Se le profezie diventano maledizioni: da Moro a Falcone, dalla Dc al Csm

E’ fastidioso giudicarsi fra di noi, ma mi chiedo lo stesso perché mai il Corriere della Sera abbia ritenuto di prendere sabato scorso le distanze con la formula epistolare del “Caro direttore”, pur nella onorevole pagina dei commenti, da un articolo di Giuseppe Ayala sulla crisi gravissima esplosa nel Consiglio Superiore della Magistratura. Dove alla fine sono venuti al pettine tutti i nodi avvertiti sulla propria pelle da Giovanni Falcone e da lui stesso denunciati in un discorso pronunciato a Milano il 5 novembre 1988: un anno apertosi il 18 gennaio con la sua bocciatura alla guida dell’Ufficio dei giudici istruttori al tribunale di Palermo. Seguì, fra l’altro, lo smantellamento dello storico  pool antimafia costituito da Antonino Caponnetto.

Del Consiglio Superiore della Magistratura e di Falcone, che ne fu in qualche modo vittima ben prima di essere assassinato dalla mafia a Capaci con la moglie e la scorta il 23 maggio del 1992, il 74.enne Giuseppe Ayala ha scritto e può tornare a scrivere a ragion veduta per essere stato magistrato di lungo corso, interrotto per 14 anni dall’impegno politico di deputato, di senatore e -per 4 anni- anche di sottosegretario alla Giustizia.

Di Falcone, e di Paolo Borsellino, trucidato Ayala e Borsellino.jpgdalla mafia pure lui nel 1992, Ayala fu grandissimo amico, e non solo collega, condividendone le fatiche nel primo maxi-processo alla mafia nel ruolo di pubblico ministero. In pensione da 7 anni e mezzo, egli è ora vice presidente della Fondazione Falcone, non certo a caso.

Anche da pensionato, con la passione della toga che gli è rimasta intatta dentro, e forse anche cresciuta dopo le delusioni forse provate da politico, Ayala continua naturalmente a interessarsi delle vicende della Giustizia, e a discuterne in pubblico quando gli capita, come accadde due anni fa in una trasmissione radiofonica con l’allora consigliere superiore della Magistratura Luca Palamara, già presidente del sindacato delle toghe e oggi inquisito a Perugia proprio per la vicenda delle nomine che ha investito il Consiglio in carica nel Palazzo dei Marescialli. Di quel confronto con Palamara, che gli offrì l’occasione di ripetere le critiche anticipate già nel 1988 da Falcone ai colleghi e all’organo di autogoverno della Magistratura, Ayala ha voluto ricordare nell’articolo sul Corriere della Sera l’invito ricevuto a “smetterla di fare il qualunquista”.

Ma veniamo a Falcone e ai suoi rapporti col Csm evocati da Ayala. Che ha selezionato, per segnalarne la preveggenza ai lettori, questo passaggio del discorso del 5 novembre 1988 a Milano: “Le correnti dell’Associazione Nazionale dei Magistrati, anche se per fortuna non tutte in egual misura, si sono trasformate in macchine elettorali per il Consiglio Superiore. E quella occupazione delle istituzioni da parte dei partiti politici, che è alla base della questione morale, si è puntualmente presentata nell’organo di autogoverno della Magistratura con pesantezza sconosciuta anche in sede politica”.

Rispetto alla situazione stigmatizzata 31 anni fa da Falcone, e 27 anni dopo la morte di quel valoroso magistrato costretto infine a preferire Roma e il Ministero della Giustizia al tribunale della sua Palermo, la situazione  si può considerare solo peggiorata. Sul Csm, come già accadde per Morojpg.jpgla Dc con quei severissimi moniti rivolti da Aldo Moro prima di essere ucciso dalle brigate rosse,  è in qualche modo caduta come una “maledizione” la spietata analisi di Falcone. Che fu peraltro costretto il 15 dicembre 1991 a subire anche un mezzo processo nel Palazzo dei Marescialli, risparmiatoci nei ricordi di Ayala, per le insinuazioni di Leoluca Orlando contro una sua presunta eccessiva prudenza o copertura, addirittura, dei presunti livelli politici della mafia.

E’ caduto vittima del tempo e dei costumi anche quell’inciso generoso di Falcone su “non tutte le correnti per fortuna in egual misura” responsabili della deriva politicizzata e castale dell’ordine giudiziario.

Già deplorevole di suo, e condotto sul doppio binario delle riunioni negli alberghi con politici e ospiti di ogni tipo e di quelle delle commissioni e del plenum del Consiglio Superiore nel Palazzo dei Marescialli, il mercato correntizio delle carriere si aggiunge ad una organizzazione degli uffici giudiziari che lascio descrivere ad una fonte insospettabile come quella del Fatto Quotidiano, non certo prevenuta contro le toghe.

Ha appena scritto, domenica sul giornale diretto da Marco Travaglio, il buon Giorgio Meletti: “L’opacità, spacciata per serietà, è l’arma letale di un potere malato. Consente ai pubblici ministeri di parlare solo con i giornalisti amici e, per questa via, di decidere a loro capriccio a quali indagini dare risonanza e quali lasciare sconosciute, quali reputazioni distruggere e quali proteggere”.

In questa situazione ha del temerario pretendere fiducia nella magistratura all’annuncio di ogni inchiesta o avviso d garanzia, e dell’eroico accordarla.

 

 

 

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Ballottaggi felici per Salvini, di sollievo per Zingaretti, di ansia per Di Maio

             Con la conquista di Ferrara, strappata alla sinistra dopo una settantina d’anni, quanti ne ha all’incirca la Repubblica, la Lega di Matteo Salvini può forse intestarsi davvero il secondo e decisivo turno delle corpose elezioni amministrative di questo 2019, prezioso scampolo -in qualche modo- delle elezioni europee del 26 maggio. Che sono state già molto generose per il Carroccio, avendone fatto il partito pìù votato in Italia con quel 34 per cento umiliante soprattutto per i momentanei alleati grillini di governo, precipitati di quindici punti in un solo anno di collaborazione con la Lega, appunto.

            Un sospiro di sollievo può ben essere riconosciuto dopo i ballottaggi comunali al Pd di Nicola Zingaretti, che ha potuto riconquistare la postazione storica di Livorno e conservare, fra l’altro, quella di Reggio Emilia.

            I grillini avevano ben poco da giocare nei ballottaggi, essendo in pista solo a Campobasso. Dove hanno vinto -e alla grande, bisogna ammetterlo- con quel 69 e più per cento contro il 30,9 del candidato del centrodestra- ma ad un prezzo politico particolarmente imbarazzante e un pò ansiogeno per il loro capo Luigi Di Maio, reduce da un pranzo con Beppe Grillo in persona in cui gli ha chiesto aiuto con tutte e due le mani, non bastandogliene una, per contenere nel movimento il debordante leader dell’ala ortodossa di sinistra e presidente della Camera Roberto Fico. Ebbene, a Campobasso le cinque stelle hanno potuto brillare grazie alla luce ad essa fornita, votando il loro sindaco, dal Pd caro a Fico. E il partito di Zingaretti ha potuto a sua volta avvalersi anche di quel poco di energia rimasta ai grillini nella lontana Livorno per riprendersene il Municipio.

            Non è proprio il massimo della chiarezza, e neppure del conforto, bisogna ammetterlo, per la decisione appena presa a Roma da Di Maio, col sostegno di Grillo, Davide Casaleggio e appendici, di rianimare l’alleanza di governo col pur cresciuto di peso Salvini. Che ora gli può dettare l’agenda di governo ancor più di prima e contare sul suo aiuto anche per contenere le ambizioni nel frattempo cresciute del presidente del Consiglio Giuseppe Conte per l’aria Salvini.jpgimmessa nelle sue gomme dal presidente della Repubblica in persona, Sergio Mattarella, disposto a concedere al professore, avvocato e quant’altro persino le elezioni anticipate nel caso in cui gli venisse la tentazione di rompere con i due vice assedianti e aprire una crisi di governo. Dalla quale però Salvini, non proprio nelle grazie del capo dello Stato, con tutte le allusioni critiche che gli rivolge in giro per le stanze del Quirinale e per le piazze e le strade d’Italia, avrebbe tutto da guadagnare e Di Maio tutto, ma proprio tutto da perdere.

            In questa situazione un po’ paradossale e pasticciata, archiviata ormai la primavera elettorale di questo 2019,  che doveva essere peraltro per Conte “un anno bellissimo”, si apre la cosiddetta, conclamata e scaramanticamente rischiosa “fase 2” del governo gialloverde, tra problemi falsi e veri, manovre sopra e sotto traccia, a livello nazionale ed europeo. Dove una procedura d’infrazione per eccesso di debito messa è stata appena messa in cantiere dalla pur uscente Commissione di Bruxelles. Il ministro dell’Economia Giovanni Tria ha annunciato dal lontano Giappone, dopo averne parlato col promotore Pierre Moscovici, la convinzione di potersene e potercene risparmiare uno sviluppo infausto. Ma il solo scambio delle prime lettere di contestazione dei conti  ha già precluso di fatto all’Italia la possibilità di aspirare nella nuova Commissione di Bruxelles alla successione, guarda caso, proprio al francese Moscovici.

 

 

 

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In diretta dall’Italia il solito passaggio dal dramma alla commedia

            La facilità di passare in Italia, per fortuna, dal dramma alla commedia è nota e provata grazie anche a celebri Coomedia striscioni.jpgpellicole che hanno allietato milioni di spettatori, al di qua e al di là dei confini, peraltro tornati di moda col sovranismo di Matteo Salvini. Che Eugenio Scalfari ha appena scudisciato nell’omelia domenicale su Repubblica Coomedia striscioni.jpgcome “un dittatore nazionale” in erba e “un razzista con una piumetta di cattolicesimo”, per niente gradita al decano del giornalismo italiano, estimatore dichiarato e difensore laico di Papa Francesco. Di inedito, nella facilità del passaggio dal dramma alla commedia, c’è solo il contributo che si sono dimostrate di dare in questo campo le diramazioni del Viminale al comando proprio di Salvini.

              Il ministro dell’Interno non ha avuto bisogno neppure di dare un ordine alla Questura di Roma, intervenuta di propria iniziativa, con ironia che sarei tentato di augurarmi non casuale, per proteggere il “paesaggio” e il “decoro” della terrazza del Pincio e della sottostante Piazza del Popolo impedendo che venisse srotolato uno striscione della Uil contro lo stesso Salvini e il suo socio politico Luigi Di Maio: uno striscione  preparato per divertire una manifestazione sindacale a favore del pubblico impiego.

            Infastidito da tanta solerzia, peraltro ripetuta perché di quello striscione è stato poi impedito l’uso anche in altro modo, non pensile, lo stesso Salvini, nella triplice veste di vice presidente del Consiglio, ministro dell’Interno e leader del partito italiano più votato nelle elezioni europee del 26 maggio scorso, si è affrettato a prenderne le distanze. Lo stesso ha fatto il vice presidente grillino del Consiglio e pluriministro Luigi Di Maio, che ha spiritosamente adottato nei suoi profili telematici la gigantesca vignetta che lo rappresentava preoccupato della sfortuna derivante al governo dalle proteste sindacali e tranquillizzato dalla garanzia di Salvini di “portarsi avanti col lavoro” ai fianchi, diciamo così, della Uil e associazioni affini.

            Ancor più che da Salvini, tuttavia, Di Maio è stato rinfrancato nelle ultime ore da Beppe Grillo in Di Maio con Grillo a Bibbona.jpgpersona. Che nella sua villa a Bibbona, non so se più sceso o salito ancora dal ruolo di “garante”, “elevato” e quant’altro assegnatosi nel movimento da lui stesso fondato, ha concesso a “Giggino” un pranzo di protezione e di reinvestitura dopo i 15 punti percentuali su 32 perduti nelle elezioni europee di quindici giorni fa, e quelli che stanno per rotolare nei ballottaggi comunali di questa seconda domenica di giugno.

            “Presto saremo più forti di prima”, lo ha consolatoNazione.jpg Grillo incoraggiando il vice presidente del Consiglio allegramente a concedere ai leghisti anche un generoso per quanto innominabile rimpasto di governo, come si chiamava questa pratica nella lontana e odiata prima Repubblica. Egli ha consentire anche l’ipotesi di rimozione della sua omonima ministra della Salute, la siciliana Giulia. Che pure lo stesso Grillo aveva appena apprezzato sul suo blog difendendola dai malumori esterni e interni al movimento. Persino sotto le cinque stelle, quindi, si fa presto a passare dal dramma alla commedia, con maggiore professionalità forse che altrove, visto il mestiere di comico del fondatore per niente defilato e distratto del movimento sceso in un anno dal primo al terzo posto della graduatoria elettorale, superato non solo dalla Lega ma anche dal Pd di Nicola Zingaretti.

            Neppure quest’ultimo tuttavia scherza a passare dal dramma alla commedia, quale merita di essere obiettivamente chiamata la partecipazione piddina allo scandalo, vero o presunto che sia, dei minibot per il pagamento dei debiti della pubblica amministrazione. Che erano stati auspicati con una mozione parlamentare approvata all’unanimità, col voto quindi pure del Pd, oltre che col parere favorevole del governo, espressosi col ministro dei rapporti con le Camere, il grillino Riccardo Fraccaro, con tanto di barba autorevole e convinta, e  poi spaccatosi di fronte alle critiche e proteste europee: a cominciare da quelle del presidente italiano della Banca Centrale dell’Unione, Mario Draghi, convinto della loro impraticabilità per l’aumento neppure tanto occulto del debito pubblico appena contestato dalla Commissione di Bruxelles col sostanziale avvio di una procedura d’infrazione. Che si è già tradotta, peraltro, in un indebolimento della capacità negoziale dell’Italia per la distribuzione delle cariche comunitarie dopo le elezioni del 26 maggio.

            La spaccatura del governo gialloverde sui minibot, fra il presidente del Consiglio Giuseppe Conte quanto meno perplesso, e ancora una volta spiazzato dagli eventi, il ministro dell’Economia Giovanni Tria contrario manifesto.jpge i due vice presidenti del Consiglio ancora convinti della loro utilità e praticabilità, accomunati anche dalla sfida allo stesso Tria a trovare qualcosa d’altro per far pagare finalmente dallo Stato i debiti ai suoi creditori, è stata al solito tradotta in un felice titolo di copertina del manifesto: Sotto Bot.

            Ugualmente comico è stato, a proposito dei minibot, il ripensamento di Forza Italia, dove peraltro Silvio Berlusconi ha nuovamente scoperto e apprezzato i vantaggi dell’alleanza pur sofferta con la Lega del debordante e sempre Il Gionle.jpgpiù attrattivo Salvini. Con un titolo in prima pagina dedicatogli dal Giornale di famiglia l’ex presidente del Consiglio ha anticipato la sua soddisfazione per i “fortini rossi” in via di “espugnazione” da parte del centrodestra a trazione leghista nei ballottaggi comunali che stanno concludendo questa primavera elettorale.

 

 

 

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Il gradimento è mobile, come la donna nel Rigoletto di Giuseppe Verdi

            Ora che è finito, per fortuna, anche il supplemento della campagna elettorale di primavera e partiti, leader e leaderini sono in attesa solo dei risultati dei 163 ballottaggi comunali di domani 9 giugno, di cui 15 in capoluoghi di provincia, è davvero augurabile che tutti si diano una calmata e facciano seriamente di conto. E si decidano, magari, ad affrontare i problemi sul tappeto -sia quelli vecchi sia quelli maturati negli ultimi giorni, a cominciare dalla procedura europea d’infrazione per eccesso di debito messa in cantiere dalla pur uscente Commissione di Bruxelles- con maggiore consapevolezza delle loro forze.

            Potrà essere utile, a questo riguardo, in particolare alla maggioranza gialloverde che sembra ricompostasi attorno ai due vice presidenti del Consiglio, incontratisi a Palazzo Chigi senza neppure aspettare il ritorno a Roma dal Vietnam del presidente Giuseppe Conte, che era partito minacciandoli di abbandono, un esame delle rivelazioni appena effettuate per il Corriere della Sera dall’Ipsos di Nando Pagnoncelli.

            Nel mese e poco più trascorso dal 2 maggio al 5 giugno, comprensivo quindi della parte culminante e alquanto burrascosa della campagna elettorale per il rinnovo del Parlamento europeo, del consiglio regionale del Piemonte e di quasi quattromila amministrazioni comunali, e dei loro risultati, noti nella loro interezza nella giornata del 27 maggio, l’indice di gradimento del governo ha perso ben 4 degli 8 punti giocatisi dall’insediamento. Non mi sembrano francamente pochi, anche se il gradimento è ancora di due punti sopra il 50 per cento.

            Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, che pure qualche volenteroso ha accreditato del 12 per cento dei voti se decidesse di mettersi in proprio, visti i problemi che gli creano i due vice, e di allestire per le prossime elezioni politiche, anticipate o ordinarie che siano, una sua lista, come fece Mario Monti nel 2013, ha perduto in un mese 6 punti, pur fermandosi a 53. Che è lo stesso livello di Matteo Salvini, partito tuttavia dal 49 per cento personale di un anno fa, contro il 63 del professore, avvocato “del popolo” e via discorrendo, compreso “l’uomo che si fa Stato” gridato al Circo Massimo il 21 ottobre 2018 da Di Maio davanti al pubblico radunatosi anche per festeggiare la fine della povertà. Essa era stata trionfalisticamente annunciata qualche sera prima dal balcone di Palazzo Chigi dallo stesso vice presidente. Era stata la sera -ricordate?- della sfida alla Commissione europea di Bruxelles, e a tutto ciò ch’essa poteva rappresentare oltre l’Unione, col deficit portato nel progetto di bilancio del 2019 al 2,4 per cento del pil: salvo poi premettere uno 0 al 4, dopo faticose trattative condotte da Conte per bloccare la procedura d’infrazione anche allora di fatto già avviata.

            Non può certamente stupire, anche ricordando quella infelice serata e tutto ciò che n’è poi seguìto, compresi il 15 per cento dei voti perduti dai grillini il 26 maggio rispetto al 32 per cento del 4 marzo 2018 per il rinnovo delle Camere, se Di Maio ha conservato quel 32 nell’ultimo rilevamento dell’Ipsos di Pagnoncelli solo come indice di gradimento personale, rispetto al 47 dell’insediamento.

            Per sua fortuna -o sfortuna, si vedrà- il vice presidente grillino del Consiglio ha già evitato col referendum digitale allestitogli in tutta fretta da Davide Casaleggio di perdere la guida del movimento delle 5 stelle, pur lasciatagli -credo- da buona parte di quelli che lo hanno salvato solo per fargli intestare anche la prossima, prevedibile sconfitta.

            Peggio di Di Maio tuttavia sono messi i suoi ministri, fra i quali si distinguono per caduta di gradimento Ipsos 2.jpgpersonale, sempre secondo le rilevazioni ultime dell’Ipsos di Pagnoncelli per il Corriere della Sera, l’ineffabile Danilo Toninelli, precipitato alla guida delle Infrastrutture dagli iniziali 46 punti, prima della caduta del ponte Morandi a Genova, a 21. Che sono comunque sempre più dei 20 del ministro per i rapporti col Parlamento Riccardo Fico, o della ministra del Mezzogiorno Barbara Lezzi, sempre pentastellati.

 

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Il momento dei Rieccoli: la coppia Di Maio-Salvini e…Berlusconi

Indro Montanelli, morto nel 2001 alla pur bella età di 92 anni, non ha fatto in tempo a conoscere la coppia politica guadagnatasi il diritto alla successione a quel famosissimo “Rieccolo” da lui affibbiato ad Amintore Fanfani. Che cadeva e si rialzava con una ostinazione da primato.

Luigi Di Maio e Matteo Salvini, vice presidenti del Consiglio in ordine sino a poco tempo fa sia alfabetico sia di consistenza elettorale, ora solo in ordine alfabetico, visto il rovesciamento dei rapporti forza nelle urne del 26 maggio, hanno ritrovato l’intesa perduta in una campagna elettorale condotta, nelle ultime battute, senza esclusione di colpi.

Essi si sono riconciliati, con tanto di comunicato da summit, in un lungo incontro a Palazzo Chigi svoltosi non a caso, secondo talune maliziose letture di stampa, al minuscolo e al maiuscolo, in assenza del vero padrone di casa: il presidente Giuseppe Conte, in viaggio di ritorno dal Vietnam. Dove il professore si era recato dopo avere dato un ultimatum, sia pure senza scadenza, proprio a loro due perché gli risparmiassero, con la loro sostanziale incomunicabilità, le dimissioni e la conseguente apertura della crisi.

Sembra che i vice avessero gradito poco quell’uscita di Conte avvertendo il rischio che spianasse la strada, con la disponibilità del capo dello Stato rassegnata o minacciosa, secondo i punti di vista, a mettere nella toppa del Quirinale la chiave delle elezioni anticipate. Alle quali, a conti fatti, né Di Maio, che pure ne aveva avvertito l’odore, o la puzza, nei progetti del suo omologo leghista, né Salvini sono evidentemente interessati.

Che non avesse interesse Di Maio si era capito subito dalla consistenza drammatica della sua sconfitta elettorale il 26 maggio, con quei quindici punti perduti in un anno. E che non gli sono costati la carica di capo del movimento delle 5 stelle proprio per il timore delle elezioni anticipate anche da parte dei suoi critici, interessati perciò ad accollargli pure il successivo, prevedibile insuccesso.

Che non avesse interesse neppure Salvini non era invece scontato, nonostante la convinzione da lui espressa pubblicamente prima e dopo il voto che fosse necessario andare “avanti”, senza neppure la necessità o il proposito di chiedere quello che una volta si chiamava “rimpasto” per distribuire in modo più conveniente gli incarichi di governo, e prenotare anche quelli di sottogoverno.

Forti pressioni per elezioni anticipate, dietro la facciata di un partito galvanizzato dai successi elettorali e politici del suo “capitano”, si avvertivano fra i leghisti. Dei quali aveva parlato in pubbliche dichiarazioni, e con un certo compiacimento, anche Silvio Berlusconi nella speranza, almeno apparente, che riuscissero a smuovere Salvini e a farlo tornare nell’ovile del centrodestra, intanto ingranditosi in tutte le realtà locali dove si è votato dopo il 4 marzo dell’anno scorso.

Invece, guarda caso, proprio dopo un incontro di due ore avuto con Berlusconi domenica scorsa, complice forse la circostanza di abitare a Roma l’uno di fronte all’altro, Salvini deve avere ricavato l’impressione che le elezioni anticipate non convenissero neppure a lui, oltre che a Di Maio.

A dare la notizia di questo incontro, cui è seguito cronologicamente e politicamente quello di Salvini con Di Maio a Palazzo Chigi, è stato il giornale di famiglia dell’ex presidente del Consiglio e leader a vita di Forza Italia, dandone una versione un po’ troppo ottimistica, forse, visti gli sviluppi successivi. Che si sono tradotti in un rafforzamento delle prospettive del governo gialloverde, pur su un percorso pieno di ostacoli o di mine, a cominciare dalla procedura europea di infrazione per debito eccessivo messa in cantiere contro l’Italia dalla Commissione uscente, ma non per questo omissiva o rinunciataria, dell’Unione.

Per quanto il Cavaliere, archiviata con la campagna elettorale anche la candidatura del suo fedelissimo Antonio Tajani a Palazzo Chigi, non proprio musica per le orecchie del leader leghista, si sia ritagliato un ruolo lontano, acquistando casa a Bruxelles e proponendosi di essere fra i più attivi nel nuovo Parlamento europeo, Salvini non sembra proprio entusiasta, né impaziente, della possibilità di  un ritorno con lui, fatti salvi -per carità- i loro rapporti personali. Che sono di amicizia e persino di simpatia, a volte.

Tutto sommato, la coppia Di Maio-Salvini appena rinata dalle ceneri delle elezioni europee, ma anche piemontesi e amministrative del 26 maggio, senza voler fare torto a nessuno dei due, e agli interessi politici che entrambi perseguono legittimamente, pur confliggenti spesso fra di loro, può ben essere definita quella della paura.

Parlo non tanto della paura che  la coppia gialloverde incute presso gli altri, avversari o concorrenti che siano, quanto di quella che ciascuno dei suoi componenti nutre: per Di Maio la paura delle elezioni anticipate e per Savini la paura del ruolo che riesce ancora a conservare Berlusconi, per quanto ridotto a risultati elettorali da una cifra soltanto.

 

 

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Di Maio e Salvini: la coppia politica anticipata 2000 anni fa da Ovidio

             La buonanima di Ovidio -sì, proprio lui, Publio Ovidio Nasone, il poeta di Sulmona vissuto duemila anni fa- dev’essersi affacciata a Palazzo Chigi, dove vive l’ultima edizione della sua famosissima coppia immortalata con le parole “nec sine te nec tecum vivere possum”: non posso vivere né con te né senza di te. O, in un altro passaggio della sua ode, con queste parole: “Ti odierò se potrò, altrimenti ti amerò controvoglia”.

            I vice presidenti del Consiglio Luigi Di Maio e Matteo Salvini, in ordine rigorosamente alfabetico, sono Gazzetta.jpgtornati non solo a sentirsi o a messaggiarsi -da messaggi- con gli strumenti che il povero Ovidio non poteva neppure immaginare ai suoi tempi, ma anche ad incontrarsi e a ritrovare la voglia di stare insieme, dopo una campagna elettorale che li aveva letteralmente stressati e portati sulla soglia della rottura sotto gli occhi esterrefatti di Giuseppe Conte. Il quale, a dispetto dell’orgoglio ogni tanto ostentato, specie quando ne è incoraggiato con particolare insistenza al Quirinale da Sergio Mattarella, vive la sua insperata avventura di presidente del Consiglio per effetto di quei suoi due vice che, a quanto pare, non possono proprio fare a meno l’uno dell’altro.

            Dal muralemurale 2.jpg che li ha presentati per un po’ come due duellanti con la pistola in mano che aspettano l’ordine di separarsi per spararsi addosso, Di Maio e Salvini sono tornati al murale dell’anno scorso, di murale 1.jpgquesti tempi, che a pochi passi da Montecitorio, esattamente in Piazza Capranica, li aveva rappresentati in amorosi sensi.

            E’ francamente difficile dire, forse neppure con l’aiuto dei più celebri e attrezzati psicanalisti sul mercato, chi o cosa abbia maggiormente contribuito a ravvivare fra i due l’attrazione politica capace, a questo punto, di allontanare anche il fantasma delle elezioni anticipate d’autunno, se non addirittura d’estate. Cui pure sembrava rassegnato, per finta o davvero, il presidente della Repubblica: l’unico che ne abbia le chiavi, a dispetto di quanti nei giorni pari, e spesso anche in quelli dispari, ne parlano come se ad averle fossero loro.

            Può avere contribuito alla rinascita della coppia lo stesso Mattarella consigliando, a dir poco, a Conte di mettere sul tavolo la minaccia delle dimissioni e della crisi. O addirittura, dalla lontana Bruxelles, il commissario europeo Pierre Moscovici avviando di fatto una Conte.jpgprocedura d’infrazione per eccesso di debito che ha tolto a Conte, nel frattempo volato in viaggio ufficiale nel Vietnam, ogni tentazione, se mai gli fosse già venuta in mente in una terra famosa perGiornale.jpg esserne stata teatro, di adattarsi alla guerriglia gialloverde. O possono avervi contribuito, ora che ne ha dato notizia il Giornale di famiglia, le due ore trascorse insieme domenica scorsa da Silvio Berlusconi a Roma con Salvini. Che peraltro da ministro dell’Interno dispone di un alloggio di servizio di fronte alla residenza romana del Cavaliere. Due ore d’incontro, ripeto: altro che le telefonate di cui hanno riferito altri quotidiani.

            In quei 120 minuti -scusate la malizia di un vecchio giornalista abituato da una sessantina d’anni a scrivere di politica- il leader leghista potrebbe avere toccato con mano, al di là del rispetto e dell’amicizia che sicuramente nutre per Berlusconi, le difficoltà di una riedizione post-elettorale del centrodestra a livello nazionale, per quanto esso raccolga vittorie seriali a livello locale. E può essersi convinto che, tutto sommato, gli conviene di più continuare a spremere il limone della maggioranza gialloverde, peraltro realizzata un anno fa col permesso, e persino con l’incoraggiamento, come ricorda spesso con pubbliche dichiarazioni, da Berlusconi in persona, contrario allora alle elezioni politiche anticipate, dopo quelle ordinarie svoltesi il 4 marzo.

            Di quelle elezioni anticipate il fondatore e leader a vita di Forza Italia non temeva solo, come ama dire quando ne parla in pubblico, il caldo da stagione. Ne temeva di più il caldo politico che, complice la disaffezione elettorale  da bagni, avrebbe potuto rafforzare in una riedizione del Parlamento il sorpasso leghista appena registrato nelle urne all’interno del centrodestra. Ed era, dal punto di vista di Berlusconi, un timore per niente ingiustificato, provato dai risultati di tutte le elezioni locali poi affrontate dal centrodestra. Che tuttavia non hanno per niente convinto l’ex presidente del Consiglio, per quanto si sia nel frattempo ritagliato uno spazio d’azione, o distrazione, a livello europeo approdando al Parlamento di Strasburgo, e comperando casa a Bruxelles, a rinunciare alla convinzione di essere l’elemento centrale di una riedizione del centrodestra a livello nazionale.

            Ecco, la paura che sotto sotto, o sopra sopra, ha di un Berlusconi solo apparentemente convesso o concavo, secondo le circostanze, può avere indotto Salvini a ritrovarsi d’accordo con Di Maio, peraltro fortemente indebolito dai risultati elettorali del 26 maggio e in preda, a sua volta, della paura delle elezioni anticipate. Che peraltro accomuna nel movimento delle 5 stelle Di Maio a tutti quelli che pure gli vorrebbero fare la festa ritenendolo responsabile dei 15 punti e più persi nelle urne in un anno. “Meno 15”, qualcuno già chiama sarcasticamente il vice presidente del Consiglio e pluriministro sotto le 5 stelle.

            L’abito rolli.jpgdi Di Maio è diventato troppo largo dopo il 26 maggio e quello di Salvini troppo stretto, anche se il leader leghista, scopertosi peraltro padre di 60 milioni di italiani da sfamare, preferisce indossare comode felpe piuttosto che gessati, ma le convenienze li accomunano più di quanto non li dividano. Con quali effetti sul Paese, si vedrà.

 

 

 

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I misteri della porta di Bruxelles lasciata “aperta” all’Italia da Moscovici

             A dispetto dell’annuncio anche in italiano di averla lasciata aperta, pur quando di sostanzialmente aperta c’è solo la cosiddetta procedura d’infrazione contro l’Italia proposta al vertice politico dell’Unione, la porta del commissario europeo Pierre Moscovici sembra chiusa, o socchiusa nella più ottimistica interpretazione, ai meno sprovveduti o più autonomi osservatori politici. Che cercano di non confondersi nel nostro bel Paese né con le opposizioni né con il governo di turno, specie poi con quello in carica, composto da partiti reduci da una campagna elettorale nella quale non si riusciva francamente a capire chi dei due vice presidenti del Consiglio, fra il grillino Luigi Di Maio e il leghista Matteo Salvini, fosse davvero al governo e chi all’opposizione pure lui.

            Come si dice sovente anche dei magistrati quando iscrivono qualcuno sul registro degli indagati, dimenticandosi poi di informarlo o lasciando che a farlo sia qualche giornale prescelto nell’anticipazione, si è detto anche del francese Moscovici, e del solito lettone Valdis Dombvskis, d’accordo con lui nella Commissione di Bruxelles sull’analisi critica dei conti italiani, che ha fatto solo un atto “dovuto”, lasciando impregiudicate la difesa del governo di Roma e le valutazioni finali. Che spetteranno alla sede politica dell’Unione Europea, cioè ai capi di Stato o di governo Rolli.jpgdei paesi aderenti, o dei ministri economici dell’area  dell’euro, quando se ne occuperanno. Intanto le due parti si scambieranno altre valutazioni e informazioni, con cui il presidente del Consiglio Giuseppe Conte dal lontano Vietnam e il ministro dell’Economia Giovanni Tria da Roma si sono affrettati a sperare di poter fare cambiare idea a Moscovici, declassato benevolmente  dall’ex presidente italiano della Commissione di Bruxelles, Romano Prodi,  a un professore che si è limitato confezionare “le pagelle” ai conti, peraltro non solo di casa nostra.

            A parte la benevolenza, vera o presunta, di un professore vero com’è Prodi, il paragone con “l’atto dovuto” dei pubblici ministeri calza fino ad un certo punto perché non credo che l’Unione Europea fosse stata concepita dai suoi padri fondatori e sia diventata per strada, nonostante tutti gli errori che sono stati certamente commessi, specie allargandola sempre di più dopo la caduta di quello che era il blocco sovietico, come un tribunale: per giunta all’italiana, con la pratica tutta nostra della cosiddetta obbligatorietà dell’azione penale. Che, per quanto scritta nella Costituzione, per carità, come tante altre cose apprezzabilissime, è più una finzione che una realtà, più un’ipocrisia che altro, perché nei fatti la discrezionalità del magistrato, nei suoi tempi, nei suoi metodi d’indagine, nella scelta dei collaboratori fra gli agenti della polizia giudiziaria, è ben superiore alle apparenze già notevoli, o a quanto non si voglia far credere.

            La procedura d’infrazione -o “d’infezione”, come l’ha definita sarcasticamente Il Foglio- per debito eccessivo è stata di fatto avviata contro l’Italia nel momento e in circostanze che più sospette nonIl Foglio.jpg si potessero immaginare: con una Commissione uscente, sostanzialmente scaduta con le elezioni europee del 26 maggio, e in vista -non ditemi, per favore, soltanto casuale- dei negoziati politici fra i governi per la nomina della nuova Commissione. Alla quale l’Italia avrà diritto di partecipazione con un commissario di un peso non certo indipendente dalla procedura d’infrazione, o d’infezione, appena messa nel piatto. O no?

            Non so poi se definire più ingenuo o farisaico l’invito fatto pubblicamente proprio da Moscovici ai mercati finanziari, affollato notoriamente di squali, a non profittare della porta dalla quale è uscita la sua lettera al governo italiano, chiusa o aperta o socchiusa che sia rimasta, per giocare con i titoli di Stato italiano come coi birilli. Mi chiedo se Moscovici ci faccia o ci sia, considerando anche la circostanza che i suoi referenti a Parigi hanno contemporaneamente bloccato, non certo per amore o simpatia per l’Italia, l’operazione già concordata  di fusione fra la nostra ex Fiat, ora Fca, e la francese Renault.

            Alla luce anche di tutte queste considerazioni mi chiedo se sia, non dico patriottico perché questo sentimento è stato un po’ deprezzato dall’uso che ne fanno i cosiddetti sovranisti, ma decoroso il salto delle opposizioni di sinistra e di centro al governo gialloverde sul cavallo di Moscovici per rovesciarlo, o aggravarne le difficoltà.

             Mi ha fatto una certa impressione vedere partecipare a questo assalto, in particolare, anche quel che resta ormai della Forza Italia del vecchio, anzi antico Silvio Berlusconi. Che ancora parla, ogni volta che può, della caduta del suo ultimo governo, nell’autunno del 2011, come Berlusconi.jpgdi un “complotto” ordito fra Roma, Bruxelles e altre capitali europee: un complotto cui lui si prestò dimettendosi da presidente del Consiglio dopo avere chiesto, peraltro, all’allora capo dello Stato Giorgio Napolitano il piacere e l’onore di apporre la sua pur non indispensabile controfirma al decreto quirinalizio di nomina a senatore a vita di Mario Monti, destinato a prenderne il posto a Palazzo Chigi.

            Qualcosa tuttavia va detto anche a Matteo Salvini, il leader della Lega che, questa volta sostenuto di nuovo da Di Maio, ha contestato l’iniziativa di Moscovici, e di quanti gli stanno accanto e sopra. Mi chiedo quando il buon “capitano” si renderà conto che ha scelto in Europa gli alleati sbagliati, a cominciare dall’ungherese Viktor Orban, che lo ha appena scaricato,  per sostenere con una certa efficacia la sua pur giusta causa di cambiare regole, parametri e quant’altro dei vecchi trattati per evitare che l’Unione diventi un inferno per chi ne fa parte senza la dovuta sottomissione a Berlino o a Parigi, o a entrambe.

 

 

 

 

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Peccato che Mattarella non abbia partecipato alla seduta straordinaria del Csm

            Con tutto il rispetto dovuto, per carità, alla persona e al ruolo del presidente della Repubblica, e del Consiglio Superiore della Magistratura, si fatica a capire perché non abbia ritenuto di partecipare al cosiddetto plenum Gazzetta.jpgstraordinario -con 5 dei 16 consiglieri togati assenti perché dimissionari o autosospesi- dell’organo di autogoverno delle toghe. Cui l’articolo 105 della Costituzione conferisce “le assunzioni, le assegnazioni e i trasferimenti, le promozioni e i provvedimenti disciplinari nei riguardi dei magistrati”.

            Eppure, dichiaratamente -ripeto- straordinaria, la riunione del Csm appena svoltasi nella sua sede, nota come Palazzo dei Marescialli, era stata convocata sotto l’incalzare di quella che ormai vieneCorriere.jpg generalmente ritenuta e definita “la questione morale anche dei magistrati”, dopo tutto ciò che è già emerso giudiziariamente e mediaticamente – a proposito della nomina del nuovo capo della nevralgica Procura della Repubblica di Roma- sui mercanteggiamenti correntizi e d’altro tipo nell’assegnazione degli uffici dove si amministra la giustizia.

            E’ emerso qualcosa che ha già evocato l’immagine o il fantasma della P2 degli anni Ottanta, al netto di tutte le strumentalizzazioni fatte allora di quella inquietante vicenda di condizionamento e infiltrazione  delle istituzioni. E il quirinalista del Corriere della Sera Marzio Breda, non uso certamente Breda 1 .jpgad abusare degli umori e delle notizie che raccoglie sul Colle, ha assicurato che Sergio Mattarella è ben più che “sconcertato e molto contrariato”, come dicono i suoi uffici. Egli è “scandalizzato” di quel che è accaduto apprendendo di riunioni in un albergo romano in cui si preparavano quelle delle commissioni e dello stesso plenum del Consiglio Superiore della Magistratura per assegnare cariche e promozioni.

            D’altronde, verrebbe voglia di dire, lo stesso Palazzo dei Marescialli ha rischiato qualche anno fa di diventare un albergo, quando si progettò il trasferimento del Csm a Villa Borghese, nella sede dell’allora morituro Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro, poi salvato incredibilmente dal 60 per cento dei partecipanti al referendum che bocciò il 4 dicembre del 2016 la riforma costituzionale approvata dal Parlamento su proposta del governo di Matteo Renzi.

            Ebbene, proprio la circostanza di un Mattarella “scandalizzato”, come ha riferito il quirinalista del più diffuso giornale italiano, rafforza l’impressione ch’egli si sia lasciato scappare un’ottima occasione per dire direttamente ciò che ha preferito far dire invece al vice presidente David Ermini sulla “ferita profonda e dolorosa” inferta alla magistratura col mercato delle nomine.  “O sapremo riscattare con i fatti  -ha ammonito l’ex parlamentare del Pd- il discredito che si è abbattuto su di noi o saremo perduti”, se non è già troppo tardi, vista l’illusione che si continua a coltivare -come si evince dal documento approvato all’unanimità dal plenum- della capacità della magistratura di autoriformarsi. E’ dura a morire evidentemente l’abitudine delle toghe di scambiare quasi pregiudizialmente per un attentato alla loro indipendenza ogni riforma non condivisa dalle loro rappresentanze sindacali e istituzionali, cioè con esse non negoziate dal Parlamento e della maggioranza di turno. Così purtroppo è avvenuto sino ad ora, con tutti i governi, di ogni colore e gradazione, succedutisi nella prima e nella seconda Repubblica, come siamo ormai soliti chiamare quella che sarebbe finita col referendum elettorale del 1993 e quella che sarebbe cominciata con le elezioni del 1994.

            Sempre Breda, sul Corriere, ha riferito o assicurato che “quando la situazione si sarà decantata” Mattarella troverà la voglia e il tempo -osservo io- diBreda 2 .jpg interrompere i suoi frequenti e Mattarella.jpgmeritati, per carità, bagni di folla per “farsi sentire”  sulla questione morale apertasi nella magistratura, dopo tutte le altre questioni morali sollevate o gestite alla stessa magistratura a carico, per esempio, della politica. Ma sarà -ha anticipato Breda- un intervento, quello di Mattarella, “a modo suo, che non somiglierà certo alle ruvidezze di Cossiga verso i magistrati”. I quali arrivarono -lo ricordo bene- a scioperare contro il capo dello Stato. E con quali effetti, quegli scioperi, si è visto proprio con la questione morale avvertita o denunciata proprio sulla prima pagina del Corriere “anche tra i magistrati”, andati via via convincendosi di una loro onnipotenza.

 

 

 

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Quella verifica di governo che Conte non vuole chiamare così

Pur con quel “singulto di autorità” riconosciutogli giustamente da Carlo Fusi, che forse lo ha immaginato un po’, com’è capitato a me, al posto del guerriero a cavallo ritratto nella tela di Giovan Battista Pace appesa alle sue spalle nella sala dei Galeoni di Palazzo Chigi, dove teneva la sua conferenza stampa, il presidente del Consiglio Giuseppe Conte mi è sembrato emulo dei tanti predecessori costretti dalle circostanze alle “verifiche” dei loro governi, e relative maggioranze. Ma mi rendo conto, con tutto l’uso e anche l’abuso che si fa della parola magica del “cambiamento”, di quanto debba costare ai politici d’oggi adottare formule e linguaggi della cosiddetta prima Repubblica, ma un po’ anche della seconda.

 Si stenterà anche a chiamare “rimpasto” quello che avverrà, se vi si giungerà davvero, riempiendo nel governo le caselle che si sono via via scoperte, a cominciare da quella dell’ex ministro degli affari europei Paolo Savona. O assegnando diversamente gli altri dicasteri ai quali non sono più interessati i partiti degli attuali titolari. Oppure vi sono troppo interessati i leghisti così fortemente cresciuti nelle urne del 26 maggio.

 Se poi vi sarà davvero la crisi prematuramente già annunciata da alcuni giornali, allora sì che il dizionario della politica si prenderà la sua rivincita. E si tornerà a chiamare almeno quella cosa col suo vecchio nome. E sarà crisi più o meno al buio, come si diceva una volta, anche se al gioco delle scommesse va forte l’ipotesi delle elezioni anticipate a settembre, e persino prima, con gli italiani a rischio di astensionismo da bagni, più ancora che da delusione o stanchezza dopo le votazioni di maggio, e i ballottaggi comunali di domenica prossima. Per i quali si sta spendendo, in particolare, il leader leghista Matteo Salvini con un’energia tale da commentare quasi di sfuggita fra un comizio e l’altro ciò che accade a Roma. Dove peraltro i maggiori sforzi di alleati, concorrenti e avversari sono quelli di interpretare le laconiche e sempre uguali dichiarazioni del “capitano” miste di ottimismo e scetticismo per le sorti di un governo che pure gli ha permesso in poco più di un anno di raddoppiare i voti delle elezioni politiche, e di dimezzare quelli dei grillini, facendoli entrare in una fibrillazione da pronto soccorso.

Mi stupisce che, così pronto quasi scaramanticamente, e non solo per i mutamenti di linguaggio, a non ripetere la vecchia formula della “verifica” applicata alla ricognizione dello stato di salute del governo, alla diagnosi e possibilmente alla cura per evitare esiti infausti, il presidente del Consiglio Conte e, prima ancora di lui, il vice presidente grillino Luigi Di Maio abbiano parlato nei giorni scorsi del passaggio ad una “fase 2”. Di cui -ahimè- sono morti fra prima e seconda Repubblica parecchi governi, anche quelli di pur breve durata guidati, per esempio, da Romano Prodi e da Massimo D’Alema.

Altre due cose mi hanno invece sorpreso piacevolmente della conferenza stampa tenuta da Conte in orario da mercati chiusi, si è detto con una prudenza o un timore eccessivo, essendo escluso che un uomo della sua cautela, e consapevolezza giustamente vantata dei rapporti con l’Europa e con i mercati finanziari, appunto, potesse provocare il panico nelle Borse.

La prima sorpresa positiva è stata la saggia rinuncia al monologo, anticipato alla vigilia dagli addetti ai lavori, per cui sono tornate a sentirsi a Palazzo Chigi le domande di cui l’associazione della stampa parlamentare aveva lamentato la troppo frequente soppressione negli ultimi tempi. L’altra  sorpresa positiva è il proposito espresso dal presidente del Consiglio di tenere un comportamento non dico neutrale ma equidistante fra i due partiti della maggioranza. Che dovrebbero perciò sentire ora di più il dovere di rispettare le funzioni del professore e di non scavalcarlo.

La sorpresa di questo impegno deriva dall’impressione, avvertita magari a torto anche da chi scrive, e denunciata ultimamente e pubblicamente con forza particolare e interessata, per carità, dal sottosegretario leghista a Palazzo Chigi Giancarlo Giorgetti, che il presidente del Consiglio fosse stato da qualche tempo più sensibile alle esigenze, almeno quelle di facciata, dei grillini che dell’altro partito della maggioranza. E’ un’impressione -lo confesso- che mi sono portato appresso dal 21 ottobre scorso, quando Conte –“l’uomo che si fa Stato”, annunciò con una certa enfasi il vice presidente del Consiglio Di Maio- saltò sul palco del raduno nazionale del Movimento 5 Stelle al Circo Massimo e, riferendo sui primi 143 giorni trascorsi a Palazzo Chigi, pronunciò un discorso più da festa di partito -quello che lo aveva in effetti designato alla guida del governo promuovendolo da ministro della sburocratizzazione, come era stato annunciato agli elettori- che da festa di un governo di coalizione tra forze -riconobbe lui stesso- “sotto molti versi eterogenee”, a dir poco.

 

 

 

Pubblicato su Il Dubbio

Conte, a cavallo figurato a Palazzo Chigi, chiede ai suoi vice chiarezza e lealtà

            Anche se alla Stampa, quella storica La Stampa.jpgdi Torino, e al Giornale della famiglia Berlusconi hanno un po’ bruciato le tappe traducendo Giornale.jpgin prima pagina l’attesa conferenza stampa del presidente del Consiglio Giuseppe Conte nell’annuncio dell’apertura di una crisi governo, il percorso verso di essa, se vi si arriverà davvero, non si presenta né breve né facile, e tanto meno scontato.

            Già ridotto prudentemente da Repubblica a “penultimatum” quello che persino il quirinalista del Corriere della Sera Marzio Breda, seguendo le parole e il pensiero quasi sintonico del capo dello Stato Repubblica.jpgin trasferta nella sua Palermo, ha definito  “ultimatum”, pur senza il requisito essenziale di una scadenza precisa, quello di Conte a Palazzo Chigi è stato un discorso pronunciato come se anche lui stesse a cavallo: al pari del guerriero nella tela di Giovan Battista Pace appesa alle sue spalle nella sala delle Galere, o dei Galeoni, nella sede del Governo, con la maiuscola.

            Rapidità, ma genericamente intesa, chiarezza e lealtà sono state chieste dal presidente del Consiglio ai suoi due vice Luigi Di Maio e Matteo Salvini, e ai partiti ch’essi rappresentano: il primo, in verità, in modo un po’ accidentato Gazzetta.jpgdopo la batosta elettorale del 26 maggio e la fiducia alquanto improvvisata dei militanti confermatagli con un referendum digitale non condiviso da un esponente non certo minore del suo movimento come il presidente della Camera Roberto Fico, e l’altro con la sicurezza, anzi la baldanza assicuratagli dal 37 per cento dei voti raccolto nelle urne doppiando i soci grillini di maggioranza.

            Complici un viaggio ufficiale dello stesso Conte nel lontano Vietnam e la coda della campagna elettorale costituita dai ballottaggi comunali di domenica prossima, per i quali Salvini si sta spendendo con la solita energia, intesa in tutti i sensi, solo nella settimana prossima di potranno cominciare a vedere e a capire meglio umori personali e politici e le conseguenti prospettive di un governo di cui il presidente del Consiglio ha onestamente ammesso di avere perduto un po’ il controllo negli ultimi tempi, sottovalutando tensioni, veleni e quant’altro di una serie di competizioni elettorali. E ciò, nonostante quel sussulto di energia, e di orgogliosa rivendicazione delle sue prerogative istituzionali, mostrato dallo stesso Conte in una intervista al madrileno El Pais dopo l’estromissione dal governo del sottosegretario leghista Armando Siri, finito sotto indagini preliminari per presunta corruzione nel tentativo, peraltro fallito, di garantire incentivi per legge ad un certo tipo di aziende eoliche, comprensivo  di quella di un amico sotto processo di mafia.

            Nel reclamare, ripeto, rapidità di decisioni, chiarezza e lealtà per rispettare sino alla scadenza “naturale” della legislatura il “contratto” di governo stipulato l’anno scorso, e con il contratto anche il rispetto delle regole e dei vincoli europei sino a quando le une e gli altri non saranno cambiati, come vorrebbe in particolare Salvini, il presidente del Consiglio ha cercato di ricollocarsi in una posizione equidistante fra grillini e leghisti, pur essendo stati soprattutto i primi a designarlo a Palazzo Chigi.

            Conte, questa volta scendendo un po’ da cavallo, ha mostrato di non gradire la domanda della giornalista Alessandra Sardoni, de la 7, poco convinta, diciamo così, ch’egli fosse stato equidistanteConte in ottobre.jpg fra i due partiti della maggioranza come si era appena vantato, o riproposto. Ma il presidente del Consiglio ha quanto meno dimenticato la sua partecipazione, il 21 ottobre dell’anno scorso, al raduno nazionale dei grillini al Circo Massimo, a Roma. Dove lui salì sul palco, abbracciato poi da Luigi Di Maio, per pronunciare un discorso, integralmente riascoltabile ancora su you tube, non proprio da esterno, diciamo così, del Movimento 5 Stelle: un discorso orgogliosamente e fiduciosamente di parte, all’indomani della “manovra del popolo” varata dal Consiglio dei Ministri nella convinzione di avere risolto il problema della povertà in Italia, come aveva annunciato imprudentemente dal balcone di Palazzo Chigi il suo vice pentastellato mandando in visibilio i militanti in marcia verso i barconi sul Tevere per proseguire i festeggiamenti.

            Aiutato da un foglietto su cui aveva appuntato la scaletta dell’intervento, e libero una volta tanto dal vincolo della cravatta al collo, pur senza rimanere in maniche di camicia, Conte fece un bilancio trionfalistico dei 143 giorni trascorsi sino ad allora a Palazzo Chigi e ne promise altri dello stesso segno, grazie alle virtù e alle particolarità del movimento grillino, “sino al 2023”, epilogo ordinario della legislatura prodotta dal voto del 4 marzo 2018. “Fatevene una ragione”, disse il presidente del Consiglio rivolgendosi a quel punto non al pubblico che lo inneggiava ma alle opposizioni ben lontane dal Circo Massimo.

 

 

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