vederlo in difficoltà elettorale, quando anzi era sulla cresta dell’onda, il direttore del Corriere della Sera Luciano Fontana intravvide in Luigi Di Maio una certa somiglianza con Giulio Andreotti in un saggio che l’anno scorso sorprese e persino scandalizzò qualche recensore.

Tuttavia nel Di Maio rappresentato dal pur estimatore Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano come “un pugile suonato” dopo le elezioni di domenica, ma confermato alla guida del suo partito con l’80 per cento dei voti di chi ha partecipato al referendum digitale gestito dalla piattaforma di Davide Casaleggio, c’è qualcosa che mi fa tornare alla mente un ben altro personaggio della Dc: Amintore Fanfani. Penso, più in particolare, al Fanfani reduce, come Forattini.jpgsegretario del partito, dalla clamorosa sconfitta referendaria sul divorzio nel 1974. Che sfatò la leggenda di una Dc invincibile con quel quasi 60 per cento di no all’abrogazione della legge sul divorzio e il 40 per cento dei sì, tradotto da Giorgio Forattini su Paese sera in un tappo che ne avrebbe fatto le fortune di vignettista. Il tappo era proprio Fanfani, in uscita come un missile da una bottiglia di champagne in mano ai divorzisti in festa.

Tornato alla segreteria della Dc non più tardi dell’anno prima, allontanandone addirittura il delfino Arnaldo Forlani, cui forse ancora rimproverava di non averlo saputo mandare al Quirinale alla fine del 1971, in una lunga, convulsa corsa vinta invece anche su Aldo Moro da Giovanni Leone, il povero Fanfani sembrò destinato ad una rovinosa e immediata resa dei conti nello scudo crociato.

Ricordo ancora la convinzione di Indro Montanelli -col suo Giornale appena uscito nelle edicole grazie anche all’aiuto di Fanfani, insofferente di un Corriere della Sera secondo lui troppo a sinistra-  che il segretario della Dc non potesse farcela a resistere. “Fanfani conta amici e nemici”, titolò personalmente Montanelli sulla prima pagina del primo numero del Giornale il mio articolo sulla vigilia del Consiglio Nazionale dello scudo crociato che avrebbe discusso della situazione politica dopo la sconfitta referendaria.

Presente anche Gianfranco Piazzesi, che borbottava previsioni pessimistiche in un toscano competitivo con quello del nostro direttore, Montanelli era quasi pentito, in una conversazione al ristorante poco distante dalla redazione romana, di avere definito a suo tempo “Rieccolo” il già una volta ex segretario della Dc. “Questa volta -disse masticando qualche fagiolo- temo che non ce la potrà fare a riprendersi. Ma -avvertì- sia chiaro che noi non lo lasceremo solo”. E invece Fanfani riuscì a rimanere al suo posto, sorprendendo anche Montanelli.

Ma, più che Fanfani, paradossalmente, come potrebbe rischiare adesso Di Maio, vinsero con quel risultato i suoi avversari, dichiarati o occultati dietro frasi convenevoli di apprezzamento. I quali, prevedendoandreotti e fanfani.jpg la spinta che la sinistra esterna al partito avrebbe finito per ricevere non tanto dalla vittoria referendaria dei divorzisti quanto dalla sua dimensione, vollero perfidamente che Fanfani restasse dov’era per potergli intestare anche i risultati delle elezioni regionali dell’anno successivo.

Si votò per i consigli regionali il 15 e 16 giugno del 1975. La Dc, che nelle elezioni politiche anticipate del 7 e 8 maggio 1972 aveva avuto il 38,6 per cento dei voti, scese al 35,2: pochi punti, tutto sommato, ma tantissimi rispetto ad un Pci salito dal 27 al 33,4, collocandosi quindi a meno di due punti di distanza dallo scudo crociato.

Ricordo ancora la sera dei risultati di quelle elezioni, quando un gruppo di festanti reduci da un comizio improvvisato da Enrico Berlinguer sul balcone della sede del Pci della vicina via delle Botteghe Oscure, si avventurarono in Piazza di Pietra, dove si trovava la redazione romana del Giornale, e citofonarono per gridare la loro soddisfazione e sbeffeggiarci.

Il mese dopo Fanfani non era più segretario della Dc, sostituito dal medico moroteo Benigno Zaccagnini, a sua volta destinato ad essere confermato dal successivo congresso e chiamato alla disperata avventura di evitare nelle elezioni politiche anticipate del 1976 il sorpasso comunista sullo scudo crociato cavalcando il tema del rinnovamento. Che non sarebbe certamente bastato a garantirgli il risultato se il buon “Zac” non avesse ricevuto nella campagna elettorale e nelle urne l’aiuto indovinate di chi? Di Montanelli in persona. Che, anche a costo di mettere in imbarazzo l’amico Giulio Andreotti, il quale se ne lamentò con lui in un colloquio privato, coniò la formula della Dc da votare “col naso turato”, pur di evitare che venisse sorpassata, appunto, dal Pci berlingueriano.

Quel soccorso alla Dc, sia pure a naso turato, creò scompiglio anche nel Giornale, dove Enzo Bettiza e Cesare Zappulli si candidarono al Parlamento, venendo comunque eletti entrambi, nelle liste di un’improvvisata alleanza laica.

Dalle urne del 20 e 21 giugno 1976, cui sarebbe seguita una breve e drammatica legislatura, contrassegnata dal sequestro e dall’uccisione di Aldo Moro e dalla consumazione della stagione della cosiddetta “solidarietà nazionale”, la Dc uscì col 38,7 per cento dei voti: tre punti e mezzo in più delle regionali dell’anno prima. Guadagnò un punto anche il Pci, che però col 34,3 per cento risultò distanziato dalla Dc di 4 punti e rotti: il doppio di un anno prima.

A fare le spese del mancato sorpasso comunista, o del recupero democristiano, come preferite, furono i partitini laici tradizionalmente alleati dello scudo crociato, senza la cui forza peraltro la Dc dovette poi fare accordi con i comunisti per guadagnarne l’appoggio a due governi monocolori guidati da Andreotti. I liberali si ridussero all’1,3 per cento dei voti, i repubblicani al 3 per cento e i socialdemocratici al 3.3.  I loro leader non ringraziarono certamente Montanelli.

Ma questa storia naturalmente Vauro.jpgnon ha più addentellati possibili con quella attuale dei grillini, la cui “centralità” di memoria quasi democristiana nello schieramento politico, col 32 per cento raccolto nelle urne dell’anno scorso, sembra avere ballato una sola estate, essendo sopraggiunto il 17 per cento di domenica scorsa.

 

 

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Luigi Di Maio “imbalsamato” per intestargli anche altre sconfitte

            La conferma digitale di Luigi Di Maio alla guida di quello che, per quanto ridotto nelle urne di domenica scorsa al 17 per cento dei voti, resta nel Parlamento nazionale, col 32 per cento conquistato l’anno scorso, il primo movimento o partito italiano, è purtroppo diventata sulle prima pagine dei giornali una notizia minore.

            Ciò è avvenuto per l’esito scontato di un “plebiscito” cui era stato ridotto per le solite modalità adottate dal proprietario della piattaforma e per la reinvestitura fornita da Beppe Grillo: il “garante”, l’”elevato”, il Migliore”, al maiuscolo come si scriveva in adorazione di Palmiro Togliatti nel Pci. Hanno inoltre contribuito al declassamento della notizia il falso caso della uscita dal governo del leghista Edoardo Rixi, francamente e politicamente inevitabile dopo la condanna per peculato e falso, sia pure in primo grado, e i clamorosi sviluppi dell’inchiesta giudiziaria su quello che si profila come il mercato non solo correntizio delle nomine nei tribunali affidate alla competenza del Consiglio Superiore della Magistratura.

             E’ stato quanto meno curioso il pur ridotto ma trionfalistico annuncio sul Fatto Quotidiano dell’80 perIlFatto.jpg cento dei voti raccolti da Di Maio, liquidato non più tardi del giorno prima sullo stesso, insospettabile giornale diretto da Marco Travaglio, e con la penna o il Gazzetta.jpgcomputer del medesimo Travaglio, come “un pugile suonato” dopo “il KO” elettorale di domenica, eppure sottoposto a “un imbarazzante plebiscito con un solo candidato”. Che è stato giustamente tradotto con una vignetta giornalistica sulla Gazzetta del Mezzogiorno in una scelta elettronica fra la conferma del capo del movimento e l’esclusione delle sue dimissioni.

             “Sei milioni di voti persi non si cancellano con qualche migliaio di clic”, aveva scritto alla vigilia del “plebiscito” Travaglio.jpgTravaglio, prima ancora di sapere che i voti sarebbero stati 56 mila, non si sa però, per i misteri della piattaforma intestata all’incolpevole Jean-Jacque Rousseau, morto undici anni prima della Rivoluzione francese del 1789, su quanti avrebbero avuto diritto a partecipare alla consultazione. Pertanto quell’80 per cento applicato come una coccarda sul calzoncino del “pugile suonato” ha un valore alquanto relativo e indefinito.

              In realtà, senza volere mancare di riguardo personale al vice presidente grillino del Consiglio e pluriministro, anche l’immagine impietosa del “pugile suonato” usata dal suo estimatore politico Travaglio, fiducioso che con qualche “segnale chiaro” i pentastellati possano recuperare almeno una parte dei voti rovinosamente perduti domenica; in realtà, dicevo, il povero Luigi Di Maio è stato in qualche modo imbalsamato con quel falso plebiscito.

            Volenti, e persino nolenti, i compagni del giovane capo del movimento lo hanno lasciato al suo posto condannandolo a intestarsi anche la prossima sconfitta. Che coi tempi che corrono, fra conti in rosso e sovrappeso politico di un Matteo Salvini ancora più difficilmente contenibile, soccorso persino dalle sezioni unite della Corte di Cassazione nella sua ultima offensiva popolare contro la droga, mi sembra francamente scontata. E ciò specie se la situazione dovesse precipitare verso elezioni anticipate in autunno per l’impossibilità del presidente del Consiglio di gestire il governo e del presidente della Repubblica di trovare, una volta scoppiata la  crisi, una soluzione diversa dallo scioglimento delle Camere ormai delegittimate -diciamo la verità, al di là delle disquisizioni accademiche di segno contrario- dai risultati delle elezioni europee, piemontesi e amministrative di domenica scorsa. 

 

 

 

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Dieci ore di clic su Di Maio, meno di una per ciascuno dei 15 punti persi nelle urne

            Questa volta Emilio Giannelli ha peccato un po’ di ingenuità, o di esagerazione, come preferite, proponendo sulla prima pagina del Corriere della Sera uno spericolato Luigi Di Maio che si rovescia nel vuoto, tra le nuvole, dal trampolino della piattaforma Rousseau, dopo essere sfuggito ad una votazione vera e stringente  nei gruppi parlamentari delle cinque stelle abbastanza polemici per i 15 punti elettorali su 32 perduti in un anno dal movimento sotto la sua guida.

            Di Maio, al contrario, va sul sicuro. La rete di salvataggio giustamente attribuitagli dal manifesto manifesto.jpgcol titolo di copertina, diciamo così, è stata stesa in persona da Beppe Grillo, dopo 48 ore di preghiera all’ascolto di Radio Maria a suo modo, imprecando contro “l’Italia peggiore” -ha scritto nel suo blog- espressasi nelle urne Grillo.jpgdomenica scorsa a favore di “un personaggio unicamente virtuale” come Matteo Salvini. Che il comico genovese, fondatore, garante e non so cos’altro del movimento presente in Parlamento con i gruppi più numerosi, come se fosse stata migliore l’Italia che glieli aveva mandati il 4 marzo 2018, ha già altre volte liquidato come il frutto di una imperdonabile dimenticanza o imprevidenza della mamma senza pillola.

            Con questo bagaglio di cultura, di acume, di ironia e chissà di cos’altro si sia messo in testa di avere, Grillo ha chiesto al suo popolo di smetterla di piangersi addosso, o di arrabbiarsi, e di confermare Di Maio al posto dove quegli sprovveduti dei parlamentari hanno mostrato di non volerlo più prendendo sul serio il loro mandato.

            Anche Davide Casaleggio naturalmente si è mobilitato per la conferma del “coraggioso” Di Maio, per cui sarebbe troppo clamoroso, e francamente irrealistico, scommettere su Di Maio.jpgsorprese dalle dieci ore di clic disposte per confermare lo sconfitto alla guida del partito: dieci ore di votazioni elettroniche, meno di una per ciascuno dei 15 punti, ripeto, che il vice presidente del Consiglio, ministro dello Sviluppo Economico e del Lavoro ha perso per strada, a livello prima locale e infine nazionale. E ciò, nonostante l’ambizione di limitare le perdite liquidando nell’ultimo tratto della campagna elettorale come “stronzate”, letteralmente, tutte le cose che andava dicendo nelle piazze, interviste e sortite il suo pur alleato Salvini. Che ora lo ripaga con quello che è in qualche modo il bacio della morte, cioè consolandolo delle perdite, attaccando chi lo contesta o ambisce a succedergli prima o poi alla guida del movimento e quindi accreditandolo come gli avversari lo dipingono: il grillino più conveniente per i leghisti.

            Più che sopra un tappeto volante, Grillo e Casaleggio hanno tuttavia  messo o lasciato Di Maio su una graticola, sotto cui arde il fuoco del malcontento interno al partito; della maggiore Rolli.jpgforza acquisita nella maggioranza gialloverde da Salvini;  del caos crescente in Forza Italia, dove Berlusconi potrebbe non riuscire a logorare il leader leghista che in fondo dà fastidio anche a lui, e infine della crisi economica. Che si trascina appresso i problemi dei rapporti con l’Europa, dove i risultati elettorali non sono esattamente quelli che servivano a Salvini per Gazzetta.jpgrimettere in discussione regole e quant’altro. Eppure il suo luogotenente a Palazzo Chigi, il sottosegretario Giancarlo Giorgetti, ha detto che la lettera appena arrivata dalla Commissione uscente di Bruxelles per chiederci spiegazioni urgenti sul debito pubblico, cresciuto più delle previsioni e degli impegni assunti, potrebbe essere l’occasione dell’apertura di “un confronto sulla congruità dei vincoli stabiliti rispetto alla situazione concreta”.

            Questa storia dei conti e delle complicazioni possibili nei rapporti con l’Europa è particolarmente avvertita al Quirinale, dove Sergio Mattarella ha voluto parlare col presidente del Consiglio Giuseppe Conte, reduce da  incontri separati con i suoi due vice, ricevendo Repubblica.jpguna rappresentazione fiduciosa ma non del tutto convincente delle prospettive del governo. Se non l’allarme riferito da Repubblica nel suo vistoso titolo diBreda.jpg prima pagina, quanto meno un senso di forte preoccupazione del capo dello Stato si avverte nella cronaca quirinalizia solitamente affidabile del Corriere della Sera, dove si sono spinti a prospettare un pensierino, diciamo così, di Mattarella per elezioni anticipate a settembre. Sarà quel che lo stesso Mattarella vorrà o potrà fare.

 

 

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Tutti i guai di Luigi Di Maio sotto le cinque stelle e dintorni

            In attesa della resa dei conti fra Matteo Salvini e i grillini, come viene generalmente chiamata la trattativa fra il leader leghista e i suoi soci di maggioranza sull’agenda del governo gialloverde dopo i risultati delle elezioni europee, ma anche piemontesi e amministrative di domenica scorsa, risoltesi in un successo del Carroccio superiore alle previsioni forse dello stesso Salvini, c’è da seguire la resa dei conti sotto le cinque stelle. Che è probabilmentemanifesto.jpg destinata a non esaurirsi nell’assemblea congiunta dei gruppi parlamentari già annunciata e rinviata perché si è diffusa la voce, se non la notizia, della tentazione di Luigi Di Maio di sottoporre la sua pericolante leadership a un referendum, gestito naturalmente dalla piattaforma Rousseau. O, come dicono più concretamente altri, da Davide Casaleggio, magari nella versione della “Casaleggio dissociati” beffeggiata sulla prima pagina del solito, irriverente manifesto.

            Di Maio, ripreso impietosamente dai fotografi alquanto preoccupato dopo una conferenza stampa in cui i microfoni erano stati decisamente più numerosi degli argomenti a sua disposizione per difendersi non tanto dalle domande dei giornalisti presenti ma dagli attacchi che cominciavano a piovergli addosso dall’interno del movimento, rischia di pagare tutti in una volta gli errori commessi nell’anno e poco più di governo. In testa ai quali c’è, francamente, una sopravvalutazione delle proprie capacità fisiche, oltre che politiche, di recitare tante parti in commedia: capo del partito, o comunque voglia chiamarsi quello che ha diretto;  semicapo o vice capo del governo, con l’abitudine però di parlare in prima persona sovrapponendosi all’omologo leghista Salvini e al presidente del Consiglio Giuseppe Conte; capo dell’importante Ministero dello Sviluppo Economico, dati permettendo sulle condizioni e prospettive economiche, appunto, del Paese; capo del non meno importante Ministero del Lavoro, specie in un momento come questo, in cui esso manca e andrebbe creato più concretamente di quanto si possa fare con le parole, specie quando queste alimentano non la fiducia ma la diffidenza dei mercati e, più in particolare, degli investitori.

            La presunzione di poter fare bene tutte queste cose insieme è stata tale che viene francamente il sospetto che lo abbiano deliberatamente mandato al massacro quelli che glielo hanno voluto permettere, riparando le proprie responsabilità dietro cariche e funzioni di cosiddetta garanzia o patronaggio. Ora i nodi sono venuti al pettine anche per loro, che fingono, almeno per il momento, di stare alla finestra, magari pensando, o illudendosi, di poter continuare dietro le quinte a tenere i fili, anche della rivolta.

            Eppure solo qualche giorno prima delle elezioni, nell’anticamera di uno dei tanti salotti o arene televisive cui ha partecipato baldanzosamente, nonostante l’ età e le  condizioni di convalescente dopo un intervento chirurgico di non poco conto, un uomo esperto del ramo, diciamo così, come Silvio Berlusconi incrociando il giovane Di Maio si è complimentato per le sue forti doti di “comunicatore”. Mancava poco che non gli dicesse, come gli capitò qualche anno fa con una giovane parlamentare del proprio partito in un ristorante mettendola a confronto con la moglie, che l’avrebbe assunto se non fosse già impegnato con altri comunicatori in Forza Italia.

            Le cronache hanno riferito di un Di Maio tanto sorpreso dal complimento di Berlusconi, da lui peraltro trattato abitualmente come il peggiore prodotto politico del Paese, cui non rispondere neppure al telefono, da non avere saputo trovare neppure una battuta per ringraziarlo, o schermirsi. E di essersene poi rammaricato, consolato però dalla fidanzata che gli stava accanto ed aveva avvertito forse il rischio di una trappola o autorete, se la battuta non fosse stata indovinata.

            A dispetto del giudizio, ripeto, di un professionista della comunicazione come il Cavaliere, a meno di un suo perfido sfottò, Luigi Di Maio ha chiaramente sbagliato campagna elettorale, visti i risultati, e se non vuole ammettere di avere sbagliato, ancora più a monte, le scelte di governo e di partito.Gazzetta.jpg Ed ora anche lui, così giovane, è chiamato a contare gli emuli di Bruto coi loro pugnali.  Spero che non si monti la testa e non si paragoni a Cesare, distraendosi da quello schiacciasassi di Salvini che intanto procede su di lui, dopo averne subito attacchi, allusioni, derisioni, minacce e quant’altro.

 

 

 

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Lo sgambetto di Berlusconi indebolisce Salvini nelle trattative con i grillini

Scusatemi la franchezza, l’impertinenza, la supponenza o qualsiasi cosa vi possa apparire, con la quale non riesco a riconoscermi in molte delle analisi dei risultati delle tanto attese votazioni italiane per l’elezione del Parlamento europeo, e dei loro possibili riflessi sul governo gialloverde. Che fu formato l’anno scorso, dopo l’avvio della diciottesima legislature, in un clima di sostanziale emergenza, in qualche modo paragonabile a quella del 1976, quando il rinnovo anticipato delle Camere produsse quelli che Aldo Moro chiamò “due vincitori”: la sua Dc e il Pci di Enrico Berlinguer, sprovvisti entrambi dei numeri parlamentari per fare l’uno a meno dell’altro, per quanto si fossero presentati alternativi agli elettori.

Nacque allora il governo monocolore democristiano di Giulio Andreotti sostenuto prima dall’astensione e poi dal voto di fiducia del Pci all’insegna della “solidarietà nazionale”. L’anno scorso invece nacque un governo di grillini, senza i numeri per fare da soli, e di leghisti, autorizzati all’esperimento dall’alleato nelle urne Silvio Berlusconi per evitare un turno inedito di elezioni anticipate d’estate. Esso era temuto dal Cavaliere non solo e non tanto per gli abituali elettori di centrodestra in vacanza, e perciò destinati a disertare le urne, quanto per il rischio che il sorpasso della Lega su Forza Italia si ripetesse in dimensioni maggiori, e la leadership conquistatasi in quel versante da Matteo Salvini diventasse più forte, non occasionale come il Cavaliere sperava.

Ma Salvini, anziché logorarsi nella improvvisata e anomala coalizione da contratto con i grillini, come forse anche Berlusconi in cuor suo aveva motivo di ritenere, ha continuato a crescere in tutte le elezioni parziali o locali succedutesi a quelle politiche dell’anno scorso. Ciò deve avere spazientito, allarmato e quant’altro il Cavaliere. Che, lungi dall’essere quel dilettante che gli avversari hanno dipinto per anni, e lui stesso perfidamente lascia credere esondando nelle sue performance televisive contro le regole della continenza oppostegli dai conduttori con un misto di rassegnazione e di riguardo, ha impresso nelle ultime battute alla campagna elettorale per le europee una svolta sfuggita incredibilmente a fior di analisti.

In particolare, Berlusconi ha rimesso in discussione, proprio mentre i rapporti fra Salvini e Di Maio nel governo e nella maggioranza peggioravano a vista d’occhio, la leadership leghista del centrodestra prospettando esplicitamente una candidatura a Palazzo Chigi del fidato e fedele Antonio Tajani. Della cui elezione alla presidenza del Parlamento Europeo nel 2017, pur essendo avvenuta grazie ad una maggioranza di centrodestra, con i conservatori al posto dei socialisti accanto ai popolari della cancelliera tedesca Angela Merkel, l’allora eurodeputato Salvini non fu proprio entusiasta. E un po’ di acredine politica fra i due è rimasta.

Ora che Salvini -uscito sicuramente vincente dalle elezioni europee, nonostante i tentativi grillini di fermarne l’avanzata sollevando contro il suo partito la vecchia questione morale sullo sfondo delle solite inchieste giudiziarie-  si è proposto di investire il suo successo per cercare più di rivitalizzare che di far cadere il governo, si è creata una situazione a dir poco paradossale.

A ridurre la capacità negoziale del vice presidente leghista del Consiglio e ministro dell’Interno può essere più della resistenza oggettivamente sfibrata di un movimento delle 5 stelle sorpassato dal Pd di Nicola Zingaretti, il timore del leader del Carroccio di mettere nel conto di una rottura con Di Maio il ritorno in un centrodestra di cui dovrebbe riguadagnarsi -chissà a che prezzo- la leadership, nonostante il 34 per cento e più di voti, contro meno del 9 di Forza Italia. E’ un po’ come quando la Dc -deve essersi detto qualche amico di “capitan” Salvini- con molto più del 30 per cento dei voti doveva fare buon viso al cattivo o scomodo gioco di un Giovanni Spadolini o di un Bettino Craxi a Palazzo Chigi.  Curioso, vero?

A questo scenario è stato opposto il 40 per cento di cui ormai Salvini disporrebbe con la sorella dei Fratelli d’Italia Giorgia Meloni, e che gli restituirebbe nel negoziato con i grillini la forza paradossalmente strerilizzatagli da Berlusconi. Ma la legge elettorale per il rinnovo delle Camere non è la stessa per il rinnovo del Parlamento europeo. Quel 40 per cento  dovrebbe fare i conti con i collegi uninominali  della Camera e del Senato, i negoziati conseguenti nella coalizione, le soglie  e altre cose che rendono aleatorie persino le tavole pitagoriche. Vi sembrerà incredibile, ma è così. Nessuno d’altronde si occupa più del pasticcio della legge elettorale prodotta in Italia dalle forbici della Corte Costituzionale e dai rammendi  parlamentari.

 

 

Pubblicato su Il Dubbio

La Lega spiazzata dagli avversari che ne cantano la vittoria elettorale

            Ripetuto anche a livello locale -dal Piemonte, dove ha fatto conquistare la regione al centrodestra, a Lampedusa, dalla fascia ormai ex rossa dell’Emilia-Romagna, dove è diventato il primo partito come nel resto del Nord, a Capalbio, la ex Atene della sinistra scic, e via saltando da Capalbio.jpgun punto all’altro dell’Italia- il successo elettorale della Lega sembra avere dato la testa più ai giornali che l’avevano più o meno duramente avversata nella campagna elettorale che al suo leader Matteo Salvini. Di cui titoli e vignette -a cominciare da quella di Emilio Giannelli sul Corriere della Sera, che lo rappresenta come Superman che svetta mentre Luigi Di Maio precipita- danno l’immagine del padrone ormai di tutto: dall’”agenda” MESSAGGERO.jpgdel governo alle chiavi di casa nostra, non bastandogli più le coste così a lungo difese dall’assalto dei migranti, i nuovi pirati, e dalle “interferenze” dei magistrati ancora convinti, secondo il capo leghista, di poter fare politica con le loro ordinanze e sentenze senza farsi prima eleggere dai cittadini.

            Vi è qualcosa di obiettivamente esagerato in questa rappresentazione dei risultati elettorali di domenica: sia nel successo innegabile, per carità, di Salvini, sia nell’insuccesso, anch’esso innegabile, dei grillini, scavalcati nelle loro sedute o riunioni di analisi dal Fatto Quotidiano con quel titolo di prima pagina Il Fatto.jpgche li spinge all’opposizione: cioè al suicidio, più rapido di quella lunga morte scelta l’anno scorso alleandosi per il governo con i leghisti, anziché spingere -si deve presumere, stando al ragionamento di Marco Travaglio- per le elezioni anticipate. Con le quali essi avrebbero potuto tentare di passare dal 32 al 40 per cento, anziché precipitare al 17, com’è avvenuto dopo poco più di un anno di inebriante potere, alla media non so di quante nomine al giorno e di quanti annunci di conquiste di casematte e cose del genere.

            Lo spettacolo dell’informazione politica è sempre o generalmente desolante nei passaggi cruciali del nostro Paese, come si vide già ai tempi di “Mani pulite” e di tutto ciò che ne conseguì:  sempreGazzetta.jpg o generalmente sopra le righe, per moltiplicare sia il successo del vincitore sia l’insuccesso dello sconfitto di turno. E non è solo questione di volere saltare sul classico carro del trionfatore, ma anche di masochismo.

            I grillini e i loro sostenitori residui, verrebbe voglia di dire, continuano a sottovalutare il soccorso che può venire loro dagli ostacoli procurati nel centrodestra da Silvio Berlusconi in persona a Salvini contestandogli la leadership di quel campo, a vantaggio per ora dell’ormai ex presidente del Parlamento Europeo Antonio Tajani, forse in attesa che diventi ex anche il presidente della Banca Centrale Europea Mario Draghi. Che d’altronde è stato già indicato dal Cavaliere nella campagna elettorale come una preziosa riserva della Repubblica  fra le proteste di Giorgia Meloni, probabilmente cresciuta di voti proprio per quelle sue reazioni.

            Salvini potrà anche avere già dato “i 30 giorni a Di Maio”, e a Giuseppe Conte, annunciati in primaRepubblica.jpg pagina da Repubblica;  può avere anche incassato “un voto della Madonna”, sparato Il Foglio.jpgin rosso sulla prima pagina dal Foglio che lo soprannomina “il Truce” con quella sinistra rima col Duce; può anche fare da ministro ormai dell’Intero, rolli.jpganziché dell’Interno, un mazzo così a chi gli capita a tiro;  può anche divertirsi a leggere persino sul Giornale della famiglia di Berlusconi il sorpasso eseguito sul CavaliereIl Giornale.jpg anche nei voti di preferenza nella scalata al seggio di Strasburgo, cui peraltro dovrà rinunciare per una incompatibilità che curiosamente non scatta nel momento della candidatura, con quanto poco rispetto per gli elettori è evidente; ma quando verrà l’ora di decidere davvero sulle sorti del governo gialloverde, cioè ogni volta che i grillini dovessero davvero resistergli come un “argine”, ribadito da Di Maio e dallo stesso Salvini liquidato come un’espressione “emotiva”, il leader leghista si chiederà che cosa davvero lo aspetti ad Arcore e dintorni. E forse si guarderà bene dall’avvicinarvisi.

 

 

 

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Anche il santino scalfariano di Berlinguer “liberale” può avere aiutato il Pd nelle urne

C’è voluta una settimana, ma alla fine con l’autorevolezza della sua lunga cultura e militanza marxista Rossana Rossanda ha contestato sabato scorso sul manifesto, rigorosamente al minuscolo nella elegante grafica della testata orgogliosamente comunista, il santino “liberale” di Enrico Berlinguer composto da Eugenio Scalfaro su Repubblica nell’ultima domenica della campagna elettorale, il 19 maggio.

“Mi permetto di osservare -ha scritto Rossanda parlando del segretario del Pci morto ne1984- che egli non avrebbe accettato la definizione di “liberale” che ne dà Scalfari”, spintosi ad associarlo ai fratelli Rosselli di Giustizia e Libertà, a Francesco De Sanctis, Benedetto Croce e Ugo La Malfa.

La parola “liberale”, secondo la Rossanda, “ha un significato molto preciso nel secolo scorso e non è così che Berlinguer si sarebbe definito”, essendo consistita la sua “diversità” nella condizione di “comunista di un tipo particolare”.

Al massimo, sempre secondo la Rossanda, che avanza il benevolo sospetto che Scalfari potesse  alludervi nel suo “ricordo molto amichevole” e liberale, appunto, dello scomparso leader comunista, Berlinguer coltivò “la speranza di poter modificare in modo non oppressivo le regole della vita interna del partito”.

Ma se questa fu davvero la speranza di Berlinguer, “non gli fu possibile” realizzarla “per l’avversione della maggior parte del partito”, ha ricordato la Rossanda senza bisogno di rifare esplicitamente, perché notissima, la storia della “radiazione” dal Pci, nell’autunno del 1969, dei dissidenti proprio del gruppo costituitosi attorno all’allora mensile manifesto: lei in testa con Aldo Natoli, Luigi Pintor, Lucio Magri. Cui si unirono poi Luciana Castellina, Valentino Parlato e a altri.

Le 50 mila copie vendute dal primo numero della rivista furono per i dirigenti del Pci, e le loro abitudini, una provocazione intollerabile. Occorreva che i dissidenti, polemici sui rapporti rossanda.jpginterni e su quelli con l’Unione Sovietica e gli altri paesi dell’est, specie dopo le tragedie, fra l’altro, dell’Ungheria e della Cecoslovacchia, abiurassero da soli dando quella che proprio Berlinguer definì con loro “una prova di fedeltà”. Mancata la quale, il malandato segretario del partito Luigi Longo, cui lo stesso Berlinguer era stato affiancato per succedergli nel 1972, avviò la procedura della radiazione. Che fu completata dal Comitato Centrale, su relazione di Alessandro Natta, con i voti contrari dei soli Cesare Luparini, Lucio Lombardo Radice e Fabio Mussi. Neppure, o soprattutto, come preferite, Pietro Ingrao volle sostenere i dissidenti, pentendosene anni dopo ma sentendosi allora “tradito” addirittura da loro.

Iscritto d’ufficio Berlinguer ai liberali per poterlo evocare a ridosso delle elezioni europee del 26 maggio come “padre o nonno” del Pd, Scalfari può tuttavia vantarsi di avere in qualche modo contribuito a procurargli nelle urne una parte dei guadagni vissuti giustamente dal segretario Nicola Zingaretti come una ripresa importante, dopo la debacle renziana dell’anno scorso.

 

 

 

Pubblicato su  Il Dubbio

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