Il segretario del Pd rimedia un “caro Nicola” dal capo della Confindustria

              Doveva essere quasi un congresso la conferenza programmatica del Pd svoltasi a Bologna ma purtroppo sommersa anch’essa, nelle cronache, dall’acqua che ha sconvolto mezza Italia facendone emergere ancora una volta tutta la sua fragilità. Che è pari  forse solo a quella della politica dopo decenni di anti-politica svolta in parossistica concorrenza dalla sinistra e dalla destra, e pure dal fantomatico centro, piegatosi a una funzione di sostanziale supporto non all’una o all’altra, ma all’una e all’altra insieme.

            Sono state, quelle bolognesi sul Pd impegnato a scrivere, anche nel titolo scelto per il dibattito interno, “tutta un’altra storia”, cronache distratte, o minori. Ne rimarrà francamente poco nella memoria già corta di suo della politica di questi tempi, anche se è stato modificato addirittura lo statuto del partito e Nicola Zingaretti si è impegnato a ispirarvisi per rifare in tempi brevi un nuovo e unitario ufficio di segreteria. Che è ancor più necessario dopo la scissione consumata da Matteo Renzi con la creazione della sua Italia Viva, peraltro col proposito dichiarato di ripetere, pur senza il decisivo sistema elettorale francese, il lavoro svolto da Emmanuel Macron al di là delle Alpi per azzerare, praticamente, il partito socialista. Cui in fondo il Pd dovrebbe assomigliare, pur rifiutando il nome socialista anche dopo avere aderito pienamente, quando Renzi ne era segretario, all’omonimo partito europeo. E’ la solita schizofrenia della sinistra italiana, non a caso contrassegnata da una storia più di rotture che di riconciliazioni.

            Deciso, almeno a parole, a dare al suo Pd una fisionomia di sinistra più precisa e moderna anche per contestare il rifiuto o superamento sia della sinistra sia della destra conclamato dal Vincenzo Boccia.jpgmovimento grillino, col quale egli ha deciso improvvisamente due mesi fa di allearsi al governo rinunciando al preventivo passaggio elettorale pubblicamente promesso, Zingaretti si è alla fine trovato a Bologna nella singolare situazione di guadagnarsi quasi a conclusione della conferenza programmatica, o come altro la si voglia definire, l’amichevole e caloroso “caro Nicola” del presidente della Confindustria Vincenzo Boccia. Che, dal canto suo, fra i due maggiori partiti dell’attuale coalizione di governo, non poteva non sentirsi a suo agio più fra i piddini che fra i grillini della infausta “decrescita felice”, mitigata Di Pietro su Conte.jpgdal vantato ma un po’ troppo confuso “umanesimo” del presidente del Consiglio Giuseppe Conte. Al quale solo il ruspante Antonio Di Pietro, intervistato dal quotidiano La Verità mentre raccoglieva le olive nella sua campagna molisana, ha appena avuto il coraggio di contestare una “faccia di bronzo” e di chiedergli “figlio mio, quando diventi maggiorenne politicamente!”.

            Come e dove Zingaretti, nel sempre più difficile rapporto con i grillini, cui tiene di più nel Pd il volenteroso Dario Franceschini, potrà avvalersi del “caro Nicola” del presidente della Confindustria è francamente difficile dire, neppure sul terreno di scontro che si è creato fra i due partiti, proprio dopo la conclusione del raduno bolognese, sulla cittadinanza ai figli degli immigrati nati e acculturatisi in Italia. Su questa strada Di Maio si è affrettato a dirsi “sconcertato”, di fronte alla priorità del maltempo, e a sentirsi più in sintonia, praticamente, con l’ex alleato leghista Matteo Salvini.

 

 

 

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La sfortunata interruzione del silenzio di Beppe Grillo sul suo Movimento

               Beppe Grillo ha finalmente rotto il silenzio in questa fase di “transizione” del suo Movimento, come l’ha recentemente definita il presidente del Consiglio Giuseppe Conte nel salotto televisivo di Bruno Vespa per spiegare, giustificare e quant’altro la confusione, a dir poco, della componente principale del suo governo. O il “marasma”, come più impietosamente l’ha definita un giornale che pure non gli è ostile come Il Fatto Quotidiano.

             Finalmente il comico genovese ha metaforicamente varcato in uscita i cancelli delle sue ville, apparsi per un bel po’ come muri dietro ai quali aveva preferito rimanere come riedizioni del più celebre Muro di Berlino, di cui si è appena festeggiato il trentesimo anniversario della caduta, e si è pronunciato su qualcosa e qualcuno riguardante quel quasi partito che in soli dieci anni egli ha saputo portare al governo in posizione dominante, o “centrale”, come la definisce costantemente e orgogliosamente Luigi Di Maio. Che continua ad essere -non si è ancora ben capito se più con rassegnazione o convinzione del garante, “elevato” e quant’altro debba essere considerato Grillo- il “capo” del Movimento delle 5 Stelle, anche dopo avere perduto nelle elezioni europee di fine maggio metà circa dell’elettorato di un anno prima ed essere diventato “solo” ministro degli Esteri, dopo aver fatto nel primo governo Conte a partecipazione leghista il vice presidente del Consiglio e l’ambo-ministro dello Sviluppo Economico e del Lavoro.

            Peccato però che nel rompere il suo lungo e assordante silenzio usando il blog personale arrivato alla sua 87.ma settimana, Grillo non abbia voluto occuparsi né del sunnominato Di Maio, né dei problemi di governo che gli stanno sfuggendo di mano, diciamo così, come l’ex Ilva di Taranto, l’incompiuto Mose dell’allagatissima Venezia, il modo di far partecipare il Movimento alle prossime elezioni regionali dopo la scoppola rimediata in Umbria alleandosi col Pd e l’ingovernabilità del gruppo parlamentare di Montecitorio, dove non dispone della maggioranza necessaria per fare eleggere dopo due mesi il nuovo presidente, avendo voluto portare il precedente nel secondo governo Conte. Il fondatore ha invece voluto spendersi per la causa insieme meno attuale e più impopolare  della sindaca pentastellata di Roma Virginia Raggi, per la quale ha propagandato un sito internet per Cose fatte.jpgdiffondere le “cosefatte” -tutta una parola, come è d’obbligo elettronico- in Campidoglio e dintorni dalla sua elezione e far Cose fatte 2 .jpgcapire finalmente agli ignorantoni e disinformati romani “l’enorme lavoro” di questa incompresa eroina. Che  per misteriose circostanze, tutte estranee evidentemente alla sua volontà, deve girare pure lei col fazzoletto al naso per il fetore della monnezza non raccolta, e indossare tute d’amianto prima di salire sugli autobus, più facili a prendere fuoco che ad arrivare prima o poi a destinazione, con ritardi variabili da quindici minuti a quindici ore, o quasi.

            Bisogna riconoscere che solo un comico della esperienza e professionalità di Grillo poteva assumersi questo immane e -ripeto- inattuale compito di proporre di fatto la rielezione della Raggi a sindaco di Roma, quando mancano ancora quasi due anni alla scadenza del suo impervio mandato.

            Con lo stesso eroismo, attingendo a quei “frammenti di pensiero” che sembrano la pubblicità di un Frammenti di pensieri.jpgpanettone in questa stagione prenatalizia,  Grillo potrà tentare nella prossima, 88.ma edizione settimanale del suo blog personale di difendere la fedelissima ex ministra della Difesa Elisabetta Trenta dalla non esaltante rappresentazione appena fattane dal Corriere Trenta.jpgdella Sera per l’appartamento di servizio fattosi assegnare al momento della nomina governativa, l’anno scorso, e non restituito al momento della cessazione dall’incarico, con la formazione del nuovo Gabinetto Conte, perché nel frattempo affidato al marito maggiore, nel senso di ufficiale dell’Esercito, di grado non elevato abbastanza per disporre di quel tipo di alloggio, e pur avendo la coppia un appartamento di proprietà a Roma. Sarebbe, se confermata dalle indagini della magistratura penale e di quella contabile annunciate dal quotidiano milanese, una storiaccia più da casta -per usare un termine molto adoperato sotto le cinque stelle quando si parla degli avversari- che altro.

 

 

 

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La resurrezione di Giorgetti sul Corriere della Sera nel timore di una crisi

                  Sia pure molto fuori stagione rispetto alla Pasqua ma forse spinti dal continuo aggravamento delle condizioni della maggioranza giallorossa -tra Venezia che affonda, Taranto che si vede spegnere gli altiforni dai gestori indiani passati almeno in questo dalla parte dei magistrati impegnati da tempo sullo stesso percorso, i mercati che tornano ad essere dubbiosi sull’Italia, se mai avevano davvero smesso di esserlo, il Pd tentato dalla rottura e Beppe Grillo sempre più sconcertato e silenzioso di fronte al “marasma” del suo movimento raccontato ormai anche dal quotidiano al quale lui affida ogni tanto le sue ispirazioni giornalistiche- al Corriere della Sera hanno pensato di fare risorgere il vice segretario leghista ed ex sottosegretario a Palazzo Chigi Giancarlo Giorgetti. Del quale non più tardi di martedì scorso avevano sepolto a pagina 10 nel “gelo” attribuito a Matteo Salvini la proposta di un “tavolo” o di una maggioranza “costituente” per realizzare una serie di riforme necessarie a garantire un minimo di governabilità a questo Paese sfinito da una lunghissima crisi di sistema.

            La proposta Corriere.jpgdel buon Giorgetti è stata riesumata a pagina 13, ancora più avanti della pagina 10, da Francesco Verderami ma questa volta con l’onore, la dignità e quant’altro di un richiamo in prima composto e titolato senza spirito liquidatorio, tradotto in una “mossa per non governare sulle macerie”, chiunque dovesse riuscire a vincere le elezioni, quando riusciremo a tornarvi, ottenere dal capo dello Stato le chiavi di Palazzo Chigi e strappare la fiducia delle Camere.

            Eppure, anche in questo rinsavimento, chiamiamolo così, o in questa resurrezione -ripeto- molto fuori stagione, risalendo col richiamo in prima l’ordine d’importanza della questione alla velocità di due pagine al giorno, la proposta di Giorgetti ha continuato ad essere letta, o interpretata, dal più diffuso giornale italiano anche in funzione di un aiuto agli “avversari” della Lega, che l’hanno sostituita al governo per impedirle di vincere col centrodestra a sua trazione  le elezioni anticipate reclamate in agosto da Salvini: un aiuto in cui il partito di Giorgetti dovrebbe accontentarsi di avere conquistato “un ruolo da protagonista” o “in termini di posizionamento”  quello che Luigi Di Maio chiama “il centro della politica”, rivendicandolo per il Movimento delle 5 stelle a causa della maggioranza relativa dei voti e dei seggi parlamentari conquistata nelle fortunose elezioni politiche dell’anno scorso fra lo stupore generale.

            Con tutta la stima che merita Giorgetti, o proprio per questa, ho una certa difficoltà a considerarlo non un uomofrate trappista.jpg politico ma un frate, per giunta frappista. Continuo pertanto a ritenere ch’egli abbia lanciato la sua proposta, o fatto la sua prima “mossa”, prevedendo un ulteriore peggioramento della situazione politica e la crisi anche del secondo governo Conte, cui solo una quantità industriale di ottimismo o ingenuità potrebbe permettere di prevedere un terzo governo del professore, avvolto questa volta nella bandiera piuttosto bagnata della solidarietà nazionale, o dell’emergenza, o di qualcosa di simile.

            Lo stesso Verderami, d’altronde, che è un giornalista di una certa Vrderami cita Draghi.jpgesperienza, fornito di ottime antenne, in un passaggio non certo casuale o distratto del suo articolo ricognitivo ha scritto di Giorgetti come dell’uomo “che parla con Draghi”: Mario Draghi naturalmente. Che, finalmente libero dopo il lungo mandato di presidente della Banca Centrale Europea, sarebbe appunto adattissimo a quel governo di garanzia delle riforme di cui l’Italia ha bisogno per uscire da una transizione che si trascina almeno dal 1992, l’anno della cosiddetta, molto cosiddetta, epopea di “Mani pulite”, e successive scuse chieste dall’insospettabile buonanima di Francesco Saverio Borrelli, anche se il suo ex sostituto Antonio Di Pietro ha appena detto in una intervista che rifarebbe tutto daccapo. Ma egli non è più un magistrato, e neppure un politico.

 

 

 

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Il filo rosso, di vergogna, che lega Taranto e Venezia sulle acque dello stesso mare

             Taranto, dove gli indiani che li gestiscono hanno appena annunciato che spegneranno gli altiforni a gennaio, senza aspettare che glielo ordinino i magistrati del posto già intervenuti altre volte sugli impianti, ma solo perché non hanno più ordini di lavoro da eseguire, e Venezia, dove l’acqua stavolta è stata non alta ma altissima e ha devastato tutto, non hanno in comune solo il mare Adriatico. Esse condividono anche le leggi e il modo in cui i magistrati le applicano, senza bisogno di essere viziati dall’ideologia, dalla politica e da altri accidenti che pure spesso prendono loro la mano, non foss’altro per i criteri con i quali, vinto il concorso, essi fanno poi carriera: non sempre solo per i meriti e la professionalità appena raccomandati per l’ennesima volta al Consiglio Superiore della Magistratura dal suo presidente. Che è anche, e non a caso, presidente della Repubblica.

            La vicenda del cosiddetto, incompiuto e non accentuato  Mose di Venezia,  senza il cui funzionamento l’acqua ha potuto fare i danni di questi giorni, non poteva essere raccontata meglio da un magistrato, ora in pensione, fra i più apprezzati e apprezzabili d’Italia: Carlo Nordio. Che avrebbe meritato una carriera ben più gratificante di quella avuta se non fosse stato fuori dal coro dei colleghi più o meno politicizzati.

            Dopo avere ricordato gli interventi eseguiti da lui personalmente “per perseguire dei reati, non per un disegno ideologico sulla città”, essendo stati in gioco sulla sua scrivania giudiziaria Carlo Nordio.jpgtangenti e simili e  non l’utilità o idoneità di un’opera “unica al mondo, che quando sarà terminata diventerà uno straordinario biglietto da visita per l’imprenditoria italiana”, Nordio ha testualmente riferito: “Certo, gli arresti hanno avuto inevitabili effetti collaterali. C’è stato il commissariamento del Consorzio Venezia Nuova, alcune imprese hanno cambiato la governance, lo Stato ha rallentato i pagamenti. Non solo: alcune parti, già pronte da anni, si sono logorate e arrugginite. Conclusione: i costi, già altissimi sia per la costruzione che per la manutenzione, sono lievitati ancora”.

            Un aggettivo, quanto meno, dal quale mi permetto di dissentire dallo stimatissimo e onestissimo magistrato, che peraltro a 73 anni da compiere a febbraio potrebbe ben essere utilizzato al servizio dell’opera ancora incompiuta nella sua regione, è quell’”inevitabile”, al plurale, applicato agli “effetti collaterali” dell’azione giudiziaria. Quell’aggettivo è, volente o nolente, la dimostrazione dell’inaccettabile modo in cui si gestiscono giustizia e pubblica amministrazione in Italia. E della fuga cui prima o poi, se non sono pazzi, si abbandonano gli investitori incautamente impegnatisi  dalle nostre parti.

 

 

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Il Conte che annaspa nei guai dei grillini raccontati impietosamente in casa

            Impietosamente sorpreso, diciamo così, con la solita cravatta e la solita pochette, dal vignettista Stefano Folli nell’acqua alta di Venezia a chiedersi quale fosse “l’anno bellissimo” promesso agli italiani da Palazzo Chigi, peraltro quando aveva ancora come ministro dell’Interno il “capitano” leghista che avrebbe poi processato in aula al Senato come un mezzo eversore, Giuseppe Conte potrebbe anche essere commiserato come il presidente del Consiglio più sfigato d’Italia. Altro che l’Amintore Fanfani col corno rosso al collo in quella impietosa copertina del Borghese dopo una serie di incidenti ferroviari quando guidava uno dei suoi governi.

             Da Taranto in su è tutto un naufragio, fisico e metafisico, per il povero Conte. Le maggioranze gli sfuggono di mano come pesci, per quanto lui riesca a cambiarle dalla mattina alla sera per assicurarsene una finalmente affidabile.

           Il presidente del Consiglio, da gran signore come ci tiene a sembrare, anche con l’acqua alla gola e non più solo all’inguine, forse non lo ammetterà mai, essendo stato peraltro spinto a Palazzo Chigi proprio da loro, con un Mattarella più rassegnato che convinto al Quirinale. Ma i problemi politici, e ora anche istituzionali, di Conte derivano tutti o prevalentemente dai grillini: altro che dai due Mattei -Salvini e Renzi- che si sono succeduti nel ruolo mediatico di alleati scomodi, inaffidabili e quant’altro.

            Si sono decisi a riconoscere questa realtà anche al Fatto Quotidiano, dove pure c’è gente volenterosa Il Fatto.jpgche stima e perfino vuole bene a Conte, che ricambia giustamente con tutta la disponibilità di cui è capace trovando sempre il tempo, anche nelle condizioni temporali più disperate, di farsi intervistare: se non danneggiato dall’acqua, anche col telefonino lasciatogli in tasca da Rolli.  E’ proprio sul giornale diretto da Marco Travaglio che è appena uscito, in testa alla prima pagina, un “viaggio nel caos dei 5Stelle”, pur “scampati”, chissà poi come e perché, “alla trappola Ilva” che risulta invece ancora lì, al suo posto, a minacciare decine di migliaia di posti di lavoro, diretto e indiretto, o indotto.

           Guidati dagli informati Luca De Carolis e Paola Zanca, i lettori del Fatto Quotidiano sono stati accompagnati fra “chi sale, chi scende e chi sta con chi” nel Movimento, con la maiuscola, fondato dal comico Beppe Grillo come uno scherzo in piazza a Bologna e diventato in meno di dieci anni -pensate un po’- il primo partito italiano, con una rappresentanza parlamentare paragonabile a quella che fu la Dc nella cosiddetta prima Repubblica. E’ stato un miracolo, temo, sfuggito a Padre Pio, di cui è dichiaratamente fedelissimo il presidente del Consiglio in carica. capo da statuto.jpgGià nel sommario di richiamo in prima pagina emerge tuttavia dal “viaggio” giornalistico il “capo da Statuto” del Movimento, come Luigi Di Maio viene definito all’interno da Luca De Carolis, in tutta la sua debolezza: “sempre più accerchiato tra correnti e spine”.

             In verità, nel Movimento, sempre al maiuscolo, per carità, “non esistono correnti”, fa dire tra virgolettecentri di potere.jpg ai suoi informatori lo scrupoloso De Carolis, che tuttavia aggiunge con apprezzabile onestà: “Però i centri di potere sì, eccome, con squadre annesse”. Da cui il povero Di Maio deve pur difendersi, vivaddio, specie dopo la sfortuna capitatagli con Salvini di perdere a fine maggio, nelle elezioni europee, metà dell’elettorato raccolto poco più di un anno prima. Egli difende la sua posizione sino a minacciare i dissidenti con le elezioni anticipate, ogni strada aperta.jpgche li decimerebbero, o a rimpiangere l’alleanza con i leghisti, peraltro dimostratisi così carini con lui da offrirgli nella crisi d’agosto la carica di presidente del Consiglio, al posto di un Conte già convinto di poter restare a Palazzo Chigi cambiando alleati.  “Luigi, in realtà, non vuole tornare con il Carroccio -fa dire De Carolis al suo informatore- ma farlo sospettare gli serve come strategia, per tenere a a bada i gruppi. Deve tenerli sulla corda ricordando che lui può tenersi aperta ogni strada”.

            Particolarmente scoperto è il nervo di Di Maio per la ormai cronica incapacità del gruppo parlamentare grillino della Camera di eleggere il nuovo presidente per “la stupidità della norma” internanorma stupida.jpg che reclama la maggioranza assoluta, di cui nessuno dispone proprio per le tensioni esistenti e coinvolgenti lo stesso Di Maio. Pertanto risulta particolarmente evidente “la chiara fame di caos in un gruppo sfaldato in frange”. E’ un caos che si trascina da oltre  due mesi e che ne provoca altro: per esempio, nel Pd che -racconta De Carolis- “guarda da fuori, preoccupatissimo” ciò che accade sotto le 5 stelle, le cui “croci pesano anche sui dem sempre di più”. E ciò ben al di là dei sorrisi che il segretario del Pd Nicola Zingaretti è andato a spargere ai suoi interlocutori americani in un viaggio che comunque lo farà tornare in Italia ancora più in ansia della partenza.

 

 

 

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Conte fra l’acqua all’inguine di Venezia e Matera e l’acqua alla gola di Taranto

              Tra dossier e foto accumulatisi sulla scrivania di Palazzo Chigi, o visibili sul suo computer, il presidente del Consiglio deve avere avuto qualche difficoltà a riconoscersi più nell’acqua all’inguine di Venezia e di Matera, flagellate dal maltempo, o nell’acqua alla gola di Taranto, dove lo hanno praticamente lasciato i parlamentari pugliesi delle cinque stelle che lui ha voluto incontrare, dopo un tentativo fallito sul posto nei giorni scorsi, per convincerli al ripristino del cosiddetto scudo penale per i gestori degli impianti siderurgici dell’ex Ilva.

            Anche Giuseppe Conte, come i dissidenti grillini guidati dall’ex ministra del Mezzogiorno Barbara Lezzi, sospetta che gli indiani in fuga da Taranto usino come pretesto l’abolizione di quello scudo recentemente votata Barbara Lezzi.jpgin Parlamento dalla maggioranza giallorossa, essendo in realtà preoccupati di più dalla crisi del mercato siderurgico sopraggiunta al loro contratto di affitto degli impianti, ma da buon avvocato egli sa che la questione potrebbe giocare contro il governo nella vertenza giudiziaria avviatasi presso il tribunale di Milano. Dove i gestori e forse già ex potenziali acquirenti dello stabilimento, che è da bonificare profondamente per non continuare a compromettere la salute di chi lavora e, più in generale, della popolazione, hanno denunciato proprio l’intervenuta soppressione delle tutele legali e favore di chi deve sopperire ai guasti precedenti. In assenza delle quali, a dire il vero, dovrebbe supplire una norna più generale del codice penale che però ha avuto in passato e potrebbe riavere in futuro l’inconveniente di un’applicazione non uniforme e costante da parte della magistratura, per cui ne occorre una formulazione più stringente.

            L’incontro diretto, e inutile, del presidente del Consiglio con i parlamentari dissidenti delle cinque stelle  è stato di per sé indicativo delle difficoltà esistenti nel maggiore partito della coalizione, dove a svolgere operazioni di persuasione e simili dovrebbe essere il capo del movimento, che è anche capo della relativa delegazione al governo, Luigi di Maio. Ma è da tempo ormai, Stampa.jpgalmeno dalla batosta subita nelle elezioni europee di fine maggio, per quanto puntellato dalla solita consultazione digitale improvvisata dal gestore dell’altrettanto solita piattaforma Rousseau, che la presa reale di Di Maio sul movimento è in discesa. E l’uomo che ha davvero l’unica e ultima parola a disposizione nella posizione “elevata” assegnatasi di persona, Repubblica.jpgcioè Beppe Grillo, fa a suo modo anche lui l’indiano senza esserlo. Egli parla ogni tanto come una sibilla cumana, sale e scende dal dibattito politico come dal palco dei suoi spettacoli comici, convoca in qualcuna delle sue ville capi e capetti lasciandoli all’oscuro delle sue reali intenzioni, usa il blog personale per confrontarsi direttamente con Dio e lascia che le maggioranze di turno -ieri quella gialloverde e oggi quella giallorossa- soffrano della crisi del loro principale partito, o quasi partito. Che, evitato lo scioglimento anticipato nella crisi d’agosto, continua ad avere il suo ruolo “centrale” nelle Camere elette il 4 marzo dell’anno scorso, per quanto la geografia politica del Paese stia cambiando con le elezioni regionali.

            Sino a quando potrà durare questa situazione, e con quali e quanti danni generali per il Paese, non lo sa francamente nessuno, con quanto disagio per il presidente della Repubblica è facile immaginare, dietro quella facciata di serenità e di fiducia c’egli cerca di trasmettere nelle sue uscite quasi quotidiane per onorare il suo ruolo istituzionale.

Un certo profumo di Draghi al tavolo delle riforme proposto da Giorgetti

Il “gelo” attribuito al leader leghista Matteo Salvini di fronte alla proposta del suo vice Giancarlo Giorgetti di una “Costituente” -chiaramente intesa come maggioranza e non come assemblea- per ristabilire condizioni di normale agibilità istituzionale e politica, completando le riforme costituzionali avviate con la riduzione del numero dei parlamentari e aggiornando ad esse la legge elettorale, mi ricorda un po’ le reazioni opposte nella scorsa primavera alle sollecitazioni dello stesso Giorgetti, allora sottosegretario a Palazzo Chigi, a chiudere l’esperienza del governo gialloverde.

Allora erano le crescenti difficoltà nei rapporti fra i leghisti e i grillini a preoccupare Giorgetti, sino a farlo volontariamente sfilare, con tanto di visita a Sergio Mattarella, dalla corsa alla quale si era o era stato iscritto al posto di commissario italiano nel nuovo esecutivo europeo che sarebbe nato dopo il rinnovo del Parlamento di Strasburgo. Ora sono le difficoltà, anch’esse crescenti, fra i grillini -sempre loro- e i nuovi alleati, per quanto Luigi Di Maio non voglia chiamarli così considerandoli semplici compagni di viaggio, a spingere la fantasia di Giorgetti verso quello che nella cosiddetta prima e già declinante Repubblica chiamavamo “governissimo”.

Così si traduceva giornalisticamente la prospettiva del superamento del “pentapartito” guidato da Giulio Andreotti, e condizionato dalla forte partecipazione dei socialisti, per recuperare i comunisti tornati  nel 1979 all’opposizione di loro volontà -non dimentichiamolo- dopo la stagione della “solidarietà nazionale”, pur di non farsi coinvolgere nel rafforzamento missilistico della Nato inviso all’Unione Sovietica, per quanto Enrico Berlinguer sentisse garantite dall’alleanza atlantica anche le distanze che il suo Pci aveva preso da Mosca.

Ma torniamo a Giorgetti. Le sue spinte verso la rottura con i grillini furono liquidate con i propositi che ancora Salvini esprimeva, anche dopo il successo conseguito nelle elezioni europee di fine maggio, di proseguire l’esperienza di governo gialloverde per tutta la legislatura. Egli era evidentemente convinto che Di Maio potesse e volesse contenere “la politica dei no” proprio perché indebolito dal dimezzamento dei voti in quelle elezioni. Fu una scommessa sbagliata, per cui “il capitano” si decise a staccare la spina e a provocare una crisi obiettivamente mal gestita, fra spiagge e richieste, o minacce, di “poteri pieni” e solitari che si ritorsero contro di lui.

Ora a Giorgetti che -stanco evidentemente di divertirsi, come diceva qualche giorno fa, di fronte alle difficoltà del nuovo governo e colpito dalla paura di un’eredità troppo pesante, da raccogliere poi chissà quando- ha lanciato la proposta “personale” della maggioranza costituente Salvini ha risposto che non è il momento di parlarne. Egli avverte per ora altre esigenze, come quella di far perdere alla sinistra a fine gennaio anche l’Emilia Romagna, dopo l’Umbria. Nel frattempo il governo se la vedrà con l’acciaio di Taranto e con i mille e più emendamenti alla legge di bilancio, prima della cui approvazione Conte non si sente neppure di promuovere un vertice chiarificatore della maggioranza, come ha appena annunciato in una intervista ad un giornale non certo ostile come Il Fatto Quotidiano.

La reazione temporeggiatrice di Salvini è bastata ed avanzata persino ad un giornale autorevole come il Corriere della Sera per parlare appunto di “gelo” e relegare la questione a pagina 10, in qualcosa che tecnicamente assomiglia ad una notizia ad una colonna. Nella quale tuttavia si è interpretata la proposta del vice segretario leghista come “legittimazione indiretta” dell’attuale governo, destinato quindi ad essere sostenuto da volenterosi ora all’opposizione: questa, sì, meritevole forse del “gelo” di Salvini.

Non vorrei contribuire all’Inferno cui di recente ho auspicato di sottrarre Mario Draghi trascinandolo, ora che è libero da impegniDraghi.jpg internazionali, nelle beghe della politica italiana. Ma non posso neppure ignorare che proprio la disoccupazione, chiamiamola così, dell’ex presidente della Banca Centrale Europea costituisce dal 28 ottobre scorso, cioè dalla sua partenza da Francoforte, la nuova risorsa del suo e nostro Paese.

“Grazie, Mario”, disse quel giorno il presidente della Repubblica Sergio Mattarella a Draghi, accorrendo alla cerimonia dello scambio delle consegne con la francese Christine Lagarre.. Era un grazie per quello che aveva fatto, ma forse anche un grazie preventivo per quello che potrebbe fargli personalmente, a 72 anni  peraltro così ben portati, e con le credenziali che si è guadagnato in tutto il mondo, se la situazione del governo in carica e della sua litigiosa maggioranza dovesse precipitare.

Le stesse elezioni anticipate, alle quali il capo dello Stato viene descritto, a torto o a ragione, come rassegnato in caso di crisi, avrebbero pur bisogno di un governo di garanzia. Che non potrebbe essere certamente essere quello travolto dai suoi contrasti, secondo un nutrito elenco di precedenti.

Ma di garanzia dovrebbe essere pure il cosiddetto governassimo a maggioranza “costituente”, se il tavolo di lavoro  proposto di Giorgetti dovesse rivelarsi più concreto o meno paradossale di come  altri l’hanno esorcizzato, volenti o nolenti, confinandolo fra le brevi, come diciamo noi giornalisti quando vogliamo deprezzare una notizia.

 

 

Pubblicato su Il Dubbio

Giancarlo Giorgetti è stanco di divertirsi e propone una specie di governissimo

              Il titolo o tema del convegno a Milano di cui era ospite –“Metamorfosi”- deve avere contribuito a far cambiare idea e anche umore all’ex sottosegretario a Palazzo Chigi e ora “solo” vice segretario della Lega Giancarlo Giorgetti. Che si è stancato evidentemente di divertirsi allo spettacolo del secondo governo di Giuseppe Conte, che qualche giorno fa egli si godeva sui divani di Montecitorio, compiaciuto di vedere i piddini provare sulla propria pelle gli stessi inconvenienti dei leghisti nella collaborazione con i grillini, prigionieri delle loro tensioni interne e impegnati a scaricarle sugli alleati di turno. Che poi Luigi Di Maio, capo ancòra del Movimento delle 5 Stelle per volontà di uno svogliato -scusate l’ossimoro- Beppe Grillo diviso fra le sue ville, neppure considera tali. Più che alleati, i leghisti prima e i piddini, renziani e bersaniani adesso sono considerati sotto le 5 stelle semplici compagni di viaggio.

            Consapevole dei limiti di un divertimento fine a se stesso, giusto per il gusto di vedere gli altri nei guai, che i leghisti potrebbero però ereditare rimanendone pure loro schiacciati se e quando dovessero  tornare al governo con i ritrovati -bene o male- alleati di centrodestra, Giorgetti ha proposto a titolo doverosamente “personale” -ha precisato- “una Costituente” sulle riforme della Costituzione e della legge elettorale per rimettere in piedi il Paese come sistema. Così verrebbe impiegato più proficuamente il tanto che resta di questa legislatura, cui le forze dell’attuale maggioranza giallorossa non vogliono rinunciare per il timore che a vincere le elezioni sia praticamente l’odiato Matteo Salvini. Male che vada -dicono Giuseppe Conte e compagnia apparentemente governante, al netto dell’acciaio e di tutto il resto che sta fondendo- faremo trovare Salvini alle prese con un presidente della Repubblica eletto nel frattempo dal Parlamento contro di lui e destinato a sopravvivergli e a guastargli i giochi.

            La “Costituente” pensata da Giorgetti non è ovviamente un’assemblea da eleggere a questo scopo, e inutilmente proposta da altri sulla falsariga di quella che fra il 1946 e il 1947 sostituì nel dopoguerra il Parlamento e approvò la Costituzione della Repubblica. E’ più semplicemente, o più difficilmente, secondo i gusti e nel contesto di questo Parlamento e di questa Corsera su Giorgetti.jpglegislatura, una maggioranza più larga di quella giallorossa, supportata o completata con chi sta adesso all’opposizione: magari, pure “a gratis”, come dicono a Roma, per Conte e i partiti della maggioranza -Pd e Italia dei Valori di Renzi- affrettatisi a manifestare interesse o disponibilità. Sarebbe, come ha chiosato il Corriere della Sera in una breve notizia curiosamente  relegata a pagina 10, “la legittimazione indiretta del governo Conte e la convinzione che esso durerà”. Da qui nascerebbe anche “il gelo” di Salvini. Che ha reagito alla sortita del suo vice dichiarandosi alle prese, in questo momento, con altri problemi, a cominciare dalle elezioni regionali del 26 gennaio in Emilia Romagna, e disposto ad occuparsene “più avanti”.

            Mi sembra tuttavia francamente difficile liquidare la faccenda in questi termini e pensare che Giorgetti sia tanto generoso, o sprovveduto, da non avere pensato e non pensare ad una crisi e al varo di un altro governo, o “governissimo”, come si diceva nella cosiddetta prima Repubblica, guidato non obbligatoriamente da Conte. Il mercato politico e istituzionale, diciamo così, si è proprio di recente arricchito di una personalità liberatasi dagli impegni europei come Mario Draghi. Che peraltro Giorgetti conosce molto bene e per il quale proprio di recente Salvini, spiazzando i suoi avversari, ha dichiarato di poter votare, quando sarà il momento, per il Quirinale. E pazienza se Giorgia Meloni si strapperà gli abiti in pubblico.

            Non vi dice nulla tutto questo? O tanto poco da andarlo a cercare a pagina 10 del Corriere della Sera o, nella migliore delle ipotesi, all’interno dello smilzo Foglio  con un titolo però menoIl Foglio.jpg frettoloso? Che dice: “Giorgetti fa la prima mossa”. Cui altre quindi potrebbero seguire, o essere imposte dalle crescenti difficoltà di questo governo che per il momento, e almeno sino all’eventuale approvazione del bilancio, su cui gravano già più di mille emendamenti, non sembra in grado, secondo le parole dello stesso presidente del Consiglio, di fare riunire attorno ad uno stesso tavolo i segretari dei partiti della maggioranza per chiarirsi le idee.

 

 

 

 

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Il palleggio di Giuseppe Conte anche con l’acciaio di Taranto, annessi e connessi

            La ormai nota, divertente e divertita capacità di Giuseppe Conte di palleggiare, recentemente diffusa anche per immagini, ha appena trovato il modo di applicarsi alla vicenda dell’ex Ilva di Taranto per le posizioni del presidente del Consiglio che sembrano cambiare secondo gli interlocutori con i quali ne discute.

            Il buon Alessandro Trocino sul Corriere della Sera ha raccolto e rilanciato le notizie sul capo del governo che, reduce dalla sua lodevole e improvvisa missione nello stabilimento Alessandro Trocino su Conte.jpgpugliese e dintorni, sta cercando di convincere con santa pazienza anche i grillini più contrari -quelli che vengono definiti “d’acciaio”, e con i quali neppure Luigi Di Maio riesce più a parlare, o quasi- che il ripristino del cosiddetto scudo penale per i gestori degli impianti siderurgici di Taranto da risanare può avere un peso decisivo nella vertenza giudiziaria, che gli stessi gestori hanno aperto dopo l’improvviso voltafaccia della maggioranza parlamentare. La protesta degli indiani, chiamiamoli così, potrebbe essere “un alibi”, essendo ben altre le ragioni del loro tentativo di sganciarsi nella mutata congiuntura internazionale del mercato siderurgico, ma cercare di smontarla e neutralizzarla sarebbe ugualmente ragionevole, anzi necessario.

            Ebbene, intervistato per Il Fatto Quotidiano dal direttore in persona Marco Travaglio, d’acciaio comeConte al Fatto.jpg i grillini sunnominati, sull’intenzione attribuitagli di Travaglio-Conte 1 .jpgripristinare lo scudo penale, e anche di concedere uno sconto sull’affitto degli impianti, che Travaglio definisce “prezzo d’acquisto”, nonché il ricorso alla cassa integrazione per migliaia di esuberi, Conte ha risposto: “Niente affatto”. Egli ha poi parlato della ricerca di “eventuali soggetti alternativi” agli indiani ed espresso fiducia, da avvocato e non solo da presidente del Consiglio, di mettere i Mittal e soci con le spalle al muro nel tribunale di Milano.

            A un Travaglio forse ancora sospettoso dei propositi negoziali del governo il professor Conte ha successivamente Travaglio-Conte 2.jpgraccontato: “Per stanare il signor Mittal sule sue reali intenzioni gliel’ho offerto subito” il ripristino dello scudo penale, ma “mi ha risposto che se ne sarebbe andato comunque perché il problema è industriale e non giudiziario”. Pertanto “solo continuare a parlarne ci indebolisce nella battaglia legale, alimenta inutili  polemiche e ributta la palla” -dai con la palla- “dal campo di Mittal a quella del governo”.

           Dev’essere stata musica per le orecchie del direttore del Fatto Quotidiano, che comunque alla fine dell’intervista, consultazione e non so cos’altro, si è sentito in dovere di consigliare a Conte di ridurre o prevenire la forte conflittualità all’interno della maggioranza giallorossa, da lui invece considerata giallorosa perché il rosso evidentemente dovrà ancora arrivare, chissà da dove. In particolare, egli gli ha suggeritoTravaglio-Conte 3 .jpg di riunire attorno ad uno stesso tavolo i quattro segretari dei partiti della coalizione “perché si dicano tutto in faccia” e “perfezionino il programma finora troppo vago”. E lui, Conte, quasi ringraziando del consiglio, ha detto: “Sì, è il caso. Dopo il varo della manovra”, presumo l’approvazione parlamentare del bilancio, “ho già programmato di invitarli a un week-end di lavoro: tutti parleranno fuori dai denti, poi raccoglieremo i rispettivi obiettivi, metteremo giù un cronoprogramma dettagliato perché tutti si impegnino sul che fare e su quando farlo nei prossimi tre anni e mezzo”.

           “Vasto programma”, soleva dire con scetticismo e ironia in simili occasioni la buonanima del generale francese Charles De Gaulle. Noi non abbiamo un generale così, ma mi accontento di riprendere e condividere questa impietosa rappresentazione della vicenda Taranto e dintorni appena  fatta sul Foglio dal segretario dei metalmeccanici della Cisl Il Foglio.jpgMarco Bentivogli, uno che peraltro non viaggia in auto blu o grigia ma sugli autobus, dove l’ho scorto qualche giorno fa: “Politica antindustriale, magistratura interventista, ambientalismo cieco”. E ancora: “L’Ilva di Taranto è lo specchio di un paese in guerra contro se stesso”. Non male neppure il titolo “Contro i cialtroni dell’acciaio”.

 

 

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Dal muro di Berlino ai cancelli delle ville italiane di Beppe Grillo

              Neppure Giuseppe Conte, nella confusione della vertenza giudiziaria e politica sulla ex Ilva di Taranto, saprà forse indicare lo specchio giusto fra i due nei quali lo hanno raffigurato il Corriere della Sera da una parte e Il Fatto Quotidiano dall’altra.

            Il Corriere, in particolare, lo ha rappresentato come il presidente del Consiglio che “tenta il rilancio” nella Conte sul Corriere.jpgpartita con gli indiani gestori degli impianti siderurgici, offrendo loro non solo il ripristino del cosiddetto scudo penale, abolito inopinatamente dalla sua maggioranza giallorossa nelle scorse settimane, ma anche un intervento dello Stato per aiutarli a Fatto su Conte.jpgfronteggiare la difficile congiuntura del mercato internazionale del settore, subentrata agli accordi dell’anno scorso. Il Fatto Quotidiano ha invece messo addosso a Conte una corazza d’acciaio inossidabile per portarlo “al contrattacco”, codice e pandette fra le mani, facendo vedere agli indiani i sorci verdi al tribunale di Milano con l’accelerazione della vertenza da loro stessi aperta. Sono i misteri dell’informazione e della politica, in una miscela dove l’una e l’altra diventano tossiche.

            Il fatto, non quello maiuscolo di Marco Travaglio ma quello minuscolo della realtà, è che il governo Conte 2, come quello precedente del resto, anche se sembrava nelle mani dell’allora ministro leghista Salvini sul Fatto.jpgdell’Interno Governo ostaggio.jpgMatteo Salvini, è “ostaggio delle diatribe a 5Stelle”, come ha titolato il Quotidiano del Sud diretto da Roberto Napoletano. E “diatribe” è dir poco, se persino Travaglio in un pezzo sul governo a poco più di due mesi dalla sua formazione, pur cercando di rappresentarlo nel migliore dei modi grazie alle doti attribuite al presidente del Consiglio, ha definito “marasma” la situazione in cui versano i grillini. Le cui tensioni interne -altro che la obiettiva confusione in cui si muove Matteo Renzi e quella che procura o aggrava nel Pd di Nicola Zingaretti, abbandonato apposta per farlo esplodere il prima possibile nelle sue contraddizioni- si scaricano tutte sulla compagine ministeriale e sul presidente del Consiglio.

            I grillini, la cui identità deriva solo dal nemico di turno contro cui si scatenano, come i Benetton l’anno scorso dopo  crollo del ponte a Genova e gli indiani adesso per l’ex Ilva di Taranto, sono la palude nella quale Conte è costretto a muoversi con o senza cravatta, con o senza pochette. La loro crisi d’identità, la loro originaria vocazione oppositoria, il loro rifiuto della modernizzazione perché possibile occasione di corruzione e quant’altro, il loro congenito giustizialismo si sono aggravati con la perdita progressiva di voti, inevitabile con qualsiasi alleato decidano di affrontare le urne del momento, ma anche da soli, ormai, a causa della incapacità di stare insieme a casa propria.

            E’ diffusa, e anche facile, diciamo la verità, la tentazione di attribuire la responsabilità del “marasma” sotto le cinque stelle, per ripetere Travaglio, all’imperizia e quant’altro del troppo giovane “capo” Luigi Di Maio. Cui Conte ha generosamente concesso nel salotto televisivo di Bruno Vespa la sostanziale attenuante di gestire una difficile fase di “transizione” e riorganizzazione del movimento pentastellato, perdonandogli così anche gli sgarbi che ne riceve spesso e volentieri, direttamente o a mezzo stampa, con dichiarazioni e riunioni di ministri e sottosegretari quasi alternative alle sedute del Consiglio dei Ministri. In realtà, il difetto è nel manico vero del Movimento, che è Beppe Grillo in persona, incapace di scegliere fra Di Maio e i suoi critici, o di trarre tutte le conseguenze dalle scelte quando le compie, come è avvenuto allorchè ha deciso la conferma di Conte a Palazzo Chigi e l’accordo di governo col Pd.

            L’Europa sta festeggiando in questi giorni il trentesimo anniversario della caduta del Muro di Berlino, e di tutto ciò che esso aveva costituito per tanto tempo dividendo non solo il vecchio continente ma tutto il mondo fra comunismo e anticomunismo, e  relative sfaccettature. La nostra povera Italia è paradossalmente alle prese, in Sant'Ilario.jpgquesta diciottesima legislatura nata il 4 marzo dell’anno scorso dalla conquista della maggioranza relativa ad opera dei pentastellati, non col muro ma con i cancelli delle ville dove Beppe Grillo prende o non prende le sue decisioni, tra Marina di Bibbona e il quartiere genovese di Sant’Ilario.

            Eugenio Scalfari, beato a lui, e alla sua veneranda età, si consola con la filosofia e la poesia recitando Scalfari.jpgcon Giacomo Leopardi, come ha fatto in questa domenica su Repubblica, i versi sull’immensità tra cui “s’annega il pensier mio” ed è “dolce naufragare” nel mare, anche quello a vista dalle ville del comico genovese prestatosi alla politica.  

 

 

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