L'”americano” Salvini fa tornare la politica italiana indietro di 50 anni

             La visita di Matteo Salvini negli Stati Uniti ha curiosamente riportato la politica interna italiana indietro di moltissimi anni, sino ai tempi del Muro di Berlino bene in piedi e presidiato, per quanto il mondo bipolare non ci sia più e la Nato non sia più quella di una volta, spesso mal tollerata persino dagli americani, almeno nelle apparenze.

            L’interesse che il leader leghista, vice presidente del Consiglio e ministro degli Interni, titolare Salvini in Usa 2.jpgdal 26 maggio del partito più votato in Italia, quasi com’era una volta la Dc, si è guadagnato al Dipartimento di Stato americano e alla Casa Bianca, sia pure fermandosi a parlare in quella magione per cause di mero protocollo solo col vice di Donald Trump, e l’eco italiana dei suoi incontri e delle sue dichiarazioni oltre Oceano hanno ricordato ai meno giovani le cronache degli anni Cinquanta, Sessanta, Settanta. Allora negli Stati Uniti facevano la fila per essere ricevuti e ascoltati esponenti italiani della politica in pericolo, e quindi desiderosi o bisognosi di aiuto, o in crescita, e quindi desiderosi o bisognosi di gradimento e incoraggiamento. Persino i comunisti parteciparono ad un certo punto a quelle file, pur stando all’opposizione ma essendo desiderati in Italia da chi era al governo.

            Il più brutale, o franco, e anche spaventato, nella ricezione e nella rappresentazione dei segnali reali o solo Il Fatto.jpgpercepiti attorno al viaggio americano di Salvini è stato forse in Italia, e sotto le cinque stelle, Il Fatto Quotidiano con quel “Salvini agli ordini di Trump” gridato Repubblica.jpgin prima pagina. E’ un tLa Stampa.jpgitolo sotto certi aspetti simile a “L’amicone americano” di Repubblica, ma anche al Salvini che “si piega all’agenda Trump” della Stampa.

            Non parliamo poi del Giornale della famiglia Berlusconi. Che, smanioso com’è di una crisi di governo per interrompereIl Giornale.jpg la missione affidata dallo stesso Berlusconi al leader leghista l’anno scorso di dividersi il potere col giovane Luigi Di Maio, pur di risparmiare a Forza Italia  le elezioni anticipate d’estate, o le elezioni tout court, dopo il sorpasso subìto nel centrodestra il 4 marzo, rivela “il patto segreto” d’oltre Atlantico, tradotto in questo titolo su tutta la prima pagina: “Salvini porta a Trump la testa dei grillini”. Per Verità.jpgLa Verità, sempre da destra, “la sponda” che Salvini ha cercato e ottenuto a Wasghinton “contro la Ue”, mentre fervono davanti e dietro le quinte contatti e trattative fra Roma e Bruxelles perLa Gazzetta.jpg fermare la procedura d’infrazione per debito eccessivo predisposta dalla Commissione europea uscente, è stata “pagata” dal leader leghista allineandosi a Trump nei rapporti tesi con Iran e Cina.

            C’è Giannelli.jpgda chiedersi a questo punto se e come il buon Emilio Giannelli aggiornerà sulla prima pagina del Corriere della Sera la vignetta, diciamo così, di previsione dell’incontro di chiarimento di Giuseppe Conte con i suoi due vice, dopo il ritorno di Salvini dagli Stati Uniti. “Il vostro  -fa chiedere Giannelli da Giuseppe Conte ai suoi due ex angeli custodi- è un contratto a termine o un contratto terminato?”. Bella domanda, viene voglia di dire. Ma è anche una domanda che in qualche modo riavvicina Conte a Di Maio dopo le incomprensioni degli ultimi tempi, prima e dopo le distrazioni del presidente del Consiglio nel lontano Vietnam, reduce da una conferenza stampa a Roma che sembrava avergli fatto spiccare il volo ben oltre le cinque stelle.

Quando Andreotti rallentò a Milano la carriera di Borrelli convincendo Craxi

Non solo l’ex presidente del Consiglio Matteo Renzi, sospettabile di averlo detto per coprire l’amico e collega di partito Luca Lotti nei guai per i suoi rapporti d’albergo o d’altro tipo con i magistrati, ma anche l’ex ministro leghista della Giustizia Roberto Castelli ha definito “festival dell’ipocrisia” le proteste e le polemiche sul traffico, chiamiamolo così, delle carriere giudiziarie. E sulla crisi che ha investito così duramente il Consiglio Superiore della Magistratura da averlo portato sull’orlo dello scioglimento, scongiurato forse solo per il timore, giustamente avvertito dal suo presidente, che è lo stesso capo dello Stato, di vederne poi eleggere un altro con gli stessi difetti e gli stessi rischi, senza una preventiva riforma. Che è poi una parte della più generale riforma della Giustizia di cui tanto si parla, da tanto tempo, e così poco e male si riesce a fare.

Il “festival dell’ipocrisia” consiste nel voler fingere che le cose non siano andate, nel Palazzo dei Marescialli e dintorni, compresi alberghi e ogni altro ritrovo, come è emerso, nelle more della nomina del nuovo capo della Procura di Roma, dopo il pensionamento di Giuseppe Pignatone, registrando col sistema particolarmente invasivo del “Trojan”, immesso nel suo telefonino, tutti indistintamente gli incontri di Luca Palamara: un ex consigliere superiore ancora attivissimo, ed ex presidente sempre allertato dell’associazione nazionale dei magistrati, ora sotto indagine per corruzione a Perugia.

Non ho per fortuna -sarei persino tentato di dire- l’esperienza politica, di governo e quant’altro di Renzi e Castelli, ma ho una lunga esperienza professionale di giornalista che mi consente di dire con tutta tranquillità che le cose non sono sempre andate come è emerso dall’intercettazione costante di Palamara, 24 ore su 24, e a telefonico anche spento, se non ho capito male: una dannazione, insomma. Certo, non sono mancate interferenze politiche nelle nomine giudiziarie spettanti sulla carta all’organo di autogoverno della magistratura, ma non del livello, del tipo, dello stile, chiamatelo come volete, di quelle apprese in questi giorni, peraltro col solito sistema, generalmente deplorato e insieme tollerato, delle fughe di notizie, verbali e quant’altro ad alta velocità.

A questo proposito vi racconto la storia, credo non minore, anche per gli effetti clamorosi, poco importa a questo punto se del tutto casuali o anche voluti, che ne derivarono, compresa la fine della cosiddetta Prima Repubblica. E’ la storia della successione, nel lontano 1991, al famoso e autorevole Adolfo Beria d’Argentine alla Procura Generale della Corte d’Appello di Milano.

 

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Sono gli anni della Milano craxiana “da bere”. Quando il potere del leader socialista è stato sì ridimensionato nel 1987 con le elezioni anticipate – imposte dall’allora segretario democristiano Ciriaco De Mita proprio per interrompere anzitempo l’esperienza di Craxi a Palazzo Chigi, a capo di un governo di cui la Dc deteneva la metà dei Ministeri lasciandone l’altra divisa fra i socialisti, i socialdemocratici, i repubblicani e i liberali- ma sembra prossimo a tornare splendente con le elezioni ordinarie del 1992. Dopo le quali, gestite dal governo di Giulio Andreotti succeduto nel 1989 a quello di breve durata dello stesso De Mita, si danno per scontati il ritorno di Craxi a Palazzo Chigi, la promozione di Arnaldo Forlani da segretario della Dc a presidente della Repubblica  e la giubilazione di Andreotti a presidente del Senato. Dove a sorpresa il capo dello Stato Francesco Cossiga l’ha trasferito dalla Camera conferendogli il laticlavio destinato dall’articolo 59 della Costituzione a chi ha “illustrato la Patria per altissimi meriti nel campo sociale, scientifico, artistico e letterario”: una generosità che provvidenzialmente, per l’allora presidente del Consiglio, lo avrebbe poi messo al riparo dal pericolo di arresto nei processi che avrebbe subìto, uscendone peraltro assolto, sia pure con un pizzico, diciamo così, di prescrizione che ancora gli contesta alla memoria il suo grande accusatore oggi in pensione. Si tratta naturalmente di Gian Carlo Caselli.

Nella Milano craxiana -ripeto- “da bere” il potenteAdolfo Beria.jpg e prestigioso Adolfo Beria d’Argentine va in pensione il 6 dicembre 1990. La pratica della successione arriva e procede veloce al Consiglio Superiore della Magistratura. Concorrono alla carica di procuratore generale alla Corte d’Appello, in ordine alfabetico, il capo della Procura della Repubblica di prima istanza nella stessa Milano Francesco Saverio Borrelli, il procuratore generale di Trento Adalberto Capriotti e l’avvocato generale Mario Daniele.

Racconterà lo stesso Borrelli nel 1998 a Marcella Andreoli, autrice di una sua biografia  –Borrelli, direttore d’orchestra- Libro Borrelli.jpgpubblicata da Baldini&Castoldi: “Il Consiglio Superiore della Magistratura decise di ascoltare tutti e tre per poter decidere a ragion veduta. La commissione incarichi direttivi ci convocò a Roma e ciascuno di noi fece il suo piccolo show” (pagina 158).

“Ma poi, poche settimane più tardi, salta fuori dal cappello del prestigiatore -racconta l’autrice del libro- un quarto nome, quello di Catelani”: Giulio Catelani, “giurista di estrazione cattolica”, spiega la stessa autrice, “incoraggiato” a candidarsi all’ultimo momento “dal presidente della Corte d’Appello di Milano, Pajardi”. E sarà proprio Catelani, proveniente da Firenze come presidente di sezione della Corte d’Appello, a vincere la gara e ad ottenere il 14 marzo 1991 la successione ad Adolfo Beria d’Argentine.

L’informatissima biografa di Borrelli riferisce che fu il presidente della Repubblica e del Consiglio Superiore della Magistratura in persona, FrancescoCossiga.jpg Cossiga, a convocare a Roma con una telefonata il nuovo procuratore generale di Milano per consegnargli il decreto di nomina e per incoraggiarlo “tra arazzi, stucchi dorati e corazzieri a fare una visita anche a Palazzo Chigi”, da Andreotti. Il quale “in contraccambio” dell’omaggio ricevuto come presidente del Consiglio -racconta lo stesso Catelani con le parole di Marcella Andreoli (pagina 159)- “mi onorò della sua presenza quando mi insediai” a Milano, arrivandovi – “mai successo”, commenta l’autrice del libro- con ben tre ministri: quelli della Difesa, il democristiano Virginio Rognoni, del Turismo e dello Spettacolo, l’ex sindaco socialista milanese Carlo Tognoli, e dei rapporti col Parlamento, il liberale di elezione ambrosiana Egidio Sterpa, non quindi il ministro socialista della Giustizia Claudio Martelli, da poco subentrato al vertice del dicastero di via Arenula al collega di partito e giurista Giuliano Vassalli, diventato il 4 febbraio giudice della Corte Costituzionale per assumerne la pur breve presidenza l’11 novembre 1999, pochi mesi prima della scadenza del mandato.

Tra Borrelli e Catelani, l’uno sottoposto gerarchicamente all’altro con quella imprevista successione alla Procura Generale della Corte d’Appello di Milano, “non era mai corso un gran feeling”, racconta la biografa del capo della Procuratribunale di Milano.jpg ambrosiana riportandone così il racconto, o la spiegazione: “All’inizio, ma è normale, mi sembrò un po’ spaesato: non conosceva i problemi della magistratura milanese, né i suoi uomini. Ma era anche impaziente: alle riunioni con venti o trenta pubblici ministeri in cui ognuno di noi manifestava il proprio punto di vista, improvvisamente lui diceva: “Va bene, ci siamo capiti, siamo tutti d’accordo”. Invece non lo eravamo per niente”.

Non deve quindi stupire più di tanto il fatto che, arrivato a Milano l’anno prima della esplosione di Tangentopoli con l’arresto in flagranza di mazzette del socialista Mario ChiesaChiesa.jpg e con la storica inchiesta “Mani pulite”, destinata a spazzare via tutti i partiti di governo e a compromettere anche l’esordio della cosiddetta Seconda Repubblica, visti gli scontri anche diretti fra Borrelli e Silvio Berlusconi; non deve quindi stupire, dicevo, il fatto che il successore di Beria d’Argentine rimanga a Milano solo quattro, agitatissimi e contestatissimi anni. Nell’autunno del 1995 egli chiede e ottiene dal Consiglio Superiore della MagistraturaCatelani lascia.jpg un liberatorio pensionamento. Viene sostituito da Umberto Loi in una gara alla quale per ragioni di evidente opportunità rinuncia spontaneamente di partecipare Borrelli, che vi concorrerà invece, vincendo, la volta successiva.

 

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Nel tentativo di leggere, interpretare, spiegare circostanze e ragioni dell’imprevisto e in qualche modo insolito arrivo di Catelani a Milano, nel suo libro del 1998 la biografa di Borrelli, precisando nella premessa il carattere “del tutto personale” delle sue “valutazioni”, pur maturate dopo “lunghe e preziose conversazioni” con lo stesso Borrelli, scrive: “Ricordate il Caf? Sembra che sia passato un secolo, ma non è lontano il tempo in cui il tridente Craxi-Andreotti-Forlani faceva il diavolo a quattro vincendo spesso le partite. Figurarsi se non guardava alla Procura Generale di Milano con interesse. L’inchiesta Duomo connection aveva già messo il naso negli intrecci tra mondo politico e mondo degli affari”. Ne era stata in qualche modo investita la giunta comunale di sinistra di Milano, guidata dal sindaco socialista Paolo Pillitteri, cognato di Craxi.

Ebbene, proprio parlando delle prime anticipazioni di quel libro comparse, fra l’altro, sull’Espresso, quando già le sue condizioni di salute erano peggiori di quanto lui non ritenesse, tanto che lo avrebbero portato alla morte in poco più di un anno, Bettino mi raccontò e svelò nella sua casa tunisina  l’arcano di quella prima mancata nomina di Borrelli a procuratore generale della Corte d’Appello di Milano, sorpassato all’ultima curva da Catelani.

Non ci furono emissari e mercati di chissà quanto basso livello. Accadde solo che Andreotti in persona chiese a Craxi un incontro urgente e riservato, nel quale di prima mattina gli domandò, sorprendendolo non poco, se i “tuoi a Milano” avessero davvero preso impegni a favore dellaCraxi e Andreotti.jpg promozione di Borrelli. Bettino gli chiese le ragioni di quella domanda: in particolare, se gli risultassero condizioni ostative alla promozione del capo della Procura milanese. Andreotti gli rispose che non ne esistevano di nessuna natura, se non di opportunità. Borrelli -gli spiegò- aveva fatto la sua carriera tutta a  Milano: giudice del tribunale, consigliere di Corte d’Appello, presidente di sezione, procuratore aggiunto, procuratore capo. Diventando procuratore generale della Corte d’Appello a nove anni di distanza dalla pensione, egli avrebbe di fatto accumulato un potere d’influenza anomalo.

Il ragionamento di Andreotti parve -ahimè- condivisibile a Craxi, che forse non immaginava i sospetti, a dir poco, cui avrebbe potuto prestarsi il suo assenso a chi era destinato a farne le spese e ne fosse stato in qualche modo informato. O avesse solo potuto averne sentore.

Alla fine dell’incontro fu lo stesso Andreotti, un conoscitore non certo sprovveduto degli umori e degli equilibri del Consiglio Superiore della Magistratura pur presieduto dal vulcanico Cossiga, che aveva privato con una sfuriata pubblica di alcune deleghe il vice presidente Giovanni Galloni, a prospettare l’ipotesi di Catelani, proveniente da Firenze e più vicino alla pensione.

La riservatezza alla quale Craxi mi vincolò raccontandomi questo retroscena -e che retroscena- fu legata al percorso non tanto della sua vita ormai compromessa quanto di quella di Andreotti. Della cui buona fede, nell’intervento sulla vicenda milanese di Borrelli, Bettino era tanto convinto  da reagire malamente a chi, parlandogli, sospettava lo zampino, o qualcosa di analogo, dell’allora presidente del Consiglio, e suo ex ministro degli Esteri, in tutto ciò che andava maturando  e sarebbe rovinosamente esploso nella “mia” Milano, come diceva Craxi.

 

 

 

Pubblicato su Il Dubbio

Ed ecco a voi il capitano Matteo Salvini a stelle e strisce

            A vedere, ancor più che a leggere, il giornale italiano di destra più simpatizzante per la Lega, che è Libero, Matteo Salvini sta facendo negli Stati Uniti d’America, con la sua visita finalmente avviata, gli esami Libero.jpginternazionali di Stato per diventare presidente del Consiglio a Roma, specie ora che il suo partito è salito al 34 per cento di voti e più, mandando al terzo posto il movimento grillino di quelle cinque stelle davvero misere rispetto alle ben più numerose e note della bandiera americana.

            “Se passa il test” dei suoi incontri negli Usa, Salvini “potrà pensare in grande”, dice Libero nel titolo di prima pagina. “Sarà ascoltato come un presidente del Consiglio in pectore”, ha scritto Alessandro Giuli. Un po’ di ragione gliela dà anche l’antileghista Repubblica, il cui esperto di cose americane, e non solo, Federico Rampini ha osservato: “Se lui è l’uomo forte”, come in Italia lo considerano gli amici per omaggiarlo e i nemici per combatterlo, ”gli americani si aspettano che la politica estera non la facciano i 5 stelle” alla Di Maio o Di Battista o altri ancora.

            Sullo sfondo della trasferta americana di Salvini rimane quella curiosa foto mezzo rinnegata da Donald Trump, scattata col leader leghista  italiano durante la campagna elettorale dell’allora candidato Salvini con trimp.jpgalla Casa Bianca, scattata quasi a sua incredibile insaputa, senza rendersi ben conto di chi gli avessero messo davanti a portata di stretta di mano. Ma da allora va riconosciuto che Salvini ha fatto un bel po’ di progressi, oggettivi e soggettivi, per guadagnarsi una maggiore considerazione nel pur sempre cangevole entourage del presidente americano. Le distanze che egli ha preso, all’interno del governo italiano, dagli affari con la Cina sulla cosiddetta Via della Seta, e dall’equivoca posizione sulla crisi venezuelana, e l’acqua versata nel vino dei brindisi con gli amici di Mosca hanno ridotto di parecchio diffidenze e timori verso di lui negli Stati Uniti. E lo hanno reso decisamente più affidabile dei suoi temporanei alleati in Italia, anche se Trump continua a rispondere alle telefonate del presidente del Consiglio Conte e a chiamarlo “Giuseppi”, per quanti sforzi facciano i suoi consiglieri e lo stesso Conte per fargli capire che si chiama Giuseppe.

            Qualcuno nella Lega si è spinto, in tema di speranze sugli effetti della visita di Salvini in America, molto in avanti, o anche molto indietro, se preferite ricordi, analogie e quant’altro. In particolare, si è spinto riservatamente, parlandone nei corridoi di Montecitorio, a paragonareDe Gasperi in Usa.jpg il “capitano” leghista addirittura al mitico presidente democristiano del Consiglio del dopoguerra Alcide De Gasperi. Che nel gennaio del 1947 s’imbarcò su un quadrimotore con la figlia  per una visita in America che gli fruttò una linea di credito di 100 milioni di dollari e il coraggio, una volta tornato in Italia, di licenziare il Pci di Palmiro Togliatti dal governo, lasciando senza alcun imbarazzo che ne uscisse anche il Psi di Pietro Nenni.

            Certo, c’è un po’ di fastidio non solo politico a paragonare al Pci di Togliatti e al Psi di Nenni, costernato nei suoi diari del “cambiamento” confessatogli da De Gasperi di ritorno dagli Stati Uniti, il movimento grillino sia dello scorso anno, con quel 32 per cento spropositato di voti raccolto nelle urne e la conseguente prenotazione di Palazzo Chigi, sia di questo 2019, col 17 per cento e un presidente del Consiglio che cerca di tenersi ancora su declamando la propria qualifica e le proprie generalità davanti al primo microfono a portata di bocca come un gelato, col caldo che fa.

            Se poi una crisi di governo azionata con la forza procuratagli dagli incontri americani dovesse fare intestare a Salvini anche le elezioni anticipate, sarebbe già pronto il nuovo capitolo della vicenda politica Repubblica.jpgitaliana immaginata, per esempio, da Repubblica col titolo di prima pagina in cui si indica nel Quirinale “la vera posta in palio”. In effetti sarebbe destinata ad essere ben diversa la successione a Sergio Mattarella nel 2022, fra tre anni, se il Parlamento rimanesse questo, coi grillini in testa alla graduatoria dei gruppi, o diventasse un altro, coi leghisti a dare le carte.   

 

 

 

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Le lacrime di coccodrillo per il mancato senatore a vita Franco Zeffirelli

            Al diavolo le cronache dei partiti, del governo, anzi dei due governi, quanti ne vedono fior di analisti incapaci di vedere davvero insieme i due movimenti che lo compongono, e persino di quel Consiglio che si continua a chiamare Superiore della Magistratura, ma che ogni giorno di più si rivela inferiore a tutte le peggiori aspettative, o paure, man mano che compaiono sui giornali le intercettazioni in libera uscita dagli uffici giudiziari che dovrebbero custodirle nell’inchiesta in corso a Perugia su Luca Palamara, ex consigliere e presidente dell’associazione nazionale delle toghe: tutto, per cortesia, al minuscolo. Oggi dobbiamo parlare del compianto Franco Zeffirelli, morto a 96 anni nella sua abitazione romana, sull’Appia Antica, con la mano nella mano del figlio adottivo Luciano. Che ha sacrosantemente definito il padre “un gioiello che Dio s’è preso e se lo terrà stretto”.

            Non vi è giornale, neppure quello che si considera il più anticonformista del mercato editoriale, cioè Il Fatto Quotidiano, che non abbia speso parole di elogio per Zeffirelli e sparso lacrimeIl Fatto.jpg che mi permetto però di definire qualche volta di coccodrillo, come i commenti affidati alle agenzie da tutte le Messaggero.jpgautorità, maggiori e minori, di questa davvero curiosa Repubblica. Un cui presidente, legittimamente eletto dal Parlamento, di suo ha sentito di poter conferire a un italiano già allora celebre in tutto il mondo, nel lontano 23 aprile 1977, solo il titolo di Grande Ufficiale dell’Ordine al merito della Repubblica, con tutte le maiuscole al loro posto.

              Eppure quel presidente era un uomo dal cuore generosissimo: Giovanni Leone, che l’anno dopo avrebbe Repubblica.jpgrimesso il posto al Quirinale, costretto alle dimissioni sei mesi prima della scadenza del mandato, per avereCorriere.jpg cercato di salvare la vita di Aldo Moro non allineandosi alla cosiddetta linea della fermezza adottata dal governo allora in carica dopo il sequestro dello statista democristiano effettuato dalle brigate rosse fra il sangue della sua scorta.

            Nessuno al Quirinale ha mai pensato di nominare un uomo come Zeffirelli senatore a vita applicandogli l’articolo 59 della Costituzione: quello che premia col laticlavio i “cittadini che Repubblica 2 .jpghanno illustrato la Patria per altissimi meriti nel campo sociale, scientifico, artistico e letterario”. A portare l’artista, letteralmente, a Palazzo Madama fu nel 1994, facendolo eleggere in Sicilia, l’esordiente in politica Silvio Berlusconi con Forza Italia, lasciandovelo peraltro per due sole legislature, che furono poi una e mezza per la brevità della prima: dal 1994, appunto, al 2001. Poi, magari proprio col pretesto di quel primo e unico arrivo col partito Zeffirelli al Senato.jpgdel Cavaliere, non vi fu presidente della Repubblica politicamente tanto coraggioso da riportarlo, questa volta a vita, a Palazzo Madama. Dove il povero Zeffirelli, ormai avviato alla morte, fu riaccompagnato solo qualche mese fa, in aprile,  per una festa organizzata in aula in suo onore dalla presidente, guarda caso forzista, dell’assemblea Maria Elisabetta Alberti Casellati, che gli consegnò il premio di “Eccellenza e genio italiano nel mondo”.

            Scusa, Maestro, la insipienza e, direi, anche la volgarità di una Repubblica che semplicemente e dolorosamente non ti ha meritato.

 

 

 

 

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Se un garantista impazzisce davanti al Palazzo dei Marescialli e dintorni

             Sì, lo so bene, anzi benissimo. Da garantista non dovrei scriverlo, e neppure pensarlo. Ma le vicende del Consiglio Superiore della Magistratura e dintorni, che hanno ormai occupato stabilmente le prime paginePalazzo dei Marescialli.jpg dei giornali relegando spesso a spazi minori anche i minacciosi  scambi epistolari e verbali fra Bruxelles e Roma  sui conti sempre malandati o controversi d’Italia, sono ormai tali che mi chiedo perché non siano ancora scattate le manette ai polsi di qualcuno degli indagati o affini.

            Penso, per esempio, all’ex presidente dell’associazione nazionale dei magistrati ed ex membro dello stesso Consiglio Superiore Luca Palamara, che pure ricordo con una certa simpatia per avere partecipato una volta con lui alla presentazione del libro di un comune amico sulla storia del Giro d’Italia in Rolli.jpgbicicletta. E che, francamente, non avrei mai immaginato così sprovveduto, a dir poco, da trascorrere una notte in una stanza d’albergo, o qualcosa del genere, non per spogliare una bella donna ma per immaginare, con amici, ex colleghi, parlamentari e quant’altri, di fare indossare a qualche magistrato in carriera una toga più graduata.

            Non penso invece all’ex sottosegretario, ex ministro e tuttora parlamentare Luca Lotti in manette sia perché non sarebbe stato per fortuna facile applicargliele ai polsi per quel poco che è ancora rimasto delle immunità parlamentari dopo la riforma dell’articolo 68 della Costituzione, imposta a furor di piazza  negli anni di “Tangentopoli” e “Mani pulite”, ma perché ai miei sciagurati e improvvisi malumori giustizialisti basta e avanza l’amico di Matteo Renzi che Vauro Senesi nella vignetta di prima pagina del Fatto Quotidiano ha appeso allo stenditoio del Pd, credo sulla terrazza del Nazareno. Dove Lotti fa compagnia ai suoi indumenti dopo essersi sospeso dal partito volontariamente, diciamo così, forse deludendo qualcuno che ne reclamava le dimissioni direttamente. Che, secondo i malvagi, sarebbero state più opportune per il suo stato di imputato in attesa di giudizio nel tribunale di Roma, col coinvolgimento perciò di una Procura ai cui avvicendamenti di vertice lui s’interessava, magari a sua insaputa, nelle più o meno occasionali partecipazioni a conciliaboli d’hotel.

            Diciamo la verità, questa è una vicenda che non può non lasciare l’amaro in bocca, o l’amarissimo con i soliti abusi di pubblicazione di intercettazioni coperte dal segreto istruttorio ed eseguite con quelle diavolerie da troie -pardon, da “trojan”- iniettati con un clic nel telefonino del malcapitato di turno. E ciò forse anche in deroga alle pur larghe maglie consentite dalla legge, secondo i dubbi espressi pubblicamente da Cosimo Ferri: uomo di toga e di politica insieme, quindi da considerarsi assai competente.

            Peccato che in questo tramestio di alberghi e palazzi, cui non è stato risparmiato dalle cronache neppure il sacrissimo Quirinale, dove il capo dello Stato trascorre tutto il tempo libero lasciatogli dalle funzioni che la Costituzione gli affida anche di presidente del Consiglio Superiore Savona.jpgdella Magistratura, sia per forza di cose sfuggita ai più la preziosa prestazione di governo offerta, in qualche modo fuori ordinanza, dall’ormai ex ministro Paolo Savona. Che in veste di presidente della Consob ha pubblicamente smontato almeno in parte, con voce ferma e giovanile, a dispetto dei suoi 80 anni e più,  il castello di carte e di parole montato da tempo a Bruxelles e dintorni contro il debito pubblico italiano, ignorando il grande risparmio privato che in qualche modo lo compensa. E non giustifica, quindi, i giudizi comunitari “prossimi a pregiudizi”, denunciati da Savona.

           Quest’ultimo forse non prevedeva di vedersi poi contestare la sua coraggiosa uscita anche da un giornale che pure dovrebbe partecipare, almeno nei giorni pari o dispari, come preferite, alla causa della sopravvivenza dei grillini al governo. “Ma il presidente Consob non dovrebbe pensare alla vigilanza” sulle societàIl Fatti.jpg che si giocano il loro presente e avvenire nelle Borse ?, ha chiesto in un titolo sopra la testata il severissimo Fatto Quotidiano: sempre lui.  Che evidentemente ignora tutte le speculazioni finanziarie che il signor Spread, ormai noto anche ai fiorai ambulanti, conduce da tempo cavalcando il discredito che fanno del debito pubblico italiano gli Stati e le banche concorrenti, in Europa e altrove.

 

 

 

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Follie nel cantiere gialloverde di Beppe Grillo sotto le cinque stelle

              Beppe Grillo ha problemi nel cantiere appena benedetto sul Fatto Quotidiano per la “ristrutturazione” di quel “cesso” che per lui è l’Italia. E che, sempre lui, si è vantato, spiegando l’appoggio e la fiducia confermati a Luigi Di Maio, di avere allestito con la Lega di Matteo Salvini, anche a costo di uno “strappo” con le origini del movimento delle 5 stelle, perché convinto della scelta giusta, vista l’asineria degli elettori. I quali l’anno scorso, rinnovando le Camere, non diedero ai grillini la maggioranza assoluta almeno dei seggi parlamentari, se non quella dei voti. Già, perché con le leggi elettorali che abbiamo, ormai fatte sempre a quattro mani, fra Parlamento e Corte Costituzionale, è possibile nel nostro stivalone che si abbia la maggioranza assoluta dei deputati e dei senatori senza avere raggiunto quella dei voti, e persino il contrario con qualche accorgimento che prima o poi qualcuno avrà la fantasia e il coraggio di garantire.

              Dell’asineria degli elettori italiani, poi, Grillo ha avuto una conferma non più tardi del 26 maggio scorso, quando li ha visti accorrere ai seggi per l’elezione degli europarlamentari azzurri allo scopo di capovolgere i rapporti di forza all’interno della maggioranza gialloverde all’opera per riparare il “cesso” nazionale. I 32 punti percentuali dei grillini sono precipitati a 17, superati anche dal Pd che sembrava l’anno scorso morto e sepolto al terzo posto nella graduatoria elettorale, e i 17 della Lega sono saliti a 34 e oltre.

              E’ stato uno sgradevole inconveniente, certo, ma non irreparabile per un uomo della fantasia, intelligenza e disinvoltura di Grillo. Che si è rifatto i conti come capocantiere ed ha stabilito che per ristrutturare -ripeto-  il “cesso” chiamato Italia occorrerà un po’ più di tempo, sempre con la stessa squadra, dove qualcuno evidentemente ha bisogno di qualche corso supplementare di formazione, o aggiornamento: a cominciare probabilmente da quel Salvini conosciuto da Grillo di sfuggita tempo fa in un aeroporto. E che lo fece entrare così presto e così bene in confidenza telefonica con sua madre da consentirgli di contestarle la rinuncia all’uso della pillola anticoncezionale nei rapporti sessuali, a cominciare da quello naturalmente servito alla nascita dell’attuale vice presidente del Consiglio e ministro dell’Interno.

             Il vignettista del Fatto Quotidiano Riccardo Mannelli, fermo evidentemente a quel rimprovero e ignaro, con tutte le cose che ha da fare, della lezione di realismo appena impartita sullo stesso suo giornale da Grillo chiedendo tempi più lunghi per riparare “il cesso” Italia, ha riscritto all’anagrafe il socio di maggioranza Matteo Salvini. E, ispirato dalle ultime cronache giudiziarie, in particolare dall’arresto del consulente energetico della Lega Paolo Arata, e del figlio Francesco, perché prestanomi, o qualcosa del genere, di un altro prestanome, o qualcosa del genere pure lui, del latitante più famoso e temuto della mafia, il boss Matteo Messina Denaro, ha chiamato Salvini poco simpaticamente Matteo Messia Denaro, lasciandogli fra le dita, la bocca e la barba il rosario e il crocifisso. Che lo stesso leader leghista ostenta nei comizi elettorali, e altrove, a costo di fare impazzire Papa Francesco e non sono quanti cardinali di Santa Romana Chiesa.

           Ad aggravare gli umori antileghisti nella redazione di Marco Travaglio ha contribuito il salvataggio della odiata Radio Radicale  appena messo in cantiere nelle competenti commissioni Fatto su Radio Rdicale.jpgdella Camera dagli stessi leghisti sostenendo un emendamento del Pd, per giunta del renziano Roberto Giachetti, che costerà alle casse dello Stato nientemeno che tre milioni di euro, in un bilancio di più di 800 miliardi di euro di spese: “un inciucio” -hanno titolato al Fatto Quotidiano- che ha reso “furiosi” i pentastellati. Fra i quali si spera che non faccia gesti disperati, in particolare, il sottosegretario a Palazzo Chigi Vito Crimi, che il conduttore storico di Radio Radicale e della sua apprezzatissima rassegna “Stampa e Regime”, Massimo Bordin, fece in tempo a chiamare, prima di morire, “un gerarca minore”. E ciò  per lo scrupolo mosso nella guerra, tutta politica per carità, dichiarata e condotta contro manifesto.jpgun’emittente che, oltre a farci seguire i lavori parlamentari, congressi di partito, convegni , processi,  ha la colpa evidentemente imperdonabile di avere anticipato e sviluppato in più di 40 anni di storia tanti temi così male sostenuti oggi proprio dai grillini: l’onestà, il rispetto delle istituzioni, la conoscenza necessaria per giudicare e legiferare, la laicità, i diritti civili e persino le buone maniere, passata per fortuna la lontana esperienza delle parolacce in diretta consentita per un po’ dal compianto Marco Pannella. Che però sapeva parlare coi Papi meglio di tanti prelati.

 

 

 

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Beppe Grillo chiede più tempo per “ristrutturare il cesso” chiamato Italia

Mi ha fatto una certa impressione la parola “strappo” usata da Beppe Grillo proprio nel trentacinquesimo anniversario della morte di Enrico Berlinguer. Che l’aveva resa celebre in una tribuna politica televisiva del dicembre 1981, quando ad una mia domanda sulla legge marziale appena introdottaBerlinguer.jpg in Polonia dal generale Jaruzesky per prevenire il solito intervento armato dell’Unione Sovietica il leader delle Botteghe Oscure dichiarò l’esaurimento della “spinta propulsiva della rivoluzione” comunista dell’ottobre 1917.

Armando Cossutta nel Pci non perdonò al pur popolare segretario del partito tanta eresia e corse a Perugia a organizzare un’assemblea di dissidenti, destinati però a non essere radiati, com’era accaduto invece nel 1969 a quelli del manifesto, insorti contro l’occupazione sovietica della Cecoslovacchia del povero Alexander Dubcek

Lo “strappo”, testuale, rivendicato più o meno orgogliosamente da Grillo in un articolo sul Fatto Quotidiano – e dove, sennò?- è quello del Movimento 5 Stelle dalle sue origini compiuto  più di un anno fa accordandosi con la Lega di Matteo Salvini per il governo gialloverde del “cambiamento”. Che il 26 maggio scorso è costato nelle urne europee ai grillini, e più direttamente a Luigi Di Maio, che ne è il capo rapidamente confermato al suo posto col solito referendum digitale, 15 dei 32 punti percentuali di voti conquistati il 4 marzo 2018 nel rinnovo delle Camere.

Di questa batosta, e di tutto quello che ne hanno scritto gli avversari, dando il movimento delle cinque stelle ormai perduto nella stratosfera, o quanto meno assai compromesso, Grillo si è consolato scrivendo più o meno ironicamente che “siamo abituati  a trovarci costantemente dalla parte sbagliata di questa nazione”, al minuscolo per quella che evidentemente vale e merita dopo tanta ingratitudine. I critici non si rendono conto della “velocità incredibile” della crescita dei pentastellati” e della quantità dei “nidi di mitragliatrici mediatiche” allestiti da “vecchi parrucconi e starlette”.

Così sono stati serviti anche coloro che si ostinano, per esempio, a scambiare per “piramidi” utili a far lavorare tanta gente opere invece dannose come la linea ferroviaria d’alta velocità per le merci da Lione a Torino: la o il Tav. Cui il comico genovese preferisce piuttosto il ponte sullo stretto di Messina, anche a costo di trovarsi nella scomoda compagnia dello “psiconano”, come lui chiama Silvio Berlusconi una volta tanto dissentendo o distinguendosi da Marco Travaglio, che è fermo come un paracarro alla definizione di “pregiudicato”, con tanto di pezze d’appoggio ricavate dagli archivi della Corte di Cassazione.

A chi ha sprovvedutamente scambiato lo “strappo” dell’alleanza con Salvini per qualcosa cui rimediare, compreso quindi lo stesso Travaglio, affrettatosi dopo il 26 maggio a chiedere ai grillini di fare come i leghisti di Umberto Bossi alla fine del 1994 con Berlusconi, quando ne rovesciarono il primo governo e minacciarono  di espulsione un Roberto Maroni tentato di restare al Viminale, Grillo ha improvvisato una lezione di realismo e, insieme, di fideismo. “Non siamo -ha scritto da capo del cantiere e da filosofo di lunghe vedute, diciamo così- una di quelle aziende”, di cui sono piene le pagine gialle, “che vi ristrutturano il cesso in quattro ore”.

Vi raccomando quel “cesso”, in cui Grillo è convinto di avere portato a lavorare la sua manovalanza, si spera con tutte le cautele del caso, a cominciare dalle maschere:  quelle vere, della salute, non da teatro.Grillojpg.jpg Dove pure ha fatto le sue fortune il fondatore, garante e quant’altro del partito ancora maggiormente rappresentato a Montecitorio e a Palazzo Madama, anche se gli elettori del 26 maggio lo hanno fatto scendere nella graduatoria al terzo posto, neppure al secondo, dopo l’odiato Pd  nazarenico di Nicola Zingaretti.

Quanto possa o debba durare, magari in termini di anni luce,  la “ristrutturazione” grillina o gialloverde del “cesso” italiano, magistratura permettendo naturalmente, vista l’abituale e casuale – per carità- commistione di cronache politiche e giudiziarie, il pazientissimo Beppe prima o poi forse lo dirà, anche a Di Maio e allo smanioso Alessandro Di Battista, Dibba per gli amici. Che ha appena accusato i leghisti, con la franchezza o la severità  di un vigilante notturno in motorino, di “rubare” a Forza Italia non solo i voti, ma anche gli uomini di una certa area simil-criminale alla quale  andrebbero iscritti d’ufficio l’ex parlamentare forzista, appunto,  Paolo Arata e il figlio Francesco, appena arrestati per l’affare che è già costato il posto all’ex sottosegretario leghista Armando Siri.

Meno male che, almeno sinora, non sia stata chiesta l’auto-sospensione, come di un qualsiasi consigliere superiore della magistratura, dell’altro figlio di Arata, Federico, dal Dipartimento economico di Palazzo Chigi. Di cui il giovane è consulente a contratto, apprezzato da Salvini in persona, oltre che dal sottosegretario Giancarlo Giorgetti.

 

 

 

Pubblicato su Il Dubbio

Assalto piatto a Matteo Salvini dopo l’arresto di Paolo Arata e figlio

            Di piatto, ormai, non c’è solo, o non c’è più, il tipo di tassazione proposto dalla Lega per tentare la rianimazione dell’economia italiana, già riuscita in altre parti del mondo considerate però eretiche dai sapientoni dell’Unione Europea. Di piatto c’è anche, o soltanto, il tipo d’intervento dannatamente casuale, per carità, della magistratura nelle congiunture politiche, quando queste si fanno particolarmente critiche e dense di incognite, almeno per gli equilibri più o meno consolidati a vari livelli.

            Tramortita dai risultati elettorali del 26 maggio, costatagli 15 dei 32 punti percentuali di voti conquistati il 4 marzo dell’anno scorso nel rinnovo ordinario delle Camera, l’anima giustizialista del movimento grillino è risorta con l’annuncio di straordinaria e -ripeto- dannatamente casuale  tempestività dell’arresto di Paolo Arata e del figlio Francesco in Sicilia per riciclaggio, corruzione e non so cos’altro ancora, ma di probabilmente affine alla mafia.

             I due sono riferiti o riferibili alla Lega: l’uno come esperto di energia, inchiodato fotograficamente alla partecipazione ad un convegno del Carroccio in materia, e l’altro come socio, non essendo ancora reato il rapporto parentale, di un’azienda eolica condivisa con un detenuto, Vito Nicastri,  sospettato di sostenere la latitanza del capomafia Matteo Messina Denaro.

              Già entrati nelle cronache politiche durante la campagna elettorale per i rapporti con l’allora sottosegretario leghista Armando Siri, rimosso dopo essere risultato indagato di corruzione Il Fatto.jpgper avere cercato, sia pure inutilmente, di varare norme che potessero consentire incentivi all’azienda posseduta con Nicastri, i due Arata vi sono tornati adesso più prepotentemente e invasivamente per il loro arresto. Che ha consentito a vignettisti, fotografi, titolisti e quan’altri di confezionare un processo mediatico contro La Lega, e più in particolare Salvini, rappresentato da Vauro, per esempio, sul solito Fatto Quotidiano come un frate orante e benedicente.

                L’unico Arata ancora libero, almeno di quelli noti dello stesso nucleo familiare, è il giovane Federico, consulente del Dipartimento Economico, se non ricordo male, della Presidenza del Consiglio, apprezzato pubblicamente sia da FEDERICO ARATA.jpgSalvini sia dal potente sottosegretario del Carroccio Giancarlo Giorgetti. Di lui vedrete che prima o dopo qualcuno chiederà l’autosospensione, o qualcosa di simile, che potrebbe quanto meno dare al giovanotto la consolazione di paragonarsi a qualcuno dei consiglieri superiori della magistratura che si trovano in questa condizione nel Palazzo dei marescialli.

                 La situazione di Paolo Arata, già politicamente critica  per i rapporti pur troppo enfatizzati con Salvini in persona, come lo stesso Salvini si è appena lamentato fra un’aggressione e l’altra ROLLI.jpgsubita sui terrazzi del Viminale dai gabbiani sfuggiti alla sorveglianza della polizia fluviale, si è aggravata col ricordo dei suoi trascorsi, persino parlamentari, con Forza Italia: quella naturalmente del “pregiudicato” Silvio Berlusconi, come ricorda ogni volta che può Marco Travaglio sul suo giornale. E come ha imparato bene il collaboratore, oltre che animatore e non so cos’altro del Movimento 5 Stelle, Alessandro Di Battista: Dibba per gli amici e simpatizzanti.

                 E’ proprio del giovane Di Battista, maliziosamente immaginato fuori e dentro casa, diciamo così, come uno che non vede l’ora di subentrare all’amico Luigi Di Maio come capo del movimento grillino, che manifesto.jpgsi sono già levate le grida contro la Lega contaminante, che a Forza Italia “ruba non solo voti ma anche uomini” e presumo pure donne più da galere che da discoteche. Il berlusconismo insomma vive ormai fra di noi, si dispera Dibba dopo un anno e più di forzata convivenza politica, e di governo, col baracconismo di origine arcorese, almeno nella concezione che sembra averne il compagno di partito di Di Maio.

                  Intanto anche dalle parti del Cavaliere si nutrono verso Salvini, il suo partito e i suoi più stretti oIL GIORNALE.jpg affini alleati, in quel che resta ormai del centrodestra, sentimenti non proprio amichevoli. Il Giornale Ferrara.jpgdella famiglia Berlusconi ha appena titolato in prima pagina sulle “trame” elettorali di “Salvini-Toti-Meloni”. E Giuliano Ferrara, in persona, sul suo Foglio ha cercato di spingere il “Truce” leader leghista, coi tempi che corrono, e con i problemi che lo incalzano, tra gli uffici comunitari di Bruxelles e quelli giudiziari di Palermo o affini, verso la rovina di una “dodicesima campagna elettorale”.

                  Ma prima di questo salto elettorale nel buio, se vi si farà trascinare, Salvini dovrà presentarsi, forse come persona informata dei fatti, diciamo così, davanti a quella specie di tribunale speciale che è diventata la commissione parlamentare antimafia, presieduta ora dal grillino Nicola Morra. Che, in verità, lo convocò già il mese scorso, ai tempi del non ancora deposto sottosegretario Siri, ma adesso sembra che non sia più intenzionato a concedergli pause o rinvii.

 

 

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Lo scafandro che non riuscirà forse a proteggere Giuseppe Conte

            Temo che non sarà sufficiente al povero Giuseppe Conte Lo scafandro in cui Emilio Giannelli lo ha infilato sulla prima pagina del Corriere della Sera per fargli “conquistare lo spazio” o le profondità, secondo i gusti, della cosiddetta fase 2 del governo gialloverde, incautamente autoassegnatasi dal presidente del Consiglio nelle pur proibitive condizioni politiche createsi con i risultati delle elezioni europee del 26 maggio. Esse consistono nel forte, a dir poco, soprasso dei leghisti sui grillini, nel ritrovato bipolarismo tra centrodestra e centrosinistra nelle amministrazioni locali, nel marasma rimasto o addirittura aumentato nel movimento delle 5 stelle col frettoloso salvataggio digitale della leadership ammaccata di Luigi Di Maio e nella procedura europea di infrazione per eccesso di debito messa in cantiere dalla pur uscente commissione di Bruxelles. Al cui presidente in persona, il lussemburghese Jean Claude Juncker non è parso vero vendicarsi di nuovo delle volte in cui dall’Italia il leghista Matteo Salvini, ora diventato il capo del partito più votato, gli ha dato dell’ubriacone.

            Farete con i vostri conti una brutta fine, ci ha mandato a dire Juncker soffiando sulla procedura d’infrazione con quel poco d’aria che gli è rimasta nei polmoni politici di capo della Commissione europea. E Conte dall’interno dello scafandro, anziché restarsene zitto, come forse preferiva il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, sempre prodigo di consigli alla prudenza nei rapporti con Bruxelles e dintorni, ha mandato Juncker a quel paese rinfacciandogli gli errori commessi a suo tempo, sempre a Bruxelles, contro la Grecia e riconosciuti col solito ritardo, a danni già compiuti e irreparabili, dallo stesso presidente scaduto della Commissione.

            Con questa reazione, tuttavia, Conte non ha soltanto derogato alla cautela d’ispirazione quirinalizia. Egli si è sbilanciato, con tutto quel peso addosso, verso la posizione che dovrebbe temere di più, o dalla quale Giannelli Gazzetta.jpgha cercato di proteggerlo maggiormente con quella vignetta: la posizione per nulla remissiva di Salvini. Che lo stesso Conte avverte così minacciosamente da averlo ammonito dopo le elezioni del 26 maggio a darsi una regolata per avere vinto solo una partita giocata fuori dal Parlamento nazionale, dove i rapporti di forza sono rimasti quelli di prima, e non potranno cambiare senza ricorrere alle elezioni anticipate, se lui avrà il coraggio di reclamarle davvero, assumendosene le responsabilità e soprattutto convincendo il presidente della Repubblica a dargliele.

            L’animosità, i sospetti, la paura e quant’altro di Conte verso Salvini si ritrovano in un titolo galeotto del Fatto Quotidiano in prima pagina, dove spesso fanno dire al presidente del Il Fatto.jpgConsiglio quello che vorrebbero sentirgli gridare, arrivando nella scorsa settimana il direttore Marco Travaglio persino a tradurre in un editoriale quello che si aspettava di sentir dire il giorno dopo a Palazzo Chigi dal capo del governo nella conferenza stampa annunciata urbi ed orbi. “Sfuriata di Conte a Salvini”, ha sparato con le sue pallottole di carta il direttore del Fatto facendogli spiegare: “Basta dipingermi come il nuovo Monti, sennò ti sbugiardo”.

           Immagino i brividi nella schiena del ministro dell’Interno nel suo appartamento di servizio, a pochi passi da Piazza Venezia e dal fatidico balcone su cui chissà quante volte i suoi avversari vorrebbero vederlo per meglio apparentarlo al Duce, come hanno fatto nella campagna elettorale cogliendolo in fallo da comizio su un terrazzo a Forlì, peraltro conquistandone poi il Comune.

            Nella foga demolitrice del “capitano” o del “truce”, come preferisce chiamarlo sul Foglio Giuliano Ferrara, al Fatto Quotidiano hanno anche incorniciato Il Fatto 2 .jpgil dispetto, diciamo così, fatto a Salvini, in concorso fra loro da Palazzo Chigi e dal Quirinale, sforbiciandogli il tanto atteso e reclamizzato decreto legge bis sulla sicurezza, in modo da toglierli “le multe per i migranti” salvati in mare. Ma al Corsera.jpgmanifesto sono stati più avveduti ripiegando su unmanivfeso.jpg titolo di copertina che dice “Raggiro di vite”. E il raggiro sta nel fatto che le multe non sono state rimosse, ma laciate: “da 10 a 50 mila euro per i comandanti e gli armatori che non rispettano il divieto di ingresso nelle acque territoriali italiane impartito dal ministro dell’Interno”. In caso di recidiva “i prefetti”, non quindi i magistrati, “possono disporre -dice il decreto- la confisca dell’imbarcazione”, per la cui custodia sono stati stanziati 500 mila euro per quest’anno e un milione di euro per ciascuno dei due anni successivi.

 

 

 

 

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Giuseppe Conte tra il presente sofferto con i suoi vice e un incerto futuro

             Da quando i giornali, chi più e chi meno, hanno iscritto d’ufficio il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, specie dopo i risultati delle elezioni europee del 26 maggio, e col suo sostanziale benestare espresso definendosi “orgoglioso” dei rapporti col Quirinale, al cosiddetto “terzo partito”, costituito dal capo dello Stato e dai ministri prevalentemente tecnici degli Esteri e dell’Economia, l’uno diplomatico e l’altro economista, ho notato dal mio modestissimo osservatorio un certo imbarazzo di Sergio Mattarella. Che ha continuato, per carità, a tenere l’agenda piena di impegni, servitigli spesso per esternazioni riferibili, con qualche allusione culturale o costituzionale, a fatti e contingenze politiche, ma si è fatto adesso più parco nell’uso delle parole.

            Forse il presidente della Repubblica ha avvertito il pericolo di coprire troppo il presidente del Consiglio in quella che un notista politico di lunga esperienza come Stefano Folli ha Salvini.jpgdefinito su Repubblica la ricerca di “una seconda vita”, dopo un anno trascorso all’ombra, o quasi, dei sue dueDi Maio.jpg vice e capi dei rispettivi partiti di governo: il grillino Luigi Di Maio e il leghista Matteo Salvini. Più che il presidente, egli ne era apparso qualche volta il sottosegretario, secondo la impietosa rappresentazione di qualche critico.

            Ora invece Conte vuole “carta bianca” dai vice finalmente accorsi al suo invito per un vertice a Palazzo Chigi,La Stampa.jpg ha titolato La Stampa. “Il premier sfida i due vice”, ha annunciato La Gazzetta del Mezzogiorno.Gazzetta.jpg Il vignettista del Fatto Quotidiano, Vauro, lo ha rappresentato spazientito nell’accogliere sulla porta i due vice accorsi sgomitando e litigando fra di loro, come se fossero ancora in campagnaVauro.jpg elettorale e non si fossero già riconciliati incontrandosi qualche giorno prima su un altro piano di Palazzo Chigi, quando Conte era ancora in Vietnam. Ma più realisticamente Repubblica ha titolato “Due contro uno”, e Repubblica.jpgIl Messaggero “assedio a Conte”. Che dall’idea di poter dare finalmente Schermata 2019-06-11 alle 06.14.05.jpgordini ai due vice, avvalendosi delle prerogative del famoso articolo 95 della Costituzione, più volte rinfrescato alla sua memoria da Mattarella in persona fra un piatto e l’alto delle loro colazioni di servizio e di cortesia al Quirinale, temo stia passando alla paura di doversi rassegnare a tornare a prenderne, di ordini. E ciò, sia pure a schiena apparentemente dritta, facendo buon viso a cattivo gioco, e ripetendo ad ogni giornalista ammesso al suo telefono o alla sua presenza di essere pronto, per carità, a lasciare, cioè a dimettersi, piuttosto che “galleggiare” o, come diceva e spesso preferiva la buonanima di Giulio Andreotti, a “tirare a campare, piuttosto che tirare le cuoia”.

            D’altronde, pur avendo di suo un doppio e ben remunerato o remunerabile mestiere, di professore universitario e di avvocato civilista, e sulla carta persino qualche titolo per aspirare al doppio ruolo di tecnico e politico ;izolini.jpgpronosticatogli o attribuitogli sul Giornale della famiglia Berlusconi dall’immaginifico Augusto Minzolini, dopo aver fatto il presidente del Consiglio Conte difficilmente potrà trovare nel quadro competitivo riaperto a vari livelli dai risultati elettorali di questa primavera elettorale, la “nuova vita” di cui ha scritto Folli. A meno che non gli basti quella foto galeotta in un giardino, alle prese anche lì però non con uno ma con due cani.

 

 

 

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