Che botta, ragazzi, per i retroscenisti, analisti, specialisti e simili impegnatisi un po’ dappertutto sui giornali, stampati e questa volta anche elettronici, a descriverci lo spettacolo surreale di un Luigi Di Maio che sorride sotto i baffi, pur non avendoli, dell’apparente sconfitta subìta nel referendum digitale sotto le cinque stelle del suo movimento politico sulla “pausa elettorale” proposta nelle regioni in cui si voterà a fine gennaio: l’Emilia Romagna e la Calabria.
In realtà, anche a costo di poter sembrare travolto pure lui dal 70 per cento e più di voti contro la rinuncia a concorrere alle elezioni, lo sconfitto vero sarebbe stato Beppe Grillo -il fondatore, l’elevato” e quant’altro- che dopo avere a suo modo imposto l’alleanza di governo col Pd e dintorni avrebbe voluto fare al partito di Nicola Zingaretti anche il regalo di una sostanziale desistenza elettorale dei pentastellati, destinata ad aiutarlo nello scontro col centrodestra a trazione leghista. Che potrebbe prevalere, magari anche di poco, in entrambe le regioni pericolanti, con particolare scorno nella storica roccaforte rossa dell’Emilia Romagna, dopo che il Pd ha già perduto l’Umbria.
Da questa rappresentazione di un furbisissimo Di Maio riuscito a legare mani e piedi a Grillo, a sabotare il governo in carica, dove non è riuscito ad ottenere né la conferma a vice presidente del Consiglio né la nomina a ministro dell’Interno ma solo una specie di esilio dorato alla Farnesina, e a spingere la situazione verso un ritorno all’alleanza con i leghisti, anche a costo di passare per un debilitante turno anticipato di elezioni, nasceva l’attesa di un Grillo furente e deciso a fargliela pagare cara: sino a rimuoverlo dal ruolo di capo riconoscendosi nel diffuso e crescente malumore esistente contro il giovane ministro degli Esteri nel Movimento, con la maiuscola.
E’ accaduto invece il contrario. Grillo, evidentemente più furbo ancora di Di Maio, o l’unico furbo dell’intera compagnia pentastellata, è sceso a Roma delle sue ville e fra una visita e l’altra all’ambasciata cinese, dove è considerato evidentemente di casa, ha convocato il giovanotto
nel solito albergo davanti ai resti dei Fori imperiali per uno spettacolo davvero esilarante di aggiramento politico. Tra foto, pranzo e un quasi monologo web col suo ospite che sembrava, a torto o a ragione, ridotto ad una comparsa sorridente e compiaciuta, Grillo ha graziato politicamente Di Maio, lo ha rimesso in sella al cavallo, ha detto ai suoi avversari interni, dichiarati o occulti, di non rompere letteralmente “i coglioni”, ne ha riconosciuto la insostituibilità e gli ha promesso -o minacciato, secondo gusti e impressioni- di stargli da ora in poi “più vicino”.
Quasi come un inciso, fra un riconoscimento e l’altro, il Grillo parlante ha annunciato per gennaio, a legge di bilancio approvata in Parlamento, salvo clamorosi incidenti di percorso, un secondo e questa volta più stringente
e chiaro accordo di governo col Pd per tutto il resto della legislatura. Il che ha incoraggiato il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ad annunciare un “avanti tutta” a Repubblica in una intervista quasi liberatoria, e almeno una parte della dirigenza del Pd a tirare un sospiro di sollievo.
Di sollievo, pur mitigato con un accenno dubitativo sulla sorte del cosiddetto Bisconte, è stata la rappresentazione dello spettacolo sul Fatto Quotidiano con questo titolo: “Grillo raddrizza
i 5Stelle e forse salva il governo”. Ma già il giorno prima, non so se più per felice intuizione, o per vocazione di consigliere, comune del resto a tanti giornalisti, o per maggiori informazioni disponibili su casa Grillo, il direttore del giornale seguìto con particolare interesse sotto le cinque stelle aveva anticipato quel che ci si poteva e doveva aspettare dal fondatore ed “elevato” del Movimento. In particolare, ricordato che alla
presentazione delle liste pentastellate alle elezioni regionali emiliane e calabresi mancano 50 giorni ed esse “non si decidono a Roma nelle segrete stanze” di Di Maio e amici, Marco Travaglio aveva scritto testualmente: “Grillo ha la verve, la fantasia, l’energia e il seguito per organizzare due assemblee aperte a Bologna e a Reggio Calabria coi grillini locali e le forze politiche emergenti” e a “prendere l’ultimo treno” disponibile per realizzare attorno alle candidature imposte dal referendum digitale le condizioni, il clima e quant’altro adatto ad un’intesa col Pd del posto che scongiuri il rischio di una vittoria del centrodestra guidato dal temutissimo Salvini.
In pratica, Grillo si propone, dopo averlo graziato, o proprio per questo, di portarsi appresso Di Maio, standogli “più vicino”, come già riferito, in una inversione di rotta a favore delle intese di salvataggio del Pd nelle regioni dove esso è più immediatamente in pericolo. C’è un po’ di confusione in tutto questo, e anche di presunzione di convincere il proprio elettorato a fare qualcosa di assai poco gradito, visto il 7 per cento al quale il Movimento si è ridotto in Umbria alleandosi col Pd, ma Grillo in persona ha detto e proclamato davanti a Di Maio che “il caos è nella nostra natura”. Esso può addirittura contribuire a fare di questo “un momento magico” per i pentastellati.
L’esaltazione del caos deve essere stata musica alle orecchie dell’ambasciatore cinese a Roma amico di Grillo perché fu Mao il primo a dire: ”Grande è la confusione sotto il cielo, la situazione è quindi eccellente”. Siamo insomma all’incrocio fra la via delle stelle, o almeno delle 5 stelle, e la via della seta.
Ripreso da http://www.startmag.it e policymakermag.it
forze dell’ordine mobilitate dalle Procure per raccogliere prove di un sabotaggio industriale non ancora commesso, il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha annunciato di persona di avere strappato ai Mittal “una mutata disponibilità” a non ritirarsi dall’Italia. Non sarebbero quindi trascorse invano le ore di incontro fra le parti a Palazzo Chigi.
e nelle piazze, Grillo ha dato dei “comici” sentendone le domande sulla crisi esistente nel suo movimento. Egli ha fatto un po’ come il bue che dice cornuto all’asino, secondo un vecchio e popolarissimo proverbio applicabile -tutto sommato, a pensarci bene- anche al pur ruspante e ormai simpatico Di Pietro, che ha criticato i suoi ex colleghi magistrati alle prese con l’acciaio di Taranto e dintorni.
piattaforma Rousseau, amici e familiari di Luigi Di Maio non possono contestare gli
schiaffi che il capo ancòra del Movimento delle 5 Stelle ha rimediato sulle prime pagine di tutti i giornali per la bocciatura della “pausa elettorale” da lui proposta o sostenuta per dare un aiutino, diciamo così, al pur scomodo alleato piddino nelle elezioni regionali del 26 gennaio in Emilia Romagna e in Calabria. Dove pertanto
la sola partecipazione del Movimento pentastellato con proprie liste, scartata la strada
dell’accordo percorsa in modo fallimentare in Umbria, costituisce per il Pd di Nicola Zingaretti un pericolo serissimo di sconfitta. E ciò a vantaggio naturalmente del centrodestra a trazione leghista, per quanto possano riempirsi le piazze di “sardine” anti-Salvini durante la campagna elettorale, peraltro già avviata, specie in Emilia.
fiducioso Giuseppe Conte. I timori dei ministri sono quasi certezza a Palazzo Chigi e nella sede ancora nazarena del Pd, secondo la cronaca della cena e dintorni fatta sul Corriere della Sera da Monica Guerzoni. In effetti, è ben difficile credere che la segreteria Zingaretti e annessi e connessi, compreso il governo, potrebbero sopravvivere ad una perdita della storica regione rossa Emilia Romagna.
dedicato al giovane ministro
campano degli Esteri, e la non meno impietosa “Polvere di 5Stelle” di Repubblica, il più obiettivo e severo è stato Il Fatto Quotidiano. Che senza risparmiare nessuno, neppure Beppe Grillo, il quale ogni tanto gli affida le sue
riflessioni direttamente o indirettamente, ha
tradotto il 70 e rotti per cento del no alla “tregua” contro il 29 e rotti del sì, in un gigantesco e rosso “Vaffa della base ai capi”, anche quelli quindi che non si sono esposti come Di Maio e, peraltro, dietro le quinte non gli hanno mai dato un grande aiuto.
con un “suicidio assistito” dell’intero e pur caro Movimento 5 Stelle. Ma “assistito” poi da chi, più di preciso? Da Di Maio è difficile crederlo; da Grillo pure, per quanto col mestiere di comico che pratica da sempre si potrebbe pure sospettarlo, e immaginarne anche una smorfia di compiacimento; da Davide Casaleggio sembra impossibile per i danni economici che subirebbe la “piattaforma” da lui gestita. Non è che, sotto sotto, senza rendersene neppure conto per la non molta pratica che ha della politica, essendovi approdato solo l’anno scorso, l’assistenza possa o debba essere attribuita al presidente del Consiglio? Egli rimarrebbe davvero e finalmente senza un partito di riferimento, come con scrupolo tiene sempre a presentarsi e descriversi, sentendosi soltanto “umanista”, neppure più “l’avvocato del popolo” d’inizio della sua avventura a Palazzo Chigi.
cui ha partecipato qualche volta anche Salvini in persona. Il quale ha reagito immediatamente a mezzo stampa dandogli del “bugiardo” e dello “smemorato” perché in nessuna di quelle riunioni il presidente del Consiglio sarebbe stato autorizzato alla versione dell’intesa europea in via di definizione, e neppure nella risoluzione parlamentare approvata dopo una relazione fatta il 19 giugno da Conte. In soccorso del quale è tuttavia intervenuto l’allora ministro dell’Economia Giovanni Tria vantandosi di avere personalmente condotto le trattative dopo quella data, riferendone poi alle commissioni competenti delle Camere, col proposito riuscitogli di non far passare la linea del rigorismo oltranzista sostenuta dagli olandesi.
dell’omonimo giornale di Torino che attribuisce a Di Maio questa dichiarazione, nelle conversazioni fuori e dentro il Movimento delle 5 Stelle, di cui avrebbe tutto il diritto di essere compiaciuto l’ex alleato Salvini: “Il futuro è il sovranismo”, senza il sarcastico e ittico -da sardine-richiamo di Conte all’”operetta”.
scrivere su Repubblica che “come spesso accade, siamo precipitati nello psicodramma”, in cui “tutti recitano la loro parte sul palcoscenico romano ma pochi lo fanno con lealtà”. Ciò vale anche per la vicenda dell’ex Ilva e simili, compresa l’Alitalia, le cui sorti sono tornate in alto mare.
di Luigi Di Maio di preferire un tour politico in Sicilia alla riunione dei ministri degli Esteri del G20 in Giappone, ad Aichi-Nagoya, aiuta a capire lo stato di salute, e purtroppo anche di credibilità internazionale, del governo italiano e della sua maggioranza. “Chissà chi si accorgerà a Nagoya” dell’assenza del titolare della Farnesina “ma se l’Italia non è abbastanza interessata, pazienza. Il mondo va avanti lo stesso”, ha scritto Stefano Stefanini sul giornale torinese molto sensibile, per tradizione, alla politica internazionale.
possibile dal quadro politico del nuovo governo- in quella che lo stesso giornale fondato da Eugenio Scalfari ha definito in un vistoso titolo di prima pagina una “trappola per Conte”. O, se preferite fermarvi al cosiddetto occhiello di questo titolo, la “fine di un amore”, se davvero c’è stato amore fra Di Maio e il presidente del Consiglio, specie da quando l’uno è entrato in crisi nel proprio movimento, schiacciato dalle perdite elettorali, e l’altro è apparso, a torto o a ragione, in grado di contendergli il ruolo di guida con l’aiuto, dietro i cancelli delle sue ville, del fondatore, “elevato” e quant’altro. Che è naturalmente Beppe Grillo.
sul “richiamo del Colle al premier” sottinteso nell’iniziativa del capo dello Stato, in qualche modo emulo -aggiungerei- del clamoroso intervento dell’allora presidente della
Repubblica Sandro Pertini nella vertenza dei controllori di volo nel 1979, ai tempi del governo di Francesco Cossiga, al manifesto hanno preferito valorizzare il raduno delle “sardine” a Modena, dopo quello di Bologna, per gridare “fuori dalle scatole” a Matteo Salvini. Che osa ambire alla vittoria del centrodestra a trazione leghista nelle elezioni del 26 gennaio nella più storica delle regioni rosse: l’Emilia Romagna.
occhiello, sia pure rosso, come si chiama nel nostro gergo professionale, apposto al titolo sulla notizia del “rallentamento” delle procedure annunciate dall’azienda per lo spegnimento di un altoforno sorvegliato, diciamo così, dalla magistratura tarantina.
di centrodestra eleggano alla Presidenza della Repubblica nel 2022 un successore di Mattarella a lui -Renzi stesso- non gradito. E’ un argomento che presumo, per ragioni di galateo personale e istituzionale, metta in imbarazzo per primo il presidente in carica. Ma Renzi è così: testardo e politicamente sfacciato- ripeto- sino all’autolesionismo, come già gli accadde col referendum del 2016 perduto sulla riforma costituzionale varata dal suo governo, e pur apprezzabile sotto molti aspetti, tanto da averla votata anch’io.
movimento grillino, col quale egli ha deciso improvvisamente due mesi fa di allearsi al governo rinunciando al preventivo passaggio elettorale pubblicamente promesso, Zingaretti si è alla fine trovato a Bologna nella singolare situazione di guadagnarsi quasi a conclusione della conferenza programmatica, o come altro la si voglia definire, l’amichevole e caloroso “caro Nicola” del presidente della Confindustria Vincenzo Boccia. Che, dal canto suo, fra i due maggiori partiti dell’attuale coalizione di governo, non poteva non sentirsi a suo agio più fra i piddini che fra i grillini della infausta “decrescita felice”, mitigata
dal vantato ma un po’ troppo confuso “umanesimo” del presidente del Consiglio Giuseppe Conte. Al quale solo il ruspante Antonio Di Pietro, intervistato dal quotidiano La Verità mentre raccoglieva le olive nella sua campagna molisana, ha appena avuto il coraggio di contestare una “faccia di bronzo” e di chiedergli “figlio mio, quando diventi maggiorenne politicamente!”.
diffondere le “cosefatte” -tutta una parola, come è d’obbligo elettronico- in Campidoglio e dintorni dalla sua elezione e far
capire finalmente agli ignorantoni e disinformati romani “l’enorme lavoro” di questa incompresa eroina. Che per misteriose circostanze, tutte estranee evidentemente alla sua volontà, deve girare pure lei col fazzoletto al naso per il fetore della monnezza non raccolta, e indossare tute d’amianto prima di salire sugli autobus, più facili a prendere fuoco che ad arrivare prima o poi a destinazione, con ritardi variabili da quindici minuti a quindici ore, o quasi.
panettone in questa stagione prenatalizia, Grillo potrà tentare nella prossima, 88.ma edizione settimanale del suo blog personale di difendere la fedelissima ex ministra della Difesa Elisabetta Trenta dalla non esaltante rappresentazione appena fattane dal Corriere
della Sera per l’appartamento di servizio fattosi assegnare al momento della nomina governativa, l’anno scorso, e non restituito al momento della cessazione dall’incarico, con la formazione del nuovo Gabinetto Conte, perché nel frattempo affidato al marito maggiore, nel senso di ufficiale dell’Esercito, di grado non elevato abbastanza per disporre di quel tipo di alloggio, e pur avendo la coppia un appartamento di proprietà a Roma. Sarebbe, se confermata dalle indagini della magistratura penale e di quella contabile annunciate dal quotidiano milanese, una storiaccia più da casta -per usare un termine molto adoperato sotto le cinque stelle quando si parla degli avversari- che altro.