Un certo profumo di Draghi al tavolo delle riforme proposto da Giorgetti

Il “gelo” attribuito al leader leghista Matteo Salvini di fronte alla proposta del suo vice Giancarlo Giorgetti di una “Costituente” -chiaramente intesa come maggioranza e non come assemblea- per ristabilire condizioni di normale agibilità istituzionale e politica, completando le riforme costituzionali avviate con la riduzione del numero dei parlamentari e aggiornando ad esse la legge elettorale, mi ricorda un po’ le reazioni opposte nella scorsa primavera alle sollecitazioni dello stesso Giorgetti, allora sottosegretario a Palazzo Chigi, a chiudere l’esperienza del governo gialloverde.

Allora erano le crescenti difficoltà nei rapporti fra i leghisti e i grillini a preoccupare Giorgetti, sino a farlo volontariamente sfilare, con tanto di visita a Sergio Mattarella, dalla corsa alla quale si era o era stato iscritto al posto di commissario italiano nel nuovo esecutivo europeo che sarebbe nato dopo il rinnovo del Parlamento di Strasburgo. Ora sono le difficoltà, anch’esse crescenti, fra i grillini -sempre loro- e i nuovi alleati, per quanto Luigi Di Maio non voglia chiamarli così considerandoli semplici compagni di viaggio, a spingere la fantasia di Giorgetti verso quello che nella cosiddetta prima e già declinante Repubblica chiamavamo “governissimo”.

Così si traduceva giornalisticamente la prospettiva del superamento del “pentapartito” guidato da Giulio Andreotti, e condizionato dalla forte partecipazione dei socialisti, per recuperare i comunisti tornati  nel 1979 all’opposizione di loro volontà -non dimentichiamolo- dopo la stagione della “solidarietà nazionale”, pur di non farsi coinvolgere nel rafforzamento missilistico della Nato inviso all’Unione Sovietica, per quanto Enrico Berlinguer sentisse garantite dall’alleanza atlantica anche le distanze che il suo Pci aveva preso da Mosca.

Ma torniamo a Giorgetti. Le sue spinte verso la rottura con i grillini furono liquidate con i propositi che ancora Salvini esprimeva, anche dopo il successo conseguito nelle elezioni europee di fine maggio, di proseguire l’esperienza di governo gialloverde per tutta la legislatura. Egli era evidentemente convinto che Di Maio potesse e volesse contenere “la politica dei no” proprio perché indebolito dal dimezzamento dei voti in quelle elezioni. Fu una scommessa sbagliata, per cui “il capitano” si decise a staccare la spina e a provocare una crisi obiettivamente mal gestita, fra spiagge e richieste, o minacce, di “poteri pieni” e solitari che si ritorsero contro di lui.

Ora a Giorgetti che -stanco evidentemente di divertirsi, come diceva qualche giorno fa, di fronte alle difficoltà del nuovo governo e colpito dalla paura di un’eredità troppo pesante, da raccogliere poi chissà quando- ha lanciato la proposta “personale” della maggioranza costituente Salvini ha risposto che non è il momento di parlarne. Egli avverte per ora altre esigenze, come quella di far perdere alla sinistra a fine gennaio anche l’Emilia Romagna, dopo l’Umbria. Nel frattempo il governo se la vedrà con l’acciaio di Taranto e con i mille e più emendamenti alla legge di bilancio, prima della cui approvazione Conte non si sente neppure di promuovere un vertice chiarificatore della maggioranza, come ha appena annunciato in una intervista ad un giornale non certo ostile come Il Fatto Quotidiano.

La reazione temporeggiatrice di Salvini è bastata ed avanzata persino ad un giornale autorevole come il Corriere della Sera per parlare appunto di “gelo” e relegare la questione a pagina 10, in qualcosa che tecnicamente assomiglia ad una notizia ad una colonna. Nella quale tuttavia si è interpretata la proposta del vice segretario leghista come “legittimazione indiretta” dell’attuale governo, destinato quindi ad essere sostenuto da volenterosi ora all’opposizione: questa, sì, meritevole forse del “gelo” di Salvini.

Non vorrei contribuire all’Inferno cui di recente ho auspicato di sottrarre Mario Draghi trascinandolo, ora che è libero da impegniDraghi.jpg internazionali, nelle beghe della politica italiana. Ma non posso neppure ignorare che proprio la disoccupazione, chiamiamola così, dell’ex presidente della Banca Centrale Europea costituisce dal 28 ottobre scorso, cioè dalla sua partenza da Francoforte, la nuova risorsa del suo e nostro Paese.

“Grazie, Mario”, disse quel giorno il presidente della Repubblica Sergio Mattarella a Draghi, accorrendo alla cerimonia dello scambio delle consegne con la francese Christine Lagarre.. Era un grazie per quello che aveva fatto, ma forse anche un grazie preventivo per quello che potrebbe fargli personalmente, a 72 anni  peraltro così ben portati, e con le credenziali che si è guadagnato in tutto il mondo, se la situazione del governo in carica e della sua litigiosa maggioranza dovesse precipitare.

Le stesse elezioni anticipate, alle quali il capo dello Stato viene descritto, a torto o a ragione, come rassegnato in caso di crisi, avrebbero pur bisogno di un governo di garanzia. Che non potrebbe essere certamente essere quello travolto dai suoi contrasti, secondo un nutrito elenco di precedenti.

Ma di garanzia dovrebbe essere pure il cosiddetto governassimo a maggioranza “costituente”, se il tavolo di lavoro  proposto di Giorgetti dovesse rivelarsi più concreto o meno paradossale di come  altri l’hanno esorcizzato, volenti o nolenti, confinandolo fra le brevi, come diciamo noi giornalisti quando vogliamo deprezzare una notizia.

 

 

Pubblicato su Il Dubbio

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