Quella volta che Pertini mise in riga al Quirinale generali e sindacalisti

A dispetto dei malanni di cui soffre, la politica riesce ogni tanto a ringiovanire, o a fare ringiovanire chi la segue.

L’impazienza -immagino- con la quale il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha seguito la gestione della vertenza dell’ex Ilva ad opera del governo e di tutte le altre parti -forse un po’ troppe- chiamate ad occuparsene, decidendo alla fine di incontrare i segretari dei tre maggiori sindacati nazionali che avevano bussato alla sua porta, mi ha fatto tornare indietro di 40 anni con la memoria.

Tanti ne sono infatti passati dai bei tempi di Sandro Pertini,  almeno per i rapporti di sintonia ed empatia fra il Quirinale e i cittadini, senza voler fare troppi torti ai presidenti succedutisi fra quell’indimenticato e indimenticabile capo dello Stato e Mattarella. Che per sua e nostra fortuna non ha tanti morti per terrorismo su cui piangere e ai cui funerali accorrere, come capitò a Pertini, ma ha forse vicende politiche, amministrative, giudiziarie e sindacali ancora più aggrovigliate da seguire per la confusione nel frattempo aumentata nei rapporti fra i vari poteri dello Stato.

Nell’autunno del 1979 Pertini perse letteralmente la pazienza, che in verità non aveva nella quantità quasi industriale di alcuni predecessori e successori, per il palleggio di responsabilità e competenze di fronte al rischio di una paralisi negli aeroporti per lo sciopero dei controllori di volo, allora protetti o appesantiti, secondo i vari punti di vista, dalla loro condizione di militari.

“Sono o non sono il capo delle Forze Armate?”, chiese Pertini al fidato Antonio Maccanico, segretario generale del Quirinale, stringendo in una mano la pipa e sbattendo con l’altra sul tavolo una copia della Costituzione aperta sulla pagina in cui era stampato l’articolo 87 sulle prerogative presidenziali. Maccanico gli obbietto’ che avrebbe quanto meno dovuto raccordarsi col governo. E lui non fece una piega: gli ordinò all’istante di chiamargli, nell’ordine, il presidente del Consiglio Francesco Cossiga, il ministro della Difesa Attilio Ruffini, entrambi democristiani, e quello dei Trasporti, che era il socialdemocratico Luigi Preti.

Nessuno dei tre oppose resistenza alla decisione del capo dello Stato di occuparsi personalmente della vicenda, ciascuno anzi sollevato dalla paura di non venirne personalmente a capo e curioso, quanto meno, di vedere come se la sarebbe cavata Pertini, col suo carattere fumantino, alle prese con una vertenza intricatissima come quella.

Cossiga, da poco riemerso politicamente dalla vicenda tragica del sequestro di Aldo Moro da lui gestita l’anno prima al Viminale, si limitò a sottrarsi all’invito a partecipare alla riunione con le parti, compresi i sindacati, che Pertini aveva deciso di presiedere la sera stessa di quel giorno. Egli motivò il rifiuto per non mettere il  capo dello Stato -gli disse- in imbarazzo su chi alla fine avrebbe dovuto tirare le somme.

La riunione si svolse in un clima surreale. Il povero Ruffini, nipote di un cardinale, non sapeva più come farsi il segno della croce davanti alle intemperate del presidente. Preti non pronunciò parole, lui che pure era abitualmente loquace e sarcastico. I generali e altri graduati erano paradossalmente irrigiditi sull’attenti da seduti, i sindacalisti imbarazzati nel vedersi di fronte a un presidente socialista della Repubblica e Maccanico indaffarato a conteggiare, nella sua mente, gli articoli dei codici e dei regolamenti sui quali Pertini volava come il fumo della sua pipa.

Con rassegnata disciplina tutti si piegarono alla fine alle interpretazioni delle norme e alle decisioni del capo dello Stato chiamandole mediazioni, per cui alla fine fu possibile annunciata la consolante revoca dello sciopero.

Fu una serata memorabile, alla quale seguì nell’arco di due anni, quando Pertini era ancora al Quirinale, vigile sempre come quel giorno, la cosiddetta smilitarizzazione del controllo del traffico aereo.

Mattarella, così diverso per temperamento, cultura e formazione politica da Pertini, non ha nulla naturalmente da smilitarizzare nella vicenda dell’ex Ilva  arrivata anche sulla sua scrivania. Ma, forse anche nella sua veste di presidente del Consiglio Superiore della Magistratura, vista la natura pure giudiziaria delll’intricatissima vertenza, da cui dipendono la sorte della siderurgia italiana, tantissimi posti di lavoro e parte del prodotto interno lordo, con annessi e connessi, egli ha un po’ lanciato lo stesso messaggio di inquietudine e sollecitazione, a dir poco, di quella sortita di Pertini.

Già qualcuno ha autorevolmente visto e indicato nell’intervento del presidente della Repubblica, come Marcello Sorgi sulla Stampa, “un richiamo” al governo, a cominciare dal presidente del Consiglio Giuseppe Conte, pur distintosi dai suoi predecessori politicamente più professionali per la decisione di correre sul posto e di raccogliere personalmente istanze, paure e proteste di operai e abitanti di territori dove per troppo tempo sono entrati in conflitto i diritti al lavoro e alla salute.

Parlare di un sostanziale “commissariamento” del governo da parte di un capo dello Stato dichiaratamente preoccupato del “rischio di una bomba sociale” può sembrare esagerato ai cultori del diritto e delle istituzioni, anche per la natura informale dell’incontro da lui avuto con i segretari dei tre maggiori sindacati nazionali. Ma di certo non si può neppure girare la faccia dall’altra parte e fingere che non sia accaduto nulla al Quirinale e dintorni, peraltro nel contesto di una situazione politica a dir poco difficile, se non vogliamo spingerci a definirla caotica.

È’ una situazione in cui, per esempio, le componenti della maggioranza giallorossa si muovono in ordine sparso non meno della precedente e più smilza maggioranza gialloverde. E sul bilancio dello Stato all’esame del Parlamento, con i tempi stretti imposti dalle scadenze istituzionali e dalle procedure del bicameralismo cosiddetto paritario, sopravvissuto alla fallita riforma costituzionale del 2016, gravano 4500 emendamenti, di cui 1700 proposti all’interno della stessa maggioranza di governo.  E sui quali ciascuno, inteso come partito, come gruppo, come corrente e come singolo, è pronto a  battersi con la sua brava bandiera o bandierina in mano. I numeri parlano disperatamente da soli, per quanto ottimismo possano esprimere per doveri d’ufficio il presidente del Consiglio e il ministro dell’Economia, e per quanta comprensione l’uno e l’altro si aspettino dalla vecchia o nuova Commissione Europea.

 

 

Pubblicato su Il Dubbio

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