Anche il santino scalfariano di Berlinguer “liberale” può avere aiutato il Pd nelle urne

C’è voluta una settimana, ma alla fine con l’autorevolezza della sua lunga cultura e militanza marxista Rossana Rossanda ha contestato sabato scorso sul manifesto, rigorosamente al minuscolo nella elegante grafica della testata orgogliosamente comunista, il santino “liberale” di Enrico Berlinguer composto da Eugenio Scalfaro su Repubblica nell’ultima domenica della campagna elettorale, il 19 maggio.

“Mi permetto di osservare -ha scritto Rossanda parlando del segretario del Pci morto ne1984- che egli non avrebbe accettato la definizione di “liberale” che ne dà Scalfari”, spintosi ad associarlo ai fratelli Rosselli di Giustizia e Libertà, a Francesco De Sanctis, Benedetto Croce e Ugo La Malfa.

La parola “liberale”, secondo la Rossanda, “ha un significato molto preciso nel secolo scorso e non è così che Berlinguer si sarebbe definito”, essendo consistita la sua “diversità” nella condizione di “comunista di un tipo particolare”.

Al massimo, sempre secondo la Rossanda, che avanza il benevolo sospetto che Scalfari potesse  alludervi nel suo “ricordo molto amichevole” e liberale, appunto, dello scomparso leader comunista, Berlinguer coltivò “la speranza di poter modificare in modo non oppressivo le regole della vita interna del partito”.

Ma se questa fu davvero la speranza di Berlinguer, “non gli fu possibile” realizzarla “per l’avversione della maggior parte del partito”, ha ricordato la Rossanda senza bisogno di rifare esplicitamente, perché notissima, la storia della “radiazione” dal Pci, nell’autunno del 1969, dei dissidenti proprio del gruppo costituitosi attorno all’allora mensile manifesto: lei in testa con Aldo Natoli, Luigi Pintor, Lucio Magri. Cui si unirono poi Luciana Castellina, Valentino Parlato e a altri.

Le 50 mila copie vendute dal primo numero della rivista furono per i dirigenti del Pci, e le loro abitudini, una provocazione intollerabile. Occorreva che i dissidenti, polemici sui rapporti rossanda.jpginterni e su quelli con l’Unione Sovietica e gli altri paesi dell’est, specie dopo le tragedie, fra l’altro, dell’Ungheria e della Cecoslovacchia, abiurassero da soli dando quella che proprio Berlinguer definì con loro “una prova di fedeltà”. Mancata la quale, il malandato segretario del partito Luigi Longo, cui lo stesso Berlinguer era stato affiancato per succedergli nel 1972, avviò la procedura della radiazione. Che fu completata dal Comitato Centrale, su relazione di Alessandro Natta, con i voti contrari dei soli Cesare Luparini, Lucio Lombardo Radice e Fabio Mussi. Neppure, o soprattutto, come preferite, Pietro Ingrao volle sostenere i dissidenti, pentendosene anni dopo ma sentendosi allora “tradito” addirittura da loro.

Iscritto d’ufficio Berlinguer ai liberali per poterlo evocare a ridosso delle elezioni europee del 26 maggio come “padre o nonno” del Pd, Scalfari può tuttavia vantarsi di avere in qualche modo contribuito a procurargli nelle urne una parte dei guadagni vissuti giustamente dal segretario Nicola Zingaretti come una ripresa importante, dopo la debacle renziana dell’anno scorso.

 

 

 

Pubblicato su  Il Dubbio

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