E’ fastidioso giudicarsi fra di noi, ma mi chiedo lo stesso perché mai il Corriere della Sera abbia ritenuto di prendere sabato scorso le distanze con la formula epistolare del “Caro direttore”, pur nella onorevole pagina dei commenti, da un articolo di Giuseppe Ayala sulla crisi gravissima esplosa nel Consiglio Superiore della Magistratura. Dove alla fine sono venuti al pettine tutti i nodi avvertiti sulla propria pelle da Giovanni Falcone e da lui stesso denunciati in un discorso pronunciato a Milano il 5 novembre 1988: un anno apertosi il 18 gennaio con la sua bocciatura alla guida dell’Ufficio dei giudici istruttori al tribunale di Palermo. Seguì, fra l’altro, lo smantellamento dello storico pool antimafia costituito da Antonino Caponnetto.
Del Consiglio Superiore della Magistratura e di Falcone, che ne fu in qualche modo vittima ben prima di essere assassinato dalla mafia a Capaci con la moglie e la scorta il 23 maggio del 1992, il 74.enne Giuseppe Ayala ha scritto e può tornare a scrivere a ragion veduta per essere stato magistrato di lungo corso, interrotto per 14 anni dall’impegno politico di deputato, di senatore e -per 4 anni- anche di sottosegretario alla Giustizia.
Di Falcone, e di Paolo Borsellino, trucidato
dalla mafia pure lui nel 1992, Ayala fu grandissimo amico, e non solo collega, condividendone le fatiche nel primo maxi-processo alla mafia nel ruolo di pubblico ministero. In pensione da 7 anni e mezzo, egli è ora vice presidente della Fondazione Falcone, non certo a caso.
Anche da pensionato, con la passione della toga che gli è rimasta intatta dentro, e forse anche cresciuta dopo le delusioni forse provate da politico, Ayala continua naturalmente a interessarsi delle vicende della Giustizia, e a discuterne in pubblico quando gli capita, come accadde due anni fa in una trasmissione radiofonica con l’allora consigliere superiore della Magistratura Luca Palamara, già presidente del sindacato delle toghe e oggi inquisito a Perugia proprio per la vicenda delle nomine che ha investito il Consiglio in carica nel Palazzo dei Marescialli. Di quel confronto con Palamara, che gli offrì l’occasione di ripetere le critiche anticipate già nel 1988 da Falcone ai colleghi e all’organo di autogoverno della Magistratura, Ayala ha voluto ricordare nell’articolo sul Corriere della Sera l’invito ricevuto a “smetterla di fare il qualunquista”.
Ma veniamo a Falcone e ai suoi rapporti col Csm evocati da Ayala. Che ha selezionato, per segnalarne la preveggenza ai lettori, questo passaggio del discorso del 5 novembre 1988 a Milano: “Le correnti dell’Associazione Nazionale dei Magistrati, anche se per fortuna non tutte in egual misura, si sono trasformate in macchine elettorali per il Consiglio Superiore. E quella occupazione delle istituzioni da parte dei partiti politici, che è alla base della questione morale, si è puntualmente presentata nell’organo di autogoverno della Magistratura con pesantezza sconosciuta anche in sede politica”.
Rispetto alla situazione stigmatizzata 31 anni fa da Falcone, e 27 anni dopo la morte di quel valoroso magistrato costretto infine a preferire Roma e il Ministero della Giustizia al tribunale della sua Palermo, la situazione si può considerare solo peggiorata. Sul Csm, come già accadde per
la Dc con quei severissimi moniti rivolti da Aldo Moro prima di essere ucciso dalle brigate rosse, è in qualche modo caduta come una “maledizione” la spietata analisi di Falcone. Che fu peraltro costretto il 15 dicembre 1991 a subire anche un mezzo processo nel Palazzo dei Marescialli, risparmiatoci nei ricordi di Ayala, per le insinuazioni di Leoluca Orlando contro una sua presunta eccessiva prudenza o copertura, addirittura, dei presunti livelli politici della mafia.
E’ caduto vittima del tempo e dei costumi anche quell’inciso generoso di Falcone su “non tutte le correnti per fortuna in egual misura” responsabili della deriva politicizzata e castale dell’ordine giudiziario.
Già deplorevole di suo, e condotto sul doppio binario delle riunioni negli alberghi con politici e ospiti di ogni tipo e di quelle delle commissioni e del plenum del Consiglio Superiore nel Palazzo dei Marescialli, il mercato correntizio delle carriere si aggiunge ad una organizzazione degli uffici giudiziari che lascio descrivere ad una fonte insospettabile come quella del Fatto Quotidiano, non certo prevenuta contro le toghe.
Ha appena scritto, domenica sul giornale diretto da Marco Travaglio, il buon Giorgio Meletti: “L’opacità, spacciata per serietà, è l’arma letale di un potere malato. Consente ai pubblici ministeri di parlare solo con i giornalisti amici e, per questa via, di decidere a loro capriccio a quali indagini dare risonanza e quali lasciare sconosciute, quali reputazioni distruggere e quali proteggere”.
In questa situazione ha del temerario pretendere fiducia nella magistratura all’annuncio di ogni inchiesta o avviso d garanzia, e dell’eroico accordarla.
Pubblicato su Il Dubbio
immessa nelle sue gomme dal presidente della Repubblica in persona, Sergio Mattarella, disposto a concedere al professore, avvocato e quant’altro persino le elezioni anticipate nel caso in cui gli venisse la tentazione di rompere con i due vice assedianti e aprire una crisi di governo. Dalla quale però Salvini, non proprio nelle grazie del capo dello Stato, con tutte le allusioni critiche che gli rivolge in giro per le stanze del Quirinale e per le piazze e le strade d’Italia, avrebbe tutto da guadagnare e Di Maio tutto, ma proprio tutto da perdere.
pellicole che hanno allietato milioni di spettatori, al di qua e al di là dei confini, peraltro tornati di moda col sovranismo di Matteo Salvini. Che Eugenio Scalfari ha appena scudisciato nell’omelia domenicale su Repubblica
come “un dittatore nazionale” in erba e “un razzista con una piumetta di cattolicesimo”, per niente gradita al decano del giornalismo italiano, estimatore dichiarato e difensore laico di Papa Francesco. Di inedito, nella facilità del passaggio dal dramma alla commedia, c’è solo il contributo che si sono dimostrate di dare in questo campo le diramazioni del Viminale al comando proprio di Salvini.
persona. Che nella sua villa a Bibbona, non so se più sceso o salito ancora dal ruolo di “garante”, “elevato” e quant’altro assegnatosi nel movimento da lui stesso fondato, ha concesso a “Giggino” un pranzo di protezione e di reinvestitura dopo i 15 punti percentuali su 32 perduti nelle elezioni europee di quindici giorni fa, e quelli che stanno per rotolare nei ballottaggi comunali di questa seconda domenica di giugno.
Grillo incoraggiando il vice presidente del Consiglio allegramente a concedere ai leghisti anche un generoso per quanto innominabile rimpasto di governo, come si chiamava questa pratica nella lontana e odiata prima Repubblica. Egli ha consentire anche l’ipotesi di rimozione della sua omonima ministra della Salute, la siciliana Giulia. Che pure lo stesso Grillo aveva appena apprezzato sul suo blog difendendola dai malumori esterni e interni al movimento. Persino sotto le cinque stelle, quindi, si fa presto a passare dal dramma alla commedia, con maggiore professionalità forse che altrove, visto il mestiere di comico del fondatore per niente defilato e distratto del movimento sceso in un anno dal primo al terzo posto della graduatoria elettorale, superato non solo dalla Lega ma anche dal Pd di Nicola Zingaretti.
e i due vice presidenti del Consiglio ancora convinti della loro utilità e praticabilità, accomunati anche dalla sfida allo stesso Tria a trovare qualcosa d’altro per far pagare finalmente dallo Stato i debiti ai suoi creditori, è stata al solito tradotta in un felice titolo di copertina del manifesto: Sotto Bot.
più attrattivo Salvini. Con un titolo in prima pagina dedicatogli dal Giornale di famiglia l’ex presidente del Consiglio ha anticipato la sua soddisfazione per i “fortini rossi” in via di “espugnazione” da parte del centrodestra a trazione leghista nei ballottaggi comunali che stanno concludendo questa primavera elettorale.
personale, sempre secondo le rilevazioni ultime dell’Ipsos di Pagnoncelli per il Corriere della Sera, l’ineffabile Danilo Toninelli, precipitato alla guida delle Infrastrutture dagli iniziali 46 punti, prima della caduta del ponte Morandi a Genova, a 21. Che sono comunque sempre più dei 20 del ministro per i rapporti col Parlamento Riccardo Fico, o della ministra del Mezzogiorno Barbara Lezzi, sempre pentastellati.
tornati non solo a sentirsi o a messaggiarsi -da messaggi- con gli strumenti che il povero Ovidio non poteva neppure immaginare ai suoi tempi, ma anche ad incontrarsi e a ritrovare la voglia di stare insieme, dopo una campagna elettorale che li aveva letteralmente stressati e portati sulla soglia della rottura sotto gli occhi esterrefatti di Giuseppe Conte. Il quale, a dispetto dell’orgoglio ogni tanto ostentato, specie quando ne è incoraggiato con particolare insistenza al Quirinale da Sergio Mattarella, vive la sua insperata avventura di presidente del Consiglio per effetto di quei suoi due vice che, a quanto pare, non possono proprio fare a meno l’uno dell’altro.
che li ha presentati per un po’ come due duellanti con la pistola in mano che aspettano l’ordine di separarsi per spararsi addosso, Di Maio e Salvini sono tornati al murale dell’anno scorso, di
questi tempi, che a pochi passi da Montecitorio, esattamente in Piazza Capranica, li aveva rappresentati in amorosi sensi.
procedura d’infrazione per eccesso di debito che ha tolto a Conte, nel frattempo volato in viaggio ufficiale nel Vietnam, ogni tentazione, se mai gli fosse già venuta in mente in una terra famosa per
esserne stata teatro, di adattarsi alla guerriglia gialloverde. O possono avervi contribuito, ora che ne ha dato notizia il Giornale di famiglia, le due ore trascorse insieme domenica scorsa da Silvio Berlusconi a Roma con Salvini. Che peraltro da ministro dell’Interno dispone di un alloggio di servizio di fronte alla residenza romana del Cavaliere. Due ore d’incontro, ripeto: altro che le telefonate di cui hanno riferito altri quotidiani.
di Di Maio è diventato troppo largo dopo il 26 maggio e quello di Salvini troppo stretto, anche se il leader leghista, scopertosi peraltro padre di 60 milioni di italiani da sfamare, preferisce indossare comode felpe piuttosto che gessati, ma le convenienze li accomunano più di quanto non li dividano. Con quali effetti sul Paese, si vedrà.
dei paesi aderenti, o dei ministri economici dell’area dell’euro, quando se ne occuperanno. Intanto le due parti si scambieranno altre valutazioni e informazioni, con cui il presidente del Consiglio Giuseppe Conte dal lontano Vietnam e il ministro dell’Economia Giovanni Tria da Roma si sono affrettati a sperare di poter fare cambiare idea a Moscovici, declassato benevolmente dall’ex presidente italiano della Commissione di Bruxelles, Romano Prodi, a un professore che si è limitato confezionare “le pagelle” ai conti, peraltro non solo di casa nostra.
si potessero immaginare: con una Commissione uscente, sostanzialmente scaduta con le elezioni europee del 26 maggio, e in vista -non ditemi, per favore, soltanto casuale- dei negoziati politici fra i governi per la nomina della nuova Commissione. Alla quale l’Italia avrà diritto di partecipazione con un commissario di un peso non certo indipendente dalla procedura d’infrazione, o d’infezione, appena messa nel piatto. O no?
di un “complotto” ordito fra Roma, Bruxelles e altre capitali europee: un complotto cui lui si prestò dimettendosi da presidente del Consiglio dopo avere chiesto, peraltro, all’allora capo dello Stato Giorgio Napolitano il piacere e l’onore di apporre la sua pur non indispensabile controfirma al decreto quirinalizio di nomina a senatore a vita di Mario Monti, destinato a prenderne il posto a Palazzo Chigi.
straordinario -con 5 dei 16 consiglieri togati assenti perché dimissionari o autosospesi- dell’organo di autogoverno delle toghe. Cui l’articolo 105 della Costituzione conferisce “le assunzioni, le assegnazioni e i trasferimenti, le promozioni e i provvedimenti disciplinari nei riguardi dei magistrati”.
generalmente ritenuta e definita “la questione morale anche dei magistrati”, dopo tutto ciò che è già emerso giudiziariamente e mediaticamente – a proposito della nomina del nuovo capo della nevralgica Procura della Repubblica di Roma- sui mercanteggiamenti correntizi e d’altro tipo nell’assegnazione degli uffici dove si amministra la giustizia.
ad abusare degli umori e delle notizie che raccoglie sul Colle, ha assicurato che Sergio Mattarella è ben più che “sconcertato e molto contrariato”, come dicono i suoi uffici. Egli è “scandalizzato” di quel che è accaduto apprendendo di riunioni in un albergo romano in cui si preparavano quelle delle commissioni e dello stesso plenum del Consiglio Superiore della Magistratura per assegnare cariche e promozioni.
interrompere i suoi frequenti e
meritati, per carità, bagni di folla per “farsi sentire” sulla questione morale apertasi nella magistratura, dopo tutte le altre questioni morali sollevate o gestite alla stessa magistratura a carico, per esempio, della politica. Ma sarà -ha anticipato Breda- un intervento, quello di Mattarella, “a modo suo, che non somiglierà certo alle ruvidezze di Cossiga verso i magistrati”. I quali arrivarono -lo ricordo bene- a scioperare contro il capo dello Stato. E con quali effetti, quegli scioperi, si è visto proprio con la questione morale avvertita o denunciata proprio sulla prima pagina del Corriere “anche tra i magistrati”, andati via via convincendosi di una loro onnipotenza.
di Torino, e al Giornale della famiglia Berlusconi hanno un po’ bruciato le tappe traducendo
in prima pagina l’attesa conferenza stampa del presidente del Consiglio Giuseppe Conte nell’annuncio dell’apertura di una crisi governo, il percorso verso di essa, se vi si arriverà davvero, non si presenta né breve né facile, e tanto meno scontato.
in trasferta nella sua Palermo, ha definito “ultimatum”, pur senza il requisito essenziale di una scadenza precisa, quello di Conte a Palazzo Chigi è stato un discorso pronunciato come se anche lui stesse a cavallo: al pari del guerriero nella tela di Giovan Battista Pace appesa alle sue spalle nella sala delle Galere, o dei Galeoni, nella sede del Governo, con la maiuscola.
dopo la batosta elettorale del 26 maggio e la fiducia alquanto improvvisata dei militanti confermatagli con un referendum digitale non condiviso da un esponente non certo minore del suo movimento come il presidente della Camera Roberto Fico, e l’altro con la sicurezza, anzi la baldanza assicuratagli dal 37 per cento dei voti raccolto nelle urne doppiando i soci grillini di maggioranza.
fra i due partiti della maggioranza come si era appena vantato, o riproposto. Ma il presidente del Consiglio ha quanto meno dimenticato la sua partecipazione, il 21 ottobre dell’anno scorso, al raduno nazionale dei grillini al Circo Massimo, a Roma. Dove lui salì sul palco, abbracciato poi da Luigi Di Maio, per pronunciare un discorso, integralmente riascoltabile ancora su you tube, non proprio da esterno, diciamo così, del Movimento 5 Stelle: un discorso orgogliosamente e fiduciosamente di parte, all’indomani della “manovra del popolo” varata dal Consiglio dei Ministri nella convinzione di avere risolto il problema della povertà in Italia, come aveva annunciato imprudentemente dal balcone di Palazzo Chigi il suo vice pentastellato mandando in visibilio i militanti in marcia verso i barconi sul Tevere per proseguire i festeggiamenti.