Silvio Berlusconi tra i fuochi incrociati di Mara Carfagna e Francesca Pascale

             A Mara Carfagna capitò una volta, senza volerlo, di intromettersi nella vita familiare di Silvio Berlusconi innestando una crisi destinata, pur sotto altre e ben più spinose spinte, a sfociare nella fine del matrimonio del Cavaliere con Veronica Lario.

            Il contributo involontario -ripeto- della Carfagna fu la partecipazione casuale ad una cena romana affollata di amici in cui Berlusconi pensò di fare il galante dicendo -all’incirca- che le avrebbe chiesto di sposarlo se non avesse già una consorte. Veronica, assente ma informata senza alcuno sforzo, essendole bastata la lettura di qualche giornale, non gradì.  E quando decise di farla finita col marito, avvertendolo ormai troppo esuberante e infedele, scelse come testata per sfogarsi e annunciare praticamente la rottura quella politicamente più distante dal Cavaliere: la Repubblica fondata da Eugenio Scalfari ma nel frattempo passata sotto la direzione di Ezio Mauro. Di cui amici comuni mi raccontarono, non so se a torto o a ragione, l’imbarazzo avvertito di fronte ad una lettera così severa contro Berlusconi da sorprenderlo. Ma lo scoop era tale da fare evidentemente  rientrare ogni riserva o dubbio.

            Questa volta a Mara Carfagna -vice presidente della Camera molto diligente nel suo ruolo istituzionale, e severa con chiunque quando lei è di turno a dirigere la seduta a Montecitorio, come apprese subito Matteo Salvini ancora fresco di nomina a vice presidente del Consiglio e ministro dell’Interno- è capitato di proposito di contestare politicamente Berlusconi a mezzo stampa. E lo ha fatto senza alcuna remora di gratitudine o altri sentimenti obiettivamente estranei a quel mondo impietoso che è la politica, una volta definita sboccatamente ma realisticamente dal socialista Rino Formica un terreno di lotta su cui si mescolano “sangue e merda”.

            Già reduce dalla insoddisfazione procuratale dal Cavaliere con la nomina effettuata e poi di fatto revocata a coordinatrice di Forza Italia, insieme col governatore ligure Giovanni Toti, che peraltro era già in procinto di lasciare il partito per mettersi in proprio, la Carfagna è sbottata quando ha visto e sentito Berlusconi sul palco di piazza San Giovanni, a Roma, col leader leghista. Che pure nel frattempo era passato all’opposizione rompendo l’alleanza con gli odiati grillini, considerati dal Cavaliere peggiori dei comunisti e forse anche dei nazisti, o degli uni e gli altri messi insieme. 

            Poi è arrivato l’increscioso incidente, sotto molti punti di vista, accaduto al Senato col centrodestra al completo astenutosi polemicamente sulla commissione anti-violenza e discriminazione che porta come garanzia il nome della proponente Liliana Segre.  La cui storia di perseguitata, scampata all’immane tragedia della Soha e ancora demenzialmente dileggiata da presunti esseri umani alle prese con l’elettronica, avrebbe dovuto bastare e avanzare per sconsigliare nell’aula di Palazzo Madama, dove la signora quasi novantanne siede meritatamente come senatrice a vita, ogni gesto che potesse prestarsi a un equivoco. La Carfagna giustamente ha protestato dall’altro ramo del Parlamento prima di imbarcarsi per un viaggio in Giappone. Dove qualcuno dal suo ufficio di Montecitorio presumo le avrà fatto pervenire la solidarietà, condivisione e quant’altro espressale dalla fidanzata di Berlusconi, Francesca Pascale. Così l’avvenente Mara ha potuto accorgersi di  essere di nuovo, e involontariamente, entrata di traverso nella storia familiare e affettiva del Cavaliere.

            Anche la Pascale ha scelto la testata giornalistica più lontana da Berlusconi per contestarne il La Pascale al Fatto.jpgcomportamento, questa volta solo e tutto politico. Alla Repubblica ha però privilegiato Il Fatto Quotidiano di Marco Travaglio con un’intervista che ha ottenuto sulla prima pagina il rilievo che meritava e merita, per carità: forse anche inferiore al dovuto. Hanno avuto più spazio, col solito fotomontaggio da copertina, “le faide dinastiche” degli Agnelli, De Benedetti, Benetton e Del Vecchio con “miliardi e posti bruciati”.

            Con franchezza lodevole sia per la Carfagna sia per il suo fidanzato, ripagato così del dispiacere procuratogli col dissenso politico, la Pascale ha ammonito l’amica vice presidente della Camera e tutti gli altri dissidenti, maschi e femmine, già espostisi o tentati dal farlo, di non farsi illusioni sulla possibilità di far cambiare idea al Cavaliere e di raccoglierne addirittura eredità o voti. “Non può esistere un successore del Presidente. Più che sull’erede bisogna ragionare sul futuro di Forza Italia”, ha detto la Pascale, non so se perfidamente consapevole della circostanza nella quale era destinata a uscire la sua intervista: nella giornata commemorativa dei Defunti, con la maiuscola dovuta al calendario e al loro stato.

            Ci sono aspetti personali e umani del rapporto della Pascale con Berlusconi che meritanoampre da 10anni.jpg nell’’intervista di essere segnalati.15 anni di convivenza.jpg Ad un certo punto, per esempio, se non vi sono stati errori di date o di numeri, l’intervistatrice si è lasciata scappare di essersi innamorata del Cavaliere “dieci anni fa” e di “stare insieme da quindici”, per cui non fu in fondo l’amore “miracoloso” e a prima vista  raccontato dalla stessa persona.

            D fronte ad “un amore non convenzionale” con un uomo “di 49 anni più grande”, la Pascale amore non convenzionale.jpgha “compreso” e apprezzato “l’atteggiamento vigile e di tutela” dei figli nei riguardi di Berlusconi. figli vigilanti.jpgIl quale, dal canto suo, mettendole a disposizione una residenza tutta sua, Villa Maria, che non è quella naturalmente di Arcore, e conoscendone evidentemente umori e opinioni politiche, l’ha “sollevata” dal compito di avere Salvini tra “gli ospiti” a tavola, o in salotto.  E Salvini si è risparmiato, dal canto suo, di ingoiare qualcosa di traverso.    

 

 

 

 

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Il 48 personale di Conte e il 50,3 per cento del centrodestra a guida leghista

            Diventato due secoli fa sinonimo di scompiglio, sommovimento, rivolta, disordine e quant’altro, e nella cabala sinonimo del morto che parla, il 48 è in questi giorni un numero apparentemente consolatorio Gradimento.jpgper Giuseppe Conte. Che avrà i suoi problemi fuori e dentro il governo che guida, e la maggioranza che formalmente dovrebbe sostenerlo, ma si è pur trovato ancora in testa, appunto col 48 per cento, alla graduatoria del gradimento nel sondaggio appena sfornato dall’Ipsos per il Corriere della Sera. Che ne ha fatto un titolo augurante di prima pagina. Egli ha distanziato di 8 punti l’avversario Matteo Salvini, di  27 punti l’insofferente alleato Luigi Di Maio,  che lo  avverte sempre più chiaramente come un incubo per il credito di cui dispone presso Beppe Grillo e molti parlamentari pentastellati, e di ben 34 punti Matteo Renzi. Al cui solo nome, secondo molti retroscenisti, il presidente del Consiglio cambia espressione, temendone non si sa se più le critiche esplicite e dirette o gli inviti alla serenità, che Renzi non si risparmia di rivolgergli pur sapendo quanto poco siano diventato credibili da quando li formulava ad Enrico Letta prima di sfrattarlo da Palazzo Chigi.

            Peccato per Conte che quel 48 per cento di gradimento sia in qualche modo contraddetto, almeno sul pianoGiudizio sul governo.jpg strettamente politico, dal giudizio sul suo governo. Che dal 43 per cento positivo del 10 ottobre è riprecipitato al 36 del 5 settembre, mentre quello negativo è salito dal 44 per cento del 10 ottobre al 50.

            Il bisticcio tuttavia fra questi numeri è niente di fronte alla “fluidità delle opinioni degli italiani”, Intenzioni di voto.jpgcome la definisce Nando Paglioncelli, sempre sul Corriere della Sera, riferendo delle cosiddette intenzioni di voto per i vari partiti.  In testa ai quali resta la Lega di Salvini col 34,3 per cento,  a dispetto della morte politica annunciata per il Carroccio dopo l’autorete della crisi di agosto. Altro che morta: la Lega ha poco meno del doppio dei voti virtuali  sia delle 5 stelle sia del Pd.

            Sommata al 9,8 per cento della sorella dei fratelli d’Italia, la rampante Giorgia Meloni, peraltro terza -col 36 per cento- nella graduatoria del gradimento personale, dopo Conte e Salvini, e al 6,2 del partito di Silvio Berlusconi, la percentuale del centrodestra arriva al 50,3 per cento. Siamo insomma alla maggioranza assoluta, salvo una riforma dell’aritmetica a tamburo battente.  

 

 

 

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Sergio Mattarella si smarca dai pasticci istituzionali della maggioranza

Sommersi ormai dai retroscena più immaginati che reali, si avverte un senso di consolazione e, sotto certi aspetti, anche di rivincita per un vecchio cronista della politica italiana imbattersi in un articolo sul Quirinale così bene informato e misurato come quello di Paolo Delgado. Che ha saputo rappresentare sul Dubbio la sofferenza, a dir poco, del presidente della Repubblica Sergio Mattarella di fronte alle tensioni già esplose nella maggioranza giallorossa prima delle elezioni regionali in Umbria e destinate non certo a rientrare di fronte ai loro risultati, in particolare quello del Movimento delle 5 Stelle, sceso ad una cifra. Per cui Luigi Di Maio si è impuntato come un cavallo imbizzarrito di fronte alla prospettiva di ripetere in altre regioni l’esperimento nazionale di alleanza col Pd, considerata invece dal presidente del Consiglio Giuseppe Conte “irreversibile” con reminiscenze democristiane non nuove per un professore pubblicamente già espostosi per la volontà di ispirarsi ad Aldo Moro.

Fu proprio di Moro, all’inizio degli anni Settanta, quando Conte frequentava ancora nella comune regione pugliese  le scuole elementari, a sostenere la “irreversibilità” del centrosinistra, da lui realizzato nella sua “organicità” e guidato a Palazzo Chigi dal 1963 al 1968, di fronte alle tentazioni democristiane di tornare indietro. Erano gli anni in cui i socialisti reclamavano “equilibri più avanzati” e gli stessi  avversari o concorrenti di Moro nello scudo crociato avevano cercato di accontentarli col centrosinistra “più incisivo e coraggioso”, offerto e presieduto da Mariano Rumor.

Per nulla trattenuto dal fatto di avere anticipato Moro sulla strada del centrosinistra con i governi delle “convergenze parallele” sostenuti esternamente dai socialisti, Amintore Fanfani sostenne la più ragionevole, realistica reversibilità delle formule politiche. E vinse lui la partita col ritorno della Dc, guidata allora da Arnaldo Forlani, ancora “delfino” di Fanfani, alla collaborazione di governo con i liberali, e il ritorno dei socialisti all’opposizione. Fu chiamato dallo stesso Forlani il governo “della centralità”, affidato alla guida di Giulio Andreotti. Poi, fedele sempre al concetto o principio della reversibilità, lo stesso Fanfani dopo un anno detronizzò Forlani, ne prese il posto e promosse il ritorno al centrosinistra ritrovandosi con Moro. Ma fu tutto un altro centrosinistra, destinato a sfociare rapidamente in esperienze assai diverse: la “solidarietà nazionale” col Pci e poi il “pentapartito” di Bettino Craxi.

Sergio Mattarella, di scuola democristiana ben più vissuta e partecipata del giovane Conte, non si è perciò lasciato prendere da forti emozioni davanti alle turbolenze della maggioranza giallorossa. Egli “non ha alcuna intenzione -come ha scritto Delgado- di accanirsi terapeuticamente per tenere in vita la legislatura” col governo e con la maggioranza attuale. Se sarà crisi, il capo dello Stato non si sentirà obbligato a fare chissà che cosa per salvare le Camere dallo scioglimento anticipato. Non si lascerà trattenere neppure dalla paura un po’ troppo imprudentemente espressa, anzi gridata, da Matteo Renzi che possano essere nuove Camere, a prevedibile e comunque temuta maggioranza di centro destra, a scegliere nel 2022 il nuovo presidente della Repubblica. Non è la prima volta, d’altronde, che Renzi con la sua spavalderia finisce per danneggiare anche le cause e gli obiettivi che si propone.

Sul Corriere della Sera il quirinalista Marzio Breda, abituato da tempo ad avvertire e raccogliere anche i sospiri sul Colle più alto di Roma, ha scritto che in caso di crisi Mattarella, come ha tenuto già ad avvertire chi lo ha avvicinato, agirà “sena tenere conto dei calcoli su quali forze di Camera e Senato eleggeranno il suo successore al Quirinale”.

Da uomo ormai delle istituzioni Mattarella non permetterà dunque di confondere due partite così diverse fra loro come quelle del governo e della Presidenza della Repubblica. Il fatto che nel 2015, sovrapponendole Matteo Renzi.jpge un po’ confondendole nei fatti, a dispetto della pretesa di separarle,  l’allora presidente del Consiglio Renzi fosse riuscito a mandare al Quirinale proprio Mattarella, anche a costo di rompere il sodalizio con Silvio Berlusconi sulle riforme, e tutto ciò che ne seguì, compresa la bocciatura referendaria della  riforma costituzionale, non ha lodevolmente cambiato la caratura dell’attuale presidente della Repubblica.

D’altronde, non si riesce sempre ad eleggere  l’uomo migliore nel modo peggiore. Giù il cappello, signori, davanti a un capo dello Stato già imprudentemente esposto durante la crisi d’agosto al sospetto, che non meritava né politicamente né umanamente, di avere risolto una difficilissima crisi di governo pensando anche alla propria rielezione.  Lo scrissi già allora sul Dubbio, incredulo a ciò che sentivo e leggevo, e lo ripeto oggi.

 

 

 

Pubblicato su Il Dubbio

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Lo spot consolatorio di Di Maio contro Radio Radicale dopo la debacle umbra

             Formidabile, a suo modo, cronicamente insolito. Luigi Di Maio, ingessato nei suoi abiti monopetto e ora anche nelle dimensioni ad una sola cifra cui ha ridotto domenica scorsa nelle elezioni regionali umbre il Movimento delle 5 Vignetta Fatto.jpgStelle, di cui Beppe Grillo lo tiene ancora a capo, pure lui a suo modo, tra sberleffi e semi-parolacce, è tornato a gonfiare il petto contro Radio Radicale. Che per lui è “una vergogna”. “una porcata“, “una mangiatoia” costata allo Stato, cioè a tutti noi, dal 1990 qualcosa come 250 milioni di euro. Cui il Pd, nuovo alleato di governo dei grillini, complice evidentemente di tanta ignominia, ha voluto aggiungerne altri 24 per i prossimi tre anni nell’ultima bozza di bilancio capitata nelle mani del ministro degli Esteri nei vertici di maggioranza che continuano a svolgersi sui conti dello Stato.

            Annunciata ai giornalisti con le solite procedure sommarie del microfono a portata di bocca, Di Maio ha Spot Di Maio.jpgtrasferito l’offensiva contro la radio storicamente legata alla memoria di Marco Pannella, che trasmette anche buona parte dei lavori parlamentari ignorati dalla Rai e delle attività e iniziative dei partiti e movimenti politici, sul blog delle sue 5 stelle. Egli ha invitato in una specie di improvviso referendum digitale a scegliere a chi destinare i 24 milioni rimessi sul tavolo: a Radio Radicale o ai terremotati ?

            In verità, non è seguito il coro che forse Di Maio si aspettava contro la “mangiatoia” da lui rinverdita nell’offensiva, essendosi registrati molti dissensi pari, anche per insulti, alle proteste levatesi contro il capo ancòra dei grillini dal Pd e dall’opposizione di centrodestra.

            Eppure, dopo averlo sommerso di proteste, invitato per esempio dal capogruppo piddino al Senato Andrea Marcucci a “farsene una ragione”, essendosi a suo avviso esaurita la battaglia contro Radio Radicale con la sconfitta nella formazione stessa del nuovo governo, il partito del prode Nicola Zingaretti una concessione a Di Maio l’ha voluta fare lo stesso. Magari, egli avrà pensato così di ammorbidire Di Maio su un altro fronte che gli sta evidentemente logo Radio Radicale.jpgpiù a cuore della sorte di Radio Radicale e di tutto ciò che l’emittente pannelliana ha finito per diventare nell’immaginario collettivo di tanti suoi ascoltatori: l’emblema della libertà d’informazione, da cui nascono in fondo tutte le altre libertà essendo vero che per deliberare bisogna conoscere, come dice uno degli slogan, appunto, della radio dove per tanti anni, per esempio, un uomo come Massimo Bordin, stimato in vita e in morte anche dagli avversari, ci ha abituati all’ascolto e alla lettura della politica. Il fronte che sembra stare più a cuore a Zingaretti è, in particolare, quello dell’alleanza con i grillini anche in sede locale, nonostante il fiasco umbro, che per il Pd, in verità, è stato assai relativo, pur nell’ambito della sconfitta della maggioranza giallorossa.

            Forse Zingaretti, meno sprovveduto di quanto non appaia, come il ministro dei beni culturali Dario Franceschini che gli tiene banco nel partito, pensa di riuscire in questo modo a ridurre i grillini ad una sola e sempre più decrescente cifra anche nel resto d’Italia. Che è la paura dalla quale Di Maio cerca di difendersi negando altri accordi locali, ma restando ugualmente al governo nazionale con i suoi potenziali aguzzini.

            In ogni caso Di Maio nell’offensiva contro Radio Radicale ha strappato ai suoi alleati l’impegno, o “compromesso”, come altri hanno preferito chiamarlo, di mettere a gara l’anno prossimo la concessione, e relativo finanziamento, di cui gode oggi l’emittente pannelliana. La guerra quindi continua, pure essa a suo modo.

 

 

 

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L’imprudente ricorso di Conte alla “irreversibilità” del suo governo giallorosso

              Forse a causa della recente immersione nella storia della Dc commemorando ad Avellino il centenario della nascita di Fiorentino Sullo di fronte a Ciriaco De Mita ed altri della vecchia, residua nomenklatura democristiana, Giuseppe Conte ha adottato un aggettivo galeotto per inserirsi nel dibattito apertosi fra i grillini, ma non solo al loro interno, dopo il fiasco elettorale della maggioranza giallorossa in Umbria.

            Mentre Luigi Di Maio, facendo retrocedere l’”elevato” Beppe Grillo dalla battuta minimalista del “Pensavo peggio”, ha bloccato il processo di trasferimento della formula nazionale di Rolli.jpggoverno in periferia, nel timore non infondato -credo- di ridurre anche altrove il  movimento delle 5 stelle a una sola cifra, il presidente del Consiglio ha invocato il carattere ormai “irreversibile” dell’alleanza che gli ha permesso di realizzare il suo secondo governo.

            Irreversibile fu l’aggettivo usato anche da Aldo Moro -cui il corregionale Conte più volte ha confessato di volersi ispirare, pur essendo arrivato dov’è per volontà e spinta di un movimento nel quale ben difficilmente avrebbe potuto riconoscersi il compianto statista pugliese- per difendere il centrosinistra negli anni Settanta da quanti nella Dc volevano abbandonarlo o solo sospenderlo per le pressioni dei socialisti verso i cosiddetti “equilibri più avanzati”. Che avrebbero dovuto svilupparsi in direzione del Pci anche per contenuti programmatici, oltre che per ragioni di schieramento.

            Nella teorizzazione della irreversibilità del centrosinistra, quando peraltro ne aveva già perso la guida per lo sfratto da Palazzo Chigi voluto dai “dorotei” di Mariano Rumor, che pure aveva coniato  per sé, succedendogli,  la  formula dello stesso centrosinistra “più aperto e coraggioso”, Moro si scontrò con Amintore Fanfani, l’altro “cavallo di razza” della Dc. Che dalla Presidenza del Senato, dove si era attestato per meglio scalare il Quirinale mancandolo lo stesso alla fine del 1971, obiettò praticamente che in politica vale il mai dire mai: neppure alla possibilità di un passo indietro o di una pausa.

             Fanfani, pur perdendo le elezioni presidenziali a vantaggio di Giovanni Leone, vinse la battaglia contro la “irreversibilità”, per nulla trattenuto dal fatto che era stato lui in fondo a preparare il centrosinistra prima ancora di Moro. Lo aveva fatto guadagnandosi l’appoggio esterno dei socialisti ai suoi governi delle “convergenze parallele”.

             Dal centrosinistra, con o senza il trattino, come preferite, si tornò nel 1972 al centrismo con i liberali di Giovanni Malagodi, che l’allora segretario della Dc Arnaldo Forlani preferì chiamare “centralità” affidando Palazzo Chigi a Giulio Andreotti. Sarebbe stato tuttavia  lo stesso Fanfani dopo un anno soltanto -muovendosi sempre dalla Presidenza del Senato, anche a costo di svuotare con un incontro fra i capicorrente a Palazzo Giustiniani il congresso democristiano che stava per aprirsi a Roma con una maggioranza di delegati favorevoli a Forlani e Andreotti-  a fare riesumare il centrosinistra. E così fu ancor più chiaro che tutto dovesse essere reversibile in politica.

           Impossibilitato per ragioni anagrafiche a vivere davvero quelle stagioni, avendo nel 1973 solo 9 anni, Conte non le ha probabilmente studiate con lo stesso scrupolo che si desume abbia impiegato con il diritto, viste almeno la cattedra universitaria che si è guadagnata e la proficua attività professionale di avvocato esercitata prima di farsi prestare alla politica dagli amici pentastellati.

            Adesso, inchiodato alla “irreversibilità” rivendicata per la formula giallorossa che ha realizzato a Palazzo Chigi, rischia di esserne travolto se a vincere fosse ancora una volta, invece, la reversibilità con una crisi ad evitare la quale credo che non  basti più neppure evocare le elezioni anticipate con quel titolo Repubblica.jpgdi Repubblica “Fate pace o si vota”. Al ricorso anticipato alle urne sembra ormai rassegnato anche il presidente della Repubblica, forse confortato dall’idea di poter mandare all’occorrenza il Paese al voto con un governo di garanzia non del buon Carlo Cottarelli, come aveva pensato l’anno scorso, prima dell’accordo fra grillini e leghisti, ma -senza offesa per Cottarelli- dell’ancor più prestigioso Mario Draghi, fresco di onori meritati e di feste per la fine del mandato di presidente della Banca Centrale Europea, che lo ha impegnato per otto anni a Francoforte.

 

 

 

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Le solite reticenze di stampa sulle difficoltà politiche dopo il voto in Umbria

                Puntuali all’appuntamento con la disinvoltura, a dir poco, di una rappresentazione reticente della realtà, illuminando i fuochi fatui e distraendo da quelli veri, o minimizzandoli, i giornali hanno rovesciato sui lettori titoli sul duello, scontro e quant’altro apertosi fra Luigi Di Maio e Giuseppe Conte dopo il rovescio elettorale della maggioranza giallorossa nella prima regione in cui essa ha voluto imprudentemente riproporsi, l’Umbria, per darsi un carattere strategico e non tattico, ordinario e non straordinario, permanente e non momentaneo. E in questo Il Fatto.jpgscontro, da qualcuno allargato- come sul Fatto Quotidiano– ad altri partiti della coalizione, che sarebbero “separati in casa”, c’è stata anche l’esordio ottimistico, fiducioso e quant’altro di Conte come cantante, dopo la prova d’orchestra di qualche tempo fa in un oratorio di Avellino, prima di apparire alla nomenclatura residua della vecchia Dc per commemorare Fiorentino Sullo. Stavolta Conte ha voluto cantare per volare alla maniera di Domenico Modugno sulle miserie della cronaca politica.

            In realtà, il vero, unico, o comunque prevalente scontro consumatosi dopo la batosta umbra è stato quello all’interno delle 5 Stelle, diciamo così, fra il fondatore, l’”elevato” e non so cos’altro Beppe Grillo e il capo ancòra nominale del movimento, della delegazione al governo e ministro degli Esteri Luigi Di Maio. E’ stato uno scontro in cui Grillo ha cercato di minimizzare l’accaduto ridendoci sopra con la formula “pensavo peggio”, e quindi col proposito di benedire, proteggere, difendere e quant’altro l’alleanza col Pd e dintorni, e Di Maio invece ha voluto aumentarne le distanze Nazione.jpgparlando di esperimento non riuscito e non ripetibile, non foss’altro per evitare che quel 7 per cento e rotti cui il movimento sé è ridotto in Umbria si ripeta altrove, e magari cali ancora. Ma dietro le parole giunte ai giornali deve esserci stato ben altro fra i due se Grillo, comico ma non fesso, ha rimosso dal proprio blog la sua uscita.

            Il problema quindi è sotto e dentro le cinque stelle, riconducibile peraltro ad un articolo della Costituzione di cui da quelle parti non si gradisce che si parli in queste occasioni. E’ l’articolo 49, tanto breve e laconico quanto imbarazzante per il modo in cui i grillini lo interpretano e lo applicano a casa loro, superando in disinvoltura anche altre formazione dove pure lo si rispetta maluccio: “Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”. Ebbene, é proprio democratico il metodo in uso fra i grillini per decidere e cambiare la linea politica e quant’altro?  Bastano la cosiddetta piattaforma Rousseau gestita da Davide Casaleggio, le consultazioni digitali e l’ultimissima parola ad un Grillo che potrebbe anche all’improvviso cancellarla dalle sue tavolette, a garantire il “metodo democratico” reclamato dalla Costituzione ?

            Sia pure finita nelle pagine interne, senza un richiamo in prima, mi ha fatto un po’ sperare in qualche sorpresa la corrispondenza del Corriere della Sera dal Quirinale, Che riferisce sì con la firma Corsera.jpgdel solito Marzio Breda della prudente decisione di Sergio Mattarella di mettersi Breda 2 .jpgalla finestra per vedere la maggioranza alla prova parlamentare della manovra finanziaria e del bilancio, ma anche della piena consapevolezza del capo dello Stato che “la maggiore incognita” del quadro politico è il partito -quello appunto delle 5 stelle- di cui ha voluto conservare la cosiddetta centralità o prevalenza in Parlamento evitando le elezioni anticipate nella gestione della crisi di agosto.

            Un altro passaggio significativo della corrispondenza di Breda è quello finale, in cui si gira ai Breda 3 .jpglettori l’informazione “severa” fornita da Mattarella in persona ai suoi interlocutori in questi giorni che la prossima volta si andrà  davvero alle elezioni in caso di crisi, “senza tener conto -sentite bene- dei calcoli su quali forze di Camera e Senato eleggeranno il suo successore al Quirinale” nel 2022. Il Presidente della Repubblica, insomma, non è all’incanto. Nessuno gli farò salvare le Camere con la promessa -imprudentemente adombrata durante la crisi d’agosto- di rieleggerlo. E’ un doveroso avviso ai naviganti.

 

 

 

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Il viaggio di Mario Draghi da Francoforte all’Inferno della politica italiana

Temo che l’Inferno che lo aspetta in Italia col comune e curioso auspicio di amici e nemici farà presto rimpiangere a Mario Draghi le rogne avute a Francoforte negli otto anni di mandato di presidente della Banca Centrale Europea. Dove il settantaduenne economista, già governatore della Banca d’Italia e dirigente di quello che i vecchi chiamano ancora Ministero del Tesoro, oggi Ministero dell’Economia, ha dovuto vedersela sopra e sotto il tavolo, davanti e dietro la porta, con interlocutori tosti come sono quelli tedeschi. E ciò senza avere -credo per fortuna del nostro Paese- quel complesso un po’ reverenziale verso la cultura germanica, e annessi e connessi, che distingueva Carlo Azeglio Ciampi quand’era governatore della Banca d’Italia. Poi egli passò a Palazzo Chigi, chiamato all’improvviso dal trafelato presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro, nel 1993, sostituendolo al Quirinale nel 1999, dopo aver fatto il guardiano dei nostri conti dietro la scrivania di Quintino Sella.

L’Inferno che temo aspetti Draghi in Italia, per quanto egli possa attrezzarsi di estintori e buona volontà, ha un fuoco che continuerebbe ad intossicare anche dopo che fosse miracolosamente spento. Draghi 2 .jpgL’unica che potrà forse proteggerlo è la moglie Maria Serena Cappello. Alla quale, consapevole evidentemente dei rischi, e sicuro dell’affetto che li tiene insieme da 44 anni, lo stesso Draghi ha invitato i giornalisti a rivolgersi più o meno direttamente quando gli hanno chiesto, nella cerimonia di chiusura della propria esperienza a Francoforte, se avesse o vedesse prospettive politiche, o d’altro tipo, anche ora che avrebbe tutto il diritto di fare il pensionato. E non è certamente tipo da reddito di cittadinanza, come ha osservato l’ex sottosegretario leghista a Palazzo Chigi Giancarlo Giorgetti, ancora in preda agli incubi quando pensa a quella misura mai digerita al tavolo con i grillini nella stagione gialloverde.

E’ stato proprio Giorgetti, diavolo di un uomo, a mettere in pista Draghi per una eventuale successione a Giuseppe Conte, a capo di un governo istituzionale, o quasi, destinato ad evitare, anzi a rievitare elezioni anticipate in caso di crisi, anche a costo di procurare un mezzo infarto al suo “capitano” Matteo Salvini e al piddino di maggior grado nella compagine ministeriale in carica, Dario Franceschini.

Salvini, si sa, smania di elezioni anticipate già dalla scorsa estate, quando vi puntò scommettendo imprudentemente sulla linea analoga adottata da Nicola Zingaretti dopo la sua elezione a segretario del Pd di fronte all’ipotesi di un’intesa di governo con i pentastellati. Egli smania dall’estate scorsa e vi lascio perciò immaginare ora che ha stravinto le elezioni regionali umbre col centrodestra a forte trazione leghista: una trazione riconosciuta in piazza San Giovanni, a Roma, da Silvio Berlusconi a tal punto da essersi procurato le proteste, le riserve e quant’altro di Mara Carfagna, Renato Brunetta, Gianfranco Micciché, Gianfranco Rotondi e via elencando.

Franceschini non smania di elezioni anticipate, è vero. Sarebbe troppo attribuirgliele come un vero e proprio progetto. Ma la sua musica è cambiata da quando Matteo Renzi si è messo in proprio con Italia Viva ed ha cominciato a prendere quanto meno le distanze dalla visione strategica, e non tattica, permanente e non momentanea, dell’alleanza fra il Pd e il Movimento delle 5 Stelle. Di fronte al toscano che non sembra proprio disposto a stracciarsi le vesti se il governo Conte per qualsiasi ragione dovesse poco serenamente cadere anzitempo, nonostante la popolarità del professore nei sondaggi e il suo sforzo di non perderla girando come una trottola per tutte le parti d’Italia, 54Franceschini non lascia quasi trascorrere giorno senza ammonire che questo è davvero l’ultimo governo della legislatura. In caso di crisi, quindi, anche a costo di ritrovarsi con l’odiato, temuto e quant’altro Salvini, egli sosterrebbe lo scioglimento anticipato delle Camere. E pazienza, sembra addirittura di capire, salvo precisazioni, se nel frattempo non si sarà riusciti ad arrivare, nel 2022, all’elezione del successore di Sergio Mattarella al Quirinale.

Il Quirinale: ecco un altro girone paradossale dell’immaginifico Inferno che potrebbe aspettare Draghi, vista l’imprudenza con la quale retroscenisti e simili, stavolta comprensivi anche di quel veterano, a dir poco, del giornalismo politico  italiano  che è Eugenio Scalfari, hanno cominciato a parlare di lui come del prossimo, auspicabile presidente della Repubblica. E ciò anche a costo di smentire l’occhiolino fatto, con pari imprudenza, durante la crisi di agosto all’incolpevole Mattarella per un bis.

Una regola imposta dall’esperienza alla corsa al Quirinale è che non cominci con troppo anticipo. Porta sfiga, dicono a Roma. ”Non sarà un atterraggio facile”, ha preconizzato un esperto del ramo, diciamo così,  come Romano Prodi. Che nel 2013 provò sulla sua pelle di quanti chiodi possa essere disseminata la salita al Colle più alto.

 

 

 

Pubblicato su Il Dubbio

Che botto in Umbria col voto regionale e che problemi adesso, almeno per Di Maio…

                Il blitz americano che ha decapitato l’Isis con la morte del feroce Al Baghdadi, al di là delle immancabili ironie sull’aiutino del presidente americano Donald Trump all’amico “Giuseppi” Conte in affanno a Palazzo Chigi pensando alle elezioni in Umbria, non è riuscito a Donatella Tesei.jpgcontenere mediaticamente in Italia il botto della regione incautamente scelta per esportare in periferia la maggioranza giallorossa. Che non ha perso, ma straperso con i venti punti di distacco accumulati dal candidato della coalizione nazionale di governo nella improba gara con la candidata del centrodestra Donatella Tesei, scelta personalmente da Matteo Salvini. Della cui vittoria, pertanto, hannoIl Fatto.jpg ben poco da consolarsi al Fatto Quotidiano declassando a “consolazione”, appunto, nel titolo di prima pagina la festa di piazza fisica e mediatica del leader leghista, dopo la debacle della crisi agostana di governo.

             A vendicare Salvini sono naturalmente corsi altri giornali dando degli “asfaltati” agli sconfitti inutilmente ça Verità.jpgarroccatisi nelle ultime Rolli.jpgbattute della campagna elettorale nella speranza di una vittoria di misura degli avversari, magari grazie alle preghiere dei frati francescani d’Assisi annunciate con una certa imprudenza, a dir poco, da inviati speciali accorsi al Sacro Convento. Si è visto e letto, purtroppo, anche questo nei giorni scorsi.

             Emilio Giannelli nella vignetta di prima pagina sul Corriere della Sera se l’è presa, diciamo così, col presidente del Consiglio, raffigurato come un albero con i due rami del Pd e delle cinque stelleGiannelli.jpg dalle foglie cadenti, com’è del resto normale in autunno. Ma qui il Cristo in croce, col Movimento grillino sceso a una sola cifra, perdendo ancora più rapidamente di quanto non gli fosse capitato nelle prime elezioni regionali seguite alla sua alleanza con i leghisti, più che Conte è il suo ex vice presidente e ora ministro degli Esteri Luigi Di Maio. Le cui già forti difficoltà nel quasi partito di cui è ancora “capo” sono destinate ad aumentare. E a tradursi, intanto, in una maggiore diffidenza, presa di distanza e quant’altro proprio da Conte, accusato solo qualche giorno fa dai ministri grillini riunitisi a Palazzo Chigi, nell’ufficietto a disposizione di Di Maio, di avere instaurato un rapporto sostanzialmente privilegiato col Pd. Che, guarda caso, è riuscito in qualche modo a contenere le perdite nell’appuntamento elettorale in Umbria, per quanto avesse sul groppone l’eredità della precedente amministrazione regionale travolta da uno scandalo nel settore della sanità.

              Il più sbrigativo e minimalista nel commentare la disfatta giallorossa è stato forse il solito Matteo Renzi, non a caso tenutosi distinto e distante dall’avventura umbra, sottraendosi a foto di gruppo e quant’altro. Egli ha detto, compiaciuto, con chiara allusione a Dario Franceschini, capo della delegazione del Pd al governo, che adesso passeranno nella maggioranza voglie e tentazioni di elezioni anticipate in caso di crisi. E si potrà pertanto scommettere di più sulla durata per intero della legislatura in corso. Ma ciò ha un sottinteso: la separazione fra la stessa legislatura e il governo in carica, per cui una crisi del secondo -contrariamente alle opinioni o minacce espresse recentemente da Franceschini, appunto- non si trascinerebbe per forza anche l’altra, essendoci peraltro tante cose da fare ancora, a cominciare dall’elezione, nel 2022, del nuovo presidente della Repubblica.

             Un elettore probabilmente renziano ha ricordato qualche giorno fa proprio in Umbria a Conte, in uno di quei “bagni di folla” decantati da cronisti simpatizzanti, la scadenza delle elezioni presidenziali per invitare il presidente del Consiglio a tenere duro, a non farsi strattonare o coinvolgere nelle risse e manovre di una coalizione composita come quella che guida. Ebbene, anche a costo forse di deludere il suo improvvisato interlocutore, Conte gli ha risposto pressappoco così: “Non si può governare solo per aspettare l’elezione del presidente della Repubblica”. Non aveva, francamente, torto. E forse non lo pensa, in fondo, neppure Renzi. Che a quella scadenza intanto vorrà arrivare, all’interno della maggioranza che lui ha così fortemente e sorprendentemente contribuito a far nascere, un potere contrattuale superiore a quello sperimentato sinora della sua nuova Italia Viva.

 

 

 

 

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Più o meno in diretta dalla verde Umbria e dalla sua avventura elettorale

               Anche se non mancano, francamente, fuori e dentro i confini nazionali, avvenimenti un po’ più importanti nel bene e nel male, e l’Umbria con i suoi 884 mila abitanti non è l’Ohio degli 11 milioni e mezzo, oltre Atlantico, dove di solito chi vince nelle elezioni presidenziali  prenota per il suo partito la Casa Bianca, i giornaloni d’Italia si sono a loro modo mobilitati per riferire, analizzare e quant’altro il duello odierno fra i candidati del centrodestra e della coalizione giallorossa alla presidenza della regione costretta alle elezioni anticipate da una brutta vicenda giudiziaria sulla sanità.

             Più che la sorte politica di Donatella Tesei, l’avvocatessa voluta da Matteo Salvini, e di Vincenzo Bianconi, l’albergatore proposto “civicamente” dalla maggioranza giallorossa nel tentativo di riprodursi a livello locale, in gioco tuttavia sembra essere  soprattutto Luigi Di Maio, almeno a vedere e a leggere il giornale che mangia e al tempo stesso produce più politica in Italia dal giorno della sua fondazione, nell’ormai lontano 1976: la Repubblica. E con quali effetti sulla sua diffusione e sui suoi conti, una volta che la politica è sprofondata nella considerazione generale, producendo più astensione che partecipazione, lo ha di recente rivelato, o denunciato, una fonte a dir poco insospettabile come il suo ex editore Carlo De Benedetti. Che purtroppo se l’è presa forse troppo ingenerosamente con i suoi figlioli, più che con la politica nella quale lui prima di loro aveva avvolto o lasciato avvolgere il giornale assecondandone il fondatore Eugenio Scalfari.

            Con un vistoso titolo di testa, come si dice in gergo tecnico, il quotidiano ora diretto dal fantasioso Carlo Verdelli ha sistemato sopra una vignetta di Altan, nella quale Salvini dice Repubblica.jpgsarcasticamente che “non tutto il male viene per nuocere a me”, l’annuncio di quello che al plurale starebbe ALTAN.jpgdicendo in queste ore il capo ancòra delle 5 Stelle, nonché ministro degli Esteri, addirittura, e capo della delegazione grillina nel secondo governo di Giuseppe Conte: “Se perdiamo male addio coalizione”. Alla quale lo stesso Di Maio si è più rassegnato che convinto, spinto energicamente da Beppe Grillo in persona, dopo la fine della coabitazione con i leghisti. Certo, ci sarebbe da valutare quanto male debba intendersi una eventuale sconfitta arrivata in testa ai sondaggi nella corsa alle urne: quanto letali o comunque pericolosi debbano considerarsi gli eventuali punti percentuali di distacco da uno a dieci, per fermarci qui e risparmiarci il fastidio di essere scambiati per menagrami.

            Più diretto e al tempo stesso distaccato, ricorrendo alla terza persona e non alla prima al plurale, è stato il titolo dedicato all’Umbria dalla Stampa e prudentemente collocato all’interno: “Di Maio rischia la leadership”, a dir pocoLa Stampa.jpg mi permetterei di aggiungere, visto il livello dello scontro in corso fra i grillini. Di cui, pur avendovi in qualche modo contribuito per la diffusione che ha il suo giornale sotto le 5 stelle, ha dato una prova lodevolmente trasparente sul Fatto Quotidiano l’onnipresente e vigilante direttore Marco Travaglio con un editoriale godibile, diciamo così, sin dal titolo: “L’ora del cretino”. Che non è naturalmente, e una volta tanto, avendo avuto qualche volta Travaglio.jpganche lui problemi almeno con i vignettisti del Fatto, il giovane e sofferente Di Maio, ma chi gli vorrebbe fare la festa nel movimento, e fargli pagare con qualche mese di ritardo la metà dell’elettorato perduto in meno di un anno di alleanza con Salvini. “Il problema dei malpancisti” in azione o solo in letargo contro Di Maio -ha assicurato Travaglio con l’aria di chi li conosce bene- “non è la pancia ma la testa”. Cretino, del resto, secondo il dizionario della lingua italiana, anche il più sofisticato e indulgente, significa “stupido, imbecille”. Non so francamente se fra i grillini Travaglio stia maturando il sospetto di una versione anche infettiva di questo increscioso accidenti.

 

 

 

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L’assordante silenzio e assenza di Matteo Renzi in Umbria al voto

              Com’era sin troppo facile immaginare, quella sedia lasciata vuota da Matteo Renzi a Narni ha fatto più notizia, e impressione, delle altre occupate nella manifestazione conclusiva della campagna elettorale in Umbria dal presidente del Consiglio Giuseppe Conte, da Luigi Federico Geremicca.jpgDi Maio in rappresentanza ancòra del Gazzetta.jpgMovimento delle 5 Stelle, da Nicola Zingaretti come segretario del Pd e da Edoardo Speranza per conto della sinistra radicale di Pier Luigi Bersani e Massino D’Alema, che sono riusciti a portarlo all’ultimo momento alla guida del Ministero della Sanità. Il cui solo nome -Sanità- evoca peraltro guai politici in Umbria, dove l’ amministrazione di sinistra è stata travolta da uno scandalo naturato fra ospedali, aziende sanitarie, assessorati e segreteria regionale del Pd.

            La sedia vuota di Renzi -indicativa del ruolo “distinto e distante”, avrebbe detto la buonanima di Francesco Cossiga,  assunto dall’ex segretario del Pd  nella maggioranza giallorossa un attimo I 5 di Narni.jpgdopo averla fatta nascere mettendosi in proprio con la sua Italia Viva– non è stata certamente soppressa dalla foto successiva, che ha ripreso in piedi, anziché seduti, Conte, Di Maio, Zingaretti e Speranza attorno al candidato “civico” alla guida della regione, Bianconi: Vincenzo, come lo ha familiarmente chiamato il presidente del Consiglio.

            Per quanto declassata dallo stesso Conte, per numero di elettori, alle dimensioni di una provincia, in particolare quella di Lecce, e rifiutata quindi come test per le sorti o per la sola valutazione del suo secondo governo, e relativa maggioranza, l’Umbria che uscirà dalle elezioni non passerà come acqua, nel bene o nel male, sull’esperienza anche personale del presidente del Consiglio, rimasto al suo posto, dopo la crisi agostana provocata dalla Lega di Matteo Salvini, fra il plauso e l’incoraggiamento addirittura del presidente americano Donald Trump con quel suo “Giuseppi” finito all’attenzione del Copasir. Che è l’acronimo del Volpi.jpgcomitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica, e per il controllo sui servizi segreti, finito a sua volta per effetto proprio della crisi e del cambiamento della maggioranza sotto la presidenza del leghista Raffaele Volpi. Da cui francamente Conte non può attendersi un aiuto alla confusione che ha mostrato di desiderare, dopo una lunga audizione, fra il Russiagate di Trump e quello di Matteo Salvini, almeno per ora nelle mani solo della Procura di Milano. Dove si sta indagando sulle trattative intercettate in un albergo di Mosca fra il leghista Gianluca Savoini e altri su un affare petrolifero svanito poi per strada, da cui si presume che dovesse derivare un finanziamento al Carroccio.

            Sui possibili effetti delle elezioni umbre, con cui si torna peraltro all’orario solare da quello legale che ha segnato la crisi del governo gialloverde e l’avvento di quello giallorosso, non credo che Il Foglio.jpgsi sia fatto prendere troppo la mano dalla fantasia il direttore del Foglio Claudio Cerasa scrivendo di “un’operazione Mario Draghi”. Che potrebbe scattare in caso di sconfitta di quello che il capo della delegazione governativa del Pd Dario Franceschini è appena tornato a definire ottimisticamente sulla Stampa “il primo passo” di un cammino “insieme in tutte le regioni”.

            Ora che è finalmente libero dai suoi impegni a Francoforte come presidente della Banca Centrale Europea, il povero Draghi è entrato quasi di prepotenza, ma suo malgrado, nei retroscena della politica italiana. C’è già chi lo immagina, magari spinto proprio da Renzi per la sua richiesta di un “presidente europeista della Repubblica”, candidato al Quirinale quando scadrà, fra più di due anni, il mandato di Sergio Mattarella. Cui pure durante la crisi agostana sembrava essere stata adombrata la conferma da piddini e grillini se ne avesse in qualche modo favorito l’accordo di governo. Cerasa invece si è limitato ad immaginare Draghi, senza tuttavia compromettere -credo- la tappa finale del Colle più alto di Roma, come un possibile successore di Conte a Palazzo Chigi se la maggioranza giallorossa dovesse uscire ammaccata dal voto umbro e da quelli che seguiranno, sempre a livello Rolli.jpgregionale, nei prossimi mesi. Draghi, sempre secondo Cerasa, potrebbe garantire l’estensione dell’area giallorossa, non memo rissosa e da maschere anti-gas di quella gialloverde, verso il centro con le adesioni che si è proposto di raccogliere Renzi alla sua Italia Viva. Dove è atteso, auspicato e quant’altro l’arrivo di un bel po’ di parlamentari forzisti, anche se nelle ultime ore, a dire il vero, vi è appena arrivata dalla sponda di Pier Luigi Bersani la deputata molisana Giuseppina Occhionero.

 

 

 

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