Quella verifica di governo che Conte non vuole chiamare così

Pur con quel “singulto di autorità” riconosciutogli giustamente da Carlo Fusi, che forse lo ha immaginato un po’, com’è capitato a me, al posto del guerriero a cavallo ritratto nella tela di Giovan Battista Pace appesa alle sue spalle nella sala dei Galeoni di Palazzo Chigi, dove teneva la sua conferenza stampa, il presidente del Consiglio Giuseppe Conte mi è sembrato emulo dei tanti predecessori costretti dalle circostanze alle “verifiche” dei loro governi, e relative maggioranze. Ma mi rendo conto, con tutto l’uso e anche l’abuso che si fa della parola magica del “cambiamento”, di quanto debba costare ai politici d’oggi adottare formule e linguaggi della cosiddetta prima Repubblica, ma un po’ anche della seconda.

 Si stenterà anche a chiamare “rimpasto” quello che avverrà, se vi si giungerà davvero, riempiendo nel governo le caselle che si sono via via scoperte, a cominciare da quella dell’ex ministro degli affari europei Paolo Savona. O assegnando diversamente gli altri dicasteri ai quali non sono più interessati i partiti degli attuali titolari. Oppure vi sono troppo interessati i leghisti così fortemente cresciuti nelle urne del 26 maggio.

 Se poi vi sarà davvero la crisi prematuramente già annunciata da alcuni giornali, allora sì che il dizionario della politica si prenderà la sua rivincita. E si tornerà a chiamare almeno quella cosa col suo vecchio nome. E sarà crisi più o meno al buio, come si diceva una volta, anche se al gioco delle scommesse va forte l’ipotesi delle elezioni anticipate a settembre, e persino prima, con gli italiani a rischio di astensionismo da bagni, più ancora che da delusione o stanchezza dopo le votazioni di maggio, e i ballottaggi comunali di domenica prossima. Per i quali si sta spendendo, in particolare, il leader leghista Matteo Salvini con un’energia tale da commentare quasi di sfuggita fra un comizio e l’altro ciò che accade a Roma. Dove peraltro i maggiori sforzi di alleati, concorrenti e avversari sono quelli di interpretare le laconiche e sempre uguali dichiarazioni del “capitano” miste di ottimismo e scetticismo per le sorti di un governo che pure gli ha permesso in poco più di un anno di raddoppiare i voti delle elezioni politiche, e di dimezzare quelli dei grillini, facendoli entrare in una fibrillazione da pronto soccorso.

Mi stupisce che, così pronto quasi scaramanticamente, e non solo per i mutamenti di linguaggio, a non ripetere la vecchia formula della “verifica” applicata alla ricognizione dello stato di salute del governo, alla diagnosi e possibilmente alla cura per evitare esiti infausti, il presidente del Consiglio Conte e, prima ancora di lui, il vice presidente grillino Luigi Di Maio abbiano parlato nei giorni scorsi del passaggio ad una “fase 2”. Di cui -ahimè- sono morti fra prima e seconda Repubblica parecchi governi, anche quelli di pur breve durata guidati, per esempio, da Romano Prodi e da Massimo D’Alema.

Altre due cose mi hanno invece sorpreso piacevolmente della conferenza stampa tenuta da Conte in orario da mercati chiusi, si è detto con una prudenza o un timore eccessivo, essendo escluso che un uomo della sua cautela, e consapevolezza giustamente vantata dei rapporti con l’Europa e con i mercati finanziari, appunto, potesse provocare il panico nelle Borse.

La prima sorpresa positiva è stata la saggia rinuncia al monologo, anticipato alla vigilia dagli addetti ai lavori, per cui sono tornate a sentirsi a Palazzo Chigi le domande di cui l’associazione della stampa parlamentare aveva lamentato la troppo frequente soppressione negli ultimi tempi. L’altra  sorpresa positiva è il proposito espresso dal presidente del Consiglio di tenere un comportamento non dico neutrale ma equidistante fra i due partiti della maggioranza. Che dovrebbero perciò sentire ora di più il dovere di rispettare le funzioni del professore e di non scavalcarlo.

La sorpresa di questo impegno deriva dall’impressione, avvertita magari a torto anche da chi scrive, e denunciata ultimamente e pubblicamente con forza particolare e interessata, per carità, dal sottosegretario leghista a Palazzo Chigi Giancarlo Giorgetti, che il presidente del Consiglio fosse stato da qualche tempo più sensibile alle esigenze, almeno quelle di facciata, dei grillini che dell’altro partito della maggioranza. E’ un’impressione -lo confesso- che mi sono portato appresso dal 21 ottobre scorso, quando Conte –“l’uomo che si fa Stato”, annunciò con una certa enfasi il vice presidente del Consiglio Di Maio- saltò sul palco del raduno nazionale del Movimento 5 Stelle al Circo Massimo e, riferendo sui primi 143 giorni trascorsi a Palazzo Chigi, pronunciò un discorso più da festa di partito -quello che lo aveva in effetti designato alla guida del governo promuovendolo da ministro della sburocratizzazione, come era stato annunciato agli elettori- che da festa di un governo di coalizione tra forze -riconobbe lui stesso- “sotto molti versi eterogenee”, a dir poco.

 

 

 

Pubblicato su Il Dubbio

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