Il buco nero della pur coraggiosa missione di Giuseppe Conte a Taranto

             Al netto del coraggio, e non solo del buon senso, mostrato con la sua visita a Taranto -senza cravatta e Rolli.jpgpochette messegli invece addosso da qualche vignettista- nell’”affonderia” inventata con la solita efficacia ironica dal manifesto, Giuseppe Conte si è lasciata scappare forse una frase di troppo col pubblico che ha affrontato fuori e dentro lo stabilimento siderurgico. “Non ho soluzioni in tasca”, ha detto il presidente del Consiglio, oltre all’intenzione di fronteggiare con fermezza la vertenza apertasi con i gestori indiani: una vertenza che segnerà un’epoca, ha pressappoco aggiunto Conte con la competenza non tanto della politica, alla quale è arrivato solo l’anno scorso, quanto di una consolidata professione forense e cattedratica.

            Una soluzione, preliminare a tutte le altre, e valida anche come una cartina di tornasole per verificare le reali intenzioni degli indiani, chiamiamoli così per brevità, e insieme come rimedio ad un cambiamento introdotto all’improvviso dal governo e dalla sua maggioranza al cosiddetto quadro normativo in cui maturarono gli accordi con gli attuali gestori degli Conte 3 .jpgimpianti di Taranto, è il ripristino di quello che viene definito “scudo penale”. Grazie al quale i gestori attuali, come i commissari italiani ArcelorMittal.jpgche li hanno preceduti nelle operazioni di bonifica necessari sul posto, dovrebbero essere perseguiti solo per gli errori e le colpe loro, non dei predecessori. Dai quali essi hanno ereditato gli immani guasti ambientali e d’altro tipo che gravano sull’area. E’ uno scudo di elementare garanzia, senza il quale chiunque operi lì è alla mercè di una qualsiasi iniziativa giudiziaria, con danni economici e fisici, essendo in gioco anche  la libertà degli interessati, oltre al denaro degli investitori.

            Non a caso, del resto, tra gli incontri che Conte ha voluto avere a Taranto, dopo il confronto con la popolazione e con gli operai, davanti e dietro i cancelli, c’è stato quello in Prefettura col capo della Procura locale. Le cui iniziative sulla praticabilità degli altiforni, e relativi sviluppi giudiziari, hanno inciso non poco nell’esplosione della vertenza, quanto e forse anche più dei mutati interessi degli investitori per la congiuntura del mercato siderurgico internazionale.

            Per troppi anni purtroppo anche la politica industriale, come a suo tempo persino la lotta al terrorismo, alla corruzione e, più in generale, la politica dell’ordine pubblico e dei diritti civili, sono state delegate dalla politica, di ogni colore e sfumatura, all’autorità giudiziaria. Nasconderlo sarebbe semplicemente disonesto. E avrebbero diritto a lamentarsene per primi i magistrati, fra i quali pure non manca chi ha profittato di questa situazione per cercare di cambiare in forma stabilmente squilibrata i rapporti fra politica e giustizia.

            Per tornare alla faccenda dello scudo penale necessario a chiunque, e non solo agli indiani di turno, per compiere l’immane impresa della bonifica di un impianto industriale senza del quale avremmo decine di migliaia di disoccupati e almeno un punto e mezzo di perdita del prodotto interno lordo, ad abolirlo nelle scorse settimane è stata la maggioranza giallorossa con un colpo di mano legato alle tensioni esistenti all’interno del più consistente partito di governo, che è naturalmente il Movimento delle 5 Stelle. Il cui capo, ancòra, Luigi Di Maio ha appena avvertito minacciosamente che il ripristino della norma chiesto dal Pd, dopo la sbandata in cui si è fatto coinvolgere assieme ai renziani, sarebbe “un problema per l’esecutivo”.

             I grillini, per quanti sforzi Di Maio potesse o volesse compiere per tenerli a bada, non foss’altro per essere stato nel precedente governo uno degli artefici dell’accordo con gli indiani come superministro dello Sviluppo Economico e del Lavoro, sarebbero in grado con il loro dissenso di boicottare l’operazione, sino a provocare una crisi, non foss’altro per l’approvazione dello scudo con una maggioranza diversa da quella del governo, cioè col contributo essenziale delle opposizioni di centrodestra.

            A capeggiare il dissenso o la rivolta fra i pentastellati, peraltro frustrati da risultati e sondaggi elettorali che li danno ormai ad una sola cifra, com’è appena accaduto in Umbria, è l’ex ministra del Mezzogiorno Barbara Lezzi: una specie di “pasionaria” pugliese, in qualche modo emula Barbara Lezzi.jpgdella compianta e leggendaria Dolores Ibarruri dell’antifranchismo spagnolo. Ebbene, nel programma della visita o missione di Conte a Taranto c’era anche un incontro in Prefettura con i parlamentari del territorio, compresa dunque la Lezzi. Ma nelle cronache dei fatti non se n’è poi trovata traccia alcuna. Sarebbe bello sapere se l’incontro c’è stato, se vi ha partecipato anche la “pasionaria” e che cosa si sono detti l’una e l’altro, cioè la Barbara, di none, e il suo ex presidente del Consiglio, e ora presidente di un Consiglio dei Ministri da cui la signora è rimasta fuori, non facendosene forse ancora una ragione.

 

 

 

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Conte in affanno per l’acciaio e dintorni dopo un incontro al Quirinale

              Reduce da un incontro al Quirinale che non deve essere stato facile, con un Sergio Mattarella alquanto inquieto anche per la gestione un po’ “schizofrenica” -a leggere la cronaca di Corriere.jpgMarzio Breda sul Breda 1 .jpgCorriere della Sera- della crisi dell’ex Ilva, ai cui gestori franco-indiani è stato prima dato e poi tolto il cosiddetto scudo penale per la bonifica dell’imponente impianto siderurgico di Taranto, Giuseppe Conte ha cercato di riprendersi con dichiarazioni e interviste che dessero di lui l’immagine di un uomo un po’ meno indeciso o più determinato delle apparenze.

            In particolare, il presidente del Consiglio ha rifatto, come il giorno prima, la voce grossa contro i cinquemila esuberi programmati dagli indiani, chiamiamoli così, e l’azione giudiziaria intentata per recedere dal contratto a causa anche del mutato quadro “normativo” degli accordi. E non ha escluso, in un clima di auspicata solidarietà nazionale, un intervento diretto La Stampa.jpgdello Stato per garantire produzione siderurgica e posti di lavoro. Ma, messo alle strette nel salotto televisivo di Bruno Vespa, a Porta a Porta, sull’aiuto che certamente non gli danno nel governo e nella maggioranza i grillini, dove i duri hanno preso il sopravvento e hanno determinato la cancellazione dello scudo penale usata dagli indiani per aprire la vertenza, Conte ha cercato di giustificarne contraddizioni ed errore parlando della “transizione” con la quale è alle prese il Movimento delle 5 Stelle.

            E’ una “transizione”, quella dei grillini, non certamente nuova, anche se aggravata dal 7 per cento dei voti cui si sono ridotti nelle elezioni regionali umbre del 27 ottobre per essersi accordati col Pd anche locale, oltre che nazionale. Essa si trascina dal primo momento in cui, giù nella maggioranza gialloverde seguita alle elezioni politiche dell’anno scorso, i pentastellati dovettero fare i conti con i problemi di governo, un po’ diversi da quelli più semplici e redditizi dell’opposizione. Il guaio è che la crisi della leadership di Luigi Di Maio fra i grillini si è progressivamente aggravata dal dimezzamento dei voti subìto nelle elezioni europee di fine maggio e non vi è ora missione di Davide Casaleggio a Roma, come quella compiuta ieri, che riesca a risolverla.

            I gruppi parlamentari delle 5 stelle sono in ebollizione: quello della Camera, appena travolto con il governo da una dura contestazione in aula da parte dei leghisti, è rimasto senza presidente e in quello del Senato gli intransigenti -o “i grillini d’acciaio”, come li ha chiamati su Repubblica Stefano Folli- dettano legge usando spesso e volentieri il soccorso tattico dei renziani. Renzi a Repubblica.jpgSui cui umori e obiettivi potrebbero bastare e avanzare le parole appena dette da Matteo Renzi in persona a proposito di Conte in una intervista a Repubblica, ispirandosi al “suo” Lorenzo de’ Medici, detto Il Magnifico, nel Carnevale del 1490: “Del doman non c’è certezza”.

           Se Conte ha motivo di piangere, il segretario del Pd Nicola Zingaretti, che peraltro comincia ad essere stanco pure lui del tipo di rapporto fra i grillini e il presidente del Consiglio, non può certo ridere dell’attivismo, tatticismo e altro ancora di Renzi. Che, sempre nell’intervista a Repubblica, gli ha praticamente rimproverato di essersi fatto prendere, o riprendere, anche lui dalle tentazioni elettorali ignorando che il ricorso anticipato alle urne, in caso di crisi, sarebbe “un suicidio collettivo”.

            Il fatto è però che le chiavi dello scioglimento anzitempo delle Camere non è nelle mani di Renzi, come l’ex presidente del Consiglio ha forse creduto imponendo di fatto nella crisi di agosto la sua conversione improvvisa all’intesa con i grillini pur di evitarlo. Quelle chiavi sono solo nelle mani del presidente della Repubblica, che d’altronde glielo fece capire bene nel 2016, quando, pur essendo stato eletto l’anno prima al Quirinale col suo determinante appoggio, negò le elezioni anticipate chieste dallo stesso Renzi per investire, diciamo così, in un  rinnovo anticipato delle Camere il rilevante 40 per cento dei voti con cui aveva appena perduto il referendum sulla sua riforma costituzionale.

           Ora che la maggioranza giallorossa è già in affanni progressivi, come il presidente del Consiglio in Libero.jpgpersona, e si può scherzare sul suo aggettivo scrivendo di “maggioranza giallorotta”, come ha fatto Libero in un titolo, il capo dello Stato  non intende giustamente far logorare dalla crisi politica anche il suo ruolo istituzionale. E, come ha appena ribadito allo stesso Conte Breda 2 .jpgsecondo la già ricordata corrispondenza di Marzio Breda dopo l’incontro sull’affare indiano e dintorni, “il Colle non tenterà di costruire alternative né tecniche né istituzionali”, perché in caso di crisi “si andrà dritti al voto”. E vi si andrà probabilmente con un governo di garanzia, non con quello eventualmente dimissionario di Conte.

          L’avvertimento dovrebbe valere anche per l’irrefrenabile fantasia ludica di Giuliano Ferrara. Che sul Foglio si è appena speso per la prosecuzione della legislatura, sia pure sulla “lastra Lastra di ghiaccio.jpgdi ghiaccio” immaginata da Marco Travaglio sulla prima pagina del Fatto Quotidiano. In particolare, il mio amico Giulianone ha scritto sin dal titolo del suo pezzo che “il governo senza spirito”, o senza anima, come altri hanno definito quello Il Foglio.jpgdel Bisconte, “è molto meglio” delle elezioni anticipate. E ha incitato con eccitazione degna di miglior causa: “Insieme per trasformismo e necessità. E’ un bene se governicchiano”. D’altronde, potrebbe difendersi Ferrara, già la buonanima di Giulio Andreotti sosteneva al governo che “è meglio tirare a campare che tirare le cuoia”.  

 

 

 

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Come i radicali sono caduti nella trappola della loro dolorosa diaspora

Ringrazio naturalmente Maurizio Turco e Irene Testa, segretario e tesoriere del Partito Radicale, per l’attenzione riservata al mio amichevole invito  -non so fino a che punto avvertito come tale- a non lasciarsi coinvolgere, e tanto meno travolgere, in quella che ho chiamato “guerra dei pidocchi”, scatenata dagli avversari degli eredi di Marco Pannella dopo l’arresto di Antonello Nicosia per mafia. Li ringrazio anche per avere consentito, ispirato e quant’altro, con la loro reazione, l’approdo della mia polemica sulla prima pagina del nostro Dubbio, cui Turco e Testa molto giustamente hanno riconosciuto il merito di una dissonanza a volte persino solitaria dalla diffusissima abitudine di attaccare o ignorare i radicali, le loro battaglie, i loro congressi, i loro dibattiti.

Purtroppo non è stata mia, o non solo mia, e neppure capricciosa, l’interferenza delle polemiche sull’arresto dell’ex assistente parlamentare Nicosia, e dell’uso da lui fatto delle visite nelle carceri effettuate in quella veste, con la dolorosa -mi consentirete almeno questo aggettivo, cari Turco e Testa- diaspora radicale.

Per l’abitudine che ho, e non intendo abbandonare, di seguire e sostenere da ogni forma di aggressione Radio Radicale, peraltro generosa con le mie opinioni, che spesso raccoglie citando miei articoli, o sollecita intervistandomi, mi è toccato qualche giorno fa di ascoltare di prima mattina, dopo la consueta rassegna Stampa e Regime, l’amica Rita Bernardini accusare i giornali di avere attribuito Nicosia a un organismo non del Partito Radicale ma dei radicali italiani “di Emma Bonino”. Da ciò e solo da ciò è derivato il mio improvvido ricorso, secondo Turco e Testa, alla semplificazione di un discorso “praticamente” diretto anche alla senatrice Bonino.

Sul conto di Emma -lo dico con tutta franchezza e onestà, ripetendo ciò che altre volte ho scritto sul Dubbio polemizzando amichevolmente con Valter Vecellio- non ci saranno radicali di qualsiasi appartenenza o registro che mi faranno cambiare idea e giudizio. Per me rimane e rimarrà la compagna di lotta del nostro comune amico Marco Pannella, del cui rapporto mi sono sempre sentito onorato, ovunque mi sia capitato di scrivere e di lavorare durante la mia non breve attività professionale, sia nel consenso sia nel dissenso. Che si sono alternati nella comune consapevolezza -di Marco e mia- di essere persone oneste e perbene. Non aggiungo altro perché mi costa molto già quello che ho dovuto scrivere per rispondere al segretario e alla tesoriera -per carità- del Partito Radicale.

 

 

 

Pubblicato su Il Dubbio

Giuseppe Conte fa l’indiano con gli indiani dell’ex Ilva di Taranto

            “Lo stop di Conte a Mittal”,  annunciato su quasi tutta la prima pagina dal Corriere della Sera riferendo sull’incontro del presidente del Consiglio con i gestori indiani dell’ex Ilva per trattenerli ancheCorriere.jpg con le cattive in Italia, ha qualcosa francamente di troppo enfatico, contraddetto d’altronde Di Vico.jpgdallo stesso quotidiano col titolo dato, sulla medesima prima pagina, ad un commento del suo Dario Di Vico. Che ha chiesto al presidente del Consiglio “uno scatto come per la Tav”, la linea ferroviaria per il trasporto delle merci ad alta velocità dalla Francia all’Italia avversata dai grillini con un’ostilità inizialmente appoggiata o tollerata da Conte ma infine da lui disattesa con la decisione di sbloccare l’opera.

            Il fatto è che i grillini reagirono alla scelta del presidente del Consiglio -il “loro” presidente del Consiglio- come un’opposizione irriducibile. Essi, fingendo di assumere come interlocutore solo il Senato, presentarono una mozione contraria alla Tav che fu respinta grazie alle opposizioni ragionevoli di destra e di sinistra e ai leghisti allora al governo, sia pure per qualche giorno ancora, prima della crisi d’agosto. E Conte fece finta di niente, disertando persino la seduta a Palazzo Madama in cui si discusse il documento grillino e lasciando che due sottosegretari del suo governo prendessero posizione l’uno a favore e l’altro contro. Ma di che cosa stiamo parlando, almeno sul piano politico? Del vuoto più assoluto.

            In realtà, Conte sta facendo paradossalmente  l’indiano anche con gli indiani dell’ex Ilva, di cui contesta i cinquemila esuberi annunciati e, più in generale, l’azione giudiziaria promossa per svincolarsi dal contratto  ignorandone la ragione, o il pretesto, come lui preferisce chiamarlo, fornita loro con la contraddittoria e autolesionistica gestione del cosiddetto Orsina.jpgscudo penale per i reati ambientali commessi nelle gestioni precedenti. Esso fu promesso, concesso e poi lasciato annullare dalla maggioranza giallorossa che giustamente Giovanni Orsina sulla Stampa definisce “più gialla che rossa” per il peso preponderante dei grillini, peraltro divisi fra di loro come i famosi capponi di manzoniana memoria portati all’avvocato Azzeccacarbugli da Renzo. Che è solo per caso il singolare di quel Matteo Renzi e amici della nuova Italia Viva che si sono prestati  al Senato al gioco dei grillini “d’acciaio”, come li ha ironicamente definiti ieri su Repubblica il buon Stefano Folli perché mobilitati contro il rispetto della clausola principale del contratto stipulato a suo tempo con Mittal per salvare e insieme bonificare l’acciaieria di Taranto, con annessi e connessi.

             Non ha quindi torto la stessa Repubblica a titolare oggi più realisticamente del Corriere della Repubblica.jpgSera “Fumata nera per l’Ilva e anche per il governo”. “L’agonia di un’alleanza senza anima”, è Ezio Mauro.jpgandato giù pesante con un editoriale l’ex direttore Ezio Mauro. Rispetto ai cui ragionamenti impallidisce l’ottimismo che ancora mostra in una intervista al Corriere il pur preoccupato Dario Franceschini, capo della delegazione del Pd al Franceschini.jpggoverno, chiedendo un “patto con renziani e grillini”, o fra gli uni e gli altri, per Rolli.jpginvertire la rotta che sta portando il Bisconte, chiamiamolo così,  e la stessa legislatura alla fine anticipata, infilati nella bara impietosamente disegnata dal vignettista Stefano Rolli sulla prima pagina del Secolo XIX.

            Gratta gratta, come i biglietti delle lotterie, il problema di Conte, una volta che ha voluto restare a Palazzo Chigi cambiando maggioranza e alleati, rimane quello, già segnalato ieri, enunciato o vaticinatogli dall’anziano e autorevole amico e maestro Guido Alpa. E’ il problema di decidersi a scegliere e a compromettersi davvero, sapendo che la sua coalizione, come quella precedenteIl Foglio.jpg d’altronde, è un ossimoro. E che -aggiungo io condividendo un titolo di prima pagina del Foglio, in rosso- che “con il grillismo non ci si può sposare”, specie ora che i pentastellati sono divisi, anzi dilaniati in correnti, anime, risentimenti e quant’altro rispetto ai quali impallidisce il ricordo della Dc dei tempi peggiori, dove ci voleva il radar per avvicinarsi a quella che Giampaolo Pansa chiamava “la balena bianca”. Eppure verrebbe voglia a volte di rimpiangerla. A riaverla…

 

 

 

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Conte rischia di bruciare nella fonderia della sua maggioranza giallorossa

              La situazione dev’essersi fatta ben seria se persino dal Fatto Quotidiano, dove gode di grandissima e compiaciuta stima, come l’uomo che ci è maggiormente invidiato all’estero, forse anche più dell’ex presidente della Banca Centrale Europea Mario Draghi, hanno avvertito Il Fatto.jpgrigorosamente in rosso che, almeno sull’affare dell’Ilva, “Conte si gioca il governo”. E non è detto che questa volta gli possa riuscire di nuovo il colpo della scorsa estate, quando si è salvato dalla crisi rimanendo a Palazzo Chigi con altri alleati. E neppure è detto, nonostante annunci, promesse e minacce, secondo i casi e i gusti, da giorni alternatisi nelle cronache e nei retroscena politici, che possa essere lui a gestire eventuali elezioni anticipate, potendo il presidente della Repubblica preferire una soluzione cosiddetta di garanzia, data l’alta conflittualità politica in cui si arriverebbe alle urne.

            La vicenda dell’acciaieria Ilva di Taranto, in cui si sono mescolati e continuano a intrecciarsi errori, incompetenze, inganni, cambiamenti repentini di opinioni e umori, conflitti di potere e di competenze, sconfinamenti giudiziari e altro ancora, ha finito per indurre il pur mite e solitamente Romano Prodi.jpgsorridente Romano Prodi, che conosce bene la Prodi 2 .jpgmateria per le precedenti esperienze di governo e di presidente dell’Iri, a riconoscere che ormai “siamo all’angolo fra tutti i paesi europei” e “nessuno si fida più di noi”.  Ora non si fidano più neppure gli indiani o i franco-indiani, tentati -a dir poco- dall’abbandono e dal ricorso, questa volta di loro iniziativa, all’autorità giudiziaria.

            Prodi, sempre lui, che di coalizioni di governo e maggioranze eterogenee s’intende per averne personalmente realizzate due, entrambe finite anzitempo, una volta persino trascinandosi appressoProdi.jpg le Camere elette addirittura meno di due  anni prima, ha impietosamente ammesso che “sul piano politico è cominciata una lotta all’ultimo sangue sulle responsabilità prossime e remote della infelice gestione del caso”.

            Su Repubblica Stefano Folli, che non è un politico ed ha perciò mani più libere per descrivere la situazione nella quale si dibatte Conte, per tacere degli altri problemi che lo assillano sul piano Conte 2 .jpgpiù personale per presunti conflitti d’interesse, ha ironizzato sui “grillini d’acciaio” che “schiacciano il Pd”, oltre al presidente del Consiglio. E’ il caso, per esempio, dell’ex ministra del Mezzogiorno Barbara Lezzi. Che, già sofferente o insofferente per non essere stata confermata nel governo, si è data molto da fare nella maggioranza, trovando i necessari appoggi anche fra i renziani, per eliminare recentemente il cosiddetto “scudo penale” che proteggeva amministratori e dirigenti dell’acciaieria dalle responsabilità delle passate gestioni  in materia di bonifica ambientale e tutela della salute pubblica. E così gli indiani, diciamo così, hanno potuto trovare un’altra ragione, o pretesto, come dicono i loro critici, per cercare di tirarsi indietro danneggiando di un punto e mezzo il cosiddetto prodotto interno italiano.

            In questo contesto di lotte, ripicche e quant’altro all’interno di una maggioranza così tanto eterogenea per conto suo, messa insieme in agosto solo dalla paura dichiarata di una vittoria elettorale di Salvini e del centrodestra a trazione leghista, Antonio Polito ha avuto facile gioco a scrivere nel suo editoriale sul Polito.jpgCorriere della Sera” dei “tentativi di suicidio politico” della coalizione: un suicidio “assistito”, ha poi spiegato nel testo dell’articolo parlando in particolare del mobilissimo Renzi. Che sembra spesso, in effetti, tra iniziative e ripiegamenti, mosse e contromosse, un sismografo che registra e misura un terremoto. Ma l’ex segretario del Pd e ora leader di Italia Viva non è il solo, francamente, da cui Conte dovrebbe guardarsi nella fonderia di Palazzo Chigi,  ammesso che non debba guardarsi anche da se stesso, visto che di recente il suo grande amico e maestro, l’avvocato Guido Alpa, ha detto di lui in un’intervista che la mediazione non potrà sempre bastargli, dovendo prima o dopo “schierarsi”.  

 

 

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Radicali, attenti alla guerra dei pidocchi dopo l’arresto di Antonello Nicosia

Sono cascati nella trappola di quella che definirei la guerra dei pidocchi, apertasi con l’arresto di un radicale -ahimè-  per mafia, persino Rita Bernardini e Maurizio Turco, appena subentratole nella carica di segretario del partito che fu di Marco Pannella. L’uno e l’altra, anziché fare quadrato nella  difesa delle tradizioni e del buon nome dei radicali dal fango rovesciato loro addosso miserabilmente da Antonello Nicosia, colto in flagranza, diciamo così, di reato associativo di mafia e simili conversando persino del suo “premier” Messina Denaro fra una visita e l’altra alle carceri, quando era assistente di una parlamentare, se la sono presa con i giornali che hanno fatto confusione nella diaspora della loro area politica.

Si vergogni piuttosto Emma Bonino, hanno praticamente detto i radicali ortodossi accusando i giornali, o almeno quelli che hanno scritto di Nicosia tacendo che il “Comitato nazionale dei radicali” cui lui appartiene è appunto quello della senatrice e storica esponente del mondo che fu di Pannella, e non del partito tenutosi per sua scelta da qualche tempo fuori dal Parlamento, rinunciando a candidarvisi.

Ma che differenza passa, scusatemi, cara Bernardini e caro Turco, di fronte all’ingiustizia che tutti i radicali hanno appena subìto da quello sciagurato che ha letteralmente, ignobilmente abusato di loro, e naturalmente della deputata ex Pd, ex Leu di Bersani, D’Alema e Grasso e da qualche giorno di Italia dei Valori di Matteo Renzi? Mi chiedo, forse con troppa ingenuità visti i tempi che corrono, se la concorrenza fra partiti, correnti, gruppi, aree e quant’altro possa e debba far perdere così rovinosamente la testa a tutti. E a vantaggio solo dell’antipolitica.

A un pidocchio come considero il Nicosia appena arrestato, una volta tanto tradendo anch’io il garantismo, e con l’uso appropriato di una parola abusata 68 anni da Palmiro Togliatti contro due onesti dissidenti cacciati su due piedi dal Pci , uno dei quali cugino di Nilde Jotti, già allora compagna del segretario comunista, non si poteva e non si doveva francamente fare anche il regalo di questa oscena rappresentazione della lotta politica in Italia. Grazie alla quale, per esempio, c’è chi ha potuto e voluto usare anche questo fattaccio per rilanciare la campagna dei grillini contro Radio Radicale, scambiata per una gigantesca fogna della malavita e della sovversione che i radicali -tutti, senza distinzione di aree, correnti e partiti- avrebbero sinora trovato il modo di finanziare con i soldi dello Stato, e non con i loro. Dio mio, che bassezza.

Mi chiedo, infine, con uguale sgomento se non ci fossero già abbastanza argomenti da poter usare con qualche ragione contro Matteo Renzi, con un piede nella maggioranza da lui stesso promossa e l’altro all’opposizione, per evitare l’autorete di addebitargli anche la faccenda Nicosia per il tramite della sfortunata, sprovveduta e non so cos’altro Giusy Occhionero, la parlamentare turlupinata dall’ex assistente ben prima di approdare fra i renziani.

Gara di nefandezze attorno a quelle del “radicale” arrestato per mafia

              Ci sono voluti 68 anni per potere ripetere finalmente a proposito parole pronunciate invece a sproposito dall’allora segretario del Pci Palmiro Togliatti contro due dissidenti – Valdo Magnani, peraltro cugino della sua compagna Nilde Jotti, e Aldo Cucchi- espulsi dal partito per averne denunciato la sudditanza a Stalin. Essi furono liquidati come “due pidocchi” finiti “nella criniera di un nobile cavallo da corsa”. Poi i fatti, già con Togliatti ancora in vita ma sempre convinto delle sue idee, addirittura bevendoci sopra qualche bicchiere di vino, come fece nel 1956 per l’invasione sovietica dell’Ungheria, si incaricarono di ristabilire la verità. E almeno uno dei due “pidocchi”, morto Togliatti, fu riammesso nel partito, preferendo l’altro rimanerne lontano.

            Ebbene, quel “pidocchio” così velenosamente usato dall’allora segretario comunista calza a pennello al “radicale” -con le virgolette, come manifesto.jpgsoltanto il manifesto ha avuto il coraggio, la prudenza, il pudore di usare nel titoletto di Corriere.jpgrichiamo della notizia in prima pagina- Antonello Nicosia. Che ha ignobilmente abusato dei Radicali, con la maiuscola e senza virgolette, per fare il mafioso fuori e dentro le carceri in cui ha vissuto come detenuto per traffico di droga e poi visitato per qualche tempo come assistente della parlamentare di sinistra Giusy Occhionero, eletta nel Pd, rieletta col partitino di Pier Luigi Bersani, Massimo D’Alema e Pietro Grasso e approdata qualche giorno fa nell’Italia Viva di Matteo Renzi.

             Per una volta faccio il giustizialista anch’io e non aspetto il processo e la condanna definitiva per condividere l’accusa in forza della quale “il pidocchio” è stato arrestato. Mi bastano e avanzano le intercettazioni diffuse a suo carico, nelle quali lo sfrontato è caduto fra un’edizione e l’altra addirittura di una trasmissione televisiva di emittenza privata sulle carceri dal titolo -l’unico- in qualche modo appropriato alla sua attività: “Mezz’ora d’Aria”, con la maiuscola. Durante la quale si guardava bene naturalmente dal ripetere le cose infami che diceva in privato, per esempio, nelle sue conversazioni telefoniche o in auto contro vittime della mafia come Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, o a favore del suo “premier” Messina Denaro, il più alto in grado dei mafiosi latitanti.

            L’indignazione che ho provato nel leggere di quelle intercettazioni e -aggiungo- la pena procuratami anche dalle dichiarazioni dell’ex segretario del Partito Radicale Rita Bernardini, che ha messo anche questo nella dolorosa diaspora radicale facendo osservare che “il comitato nazionale” di cui Nicosia risulta esponente è quello dei “radicali italiani” di Emma Bonino e non del suo, non mi impediscono tuttavia di mettere sullo stesso piano le nefandezze Il Fatto.jpgdel “pidocchio” e l’uso strumentale che si è subito cominciato a fare di questa faccenda. Che, per esempio, data la recentissima confluenza fra i renziani della La Verità.jpgparlamentare abusata politicamente e mediaticamente dal suo ex assistente, prima di essere allontanato, è stata iscritta a bilancio, diciamo così, di Italia Viva e del suo fondatore. E ciò con una sintonia di titoli fra due giornali così lontani come Il Fatto Quotidiano di Marco Travaglio e la Verità di Maurizio Belpietro che induce a riflettere sulla tossicità ormai dell’informazione, e non solo della politica.

           Oltre a mettere questa vicenda a carico di Matteo Renzi, contro cui pure non mancherebbero e non mancano ragioni più che sensate di polemiche, per esempio sul modo in cui ha Travaglio su Radio Radicale.jpgvoluto far nascere la maggioranza giallorossa e ora vi partecipa più per scuoterla che per sorreggerla, il direttore del Fatto Quotidiano l’ha messa  anche al servizio della campagna dei grillini, appena rilanciata nel nuovo governo da Luigi Di Maio, contro quella vergogna, quella porcheria, quello sperpero di risorse pubbliche che sarebbe il finanziamento di Radio Radicale per le trasmissioni in convenzione dei lavori parlamentari. Che almeno i radicali -ha scritto Travaglio- si paghino di tasca loro le nefandezze che secondo lui sono abituati a commettere appoggiando il peggio del peggio sul mercato politico e mediatico, “anziché con i nostri soldi succhiati da Radio Radicale” in nome della “libertà di stampa”.

Ci voleva Violante per smascherare il peccato originale del Pd di Zingaretti

Luciano Violante è uno dei politici, non molti purtroppo, sui quali il tempo non scorre inutilmente, risparmiando loro la sorte infelice di essere dei paracarri, fermi al loro posto a fare da guardia non si sa più a chi e a che cosa, peraltro in una società e in un mondo che cambia a velocità parossistica. E che i partiti pensano di inseguire moltiplicandosi e improvvisandosi per conquistare magari il 32 per cento in un anno, come hanno fatto i grillini, e dimezzarsi l’anno dopo, sorretti solo da una forza residua di quelle istituzioni che vorrebbero invece travolgere.

A salvare i pentastellati, per esempio, dallo scioglimento anticipato delle Camere, che li avrebbe fatti scendere ancora sotto il 17 per cento cui li aveva ridotti  nelle elezioni europee del 24 maggio scorso l’alleanza di governo con i leghisti, è stata la solidità, sia pure relativa, di un sistema parlamentare, e relative garanzie di durata e di funzionamento, che proprio loro vorrebbero segare sostituendo la democrazia rappresentativa con quella digitale, le urne vere con le cosiddette piattaforme, o trasformando l’istituto referendario in un sisma permanente. Sono tutti temi, questi, di fronte ai quali immagino le apprensioni proprio di Violante, che da presidente della Camera si è fatta una certa esperienza. Eppure non è di questo e per questo che scrivo di lui a proposito del tempo, come dicevo, che non è passato inutilmente e ne ha fatto invece un politico a tutto tondo. Ne scrivo per il completamento della sua evoluzione avvertita nella bella intervista a Carlo Fusi pubblicata sabato scorso sul Dubbio.

Già sottrattosi negli anni passati, criticando con vigore certe pratiche giudiziarie, al rischio del giustizialismo corso col contributo dato per un certo tempo, volente o nolente, e forte della sua provenienza dalla magistratura, ad una concezione dei rapporti fra giustizia e politica secondo me non proprio paritaria, Violante ha avuto il coraggio adesso di toccare un nervo scoperto del suo partito, il Pd. Lo ha fatto peraltro nel momento in cui il segretario Nicola Zingaretti si è proposto l’obiettivo di una sua “rifondazione”. Che è un progetto alquanto generico e fuorviante, com’è accaduto ad altre rifondazioni nell’area della sinistra, se non si scioglie prima quello che Violante ha definito “un nodo”, ma che sono tentato di chiamare “il nodo” del Pd: chiudere definitivamente con la tradizione “comunista”, riconoscendo che il comunismo “è stato insieme un grande strumento di libertà all’opposizione e di oppressione quando ha governato”. E’ ora di rendersi finalmente consapevoli  -ha detto testualmente- che “un partito socialdemocratico è ciò che serve”.  “Il Pd -ha detto ancora Violante- non può essere una riedizione del cattocomunismo”.

Più chiaro e deciso mi sembra che l’ex presidente della Camera non potesse essere, anche a costo -penso- di fare storcere il naso e drizzare i capelli a buona parte, almeno, della componente del Pd di provenienza democristiana. Che ancora soffre, quanto meno, a sentir parlare di socialismo o socialdemocrazia e sarebbe magari tentato di ritorcere contro Violante il riconoscimento da lui stesso fatto, nella medesima intervista, che “il cristianesimo è il solo a durare da duemila anni”.

Eppure è toccato proprio a un piddino -sino a qualche settimana fa- di provenienza sostanzialmente democristiana, Matteo Renzi, trovare il coraggio, mancato ai suoi predecessori Walter Veltroni, Dario Franceschini, Pier Luigi Bersani e Guglielmo Epifani, nell’ordine della loro successione, di portare il Pd nella famiglia del socialismo europeo. Sembra un paradosso, almeno per quello che poi ha fatto Renzi uscendo dal partito e mettendosi in proprio con la sua Italia Viva, ma questo è avvenuto nella storia poco più che decennale del Pd. La cui fondazione, al di là delle stesse intenzioni dei promotori, si è rivelato  più un espediente che una soluzione al problema avvertito da entrambi i principali artefici- quel che restava del Pci e della sinistra democristiana- di definire una nuova identità dopo gli sconvolgimenti seguiti alla caduta del comunismo e al crollo della cosiddetta prima Repubblica per via giudiziaria, prima ancora che politica ed elettorale.

Massimo D’Alema fu il primo e il più esplicito a parlare di quell’operazione come di “un amalgama mal riuscito”. Cui d’altronde si erano opposti, prevedendone gli effetti più negativi che positivi, fior di politici di entrambi gli schieramenti: da una parte, per esempio il comunista Emanuele Macaluso, e dall’altra il democristiano Gerardo Bianco, che addossò la colpa di una fusione troppo e inevitabilmente fredda soprattutto a Romano Prodi. La fusione  illuse i post-comunisti di potersi sottrarre alla resa dei  conti con la fine della loro ideologia e i post-democristiani di poter alla fine realizzare, senza danni per loro, una volta che il comunismo era caduto, lo scenario del compromesso storico impietosamene indicato nella sua analisi da Violante. Esso peraltro nella Dc non fu perseguito neppure dall’uomo più aperto al dialogo e al confronto, Aldo Moro, contrariamente a quanti ne scrivono ancora come di un simbolo, più ancora di Enrico Berlinguer che l’aveva proposto. Moro si fermò alla “tregua”, come lui stesso la definì, di una “solidarietà nazionale” a termine, garantita a suo modo dal carattere monocolore democristiano del governo e dal solo appoggio esterno del Pci.

 

 

 

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Le frecce tricolori sorvolano la guerriglia parlamentare sul bilancio

             In curiosa coincidenza con la festa delle Forze Armate, a più di un secolo dalla Vittoria, con la maiuscola, nella prima guerra mondiale, comincia al Senato il cammino para-militare, diciamo così, della legge di bilancio e manovra finanziaria annessa.

           Questa si chiamava una volta “sessione di bilancio”, a garanzia della quale si allertavano anche i presidenti della Repubblica chiedendo ai presidenti delle Camere di sgomberare il terreno da ogni altro ostacolo, persino congelando e rinviando eventuali mozioni di sfiducia. Ciò accadde, in particolare, con Giorgio Napolitano al Quirinale, quando il presidente della Camera Gianfranco Fini, nell’autunno del 2010, lavorava per la caduta del governo di Silvio Berlusconi in carica, predisposta con un documento che certificava la rottura della maggioranza di centrodestra.

            Ora la sessione di bilancio passa tranquillamente sui giornali, con tanto di retroscena ma Renzi guerrigliero.jpganche di annunci ufficiali, come una sessione di “guerriglia”, con evocazioni del Vietnam. E tra i guerriglieri naturalmente Matteo Renzi si è già conquistato i gradi di generale in qualche titolo, alla testa della pattuglia della maggioranza più ostile alle tasse, vecchie e nuove.

            Gli scontri all’interno della maggioranza, per quanti vertici abbia convocato e presieduto Giuseppe Conte per superare le “riserve” di approvazione del bilancio nei passaggi del Consiglio dei Ministri, non danneggeranno di certo la campagna elettorale che l’altro Matteo, Salvini, ha già cominciato in Emilia Romagna per strappare il 26 gennaio alla sinistra anche questa regione “storica”, com’è già accaduto il 27 ottobre in Umbria. E ciò sarebbe per il governo e per la sua maggioranza giallorossa un colpo ancora più duro della terra di San Francesco, capace di vanificare anche l’approvazione del bilancio comunque ottenuta in Parlamento. Probabilmente se le diranno e daranno di tutti i colori il Pd e il Movimento delle 5 Stelle, che in Emilia Romagna correranno separati per il rifiuto opposto da Luigi Di Maio di ripetere l’esperienza in Umbria, dove i piddini hanno perduto tenendo però pressappoco la loro consistenza e i grillini invece sono precipitati alle dimensioni di una sola cifra.

            Alla “guerriglia” parlamentare della sessione di bilancio se ne aggiunge un’altra sul versante non meno delicato della giustizia. Dove in queste settimane piddini e grillini dovranno pur decidere che cosa fare della sostanziale abolizione della prescrizione messa come una supposta dal precedente governo nella cosiddetta legge “spazzacorrotti” con decorrenza dal primo gennaio prossimo. La mancata riforma del processo penale, cui a parole -ma solo a parole- era stata condizionata dai leghisti l’abolizione della prescrizione con l’emissione della sentenza di primo grado, condanna praticamente gli imputati a rimanere tali a vita, pur assolti al primo processo con sentenza però impugnata dall’accusa. Si vedrà se i piddini si arrenderanno come i leghisti l’altra volta, o riusciranno a strappare al ministro pentastellato della Giustizia, rimasto fermo al suo posto nel cambio di governo e di maggioranza, almeno un rinvio della nuova disciplina praticamente soppressiva della prescrizione.

            Sul fronte giudiziario c’è anche da segnalare qualcosa che se non è guerriglia, un po’ le assomiglia. E’ la progressiva delegittimazione della Corte di Cassazione dopo la sentenza, peraltro non ancora depositata, con la quale è stato bocciato il teorema dell’aggravante Pignatone.jpgmafiosa dell’associazione a delinquere scoperta e denunciata a Roma come “Mafia Capitale” dalla Pignatone 1 .jpgProcura della Repubblica guidata allora da Giuseppe Pignatone. Che ora parla  di  “Mondo di mezzo” in un articolo che la Stampa ha scelto per aprire la sua prima pagina: un articolo però che, nonostante il ripiegamento sul “Mondo di mezzo”, non è per niente autocritico, o di accettazione del verdetto della Cassazione. Che pure è per legge inappellabile, neppure -verrebbe da dire ironicamente- davanti al tribunale del Vaticano di cui Pignatone è diventato presidente dopo essere andato in pensione come magistrato italiano.  Egli è rimasto convinto che la mafia a Roma c’è stata.

            Si può Carlo Maria Martini .jpgforse capire nella sua nuova veste di magistrato di Santa Romana Chiesa, oltre le Mura, ma c’entra francamente poco con la Cassazione e con i processi al “Mondo di mezzo” di Carminati e soci,  il richiamo di Pignatone alla buonanima virtuosissima, per carità, del cardinale Carlo Maria Martini. Di cui l’ex capo della Procura della Repubblica di Roma ha voluto citare un lungo passo delle riflessioni sulla malavita della sua Milano, e Lombardia. “La mafia per sua logica interna -disse Martini- va a braccetto con la corruzione. Affari, illegalità, droga sono oggi tra gli elementi portanti di quel circolo vizioso in cui la mafia cresce e che la mafia alimenta”.

          Potrà essere anche vero, per carità, ma Martini -ripeto- non era e tanto meno è la Cassazione, almeno quella dello Stato italiano. Ne converrà anche Pignatone nella sua nuova veste di presidente del Tribunale del Vaticano.

 

 

 

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Il cardinale Camillo Ruini rompe l’assedio a Matteo Salvini. Fa pure rima…

               Avrà pure 88 anni, avrà pure perso con la sua età  il diritto di voto nel Conclave per l’elezione del Papa, saranno pure lontani i 16 anni, dal 1991 al 2007, in cui fu presidente della Conferenza Episcopale Italiana, ma fa ugualmente notizia la rottura che il cardinale Camillo Ruini, intervistato Intervista Ruini .jpgda Aldo Cazzullo per il Corriere della Sera, ha praticato nell’assedio che Matteo Salvini subisce fuori e pure dentro il suo centrodestra. E’ una notizia ancor più significativa dopo l’aiuto che gli avversari di Salvini hanno avuto, per quanto inutilmente, domenica scorsa nelle elezioni regionali umbre dai francescani d’Assisi, ma anche del Vaticano, dove regna un Papa che per primo ha voluto prendere proprio il nome di Francesco: un aiuto in qualche modo ricordato, o sottolineato, dall’intervistatore, al quale non saranno certamente sfuggite nelle battute finali di quella campagna elettorale le cronache del suo collega di giornale Fabrizio Roncone dal Sacro Convento. Dove si pregava contro la temuta vittoria del leader leghista, e della sua candidata alla guida della regione, e si invitavano i visitatori della Basilica alleati di Salvini, a cominciare da Silvio Berlusconi, a moderarlo.

            Una certa moderazione, a dire il vero, è stata consigliata a Salvini anche dal cardinale Ruini, ma in un Ruini su Salvini.jpgcontesto non certamente ostile. “Non condivido -ha tenuto a dire l’ex presidente della Cei- l’immagine tutta negativa di Salvini che viene proposta in alcuni ambienti. Penso che abbia notevoli prospettive davanti a sé, e che però abbia bisogno di maturare sotto vari aspetti. Il dialogo con lui mi sembra pertanto doveroso”. Certo, “sui migranti vale per Salvini, come per ciascuno di noi, la parola del Vangelo sull’amore del prossimo, senza per questo sottovalutare i problemi che oggi le migrazioni comportano”.

             Il linguaggio, francamente, è alquanto diverso da quello che si sente comunemente oltre Tevere nei riguardi del leader leghista, del cui sovranismo peraltro, tanto temuto e denunciato dai suoi avversari, tanto da inibirgli quasi per principio, come vorrebbe Matteo Renzi, quasi il concorso all’elezione del nuovo presidente della Repubblica, Ruini non ha neppure parlato con Cazzullo.

            Anche dalle furiose polemiche scatenatesi contro Salvini per l’uso dei rosari, dei crocifissi, delleSalvini col rosario.jpg immagini della Madonna e delle preghiere nei comizi, il cardinale Ruini ha voluto tenersi lontano rispondendo Ruini sul rosario di Salvini.jpgcosì al suo intervistatore: “Il gesto può certamente apparire strumentale e urtare la nostra sensibilità.  Non sarei sicuro però che sia soltanto una strumentalizzazione. Può essere anche una reazione al “politicamente corretto”: è una maniera, pur poco felice, di affermare il ruolo della fede nello spazio pubblico”. Che differenza, direi, dal rimprovero fatto a Salvini su questo terreno dal presidente del Consiglio Giuseppe Conte nella seduta-processo del Senato il 20 agosto scorso, negli ultimi giorni o ore del leader leghista vice presidente del Consiglio e ministro dell’Interno.

            Ora Conte, alla guida di un governo di opposto segno politico, se la prende con altri alleati. Fermo restando l’antisalvinismo come anima o cemento della sua coalizione giallorossa, il presidente del Consiglio sembra ossessionato dall’insofferenza, dalle critiche e dalle allusioni che gli riserva un giorno sì e l’altro pure dall’interno della maggioranza l’altro Matteo: Renzi. Che ha avuto l’ardire di dire in una intervista al Messaggero che questa legislatura può durare sino all’epilogo ordinario del 2023 anche senza Conte a Palazzo Chigi. No, senza di me andate tutti a casa, gli ha praticamente risposto il presidente del Consiglio ignorando disinvoltamente, peraltro, le prerogative del presidente della Repubblica in materia di scioglimento anticipato delle Camere, riguardo sia ai tempi sia al governo con cui mandare gli italiani alle urne. E’ questione, non foss’altro, di galateo istituzionale.

 

 

 

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