Quella fortezza (in)espugnabile del Palazzo dei Marescialli

Non mi ero ancora ripreso dalla visione di Luca Palamara senza barba da Massimo Giletti in veste addirittura di benemerito “mediatore” e immeritato “capro espiatorio”, non di navigato tessitore correntizio di carriere giudiziarie o altro ancora, e mi è capitato di leggere l’altra mattina una intervista a dir poco disarmante di Claudio Martelli. Che pure è stato considerato ai suoi tempi di governo il migliore ministro della Giustizia da un uomo che non era certamente di gusti e attese facili: l’allora temutissimo capo della Procura di Milano Francesco Saverio Borrelli. Il quale fu davvero rammaricato di averlo visto costretto a dimettersi da guardasigilli per il coinvolgimento in quella Tangentopoli che lo stesso Borrelli e i suoi sostituti si erano proposti di demolire senza badare a mezzi, anche a costo di suicidi fuori e dentro le carceri. Furono considerati incidenti di percorso, come di auto agli incroci senza semaforo.

Non parlo poi della stima, e infine anche dell’amicizia, di quel fior fiore di magistrato che era Giovanni Falcone, di cui Martelli formalizzò l’arrivo al Ministero della Giustizia come direttore Falconedegli affari penali pazientemente preparato dal suo predecessore in via Arenula Giuliano Vassalli e dall’allora presidente della Repubblica Francesco Cossiga. Il quale mi raccontò di avere “quasi incantenato” ad una sedia del Quirinale il suo amico magistrato quando, nel passaggio da Vassalli a Martelli, andò a esprimergli il timore di esporsi a qualche supplemento di critiche e attacchi nel mondo giudiziario per essersi occupato, sia pure di striscio, del nuovo ministro come magistrato inquirente quando i socialisti furono accusati di essersi guadagnati i voti della mafia in Sicilia. Dove proprio a Martelli il segretario del partito Bettino Craxi aveva conferito il ruolo di capolista.

“Tu non ti muovi da qui sino a quando non ci ripensi e non ti lasci salvare dopo tutto quello che abbiano fatto per portarti via da Palermo”, mi raccontò Cossiga di avere detto a Falcone piegandone le resistenze. Non Cossigaimmaginava, il povero Cossiga, che non sarebbe riuscito a salvare l’amico neppure portandolo via dalla Sicilia, dove a minacciarlo non erano solo i mafiosi ma -ahimè, pur per altre vie- i colleghi magistrati invidiosi della sua bravura e i politici dell’isola, a cominciare dall’allora e ancora sindaco di Palermo Leoluca Orlando. Che lo immaginavano impegnato -pensate un po’- a nascondere fascicoli e a proteggere il cosiddetto “terzo livello” della criminalità mafiosa.

Quel plurale usato da Cossiga per ricordare a Falcone quanti si erano spesi per cercare di aiutarlo era riferito non solo a Vassalli, nel frattempo andato alla Corte Costituzionale, e al suo successore ma anche all’allora presidente del Consiglio Giulio Andreotti e a un amico di famiglia del magistrato, per via dei rapporti fra le mogli risalenti agli anni di scuola, che era il democristiano Calogero Mannino. Si, proprio lui: l’uomo destinato a provare sulla sua pelle gli inconvenienti di una giustizia amministrata in modo a dir poco discutibile, che da vittima designata della mafia si trovò ad essere rappresentato come un complice, fra gli ispiratori, se non il maggiore, della famosa “trattativa” nella stagione delle stragi, più volte assolto ma non per questo lasciato finalmente in pace da chi ne è evidentemente ossessionato.

Con queste storie alle spalle, che ho evocate anche perché addebitali in fondo ai criteri di lottizzazione correntizia e politica dei magistrati nei loro avanzamenti di carriera, inevitabilmente a scapito dei meriti, pur se Palamara ha disinvoltamente sostenuto nel salottoMartelli televisivo di Giletti che le scelte sono sempre state ugualmente di alto livello, che cosa mi fa l’ex guardasigilli e amico Claudio Martelli? Stecca nel giusto coro Martelli alla Veritàdelle proteste di fronte allo scenario emerso dalle intercettazioni di Palamara sollecitando praticamente il presidente della Repubblica, in una intervista alla Verità di Maurizio Belpietro, a convincere i consiglieri superiori del Palazzo dei Marescialli “da lui nominati” a dimettersi per creare le condizioni necessarie allo scioglimento anticipato dell’organo di autogoverno della magistratura.

Ma di consiglieri superiori di nomina presidenziale non me ne risultano, diversamente dai giudici costituzionali, cinque dei quali su 15 sono nominati appunto dal capo dello Stato. A meno che Martelli non intenda per consiglieri superiori nominati dal presidente della Repubblica quelli di diritto. Che sono, in base all’articolo 104 della Costituzione, il primo presidente e il procuratore generale della Corte di Cassazione: solo due, non certo sufficienti a paralizzare il Consiglio Superiore facendogli mancare il numero legale.

Purtroppo il capo dello Stato non ha alternative all’attesa o dell’autodemolizione improbabile del Consiglio, per rinuncia della maggioranza dei suoi esponenti a reggere la pesante situazione obiettivamente creatasi con la palamarite, o della sua riforma in cantiere nel governo. Dove personalmente non mi faccio illusioni sulla fretta un po’ da tutti dichiarata a parole, visto lo strumento della delega legislativa che vedo affiorato dalle cronache. E che per prassi ormai consolidata significa, per i tempi, l’opposto di quello che sembra.

Il ministro Alfonso Bonafede ha detto alla  Stampa, che “tra una cosa e l’altra” occorrerà  “un anno”, addirittura, con tutto quello che è venuto fuori Bonafedee con lo sconcerto che ha Bonafede alla Stampaprovocato, a cominciare dal Quirinale. Tuttavia – ha aggiunto il guardasigilli- in attesa della riforma del funzionamento del Consiglio “le regole sull’elezione saranno subito in vigore”. E’ come pretendere di costruire una casa dal tetto, come si è d’altronde già cercato di fare in Italia tentando di aggirare una vera riforma costituzionale modificando continuamente la legge elettorale. Stiamo freschi.

 

 

 

 

Pubblicato sul Dubbio

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I 74 anni non ben portati, purtroppo, della nostra cara Repubblica

            La nostra Repubblica -quella vera, non di carta- porta un po’ maluccio, diciamolo francamente, i 74 anni trascorsi dal referendum istituzionale del 2 giugno 1946. Porta decisamente meglio i suoi quasi 79 anni, cinque in più, il presidente Sergio Mattarella. Che è appena tornato-  purtroppo inutilmente, vista la mancata rinuncia dei promotori di tutte le manifestazioni Mattarella al concertodi protesta appositamente organizzate per oggi- a chiedere, invocare e quant’altro l’unità necessaria alla ripresa, o rigenerazione. Di cui tutti si riempiono solo la bocca, ciascuno scaricando sull’altro la responsabilità di una crisi che solo gli stolti possono negare.

             A piegare il giunco della Repubblica italiana non sono stati i 100 giorni dell’epidemia virale, che peraltro ci accompagnerà anche nelle vacanze. E con cui dovremo rassegnarci a convivere sino a quando non ce ne libererà davvero il vaccino cui stanno lavorando ricercatori e scienziati. Certamente non è stata neppure la nostalgia della Monarchia, pur sconfitta di misura, e con sospetti di brogli, nel referendum del 1946.

             Ben più dei 100 giorni dell’epidemia virale in cui abbiamo dovuto vedere non le articolazioni ma le disarticolazioni dello Stato, con le solite appendici giudiziarie per la ricerca delle responsabilità di ritardi e quant’altro, pesano sulle spalle della Repubblica i 10.950 giorni degli almeno ultimi trent’anni trascorsi inutilmente per adattare la Costituzione ai tempi via via cambiati dal 1946, o dal 1948, quando essa entrò in vigore. E “inutilmente” è già un avverbio generoso, perché siamo riusciti -purtroppo tutti insieme, come popolo e corpo elettorale- o a non cambiare una Costituzione sorpassata dai tempi, bocciando le due riforme proposte con una certa organicità da maggioranze politiche di segno opposto, o a a peggiorarla con le uniche modifiche che abbiamo fatto passare.

             Mi riferisco, a quest’ultimo proposito, alla riforma del titolo quinto -quello delle competenze regionali- improvvisata dal cosiddetto centrosinistra allo scopo esclusivo e tutto tattico, peraltro fallito, di impedire a suo tempo una nuova alleanza tra Silvio Berlusconi e la Lega federalista di Umberto Bossi. Ne stiamo sperimentando i danni proprio alle prese con l’epidemia virale, per non parlare di tutti i conflitti fra Stato e regioni che ha dovuto dirimere negli anni scorsi la Corte Costituzionale.

              Ma oltre al titolo quinto vanno ricordati gli interventi sulla Costituzione eseguiti a furor di partiti, senza neppure il bisogno di passare per i referendum confermativi, inseguendo le Procure per rovesciare masochisticamente i rapporti di forza voluti dai costituenti fra la politica e la magistratura. Siamo così passati dalle Procure della Repubblica alla Repubblica delle Procure, dove peraltro le carriere si fanno trojanamente, diciamo così: dal nome dell’applicazione che ha trasformato in una spia, o fogna, a cielo aperto il telefonino di uno dei gestori più attivi di quelle carriere. Che, poveretto, si è appena presentato alla televisione sentendosi un benemerito “mediatore” fra le cosiddette correnti delle toghe.

             Lasciatemi infine versare qualche lacrima anche su quei surrogati di riforme che sono state le tante leggi elettorali susseguitesi in trent’anni per consentire di parlare del tutto a torto di prima, seconda e persino terza Repubblica, a vizi e inconvenienti invariati, o persino peggiorati. Consolarsi con le pur belle frecce tricolori svettate festosamente nei cieli d’Italia mi sembra francamente un po’ poco.  

 

 

 

 

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Il virus non è morto e neppure indebolito, ma possiamo conviverci con le dovute cautele

Il professore associato di malattie respiratorie Salvatore Damato fa il punto del Covid 19 al 31 maggio in Italia elaborando i dati lab24.ilsole24ore.com/coronavirus.

Dal 1° marzo la percentuale dei contagiati  con tampone ancora positivo è scesa da 88% al 18%. Con il mese di giugno si conclude praticamente una prima fase, di poco più di tre mesi,  dell’andamento dell’epidemia.

Vale la pena fotografare la situazione riferendo i dati per 100.000 abitanti. A livello nazionale il numero dei contagi (prevalenza statica) è di 386.  La regione più rappresentata è la Valle d’Aosta con 942 contagiati, seguita dalla Lombardia con 884, il Piemonte con 703 ed il Trentino Alto Adige con 655. Le regioni meno rappresentate sono la Basilicata con 71 contagiati e la Calabria con 59. A livello provinciale, troviamo Cremona con 1799 contagiati, seguita da Piacenza con 1563. Le provincie meno rappresentate sono in Sicilia: Trapani con 33 contagiati e Ragusa  con 30.

L’apparente contradizione tra i dati delle regioni sopra individuate è determinata dalla situazione della esecuzione dei  tamponi diagnostici. In Italia come Nazione ne sono stati effettuati 6464 ogni 100.000 abitanti. In Lombardia sono stati 7538, in Valle d’Aosta 12162 ed in Trentino Alto Adige 14468.

Non ho trovato disponibile il dato relativo ai tamponi eseguiti più volte nello stesso soggetto. In termini temporali, in Italia, nel corso dei tre mesi sono stati eseguiti 43000 tamponi al giorno, contro i 70000 della Germania. Questo implica che il numero dei contagiati reali in Italia è enormemente superiore a quello riportato nelle statistiche. La prevalenza dei contagiati  in Italia  è troppo bassa per rendere statisticamente affidabili i risultati dei test sierologici per gli anticorpi, che hanno una intrinseca imperfetta sensibilità (falsi-negativi) e specificità (falsi-positivi).

In merito alla decisione di aprire i confini tra regioni e nazioni europee, vale la pena rifarsi al pragmatismo degli amici tedeschi. Si penalizza l’apertura per i  territori che hanno un significativo incremento giornaliero dei nuovi casi: il numero è 50 nuovi casi in sette giorni per 100.000 abitanti (incidenza). L’Italia, il 31 maggio, ne contava 5,71 (calcolato su media mobile di 7 giorni. La Lombardia (con la massima incidenza in Italia) ne contava  19,31; la provincia di Varese (con la massima incidenza in Lombardia)  19,71.

Raccomandazioni-  Ho illustrato in un precedente intervento le opzioni terapeutiche rese disponibili  e in uso per curare gli infetti sintomatici in ambiente anche ospedaliero, comunque in isolamento. La diagnosi precoce è fondamentale.  Il virus non è morto e neanche indebolito. Esso sa e può uccidere.  E’ necessario eseguire i tamponi in svariati milioni di cittadini sospetti o sintomatici, oppure selezionati con il criterio della casualità, rappresentatività  e volontarietà.

Bisogna continuare a salvaguardare le vie aeree con le distanze fisiche e le mascherine per ridurre la possibilità di contagiarsi e proteggere i concittadini dalla nostra inconsapevole possibilità di infettare. Abbiamo il dovere di collaborare tutti alla ripresa economica e sociale della nostra comunità. Il contributo più significativo consiste nel rendere sempre più difficile la permanenza e la diffusione del virus nei nostri territori.

Lo so, servirebbero anche molte altre cose. Ringrazio mio fratello Francesco per avermi ospitato nel suo blog e mi congedo dai lettori, facendo gli auguri a tutti noi per i difficili mesi che ci aspettano. Grazie.

Grafici 

Grafici- I risultati dei nostri sacrifici nell’ultimo trimestre. A sinistra, l’andamento giornaliero con valori assoluti. A destra, l’andamento dei dati giornalieri espressi come media mobile di sette giorni.

Salvatore

salva.damato@libero.it

 

 

L’imprevisto passaggio di Luca Palamara dalle forbici al rasoio…

             Di Luca Palamara nel salotto televisivo di Massimo Giletti, in orario non protetto per la buona abitudine dei genitori di mandare in tempo a letto i bambini, mi sono rimaste impresse due cose resistendo più volte al sonno per l’ora non po’ troppo avanzata anche per la mia ormai tarda età. Una è la barba che si è tagliata il magistrato sotto indagine a Perugia, l’altra l’uso ch’egli fa del rasoio anche fuori dal bagno, ora che ha sostituito le forbici, per parlare di chi lo tiene sotto tiro, fra la Procura di Perugia, il Consiglio Superiore del Palazzo dei Marescialli e i  giornali.

            Senza barba l’uomo è diventato più vicino alla sua effettiva età -51 anni compiuti- di quanto apparisse prima, quando forse quella massa compatta di nerume contribuiva ad aumentare anche Palamara ieriil peso che si era procurato fra Palamara oggile toghe, ma pure all’esterno, da domino delle loro carriere. La porta del suo ufficio, prima di presidente dell’associazione nazionale dei magistrati e poi di consigliere superiore nel Palazzo dei Marescialli, era diventata per sua stessa ammissione il terminale di una fila di aspiranti, o questuanti. Che vedevano in lui più il dominus -ripeto- che il “mediatore” fra correnti e quant’altro, com’egli stesso ha voluto modestamente rappresentarsi in televisione

            Di solito il ricorso alla barba o la sua rimozione, quando la si è tenuta a lungo, denota stanchezza o fastidio, e voglia di cambiare davvero pagina nella propria vita. Lo dico anche per esperienza personale, avendo fatto ricorso alla barba dopo una troppo faticosa esperienza professionale, che mi aveva procurato più amarezze che soddisfazioni, come se avessi fatto con troppo ritardo il servizio militare che mi ero risparmiato all’età giusta per un’esenzione da occhiali: gli stessi che, sempre in gioventù, mi avevano precluso un’assunzione alla Rai -pensate un po’- guadagnatami con tanto di concorso. Poi quella barba me la tagliai sentendomi peggio di prima.

            Non so se, a parti rovesciate, farà così anche Palamara. Di cui non so neppure se riuscirà a rimanere in magistratura, o dovrà cambiare mestiere. So però che il rasoio al quale è tornato l’ha usato -nel salotto di Giletti, che non è l’arena, come dice il titolo della trasmissione, ma molto vi assomiglia-  è passato un po’ pesante sul volto dei magistrati che, indagandolo per corruzione, prima gli hanno infilato nel telefonino quel maledetto “trojan”, trasformandolo in una specie di ordigno nucleare, o in una spia in servizio permanente effettivo, e poi ne hanno diffuso il materiale col ventilatore di ciò che una volta, parlando della politica, il mio caro amico Rino Formica definì impietosamente “sangue e merda”.

            Di fronte allo spettacolo prodotto dalla diffusione di questo materiale, altamente  nocivo anche per noi giornalisti, spesso risultati più spalle che cronisti o osservatori dei magistrati in carriera, anzi in carrierismo, Palamara ha promesso a Giletti, ai telespettatori e ai suoi ancora colleghi in toga, ma forse anche ai politici affrettatisi a farne il solito uso improprio, oltre che proprio, che non si farà trasformare in “capo espiatorio”. Ma così Palamara si è forse assegnato il compito più difficile davvero della sua vita: un compito da far tremare le vene ai polsi. Vasto programma, avrebbe detto la buonanima del generale Charles De Gaulle.

 

 

 

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Matteo Renzi gioca adesso a scacchi, non a carte, con la politica

             Credo che ci sia ben poco da leggere della “Mossa del cavallo” di Matteo Renzi in arrivo nelle librerie, viste le tante anticipazioni affidate ai giornali dell’ultima domenica di maggio. Che le hanno pubblicate anche con evidenza: qualcuno con malanimo, come La Verità di Maurizio Belpietro. Che ne ha affidato a Daniele Capezzone una stroncatura.. radicale Libro di Renzicome il passato del recensore.

             A Belpietro è rimasto forse indigesto il ruolo a torto o a ragione attribuito a Renzi nel suo brusco allontanamento dalla direzione di Libero, un altro quotidiano dell’area di centrodestra, in occasione dell’allora incipiente campagna referendaria del 2016  sulla riforma costituzionale. Ai cui contenuti Belpietro era contrario, diversamente dall’editore Antonio Angelucci ben disposto, nonostante la contrarietà annunciata dal suo partito, Forza Italia. Che pure all’avvio, quanto meno, di quella riforma aveva contribuito con il cosiddetto “patto del Nazareno”, naufragato nel 2015 per l’elezione di Sergio Mattarella al Quirinale, non concordata dall’allora presidente del Consiglio con Silvio Berlusconi, tifoso invece di Giuliano Amato.

              Sembra preistoria politica, nonostante siano trascorsi solo 5 anni, mica i 26 dalla nascita della cosiddetta seconda Repubblica dopo il crollo della prima con l’esplosivo metaforico delle indagini giudiziarie sul finanziamento illegale e generalizzato di partiti, correnti, leader, leaderini e aspiranti, spesso -ma non sempre, come ritenuto dalle Procure- con la coda della corruzione.

              Renzi dalle anticipazioni del suo libro mi sembra ossessionato dai sondaggi, convinto che essi non siano “il vaccino” di cui ha bisogno “il populismo”, oltre al coronavirus che ci ha spinto verso una recessione spaventosa. “I sondaggi ti dicono quanto sei simpatico, i dati Istat quanto sei capace”, ha scritto l’ex segretario del Pd e ora leader di Italia Viva accingendosi -temo- ad attribuire all’attuale governo, pur partecipandovi con una “delegazione”, come si dice in gergo tecnico, anche quella parte di responsabilità che non ha nell’arrivo dello tsumani economico da tutti previsto. E anche dei “forconi” evocati, sempre nella maggioranza, da quel centrista e democristiano per definizione che è l’ex presidente della Camera Pier Ferdinando Casini. Il quale è tornato al Senato due anni fa non a caso come ospite, nella sua Bologna, delle liste del Pd ancora guidato da Renzi.

              Capisco bene l’insofferenza, quanto meno, del senatore di Scandicci, come lo stesso Renzi preferisce ogni tanto chiamarsi con falsa modestia, per i sondaggi. Che non sono molto generosi con la sua Italia Viva, appena valutata da Nando Pagnoncelli sul Corriere della Sera attorno al 3 per cento delle “intenzioni di voto”, contro il 4,8 assegnatole nell’autunno scorso, quando il nuovo partito nacque portandosi appresso un bel po’ di deputati e senatori del Pd: sufficienti, questi ultimi, a risultare decisivi a Palazzo Madama per la tenuta della maggioranza giallorossa voluta proprio da Renzi per impedire le elezioni anticipate e l’allora scontata vittoria dell’”altro Matteo”, come un po’ tutti ormai chiamiamo Salvini. E quelli di Pagnoncelli sono i sondaggi migliori per Renzi, perché ce ne sono altri -nei quali Marco Travaglio intinge i biscotti facendo colazione alla scrivania di direttore del Fatto Quotidiano- che fanno vagare Renzi fra l’1 e il 2 per cento.

             Chi di sondaggi ferisce di sondaggi perisce, viene voglia di dire pensando a quando e quanto piacevano a Renzi nella postazione di Palazzo Chigi. Il vento allora sembrò soffiare forte per un pò sulle sue vele, sino a far volare le carte alle quali egli giocava, invece degli scacchi.

Miracolo al Fatto Quotidiano: la Pm contestata conserva intatto il suo nome

Miracolo al Fatto Quotidiano, il cui direttore Marco Travaglio è tornato di persona, con tanto di editoriale dal misurato titolo, tutto sommato, delle “sentenze preventive”, sulla procuratrice aggiunta Titolo Travagliodi Bergamo Maria Cristina Rota. Alla quale sono state  contestate, in particolare, le dichiarazioni rilasciate addirittura al Tg3, almeno una volta caro a certa sinistra manettara, dopo avere interrogato per un paio d’ore il “governatore” leghista della Lombardia Attilio Fontana, ma anche altri.

            Il torto della magistrata d’accusa sarebbe stato e sarebbe naturalmente quello di essersi “bevuta” -ha scritto Travaglio- la lettura fontaniana delle leggi secondo cui avrebbe dovuto essere il governo e non la Regione a chiudere come “zone rosse” nei mesi scorsi i Comuni di Alzano Lombardo e Nembro, nel Bergamasco, per i troppi contagi da coronavirus.

            Il miracolo sta nel fatto, minuscolo, che Maria Cristina Rota, a dispetto delle abitudini di Travaglio, ha conservato intatti nell’editoriale i suoi nomi e cognome, pur con tutte le occasioni cui Travagliosi prestavano per essere storpiati nella foga della polemica. Ha conservato anche  il diritto di essere chiamata solo “la signora” nel momento in cui le è stata contestata la lettura o l’interpretazione delle leggi in vigore, che avrebbero dovuto indurla a dare torto al “governatore”. Il quale, ascoltato come persona informata dei fatti, al plurale, si sarebbe meritato da un altro procuratore quanto meno un sospetto di “falsa testimonianza”.

            Meno male che “la signora”, pur meritevole di un intervento della Procura Generale per “l’avocazione” di una pratica alla quale evidentemente non si sarebbe preparata a dovere, ha avuto l’accortezza in qualche modo confortevole per TravaglioTravaglio 2 di precisare che le indagini, vista la loro “complessità”, saranno “lunghe”. Abbastanza lunghe -deve essersi augurato Travaglio- da fare cambiare idea alla stessa procuratrice aggiunta di Bergamo e di restituire serenità e  fiducia al presidente del Consiglio e ai ministri interessati. Che debbono avere raccolto le dichiarazioni televisive della magistrata con la stessa sorpresa e disapprovazione del direttore del Fatto Quotidiano. Di cui il meno che si possa dire è che al momento è il giornale più filogovernativo sulla piazza, prontissimo a fare le pulci ai quotidiani più diffusi che si permettono ogni tanto di avanzare critiche o di esprimere soltanto qualche preoccupazione per i provvedimenti faticosamente partoriti dall’esecutivo e per le precarie condizioni della maggioranza giallorossa. Dove le tensioni sono generalmente più  numerose delle ore di una sola giornata.

Mario Draghi: il più osservato, il più atteso, forse il più temuto

Chi c’è stato, fra i 46 “magnifici” selezionati per ascoltare nel salone di Palazzo Koch le “considerazioni finali” del governatore della Banca d’Italia, mi ha assicurato che quel centinaio di occhi super aperti, nonostante l’ingombro delle mascherine e le distanze di sicurezza imposte da questi tempi di coronavirus, vagavano solo fra tre obiettivi.

             Uno era naturalmente il governatore Ignazio Visco, non foss’altro perché stava di fronte a tutti. L’altro era il presidente del Senato, o la presidente, Maria Gilet arancioni a MilanoElisabetta Alberti Casellati per Casellatiil colore vistosamente arancione della mascherina scelta per l’occasione: arancione scomodamente uguale ai gilet di protesta nelle piazze dei sovranisti dell’ex generale dei Carabinieri Antonio Pappalardo. L’altro ancora, seduto in prima fila al penultimo posto a destra, era Mario Draghi. Che peraltro dispone nel palazzo di via Nazionale, a poche centinaia di metri dal Quirinale, di un ufficio messogli a disposizione come governatore Draghi in Banca d'Italiaemerito, essendo stato al posto di Visco per sei anni, prima di diventare presidente della Banca Centrale Europea. Dove  ha lasciato, da par suo,  il segno salvando praticamente la giovane moneta comunitaria dalla crisi che minacciò di travolgerla otto anni fa.

            Anche gli occhi di Visco quando si alzavano dal testo delle considerazioni finali cadevano più frequentemente su Draghi che su altri. E al pari degli altri, forse, anche se tutti smentirebbero se fossero interpellati sul problema, pensando più a quel che “Super Mario”  potrebbe diventare che a quel che è stato.

            Che cosa, in particolare, potrebbe diventare Draghi lo sanno ormai anche i marciapiedi di Roma: più che il successore di Sergio Mattarella al Quirinale fra meno di due anni, come Scalfariha mostrato oggi di desiderarlo Eugenio Scalfari su Repubblica, il successore ben prima di Giuseppe Conte a Palazzo Chigi per un governo di emergenza e solidarietà nazionale imposto dagli effetti della crisi virale. Fra i quali ci sono i 13 punti in meno del pil, inteso come prodotto interno lordo, previsti da Visco e la fluidità, a dir poco, di un po’ tutti i partiti che contribuiscono agli equilibri politici nazionali, di maggioranza e di opposizione.

            Ormai, di questi partiti, come dimostra l’ultimo sondaggio di Nando Pagnoncelli per il Corriere della Sera,  non ce n’è più uno nettamente prevalente su tutti negli orientamenti dell’opinione pubblica. I maggiori sono distanziati gli Sondaggio Pagnoncelliuni dagli altri dai tre agli otto punti.  E se vi è un contrasto vistoso fra questi orientamenti e la distribuzione dei seggi parlamentari avvenuta con i risultati elettorali del 2018, nettamente favorevoli al movimento delle 5 stelle, questo è un ulteriore elemento di debolezza del quadro politico. Che è solido, attorno a quel movimento, prima con una maggioranza gialloverde e ora con una maggioranza giallorossa, solo in apparenza, come in una facciata di cartone. Dietro la quale lo stesso Scalfari domenica scorsa, pur volendolo ancora al suo posto oltre l’autunno, ha descritto il povero Conte impegnato a guadagnarsi “giorno per giorno” l’appoggio di ciascuno dei partiti della maggioranza, “soprattutto” del movimento grillino. Che pure a Palazzo Chigi lo portò nel 2018 e lo impose alla sinistra l’anno dopo, nel cambio di coalizione.

            Consapevole di tutta quest’attenzione su di lui, un po’ forse compiaciuto ma un po’ anche spaventato, visto che gli toccherebbe malvolentieri un’eredità difficilissima da gestire, Draghi è stato il primo ad arrivare venerdì nel salone di Palazzo Koch, evitando l’arrivo fra gli ultimi, che si nota sempre di più, ed è stato fra i primi a lasciarlo.

 

 

 

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Finalmente un magistrato d’accusa riesce a spiazzare il giornale di Travaglio

            Finalmente -è proprio il caso di dirlo- è comparsa sulla scena nazionale, per il rilievo attribuito ormai all’indagine che sta conducendo- un magistrato dell’accusa capace di sorprendere, o addirittura scandalizzare, Il Fatto Quotidiano diretto da Marco Travaglio. Che di solito si riconosce nelle Procure e ne ascolta le musiche con la passione del melomane.

            Più che di un magistrato, in verità, si tratta questa volta di una magistrata: la procuratrice aggiunta di Bergamo Maria Cristina Rota. Che dopo due ore di interrogatorio del “governatore” della Lombardia Attilio Fontana come persona informata dei fatti, ha ritenuto di potersi subito esprimere sulla vicenda cavalcata proprio dal Fatto, ben prima che su quel cavallo saltassero i parlamentari delle 5 Stelle, in particolare, fino a provocare disordini nell’aula della Camera.

           Maria Cristina Rota ha mostrato di condividere la linea difensiva del “governatore”. Che, accusato dal giornale di Travaglio, prima ancora che dalla Procura di Bergamo, di non avere ordinato nei mesi scorsi la chiusura di Alzano e Nembro come “zone rosse” contagiatissime dal coronavirus, sostiene che la competenza di una simile decisione spettasse al governo nazionale, non regionale.

            Con la sua sortita, fatta lodevolmente alla luce del sole per non privilegiare scoop giornalistici di soFintana travestito da Pmrta sul versante politico del centrodestra, come molte volte accade al contrario, in via riservata, sul versante giudiziario quando lo scoop è dei quotidiani del versante opposto, la procuratrice aggiunta di Bergamo si è beccata un titolone di prima pagina sul Fatto che la boccia insieme con l’odiato leghista Fontana.

            Con l’abitudine che ha Travaglio di storpiare i nomi a chi non gli va a genio -ne sa qualcosa, fra gli altri, Guido Bertolaso, ora avventuratosi persino in Sicilia- chissà come finiràFontana a Bergano per essere chiamata, con quel cognome che porta, la signora Rota. Per adesso bisogna accontentarsi di vedere Fontana travestito sulla prima pagina del giornale di Travaglio da pubblico ministero all’uscita immaginaria dal Palazzo di Giustizia di Bergamo, dove era entrato, ripeto, come uomo informato dei fatti, doverosamente al plurale.

 

 

 

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Flick ha fatto saltare la mosca al naso di Mattarella sulla palamarite…

Tempi e modi di una lunga nota del Quirinale sulla inquietante vicenda di Luca Palamara, riattizzata dalla diffusione delle intercettazioni effettuate sul telefonino dell’ex presidente dell’associazione delle toghe ed ex consigliere Flick 1superiore della magistratura, lasciano sospettare che a far saltare la mosca al naso di Sergio Mattarella, diciamo così, sia stata un’intervista di Giovanni Maria Flick al Foglio. In cui si auspicava, quanto meno, un messaggio dello stesso Mattarella alle Camere nella doppia veste di presidente della Repubblica e del Consiglio Superiore della Magistratura.

            Flick, oltre che professore, avvocato e ministro della Giustizia nel primo governo di Romano Prodi, è stato giudice e, sia pure per soli tre mesi, fra novembre del 2008 e febbraio del 2009, presidente Flickdella Corte Costituzionale: cosa che gli fa dare  del “presidente emerito”, come se in qualche modo avesse conservato la sacralità di quel ruolo anche dopo la scadenza del mandato. E alla Corte, che lavora di fronte al Quirinale, nel Palazzo della Consulta, sono in molti ad essere in questa condizione: da quando i giudici presero l’abitudine, criticata in varie sedi, di eleggere alla presidenza i colleghi più vicini al congedo.

            Da Mattarella è arrivato a stretto giro di comunicazione, nello stesso giorno  dell’intervista di Flick, un no abbastanza secco. Nella nota del Quirinale si definisce “improprio” un messaggio del capo dello Stato alle Camere nel momento Foto Mattarellain cui la riforma dell’elezione, o “formazione”, del Consiglio Superiore della Magistratura, effettivamente necessaria di fronte alla degenerazione del fenomeno correntizio e altro, è un’urgenza avvertita Mattarellapubblicamente dal governo. Di cui sta per partire una iniziativa legislativa sulla quale sono in corso trattative, chiarimenti e quant’altro all’interno ma anche all’esterno della maggioranza, visto il proposito annunciato dal ministro della Giustizia di consultare pure le opposizioni. In questa situazione un intervento del capo dello Stato potrebbe apparire un’invasione di campo, restandogli peraltro la prerogativa costituzionale, significativamente ricordata nella nota, di valutare la legge di riforma del Csm quando uscirà dal Parlamento, prima della promulgazione.

            Visto che si trovava, Mattarella ha colto l’occasione anche per confermare quasi in prima persona, dopo ciò che ne avevano scritto i quirinalisti parlando con lui stesso o con i suoi consiglieri, l’impraticabilità di uno scioglimento anticipato del Consiglio Superiore, da qualche parte sollecitatogli.  Mancano le dimissioni di tanti consiglieri da non consentirne più l’operatività. Subentrerebbe anche l’inconveniente del  blocco derivante ai procedimenti disciplinari già avviati, e distinti dall’azione penale in corso sulla vicenda Palamara.

            Pur consapevole, con “sconcerto e riprovazione”, dei danni procurati da questa vicenda alla magistratura e da lui sottolineati sin dall’anno scorso, quando esplose il caso provocando le dimissioni di alcuni consiglieri superiori coinvolti e le elezioni suppletive per sostituirli, Mattarella mi è sembrato infine voler prendere Il Foglo su Flickle distanze dalle dimensioni del giudizio di Flick così nitidamente visibili nel titolo della sua intervista al Foglio: “La giustizia e la vergogna”. In particolare, il presidente della Repubblica ha reclamato la “restituzione” all’ordine giudiziario del “prestigio” e della “credibilità” che sono stati “incrinati”, non quindi distrutti, da quella che potremmo chiamare la palamarite. Che è un misto di carrierismo sfrenato e di “commistione”- ha detto Mattarella risparmiando i cronisti giudiziari- fra “magistrati e politici”.

Non una piazza ritrovata, ma Palamara ha rianimato Matteo Salvini

Se tanto mi dà tanto, seguendo la logica adottata dal direttore responsabile Pietro Senaldi commentando un sondaggio commissionato da “Cartabianca” e positivo per la Lega di Matteo Salvini, a Libero dovrebbero temere un ritorno più o meno alla grande delle “sardine”. Di cui invece da quelle parti hanno appena festeggiato la fine nelle scatolette a causa delle piazze svuotate dall’emergenza virale.

            Senaldi ha ritenuto di potere attribuire alla cosiddetta fase 2 concessa dal presidente del Consiglio Giuseppe Conte I numeri di Cartabiancariaprendo le piazze al pubblico quello 0.7 per cento, arrotondato al “quasi 1”, che nel sondaggio commissionato a Ixè dalla trasmissione televisiva di Rai 3 condotta da Bianca Berlinguer  la Lega avrebbe recuperato fra il 19 e il 26 maggio scorsi, salendo dal 24,6 al 25,3 per cento delle “intenzioni di voto”.  E ciò, a occhio e croce, a scapito di un Pd sceso nello stesso periodo dal 21,6 al 20,9 dopo avere inseguito il sogno di raggiungere e magari anche sorpassare l’odiato Carroccio. Dove pure Massimo D’Alema, mangiando alici con Umberto Bossi quando il “senatur” si accingeva a rompere la prima alleanza con Silvio Berlusconi, sentì odore di sinistra. Altri tempi, altri uomini, si dirà. In effetti, sono un po’ cambiati sia gli uni che gli altri.

            Finita “la clausura” imposta dall’emergenza virale a un Salvini abituato a crescere, e persino a raddoppiare i propri voti in un anno, fra il 2018 e il 2019, la Lega potrebbe ora vantarsi Rotta invertitaaddirittura di avere “invertito la rotta” degli ultimi mesi. O di avere ricevuto quella “boccata d’ossigeno” Boccata d'ossigenolimitativamente scappata a Senaldi nel titolo del suo ragionamento sui numeri di “Cartabianca”. Che peraltro non è proprio familiare, diciamo così, ai lettori di Libero, attratti di più dalle imitazioni televisive dell’adorato Vittorio Feltri, direttore non responsabile ma editoriale del loro giornale, da parte di Maurizio Crozza.

            Le “sardine” argentate fuori e rosse dentro fecero una rapida apparizione nei sondaggi, più virtuale che effettiva, al loro esordio nelle piazze. Poi scomparvero, anch’esse forse per effetto Sardinedel coronavirus e della desertificazione delle strade. A voler essere tuttavia maliziosi, si potrebbe già sospettare un loro ritorno, nel sondaggio tanto piaciuto a Senali, fra gli “altri”. Che sono saliti quasi quanto la Lega: di poco più di mezzo punto, dal 4,5 per cento del 19 maggio al 5,2 del 23. Né si può pensare che vi abbiano potuto contribuire renziani, boniani, calendiani e altre schegge perché tutti calcolati a parte -costoro- da Ixé con le proprie percentuali non proprio stellari.

            D’altronde è proprio di oggi Schermata 2020-05-29 alle 05.32.32l’annuncio di Mattia Santori, sui giornali del gruppo Monti Riffeser, che le sue “sardine” Mattia Santoritorneranno “in campo” nelle elezioni regionali in cantiere per settembre. Preparatevi, dunque, amici di Libero.

            A prescindere comunque dalle “sardine”, diversamente da Senaldi penso che le piazze, peraltro perdurando i divieti d’assembramento che impediscono raduni e comizi tradizionali, c’entrino poco nella “boccata d’ossigeno” di Salvini. C’entra forse di più, com’è accaduto anche Palamarafra i senatori della giunta delle autorizzazioni ai processi, la reazione del buon senso a quella “merda” -scusate la parolaccia- gridata nel telefonino dall’invadente, a dir poco, magistrato Luca Palamara contro il leader leghista. Finita sui giornali con tutte le altre intercettazioni che hanno finito per insozzare un po’ troppe toghe,  quella roba lì ha fatto recuperare a Salvini qualche solidarietà, a dir poco, perduta o affievolita per stanchezza o dissenso nei mesi precedenti.

 

 

 

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