Tutti incredibilmente al lavoro per Matteo Salvini sul fronte elettorale

              Vorrei chiedere a Emilio Giannelli, che sulla prima pagina del Corriere delle Sera ha appena eretto sarcasticamente un monumento a Matteo Salvini, facendogli indossare gli indumenti e le parole di Cesare, ciò che ho già chiesto al mio amico Giampaolo Pansa, autore di un libro fresco di stampa contro Salvini, sempre lui, dandogli del “dittatore” nel titolo di una copertina naturalmente e rigorosamente nera, se sono davvero convinti di lavorare così contro il leader della Lega, nonché vice presidente del Consiglio, ministro dell’Interno, “Capitano”, “Truce” e via sfottendo o disprezzando.

             A me non pare che così si lavori contro Salvini, specie dopo averlo visto crescere nelle urne, nel giro di un solo anno, tanto da doppiare il suo temporaneo alleato di governo e di salire al il manifesto.jpgvertice della graduatoria elettorale Repubblica.jpgd’Italia. Sono invece  convinto che così si lavori indefessamente, e in tanti, a suo favore, commettendo un’autorete politica e psicologica di lunghissimo effetto. E lo dico pensando a tutti gli altri titoli, fotomontaggi, vignette che si vedono sfogliando una qualsiasi rassegna stampa: da Repubblica al Fatto, dal manifesto al Secolo XIX e ad altro ancora.

             Tutti sembrano incredibilmemente, masochisticamente al lavoro, anzi al servizio del leader leghista nel momento in cui una improvvisata e politicamente assai sprovveduta ragazza tedesca, diciamo Lermer.jpgcosì, ha deciso di sfidare non tanto Salvini quanto un intero governo, per quanto malmesso, al comando di un mercantile in cui, francamente, non so dire se i 42 migranti soccorsi in mare siano alla fine diventati ostaggi più di lei che di quelli che li avevano messi in mare nell’esercizio del più turpe dei mercati o traffici.

            Non è minimamente passata per la testa di questa “capitana” di avere sfidato il “capitano”, per stare ai giochi di parole dei giornali, degli editorialisti, dei vignettisti, dei politici, nel momento a lei Rolli.jpgpiù sfavorevole, dopo avere perduto ogni possibile appoggio o appiglio dei pur generosi organismi giudiziari, o simili, della imbelle Europa. Che da tempo, direi troppo tempo, sta letteralmente abusando della posizione geografica dell’Italia: la più vicina ed esposta al fenomeno biblico delle migrazioni dall’Africa e dallo stomachevole commercio che hanno deciso di farne i trafficanti di carne umana.

            Fate, fate, signori dell’indignazione facile e delle allusioni. Tifate pure per la “capitana” Il Fatto.jpgCarola Rachete, e per i soldi suoi personali e della sua famiglia benestante, e per quello specialista delle provocazioni politiche e di piazza che le sta metaforicamente dietro, l’italiano Luca Casarini, già affacciatosi di persona sulla stessa scena marittima prima di andarsi a prendere un aperitivo nella buvette di Montecitorio. Continuate pure in questo giocoSchermata 2019-06-27 alle 07.17.55.jpg in cui Salvini ha tutto da guadagnare, specie se la situazione politica dovesse precipitare verso le elezioni anticipate, con una campagna elettorale infernale, per temperatura fisica, politica e sociale. Fate, fate. E poi correrete tutti a farvi consolare in qualche buon ritrovo dal mio amico Giulianone Ferrara. Che sul Foglio ha deciso di partecipare a suo modo a questa incredibile corsa verso l’abisso, lasciando tuttavia che ogni tanto si spenda per Salvini sullo stessol giornale, affidato alla direzione di Claudio Cerasa, la solitaria Annalisa Chirico, da lui chiamata -o sfottuta- Chirichessa. Che fa rima con baronessa, al minuscolo per favore.

 

 

 

 

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In attesa della Tav, viaggiano ad alta velocità le bugie di chi vi si oppone

            La lista del contenzioso nel governo gialloverde, già alle prese in questi giorni  con l’aggiornamento del bilancio, per Giannelli.jpgcercare di fermare la procedura europea di infrazione per debito eccessivo, coll’approdo in Parlamento delle cosiddette autonomie differenziate, per non provocare la crisi ad opera dei leghisti, con la revoca delle concessioni autostradali ai Benetton, minacciata da un anno dai grillini per reazione al crollo del ponte Morandi a Genova ma bloccata dal timore di costosissime penali, e dall’intervenuto interesse degli stessi Benetton ad un progetto pentastellato di salvataggio dell’Alitalia, e con altro ancora; la lista del contenzioso, dicevo, si è improvvisamente allungata col ritorno sulla scena della cosiddetta Tav. O della versione maschile -il Tav- preferita dagli espertissimi del Fatto Quotidiano nella campagna che conducono per impedirne la realizzazione.

            All’improvviso il pubblico grillino che ha continuato, sia pure a ranghi molto ridotti rispetto a un anno fa, a votare per le cinque stelle il 26 maggio scorso si è accorto che il progetto del trasporto ferroviario delle merci ad alta velocità  da Lione a Torino, non è stato per niente bloccato, come i dirigenti del Movimento delle 5 Stelle avevano fatto loro credere nella campagna elettorale per le europee e le amministrative di primavera. Il progettoCorriere.jpg va avanti, per giunta con lo stanziamento di nuovi fondi da parte dell’Unione Europea condizionato alle tappe cui stanno provvedendo i bandi d’appalto appena annunciati dal Consorzio internazionale Telt. Il cui consiglio d’amministrazione si è riunito a Parigi non in clandestinità. E neppure all’insaputa -è stato precisato- della “struttura” più o meno commissariale che si occupa della vicenda a Palazzo Chigi, almeno da quando i grillini si sino rimessi, o hanno mostrato di rimettersi, alle valutazioni del presidente del Consiglio Giuseppe Conte anche come avvocato.

            Al ritorno di questo problema sulla scena si sono fatti risentire anche i sostenitori delle soluzioni minimali o alternative, come i treni senza galleria, arrampicati sulle montagne, che Salvini ha liquidato sostanzialmente come giocattoli avvertendo che a lui, e al suo partito, specie dopo i risultati elettorali del 26 maggio, compresi quelli per il rinnovo del Consiglio regionale del Piemonte, piacciono i treni che corrono davvero, non sopra ma sotto, o dentro le montagne. E pazienza se il suo omologo grillino a Palazzo Chigi come vice presidente del Consiglio, Luigi Di Maio, già alle prese con problemi di sopravvivenza politica all’interno del proprio movimento, ha reagito dichiarandosi assediato dal voracissimo “partito del cemento”, non contento evidentemente di avere appena vinto anche la partita del conferimento Il Fatto.jpgdelle olimpiadi invernali del 2026 a Milano e a Cortina. Di cui al Fatto Quotidiano -e dove sennò?- hanno già cominciato ad elencare i possibili “predatori”, varianti evidentememte dei “prenditori”, a loro volta varianti degli imprenditori. Tutto da quelle parti si tiene: concetti, parole e invettive.

            In attesa, naturalmente paziente, come vogliono le regole della natura e della politica, almeno di quella italiana, di arrivare all’alta velocità nel trasporto ferroviario delle merci tra la Francia e l’Italia, possiamo ben goderci l’alta velocità alla quale viaggiano le bugie cui sono costretti a ricorrere sotto le 5 stelle per convincere quel che rimane del loro elettorato a non abbandonarli. E a sognare, invece, quel ritorno alle “origini” compromesse dalla burocratizzazione Repubblica.jpgministeriale di Luigi Di Maio  e amici, secondo l’analisi orgogliosamente “scorretta” di Alessandro Di Battista condivisa, ma esposta più filosoficamente, diciamo così, dal presidente della Camera Roberto Fico in una intervista pubblicata da Repubblica con l’aria di uno scoop eccezionale.

 

 

 

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Un D’Alema di annata sorpreso a contraddirsi su Lega e Renzi

A 70 anni compiuti in aprile D’Alema è diventato come il buon vino che produce: invecchiando migliora. In una lunga intervista a Vittorio Zincone, per il supplemento 7 del Corriere della Sera, egli  ha riconosciuto almeno alcuni dei suoi errori, pur rivendicando le attenuanti della “generosità” -addirittura per la decisione di lasciare il Pd due anni fa tuffandosi con Pier Luigi Bersani e altri in qualche centimetro d’acqua elettorale, come si è rivelato il bacino dei fuorusciti dal partito allora guidato da Matteo Renzi- e persino della “professionalità”. Che è stata simpaticamente assegnata d’ufficio dal cantautore Paolo Conte, ammirato da D’Alema, a chi sbaglia nel “mondo adulto”.

L’ex presidente del Consiglio si è persino dato dello “sciocco” per “l’abitudine” avuta negli anni del maggiore potere, all’opposizione prima e al governo poi, di “punzecchiare i giornalisti”, peraltro suoi colleghi, non rendendosi        conto che ciò “non aiutava l’immagine” che pure voleva dare di leader tagliente ma arguto.

A dire il vero, arrivando nell’autunno del 1998 a Palazzo Chigi per sostituire Romano Prodi con un’operazione, obiettivamente, più da palazzo che elettorale, come invece avrebbeD'Alema a Palazzo Chigi.jpg dovuto consigliare lo spirito sia pure parzialmente maggioritario voluto dagli italiani col referendum di cinque anni prima, D’Alema concesse la grazia, diciamo così, a tutti i colleghi giornalisti con la rinuncia alle querele pendenti. Ma, diavolo di un uomo, ci ricascò alla prima occasione Forattini.jpgdenunciando Giorgio Forattini per una vignetta che  lo rappresentava impegnato a sbianchettare una lista di spie italiane, vere o presunte, degli scomparsi servizi segreti sovietici. E furono soldi che il vignettista avrebbe dovuto sborsare vendendosi qualche casa se a pagare non fosse intervenuto l’editore con una generosità spontanea come i contributi di solidarietà imposti per legge.

Fra le cose rimastegli pesantemente sulle spalle  ma di cui D’Alema ha voluto liberarsi c’è quella specie di certificazione di sinistra accordata alla Lega definendola una sua “costola”. Ma, anziché cavarsela rivalutando Umberto Bossi, che allora la guidava, rispetto all’odierno Matteo Salvini, secondo lui affetto da “populismo più intossicante di quello delle cinque stelle” perché misto a “razzismo”, D’Alema ha voluto precisare, anche a costo di darsi la zappa sui piedi, di avere parlato della Lega solo come “costola del movimento operaio”, riuscendo già allora il Carroccio a raccoglierne i voti. Eppure l’odiato Renzi, l’altro Matteo, non si era ancora  neppure affacciato sulla scena della sinistra per “rottamare” chi l’aveva guidata o rappresentata sino ad allora e procurarsi così l’accusa di averne allontanato l’elettorato tradizionale.

Da rottamato, D’Alema è stato in fondo clemente nel suo restauro di politico aduso ormai a “viaggiare molto” anche per tenersi a distanza dalle “bassezze” attuali di casa nostra. E mi sento di condividere il torto che il mio amico Pasquale Laurito, il decano ormai dell’associazione della stampa parlamentare, orgoglioso di avere lui “cresciuto” D’Alema, ha appena rimproverato al “taverniere toscano”- in una intervista al Corriere della Sera- di avergli preferito Federica Mogherini cinque anni fa per l’incarico di alto commissario europea per la politica estera e di sicurezza. Beh, se c’era un abito adatto a D’Alema, e utile anche a Renzi a Palazzo Chigi, era proprio quello. E non certo per fargli vendere meglio all’estero il vino che produce al termine di una carriera politica cominciata ai tempi di Palmiro Togliatti parlando ad un congresso come “pioniere”. A sentire ragionare quel ragazzo il segretario del Pci lo scambiò per “un nano”. E poi, più seriamente, gli predisse un bel futuro, in cui gli sarebbe accaduto, come ad ogni leader, di perdere qualcuno per strada.

Il più clamoroso abbandono del campo dalemiano è stato sicuramente quello di Marco Minniti, che Minniti.jpgha appena proposto sul Foglio una specie di manifesto della sinistra riformista che, secondo lui, sarebbe oggi rappresentata soprattutto dai sindaci che nelle Petruccioli.jpgultime elezioni amministrative hanno dimostrato capacità di resistere alla deriva populista e di destra. E pensare che D’Alema una volta liquidò come “cacicchi” i sindaci cresciuti di peso con l’elezione diretta, tanto da sentirsi più forti dei partiti in cui militavano. Analogie col “manifesto” di Minniti le ho un po’ trovate, specie sul tema della sicurezza, nella bella intervista di Claudio Petruccioli a Carlo Fusi.

 

 

 

Pubblicato parzialmente su Il Dubbio

Il convitato di pietra grillino alla festa per le olimpiadi invernali a Milano e Cortina

              A dispetto delle dichiarazioni di gaudio e di quel lembo di tricolore sventolato anche dal presidente del Conti.jpgConsiglio grillino – o paragrillino-  Giuseppe Conte, il Movimento delle 5 Stelle è il convitato di pietra nella festa mediatica e politica esplosa in Italia con l’assegnazione dei giochi olimpici invernali del 2026 a Milano e Cortina: un’assegnazione decisa a Losanna dall’apposito comitato internazionale con 47 voti contro 34, regolarmente segreti. Ma ne se ne sarebbero bastati 42 per prevalere sulla candidatura svedese.

            Sintomatico del fastidio procurato da questo successo italiano al movimento grillino, e alla sua filosofia della cosiddetta “decrescita felice”, preferita ad una crescita a rischio di sprechi e imbrogli, è il titolo dedicato all’avvenimento non tanto dal manifesto, con uno “sblocca cantieri”  di polivalente interpretazione, quanto dalSchermata 2019-06-25 alle 08.17.49.jpg solito Fatto Quotidiano. Che tanto bene riflette l’anima grillina, e l’alimenta con i suoi titoli, le sue cronache, le sue invettive, i suoi appelli, per fortuna non sempre ascoltati, da avere già cominciato a strillare e a piangere sulla “sconfitta” addirittura dell’Italia. E si prepara a fare previsioni e conti di tutto ciò mnifesto.jpgche potrebbe costarci questa dannata impresa. Dalla quale non a caso si è tirata fuori la Torino della sindaca a cinque stelle, come la Roma della sindaca pentastellata si tirò fuori da altri giochi olimpici, in coerenza -si vantò- con una linea adottata a livello nazionale da quel governo tecnico di Mario Monti su cui il movimento grillino ha pur scritto e scrive le peggiori cose possibili.

            D’altronde è proprio all’ombra, al fantasma, al pericolo di un altro governo tecnico alla Monti che il vice presidente grillino del Consiglio Luigi Di Maio si sta difendendo in questi giorni dagli attacchi dell’amico-concorrente Alessandro Di Battista, accusandolo di lavorare per “destabilizzare” il rapporto di alleanza o collaborazione con la Lega e, più in generale, la situazione politica.

            La festa indigesta, per i grillini, delle olimpiadi invernali assegnate a Milano e Cortina, o “la goduria dei Giochi senza i grillini”, come ha Il Foglio.jpgtitolato sul Foglio il direttore Claudio Cerasa, è un po’ la ciliegina sulla torta della lunga stagione elettorale di questoMessaggero.jpg 2019. Che tra votazioni europee, regionali e amministrative, si è conclusa per i pentastellati come peggio, francamente, non poteva, dimezzando la loro consistenza ed aprendo all’interno del Movimento una crisi dagli sviluppi davvero imprevedibili.

             Tanto rapidamente e confusamente è cresciuto il movimento creato dal comico genovese sparando “vaffanculo” nei teatri e sulle piazze in tutte le direzioni, quanto rapidamente potrebbe dissolversi a contatto, e non solo a contratto di governo, con i problemi reali del Paese. Che sono un po’ diversi, diciamo così, da quelli immaginati da Grillo e liquidati da lui, e dai suoi spettatori-elettori, con formule più ridicole o paradossali che altro, prima di diventare tragiche per le sorti del Paese.

            In questa situazione, mentre il governo si appresta a quell’aggiustamento del bilancio rinviato all’ultimo momento nella scorsa settimana per cercare di evitare la sospetta procedura miniSalvini.jpgd’infrazione per debito eccessivo messa in cantiere dalla Commissione uscente di Bruxelles,  facendone coincidere il percorso, guarda caso, con le trattative sulle nuove cariche nell’Unione Europea; in questa situazione, dicevo, è stato sin troppo facile a Matteo Giorgetti.jpgSalvini far prevalere la propria festa, accanto alla bandiera nel suo ufficio al Ministero dell’Interno, su quella di facciata di Giuseppe Conte, francamente molto meno credibile e coerente del leader leghista e del suo fidato Giancarlo Giorgetti, che ha partecipato personalmente al progetto infine riuscito a Losanna.

          Salvini ha così fatto un altro passo avanti sulla sua strada di protagonista di questa congiuntura politica italiana. O di “dittatore”, come teme o prevede nel suo libro fresco di stampa il mio vecchio amico Gianpaolo Pansa, costretto tuttavia da un confronto nel salotto televisivo di Lilli Gruber con Paolo Mieli, Vittorio Sgarbi e Lucio Caracciolo a chiedersi lui stesso se non ha esagerato a scegliersi quel titolo. E a imporlo ad una casa editrice che in fondo guarda più ai guadagni possibili dalle vendite che al resto.

 

 

 

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E’ diventato il governo della Cycas quello presieduto da Giuseppe Conte

               Il governo gialloverde di Giuseppe Conte fa figli come la Cycas, una pianta molto bella e resistente -si consoli il presidente del Consiglio- originaria dell’Africa, dell’Asia e dell’Oceania ma diffusasi parecchio anche nei giardini italiani. Può ben diventare il simbolo del governo in carica cycas maschio.jpg questa pianta, che è di genere sia maschile, con un fiore che troneggia tra le foglie come un fallo, sia femminile, al cui centro si forma una gigantesca e morbida ovaia. Erano piante costose una volta. La loro diffusione le ha un po’ deprezzate, ma rimangono -ripeto- molto belle e resistenti.

             Quando diventano troppe le foglie gialle, senza allusione al colore del movimento grillino, anche se i risultati elettorali del 26 maggio non sono stati esaltanti per i pentastellati, esse si possono recidere senza compromettere, anzi migliorando la pianta, che diventa più verde, senza allusione al cycas femmina.jpgcolore della Lega, raddoppiata di voti e di consensi nelle urne. E che, a dire il vero, tenta ogni tanto di archiviare il suo verde di un tempo, quello di Umberto Bossi, per sostituirlo col blu, in tonalità più forte dell’azzurro ormai stinto, non a caso, della Forza Italia più volte fondata e restaurata dall’instancabile Silvio Berlusconi, espertissimo peraltro di giardinaggio. Pertanto il Cavaliere  potrebbe cominciare col demolire e fare a pezzetti questo mio dilettantesco tentativo di applicare le piante alla politica, o viceversa.

            Nato un anno fa, sulle soglie dell’estate, come si sa, per essere iscritto all’anagrafe come un governo bicolore, o bipartito, composto da grillini e leghisti, nell’ordine dei voti appena raccolti dagli uni e dagli altri nelle urne del 4 marzo per il rinnovo delle Camere, il governo Conte già in autunno, quando rischiò una procedura europea d’infrazione per debito eccessivo nella preparazione daltra cyclas.jpgel bilancio del 2019, divenne di fatto tricolore. Il terzo partito, come fu battezzato dai giornali, era quello dei ministri tecnici, in particolare degli Esteri e dell’Economia, e infine dello stesso presidente del Consiglio, particolarmente sensibili alle preoccupazioni, ai moniti, ai suggerimenti e a quant’altro del presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Che seppe guidarli bene, dietro le quinte, ma un po’ anche davanti, nelle trattative comunitarie, sino a scongiurare la bocciatura comunitaria del bilancio trasformando il deficit del 2,4 al 2,04 per cento del prodotto interno lordo, noto di più con le sue iniziali: pil. Potenza di uno zero messo al posto giusto.

            E’ un po’ quello che sta tornando, o potrebbe tornare a verificarsi in questa estate, sia pure a Commissione europea ormai scaduta, ma ugualmente insorta contro i conti italiani:  non si è ancora capito bene se più per farci del male davvero, con multe e penalizzazioni speculative nei mercati finanziari contro i titoli del purtroppo enorme debito pubblico nazionale, o solo per tenerci a cuccia, tagliandoci unghie e qualcosa d’altro nelle trattative sulla distribuzione delle cariche dell’Unione con l’insediamento dell’Europarlamento eletto il 26 maggio, senza lo sfondamento dei cosiddetti sovranisti. Per cui le danze continuano a volerle condurre i popolari, o democristiani, come li chiamavamo una volta, e i socialisti con l’aiuto maggiore, questa volta, di centristi alla Macron, all’ingrosso, verdi e liberali. Di grillini e leghisti, o viceversa, dati i loro novi rapporti di forza, neppure a parlarne quindi, anche se di parlare non smette in Italia Matteo Salvini: e tanto forte da farsi sentire a Bruxelles, specie ora che reclama per l’Italia la ricetta economica a stelle e strisce di Donald Trump, già abbastanza ingombrante di suo per stare quindi a descrivere gli effetti, positivi o negativi, che può procurare una sua semplice strizzatina d’occhio.

            Il governo tripartito aveva almeno un vantaggio, sino a qualche giorno o settimana fa: un’accettabile unità interna degli altri due partiti, pur con le solite differenze, gelosie, concorrenze, ipocrisie e simili. Adesso invece il movimento grillino è esploso nella sua frustrazione da sconfitta elettorale, con Alessandro Di Battista che, avendo imparato il mestiere anche di falegname, Repubblica.jpgappare a torto o a ragione come l’aspirante cassamortaro -dicono nella sua sua Roma- del povero Luigi Di Maio. Che si è stancato di fingere la parte del fratello, o quasi, ed ha cominciato a lanciare segnali non dico di insofferenza, ma di guerra vera e propria, definendo Dibba, nome d’arte di Alessandro Di Battista, “destablizzatore”. E’ un po’  come ai tempi del Pci i dissidenti venivano liquidati, e a volte anche radiati, come “frazionisti”.

            Ma ora scricchiola anche la Lega di “capitan” Salvini, che non riesce più a tenere uniti i suoi a sfogliare la margherita della crisi sì e crisi no, fra un annuncio e l’altro delle tante cose ancora da poter fare insieme ai grillini, nonostante tutto, sino all’esaurimento ordinario della legislatura, addirittura.

            Già visibilmente insofferente da tempo, Giancarlo Giorgetti, che è l’uomo di fiducia voluto e posto da Salvini a Palazzo Chigi come sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, anziché starsene calmo ad attendere la promozione promessagli a commissario europeo a non si sa ancora bene cosa, o proprio per questo, ha aggiunto all’abitudine di dire che “così non si può andare avanti”, né lontano né vicino, il coraggio di liquidare come “inverosimili” i cosiddetti minibot, destinati ai creditori della pubblica amministrazione e sostenuti un giorno sì e l’altro pure dal collega di partito e presidente di commissione parlamentare Claudio Borghi. Il quale gli ha risposto a brutto muso assicurando di godere anche della condivisione di Salvini in persona, e nario draghi.jpgrisparmiandogli -debbo dire- l’argomento di ferro di cui dispone e che tutti fingono di ignorare o di avere dimenticato: il voto unanime -ripeto, unanime- con cui il Parlamento si è recentemente pronunciato a favore, con l’appoggio del rappresentante di turno del governo in aula. Ma questa è un’altra storia da infiochhettare sotto la Cycas del Conte, col premesso anche del buon Mario Draghi, insorto contro i minibot come presidente della Banca Centrale Europea prima ancora del suo amico ed estimatore Giorgetti.

 

 

 

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Il fotomontaggio galeotto del Fatto Quotidiano sulla crisi gialloverde

            Lo specchio della situazione politica italiana è in un fotomontaggio sulla prima pagina del Fatto Quotidiano, con due attori in primo piano -Luigi Di Maio e Alessandro Di Battista- che litigano fra di loro sulle sorti del movimento delle cinque stelle, del governo gialloverde e personali, e un terzo attore -Matteo Salvini- alle spalle che mostra un po’ di aizzarli e un po’ di godere aspettando di coglierne i frutti. Il titolo sovrapposto al fotomontaggio è, diciamo così, adeguato e attendibile, data la conoscenza particolare che Il Fatto Quotidiano titolo Fatto.jpgha delle vicende sotto le cinque stelle grilline: una conoscenza che lo spinge spesso a dare consigli a dirigenti, militanti e quant’altri, inascoltati molte volte ma sempre sufficienti ad aumentare lo scompiglio, o la dialettica, come preferiscono dire i raffinati. “Dibba, Di Maio “incazzato” (e provocato da Salvini &C”, dice il titolo del giornale di Marco Travaglio sovrapposto al fotomontaggio.

             Dibba, cioè Di Battista, ha fatto perdere il controllo dei nervi al pur amico, fratello, cugino e quant’altro Di Maio col suo ultimo libro, stampato e distribuito praticamente dallo stesso Fatto Quotidiano, in cui si declassa ad esperienza “bucrocratica” quella ministeriale dei grillini e si invoca il ritorno alle mitiche e smarrite origini, che qualcuno del resto ha già rinunciato a recuperare e a servire all’interno del movimento, decidendo di uscirne perché “la separazione è migliore” della Paola Nugnes.jpgconvivenza alla maniera dei “Roses”. Lo ha appena detto la senatrice  partenopea Paola Nugnes, fichiana nel senso di estimatrice del presidente grillino della Camera Rooberto Fico, passando al gruppo misto di Palazzo Madama e cercando di non pagare, peraltro, la penale di centomila euro che per contratto i parlamentari a cinque stelle si impegnano a versare in questi casi.

            C’è movimento insomma nel movimento, trasformatosi da solo, per spontanea evoluzione, in quella “Gabbia” già realizzata e condotta in televisione dall’ex leghista e ora parlamentare grillino Gian Luigi Paragone. Che, in attesa di assumere la presidenza della commissione d’inchiesta sulle banche, si è lasciato fotografare alla guida della moto, credo, di Di Battista, con Paragone.jpgcui la sintonia è piena. Ed è forse proprio la gabbia, più che un armadio, o un tavolo, o una scrivania, o una cassa, la cosa che Dibba ha imparato a costruire meglio nel corso di falegname frequentato di recente nel Viterbese, dopo un tuffo infelice nella campagna elettorale per le regionali dell’anno scorso, quando il movimento cominciò la discesa conclusasi il 26 maggio di questo 2019 con la perdita di 15 punti nelle urne per le europee, rispetto ai 32 guadagnati un anno prima nel rinnovo delle Camere italiane.

            Una conferma dei guasti procurati o aggravati dal ritorno di Dibba sulla scena, proprio mentre il governo gialloverde è attraversato da una crisi su più fronti, compreso quello europeo, con una procedura d’infrazione per debito eccessivo in cantiere, è venuta da Catania, Dove il “guru” del movimento grillino, come viene chiamato più o meno impropriamente Davide Casaleggio alla guida della famosa “piattaforma Rousseau”, ha annullato all’ultimo momento un evento organizzato per promuovere l’ultima fatica letteraria “politicamente scorretta” di Alessandro Di Battista.

            E’ sintomatico che nel fotomontaggio galeotto del Fatto Quotidiano manchi del tutto la figura di Giuseppe Conte, che pure si muove, lavora, cerca di farsi sentire -capire è forse più difficile- e assicura davanti ad ogni microfono che trova a portata di bocca di  chiamarsi  ancora Conte, appunto,  e di essere “il presidente del Consiglio”, peraltro esplicitamente e ripetutamente apprezzato da Di Battista. Ma è un presidente del Consiglio che per non aggravare la situazione, diversamente dall’altro vice presidente Di Maio, che ha mostrato di non gradire ed ha protestato intanto contro i suoi troppi voli di Stato, ha finto di non accorgersi degli ultimi sconfinamenti del vice presidente leghista Matteo Salvini. Che ha convocato o annunciato convocazioni di imprenditori, sindacalisti e quant’altri nei suoi uffici di ministro dell’Interno, al Viminale.

            “Nella tempesta europea vaga la nave Italia senza rotta”, ha commentato con sconforto la situazione Repubblica.jpgEugenio Scalfari sulla sua Repubblica di carta parafrasando un po’ i versi danteschi, ma senza spingersi a lamentare esplicitamente l’assenza anche di un “nocchiero”, e non solo di una rotta. E ciò forse solo per non smentire l’enfatico titolo di apertura del giorno prima del suo giornale, che si era doluto del fatto che “sulle spalle di un suolo uomo”, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, fosse finito anche il compito del presidente del Consiglio.

 

 

 

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Sergio Mattarella mandato allo sbaraglio dai suoi laudatori

            Finalmente sceso dal Colle dopo averlo visto lambire dal fango delle intercettazioni provenienti dall’indagine di Perugia sulla presunta corruzione di Luca Palamara, e sui contatti di vario tipo emersi per   condizionare il conferimento di importanti uffici giudiziari, Sergio Mattarella si è voluto intestare l’annuncio di una svolta al Consiglio Superiore della Magistratura che presiede per apposita norma costituzionale.

           “Si volta pagina”, ha detto testualmente il capo dello Stato dopo “il quadro sconcertante Mattarella.jpge inaccettabile” e “il coacervo di manovre nascoste” scoperto dalle indagini giudiziarie. Che sono peraltro lontane da una conclusione, per cui potrebbe venir fuori ancora dell’altro destinato a sorprendere e scandalizzare di più il presidente del Consiglio Superiore e della Repubblica.

               Oltre però espressioni tanto forti quanto generiche Mattarella non ha potuto andare perché la riforma del Consiglio Superiore della Magistratura che si è resa necessaria dipende da altri, non da lui. Dipenderà, in particolare, dal Messaggero.jpggoverno se si farà carico di un disegno di legge e dal Parlamento che lo dovrà approvare, attenendosi o modificando la Costituzione. Una cosa comunque sembra esclusa, ed è già importante: un’autoriforma dell’organo di autogoverno delle toghe, col pretesto di sventare chissà quale attentato alla loro autonomia da parte dei riformatori legittimi ma esterni quali sono con le loro iniziative il Governo e il Parlamento.

               Mattarella per ora, pur deplorando l’accaduto, si è messo a disposizione con i consigli, se gli verranno richiesti o se riterrà di formularli autonomamente nell’esercizio di quella funzione persuasiva che svolge prevalentemente dietro le quinte. Alla fine però toccherà sempre a lui dire l’ultima parola con la controfirma e la promulgazione della riforma in cui dovrà tradursi la svolta annunciata, o richiesta.

               L’occasione è stata colta da Repubblica, che con la sua testata di carta si considera forse in qualche modo affine a quella che presiede Mattarella, per enfatizzare con un titolone su tutta la prima pagina il ruolo del Presidente, collegandolo anche agli sviluppi dell’attività di governo in sede europea. Dove fervono dietro le quinte trattative e quant’altro per risparmiare all’Italia la costosa e politicamente rischiosa procedura d’infrazione per debito eccessivo.

            Tutto è “sulle spalle di un uomo solo”, ha gridato il quotidiano fondato da Eugenio Scalfari e ora diretto Repubblica.jpgda Carlo Verdelli, declassando così sul campo tutti gli altri attori e protagonisti della scena istituzionale: a cominciare naturalmente dal presidente del Consiglio, già preoccupato di suo e intento a smentire che stia difendendo i conti italiani dalla bocciatura Gazzetta.jpgdella Commissione uscente dell’Unione Europea, e trattando una loro eventuale modifica, “col cappello in mano” per evitare la procedura d’infrazione. E neppure col cappello al piede, come lo ha impietosamente rappresentato il vignettista della Gazzetta del Mezzogiorno prendendolo sulla parola a proposito delle mani libere.

            Per quanto mossa spesso dalle migliori intenzioni, umane e persino politiche, come espressione di rispetto personale e istituzionale, l’enfatizzazione del ruolo del capo dello Stato, come di un “uomo solo” al comando a sua stessa insaputa, perché abbandonato, o quasi, da tutti gli altri, inadatti Mattarella a Verona.jpgalle loro funzioni o rinunciatari, non è né giusta né opportuna. Non giova neppure al presidente della Repubblica, sulle cui “spalle”, per attenersi alle parole della Repubblica di carta, si mettono tali e tante attese degli italiani da condannarlo a deluderli. E’ come se qualcuno, all’Arena di Verona, dove Mattarella  alla fine di una giornata così difficile, si è recato con la figlia per assistere alla Traviata nell’ultima sceneggiatura del compianto Franco Zeffirelli, avesse preteso che l’autorevolissimo ospite salisse sul palco per unirsi, anzi per sostituirsi ad Alfredo o a chissà chi altro.

 

 

 

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L’Occidente smarrito in Italia in odio a Donald Trump e a Matteo Salvini

            In attesa di verificare, davanti e dietro le quinte del vertice europeo, gli inevitabili effetti politici, negativi o positivi che finiscano per rivelarsi, di un governo italiano che resiste allaSchermata 2019-06-21 alle 05.22.38.jpg procedura d’infrazione per debito eccessivo su una posizione di dignitosa fermezza, e non solo di disponibilità al solito compromesso, grazie anche ad una rete di rapporti oltre Oceano che si è appena intestato il vice presidente leghista del Consiglio, conviene tornare sulle reazioni “domestiche” alla visita di Matteo Salvini a Washington dopo il successo elettorale del 26 maggio.

            Una volta gli Stati Uniti andavano bene ai partiti italiani di governo, e ad un certo punto anche al maggiore partito di opposizione, il Pci retto da Enrico Berlinguer e successori, qualunque fosse il colore politico dell’amministrazione americana, democratica o repubblicana. Certo, a sinistra poteva piacere più la prima che la seconda, e viceversa alla destra, anche quella missina che non aveva ancora chiuso del tutto i conti con la fine del fascismo e della seconda guerra mondiale, ma l’America rimaneva l’America. Guadagnarsene i favori era sempre un affare ambito.

            Ora che il mondo non è più bipolare e del muro di Berlino siamo in tanti a conservare in casa dei cocci  procuratici da amici fortunatamente testimoni o addirittura partecipi degli storici eventi del 1989, l’interesse per gli Stati Uniti è diventato peloso. Esso dipende dall’inquilino di turno alla Casa Bianca e da chi di volta in volta può trarne vantaggio in Italia.

            Il fatto che Salvini, senza peraltro compromettere più di tanto i suoi rapporti con Putin, o rovesciarne il giudizio, sia stato accolto a Washington, e ne sia tornato, con buona considerazione, facilitato peraltro dalla prospettiva non certo peregrina di diventare prima o poi il presidente del Consiglio, ha fatto perdere bussola e testa a molti che una volta solo a sentire criticare gli Stati Uniti, o dubitare della loro identificazione con l’Occidente, si strappavano le vesti.

            Il mio amico Ezio Mauro, per esempio, mi è sembrato sulla Repubblica di qualche giorno fa letteralmenteezio mauro.jpg smarrito. Si era perduto per strada l’Occidente, con la maiuscola. Per sua sfortuna non ha potuto leggerlo e consolarlo, con qualcuna delle sue celebri e fulminanti battute, il compianto americano ad honorem Gianni Agnelli, che lo volle giustamente alla direzione della sua Stampa, a Torino, e ci rimase male quando Eugenio Scalfari e Carlo De Benedetti glielo portarono via.

            Un Occidente in mano a Trump e un Trump, a sua volta, smanioso di farsi fotografare la prossima volta con Salvini senza bisogno di fingere poi di non ricordarsene, come accadde durante la campagna elettorale che lo portò alla Casa Bianca, sono per l’ex direttore di Repubblica ossimori da infarto.

            Non parliamo poi degli anti-americani viscerali di un tempo, che hanno trovato in Trump e in una protesi  Salvini finalmente la prova regina della loro antica diffidenza e ostilità per gli Stati Uniti. Il Fatto Quotidiano di Marco Travaglio – e chi sennò?- ha pubblicato un titolo Fatto.jpgarticolo di Pino Arlacchi, già parlamentare della sinistra e direttore degli uffici delle Nazioni Unite a Vienna, in cui Trump è stato rappresentato come “il padrino” di una Mafia mondiale, che non poteva naturalmente non incrociare e arruolare il leader leghista inaffidabile, anzi penoso, nelle sue dichiarazioni di guerra in Italia a mafiosi e affini.

            Per il suo anti-americanismo viscerale Arlacchi aveva già messo in difficoltà negli anni Novanta Massimo D’Alema, che si diede da fare per procurargli quella destinazione alle Nazioni Unite arlacchi.jpgche gli consentisse di rinunciare al seggio rosso blindatissimo del Mugello al Senato. Dove lo stesso D’Alema fece immediatamente eleggere il magistrato allora più famoso e idolatrato nelle piazze: naturalmente Antonio Di Pietro. Al quale gli Stati Uniti piacevano Schermata 2019-06-21 alle 05.38.11.jpgmoltissimo, frequentandone gli uffici consolari a Milano e accettando ogni invito formulatogli oltre Oceano per descrivere la decapitazione giudiziaria, in corso in Italia, di un’intera classe dirigente troppo a lungo scambiata negli USA per un esempio di patriottismo anticomunista.

            Pensate un po’, Arlacchi è riuscito a scrivere che Di Battista.jpggli Stati Uniti si inventarono o ingigantirono negli anni Settanta e Ottanta i missili sovietici puntati contro le capitali europee per ingaggiare una corsa agli armamenti finalizzata al crollo economico e infine politico  di quel Paradiso in terra che era, secondo lui, l’Unione Sovietica.

            Alla scuola immaginaria di Arlacchi potrebbe ben iscriversi, per le idee che ha della politica estera, il grillino ricomparso minacciosamente sulla scena nelle ultime ore: Alessandro Di Battista, il Che Guevara dei Noantri.

 

 

 

 

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La Repubblica di carta chiede ai lettori quanto potrà durare ancora il Governo

              La Repubblica, quella di carta, che per un bel pò di anni  ha potuto vantarsi non a torto di avere dettato la linea a fior di partiti e di governi, umiliata nel lontano 1992 solo dal Pds-ex Pci, che dopo Repubblica.jpgla strage di Capaci non accettò la candidatura di Giovanni Spadolini al Quirinale sponsorizzata da Eugenio Scalfari preferendogli il democristiano Oscar Luigi Scalfaro, ha scelto per il numero oggi in edicola non di dare una notizia, come dovrebbe fare un giornale, ma di rivolgere ai lettori una domanda: “Governo sino a quando?”.

              Qui siamo al rovesciamento delle parti. Chi deve informare e anche indirizzare il pubblico fa mostra di volere essere informato e indirizzato. E’ uno dei tanti paradossi di questa curiosa congiuntura politica, forse più grave di quella economica.

            Va inoltre contestato quel singolare: il Governo, con la maiuscola. E’ infatti sempre più evidente che i governi -consentitemi a questo punto la minuscolo- che convivono nel condominio del portiere, o amministratore, Giuseppe Conte sono più di uno: almeno tre, stando alle ultime cronache. C’è il governo dei ministri targati cinque stelle, i più numerosi e nutriti, per i portafogli di cui dispongono i loro dicasteri, a causa dei voti ottenuti nelle urne l’anno scorso, e non confermati il 26 maggio scorso, quando si è tornati a votare in tutta Italia, anche se per il Parlamento europeo e non per quello nazionale.

           Poi c’è il governo dei ministri targati Lega, meno numerosi per le ragioni appena indicate a proposito delle cinque stelle, ma più visibili, in Italia e all’estero, per le funzioni, l’esposizione mediatica, la indubbia capacità di comunicazione, e ora anche per la consistenza elettorale, maggiore rispetto ai grillini, del leader, vice presidente del Consiglio e ministro dell’Interno Matteo Salvini. Che non vuole rimettersi a livello nazionale con Silvio Berlusconi, dopo averlo Mattarella e Salvini.jpgpraticamente stracciato come socio del centrodestra, ma ne ha ereditato la capacità, tante volte vantata dal Dibba.jpgCavaliere dai giorni di Pratica di Mare in poi, di trovarsi in sintonia sia con gli Stati Uniti sia con la Russia-ex Unione Sovietica. E di questa posizione cerca di farsi forte nei rapporti con l’omologo grillino Luigi Di Maio, sostanzialmente paralizzato dalla paura di una crisi e di possibili elezioni anticipate, cui si è appena prenotato nel suo partito quel mezzo amico e mezzo concorrente Alessandro Di Battista.

           Infine c’è il governo apartitico, tecnico, istituzionale, e altro ancora nella fantasia dei cronisti, retroscenisti e persino costituzionalisti, di Sergio Mattarella, che li ha nominati insieme con tutti gli altri, del presidente del Consiglio Conte, che è riuscito a far dimenticare l’adesione di piazza al movimento dei grillini nel raduno al Circo Massimo dell’autunno scorso, del ministro degli Esteri Enzo Moavero Milanesi e del ministro dell’Economia Giovanni Tria.

          Tutti assieme questi tre governi si sono incontrati e intrattenuti a colazione al Quirinale in vista del vertice europeo dove si discuterà, davanti e dietro le quinte, di tutti i problemi comunitari Rolli.jpge anche italiani aperti dopo le elezioni del 26 maggio, compresa la pratica, formalmente estranea agli ordini del giorno, della procedura d’infrazione per eccesso di debito messa in cantiere dalla Commissione uscente di Bruxelles. Che si è mossa un po’ perché i conti di Roma in effetti non tornano molto e un po’ per indebolire la posizione contrattuale dell’Italia nelle trattative per la distribuzione delle cariche comunitarie. Chi nega quest’ultima circostanza è solo un disinformato o, peggio, un ipocrita.

           Quanto potranno durare il Governo, con la maiuscola, o i tre governi, con la minuscola, che lo compongono, o la federazione virtuale che è stata realizzata almeno in Italia, visto che in Europa non si riesce proprio a farla una federazione, dipenderà non tanto da noi italiani quanto da loro -i  nostri cosiddetti soci nell’Unione- giudicando l’aggiornamento di bilancio improvvisato a Roma, con tagli di spese per due miliardi di euro, per spegnere il fuoco della costosa procedura d’infrazione. Questa è la pura verità. Chiunque ve ne racconti un’altra mente sapendo di mentire. Scusate la franchezza, ma abbiamo per fortuna la libertà di scrivere quelle che pensiamo, senza inseguire sotto l’arco di Tito le farfalle dei mini-bot, della tassa piatta e altro ancora.

             La ciliegina su questa torta della sostanziale impotenza o inconsistenza italiana in questo momento, chiamatela come volete, è stata messa con involontario umorismo dai funzionari, portavoce e quant’altri del Quirinale quando hanno dato notizia dell’incontro di Mattarella con i ministri e della colazione Gazzetta.jpgche ne è seguita, con tutti i conforti e la solennità del caso, precisando che tutto si è svolto in un “clima disteso” e “nessuna discussione”, letterale. Si è quindi mangiato soltanto, discorso del più e del meno, magari del gran caldo arrivato, e poi, si spera per tutti i commensali, ognuno ha digerito per conto suo.

           L’imbarazzo, a questo punto, è solo di dirsi o sentirsi soddisfatti più delle foto ufficiali dell’incontro fra i tre governi o delle vignette  che, grazie a Dio, riescono a farsi capire sui giornali dai lettori più degli articoli, dei più o meno dotti commenti e delle domande sparate nei titoli al posto delle notizie.

 

 

 

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Dietro quella Merkel tremante e quel Salvini arrembante

            Non è fine, lo so. Si tratta pur sempre di una signora, colta in un momento di difficoltà, peraltro affrontato e superato alla grande, senza “crollare”, come ha avvertito giustamente Repubblica, e rinfrancatasi rapidamente con tre Repubblica 2.jpgbicchieri d’acqua formato birra, magari. Ma quella foto della cancelliera tedesca Angela Merkel tremante, e a labbra strette, mentre Merkel 3.jpgla banda militare suonava gli inni d’ordinanza per l’arrivo dell’ospite ucraino a Berlino, è davvero galeotta. E’ l’espressione casuale ma formidabile del passaggio politico che stiamo attraversando, degli equilibri in cambiamento, di certe abitudini ormai tramontate. E’ come se ai loro tempi fossero state colte tremanti e impaurite -già, perché sul volto della Merkel si è letta anche un’umanissima paura- Caterina di Russia, Maria Tersa d’Austria, la Regina Vittoria di Gran Bretagna, la Golda Meir d’Israele, la Margaret Thactcher d’Inghilterra, la Madeleine Albright d’America: donne forti che hanno fatto, ciascuno a suo modo, la storia.

            E’ come se la Merkel, già in difficoltà dopo le ultime elezioni tedesche, rassegnatasi a presiedere il suo ultimo governo di coalizione fra popolari e socialisti, avesse fatto un altro passo verso il suo pensionamento fisico e politico, pur rimanendo attrice importante, e persino protagonista forse, del grande tramestio in Europa per gli assetti che dovrà darsi l’Unione con l’insediamento del nuovo Parlamento e, poi, degli altri organismi comunitari.

            Quella foto in difficoltà della Merkel può aumentare di significato se paragonata a quelle spavalde, diciamo così, del leader leghista e vice presidente italiano del Consiglio Matteo Salvini a Washington e di ritorno a Roma, col proposito dichiarato di far sentire a Bruxelles e dintorni la voce dell’Italia come prima non era mai accaduto. E ciò anche se a negoziare tutto per l’Italia nelle sedi europee non sarà lui, Salvini, ma un Giuseppe Conte. Che muore dalla voglia di dimostrare, almeno nelle apparenze e con le parole, di essere davvero il presidente del Consiglio, e non o non più una specie di assistente, avvocato, consulente dei suoi due vice: lo stesso Salvini e il grillino Luigi Di Maio. I quali, dal canto loro, e nonostante la rivitalizzazione fisica e verbale di Conte, smembrano avere davvero superato l’incomunicabilità delle settimane conclusive della campagna elettorale per le europee e le amministrative, e ritrovato la voglia di stare insieme: Di Maio per non andare in eventuali elezioni anticipate peggio del 26 maggio scorso, quando ha perduto 15 dei 32 punti percentuali di voti guadagnati l’anno scorso col rinnovo delle Camere, e Salvini per non rimettersi a tutti gli effetti, e a tutti i livelli, con Silvio Berlusconi, specie ora che nella Forza Italia del Cavaliere si stenta davvero a capire che cosa stia accadendo, come del resto succede sempre quando una storia va esaurendosi.

            Non è un caso che, tornato dagli Stati Uniti in una dichiarata, anzi ostentata sintonia col presidente Donald Trump, deciso ad investirla tutta sul piano del programma di governo e delle leggi da approvare anche a breve, Salvini Salvini e Di Maio.jpgabbia voluto incontrarsi con Di Maio in un convegno dove si sono toccate con  mano, diciamo così, le diverse predisposizioni avvertite verso i vincoli europei. Per sottrarsi ai quali, o comunque per cercare di cambiarli con le buone o le cattive, i due vice sono ormai più vicini fra di loro di quanto non ne sia lontano Conte con la paura che ha -e va forse anche compresa- di fallire nel tentativo che si è proposto, o si è lasciato imporre dal Quirinale, di evitare ad ogni costo la procedura d’infrazione per debito eccessivo, non si sa se più allestita o minacciata dalla pur uscente Commissione europea.

            Si sprecano naturalmente le analisi e le previsioni sul trumpismo di Salvini, diciamo cosi, ironicamente già riscritto dal direttore del Fatto Quotidiano all’anagrafe politica italiana come Matteo Trumputin, visti i trascorsi del leader della Lega con Putin. Una volta -gli ha rinfacciato Corsera.jpgMarco Travaglio- egli trovò Mosca una città più confortevole delle capitali europee. “Nozze d’interesse” sono state definite anche dal Corriere della Sera quelle di Salvini con Trump, come se non fossero d’interesse anche quelle, in Italia, fra Salvini e Di Maio.

            Nella sua nuova grafica d’attacco, alle notizie e non solo alle persone o alle forze politiche non condivise, Repubblica ha lanciato l’allarme sul “ricatto americano a Salvini”. Ed è con un certo stupore che se ne scopre poi, Repubblica.jpgnello stesso titolo, il contenuto o la finalità: la realizzazione del gasdotto Tap, con terminale pugliese in Italia, in funzione anti-Putin, per rovinargli gli affari energetici in Europa. Ma la realizzazione di quest’opera, in effetti contrastata per un ben po’ dai grillini, è stata sbloccata da tempo, con tanto di intervento personale del presidente del Consiglio già costato un bel pò di voti alle cinque stelle, che li hanno pure digeriti. Ed è stata sbloccata, quell’opera, anche per intervento personale del presidente della Repubblica Sergio Mattarella, recatosi sul cantiere di partenza del viadotto, sulla frontiera greco-turca, per sottolinearne l’utilità, l’urgenza e quant’altro. Non si vede, quindi, francamente dove stia questo ricatto, se non nel vistoso a altisonante titolo della Repubblica, quella di carta naturalmente.

 

 

 

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