L’Italia che apre l’ombrello sotto i soldi che possono piovere dall’Europa

            E’ proprio vero che quando il saggio indica la luna, lo stolto guarda il dito, come dice un vecchio proverbio. E’ un po’ ciò che nella vignetta di Emilio Giannelli sulla prima pagina del Corriere della Sera fanno i due omini un po’ euroscettici, chiamiamoli così, che all’entusiasmo da ricovero, in tutti i sensi, del ministro italiano dell’Economia Roberto Gualtieri per Repubblicail fondo di 750 miliardi di euro, di cui 500 a fondo perduto e 172,7 destinabili al nostro Paese, proposto dalla presidente della Commissione dell’Unione oppongono le perduranti resistenze dell’Olanda, ma anche d’altri paesi comunemente definiti “frugali”. Per il cui successo sembra che quei due signori preferiscano fare il tifo, piuttosto che unirsi alla gioia da pazzo di Gualtieri, o a quella più contenuta espressa a Bruxelles dal commissario italiano Paolo Gentiloni e a Roma dal presidente del Consiglio Giuseppe Conte.

            La stoltezza tuttavia non sta tanto nel dito metaforico di quei due omini della vignetta di Giannelli. Sta anche, per esempio, in quel titolo sovranista di Libero, che sarà tanto piaciuto -penso- a Matteo Salvini e a Giorgia LiberoMeloni sui banchi dell’opposizione e a chissà quanti sotto le 5 Stelle di Beppe Grillo, pur seduti nel governo e nella maggioranza, sull’Europa che “ci frega anche quando ci aiuta”. Altro, quindi, che Casini al Messaggerol’Europa finalmente “svegliata” che ha appagato il senatore della maggioranza ed ex presidente Il Foglodella Camera Pier Ferdinando Casini in una intervista al Messaggero. Altro che l’arguzia di quel titolo in rosso del Foglio sul “brutto momento per odiare l’Europa”.

            La stoltezza dell’attenzione riservata al dito piuttosto che alla luna sta infine nello scrupolo col quale molti politici, ma anche osservatori, analisti, commentatori, retroscenisti e altri ancora si sono precipitati a interrogarsi, quanto meno, non sulla consistenza, praticabilità e gestione degli aiuti e finanziamenti europei in un Paese come l’Italia, dove i fondi dell’Unione sono finiti spesso più nel cestino più o meno burocratio dei rifiuti, o quasi, che in opere davvero realizzate, ma sui vantaggi mediatici e politici, o sull’opposto, che potrà trarne personalmente il presidente del Consiglio Giuseppe Conte. Il quale domenica scorsa è stato impietosamente colto in Conteflagrante dal suo pur estimatore Eugenio Scalfari, su Repubblica, a cercare  faticosamente “giorno per giorno” l’appoggio delle componenti della sua maggioranza: “soprattutto” -ha sottolineato il decano ormai del giornalismo politico italiano- del principale movimento della coalizione. Si tratta naturalmente di quello delle 5 Stelle, pur riuscito a designare, imporre e quant’altro lo stesso Conte agli alleati di turno: prima ai leghisti per un governo gialloverde, e poi alla sinistra per un governo giallorosso.

            La politica in Italia è purtroppo questa. O si è ridotta a questo, persino in tempi di emergenza come quelli imposti da un’epidemia virale da molte parti paragonata ad una guerra, anzi alla terza guerra mondiale. Cui diamo l’impressione, almeno per ora, di partecipare pensando più a sgambettare il compagno d’armi che a vincere, o solo ad uscirne vivi.  

 

 

 

 

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Moro, Falcone e Tobagi: il tragico trittico del mese pur mariano di maggio

Col culto mariano che lo contraddistingue per un cristiano -com’era profondamente il mio amico e collega Walter Tobagi- maggio è uno dei tre mesi più cari e suggestivi, fra aprile -di solito- della Pasqua di Resurrezione e dicembre della Natività. Fu invece per Walter il mese della sua prematurissima e drammatica morte, ucciso come un cane a soli 33 anni a Milano sotto casa -esattamente il 28 maggio 1980- da una banda terroristica esordiente che aspirava con quell’azione ad accreditarsi presso le brigate rosse, di sangue e di vergogna.

Nel mese di maggio, il 9, era già stato ucciso a Roma due anni prima proprio dalle brigate rosse, al termine di una prigionia durata 55 giorni, un politico che Walter aveva molto stimato: Aldo Moro.

Nel mese di maggio, il 23, sarebbe stato ucciso 12 anni dopo, nel 1992, Giovanni Falcone in una strage mafiosa, a Capaci, costata la vita anche alla moglie e a quasi tutta la scorta, decimati dal tritolo.

Moro, Falcone e Tobagi sono tre uomini ai quali la democrazia italiana deve moltissimo per l’opera meritoria svolta nei campi, rispettivamente, della politica, dell’informazione e della giustizia: tutti e tre largamente incompresi dai loro contemporanei, in qualche modo vittime prima ancora che i loro assassini li finissero fisicamente.

Moro, una volta rapito fra il sangue della sua scorta a poca distanza da casa, mentre si recava alla Camera per la presentazione dell’ultimo governo alla cui formazione aveva Morodecisamente contribuito come presidente della Dc, si vide negata dal suo partito, per i vincoli di maggioranza col Pci, una linea duttile e umanitaria concessa invece tre anni dopo, nel 1981, senza più quei vincoli, all’assessore regionale campano Ciro Cirillo. Che fu ugualmente rapito dalle brigate rosse ma scambiato con una trattativa opaca come tutte quelle che si svolgono in questi drammatici casi. Ciò peraltro accelerò la crisi del brigatismo.

Falcone fu ucciso dalla mafia dopo essere stato avversato e isolato dai colleghi magistrati, boicottato nell’avanzamento di carriera, nonostante i successi conseguiti nel suo lavoro di contrasto alla criminalità organizzata. Otto mesi prima della morte, quando già aveva preferito allontanarsi da Palermo Falconeper lavorare accanto al ministro della Giustizia Claudio Martelli, a Roma, egli aveva dovuto spiegare ai consiglieri superiori della magistratura, come un apprendista poco diligente, perché avesse condotto le sue indagini sugli assassinii del presidente della regione siciliana Piersanti Mattarella e del prefetto Carlo Alberto dalla Chiesa senza incriminare qualche politico o imprenditore d’alto bordo.

Tobagi, il mio carissimo amico -ripeto- Walter, col quale ero abituato a pranzare in un ristorante a Tobagi vivodue passi da Piazza Navona quando veniva a Roma per lavoro da Milano, fu ucciso dopo vergognose, a dir poco, contestazioni per la sua attività sindacale, che lo aveva portato al vertice dell’associazione lombarda dei giornalisti.

Quel gran signore e fior di professionista che è Ferruccio de Bortoli, scrivendone in questi giorni per celebrare il quarantesimo anniversario della morte, ha espresso la convinzione -almeno così mi è parso di capire- che Tobagi avrebbe potuto diventare direttore del Corriere della Sera, dov’era approdato nel 1972 dopo essere passato per l’Avanti, Avvenire e il Corriere d’Informazione, attratto dal giornalismo giù sui banchi del famoso Liceo Parini di Milano contribuendo alla vivace esperienza della Zanzara.

            Beh, non se l’abbia a male de Bortoli, arrivato alla direzione del Corriere la prima volta a 44 anni, ma non credo proprio che Walter ce l’avrebbe fatta a diventare direttore  a 33 in un giornale in cui il suo rigore professionale gli aveva procurato sì apprezzamenti ma anche invidie e odii incredibili. Ricordo ancora la voce strozzata dal pianto con la quale Bettino Craxi mi raccontò di una telefonata appena ricevuta, dopo la morte di Walter, dal direttore del Corriere Franco Di Bella in persona. Che gli aveva espresso non il sospetto ma la convinzione che Tobagi fosse stato ucciso “qui dentro”.

D’altronde, nella rivendicazione della “esecuzione” di Walter la “Brigata XXVIII marzo” capeggiata dal giovane Marco Barbone aveva usato argomenti e linguaggio di chi conosceva bene l’ambiente e la sua attività professionale e sindacale. Walter non aveva solo il torto di avere capito bene il terrorismo, considerandolo per niente invincibile, e scrivendo delle sue contraddizioni che ne avrebbero potuto segnare la fine. Aveva anche la colpa di nutrire simpatie dichiaratamente socialiste e, più in particolare, craxiane in un momento in cui il Psi tornato fortemente autonomista dava fastidio a molti.

Grazie anche a quel tipo di rivendicazione, i Carabinieri e, più in generale, gli inquirenti arrivarono rapidamente a individuare i responsabili dell’infame operazione. Barbone e i suoi amici erano figli d’ultrasinistra di papà bene introdotti nel mondo dell’informazione. E, appena preso, Barbone praticò il pentitismo parlando.

Rimasero tuttavia ombre sulla ricerca giudiziaria della verità e sulle pene troppo a buon mercato rimediate dai principali responsabili, fra le proteste di parlamentari socialisti che furono per questo denunciati dai magistrati e processati con l’autorizzazione concessa dal Parlamento grazie ai voti comunisti.

Lo spettacolo fu tale che Craxi, nel frattempo diventato presidente del Consiglio, si schierò coi suoi compagni di partito scandalizzando il Consiglio Superiore della Magistratura. Che avrebbe voluto a sua volta Craxicensurarlo, trattenuto con la sua solita energia dal presidente, e capo dello Stato, Francesco Cossiga. Il quale, pronto anche quella  volta a mandare i Carabinieri al Palazzo dei Marescialli, ricordò che un capo di governo risponde delle sue opinioni solo al Parlamento che gli ha dato la fiducia e potrebbe, se ne ha la voglia  e i numeri, ritirargliela.

Poi si sarebbe appreso che, per quanto condannati, i parlamentari socialisti non avevano avuto torto a dubitare. Fu alla fine davvero ritrovata, fra l’altro, la prova di una informazione pervenuta alle forze dell’ordine, e persasi per un certo tempo per strada, su un progetto di sequestro  di Tobagi da parte dei terroristi, per cui il giornalista poteva ben essere protetto di più.

Ah, Valter. Che peccato averti perduto così presto e così atrocemente, e non aver più potuto ascoltare le tue pacate e mai superficiali riflessioni e analisi di collega e di uomo profondamente buono.

 

 

 

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Renzi e….Palamara soccorrono Salvini nell’operazione Open Arms

                E’ difficile, molto difficile negare che abbiano pesato involontariamente quelle parolacce contro di lui intercettate nel telefonino del magistrato Luca Palamara sul voto col quale la giunta delle immunità del Senato ha protetto Matteo Salvini dal processo per sequestro di persona nella vicenda della nave spagnola Open Arms. Cui l’allora ministro dell’Interno nell’agosto dell’anno scorso, mentre Open Armsmaturava la crisi del primo governo Conte, negò l’approdo in Italia per sbarcarvi un centinaio di immigrati soccorsi in mare. Era già accaduto l’anno prima con la nave Diciotti, ma senza esiti giudiziari per il no opposto dalla maggioranza gialloverde al processo cui puntava il cosiddetto tribunale dei ministri di Catania, E si era ripetuto con la nave Gregoretti, ma questa volta col via libera al processo da parte della maggioranza nel frattempo cambiata: da gialloverde a giallorossa, col ribaltamento della posizione dei grillini.

             Per la nave Open Arms si vedrà come galleggerà il mese prossimo nell’aula del Senato “la scialuppa” indicata nel titolo di Repubblica, ma la maggioranza giallorossa questa volta si Repubblicaè spaccata in giunta, con i renziani che, non partecipando al voto, non hanno voluto bocciare il no al processo proposto dal presidente forzista della giunta Maurizio Gasparri: un no condiviso invece, oltre che dal centrodestra, dall’ex grillino Mario Michele Giarrusso e dalla grillina dissidente Alessandra Riccardi. Che pagherà cara naturalmente la condivisione della proposta di Gasparri, basata sulla convinzione tratta anche dalle carte che Salvini non agì di testa sua ma conformemente alla linea adottata dal governo per contenere l’immigrazione clandestina, trattenendo i passeggeri a bordo delle navi di soccorso sino ad una distribuzione fra vari paesi dell’Unione Europea.

              Scambiare per sequestro di persona, come ha fatto l’accusa, i ritardi calcolati degli sbarchi degli immigrati è  ragionevolmente apparso esagerato alla maggioranza creatasi questa volta nella competente giunta del Senato col concorso Il Fattodecisivo voluto da Renzi, guadagnatosi per questo dal Fatto Quotidiano l’epiteto di “palo della banda Salvini”. Ma oltre a questo ragionamento, ripeto, è valsa la sensazione diffusasi, o rafforzatasi, di una forzatura della magistratura di fronte alla necessità, evidentemente non di tipo giudiziario, sostenuta al telefonino da Luca Palamara di contrastare Salvini, in dissenso da un collega magistrato che dissentiva dall’azione intrapresa per la vicenda della nave Diciotti dal procuratore di Agrigento.

               Il troppo stroppia, dice un vecchio proverbio. E Matteo Renzi, il cui soccorso non è poi stato “muto” come manifestoha titolato il manifesto, questa volta dall’interno della maggioranza ha voluto mandare un segnale agli alleati. Magari il senatore di Scandicci e leader di Italia Viva ripiegherà in aula a Palazzo Madama su un’altra posizione anche questa volta ricompattando la maggioranza, come gli è recentemente capitato di fare sorprendendo con il no alla sfiducia persino il guardasigilli Alfonso Bonafede, che per un po’ aveva temuto il contrario, ma la situazione per ora è quanto meno incerta.

               Il malumore fra i grillini è particolarmente alto, anche per il sospetto forse fondato che sarà ben difficile strappare al presidente del Consiglio un’esposizione davvero sopra le righe per soddisfare le loro attese tutte tattiche e d’immagine, dopo essere già disinvoltamente passati fra le vicende pur analoghe Rollidella nave Diciotti alla nave Gregoretti da una posizione favorevole a Salvini a quella opposta. Non parliamo poi dell’imbarazzo in cui si trova il Pd di fronte alla linea garantista assunta dal suo ex segretario Renzi fra i ringraziamenti del leader leghista.

 

 

 

 

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Come al Fatto Quotidiano trattano Sergio Mattarella e congiunti scomparsi

              Relegata a pagina 10 nella sua rinnovata veste grafica col riconoscimento del “diritto di replica”, e senza la qualifica dell’autore, che è l’avvocato Antonio Coppola, legale della famiglia del presidente della Repubblica, una lettera ha Il Fatto su Mattarellanuovamente messo a nudo, come tre anni fa, il singolare modo del  Fatto Quotidiano di trattare il capo dello Stato e i suoi congiunti purtroppo morti, incapaci materialmente di difendersi da soli, e direttamente.

            In particolare, l’avvocato Coppola, come aveva già fatto esattamente il 24 maggio 2017 a proposito del medesimo materiale -altro che “inedito”- del Consiglio Superiore della Magistratura adoperato dal Fatto Quotidiano  in occasione della ricorrenza della strage mafiosa di Capaci, costata Mattarella uccisola vita a Giovanni Falcone, alla moglie e a quasi tutta la scorta, ha protestato contro il tentativo di usare una deposizione dello stesso Falcone a quel consesso per rappresentare due edizioni, diciamo così, del compianto Piersanti Mattarella. Che da presidente della regione Sicilia fu assassinato sotto casa il giorno della Befana del 1980, in auto.

            Secondo quella deposizione, fatta nell’ottobre del 1991 per difendersi dai sospetti odiosi di non avere saputo o voluto indagare abbastanza a fondo su quel delitto e su altro ancora, Piersanti Mattarella era sollevato e orgoglioso di essersi “sbarazzato” dei voti a lungo raccolti dal padre, Bernardo, nel collegio  trapanese di Castellammare del Golfo. Diversamente dal genitore, egli si sarebbe  fatto votare via via di più in un’altra parte dell’isola, di minore densità mafiosa: non proprio un elogio, direi, per il padre. Che era stato un autorevolissimo esponente della Democrazia Cristiana siciliana e nazionale, iscritto al Partito Popolare di don Luigi Sturzo già nel 1924 e ministro, nella cosiddetta prima Repubblica, di governi come quelli di Alcide De Gasperi e  di Aldo Moro.

            L’avvocato Coppola è tornato a ricordare al Fatto –ripeto, come tre anni fa- che Piersanti Mattarella non ripudiò un bel niente del padre perché non gli capitò mai di candidarsi, a nessun livello, nel Trapanese, ma sempre e solo a Palermo.

            Come ha risposto Il Fatto con le iniziali di Antonio Massari, autore dell’articolo rievocativo della deposizione di Falcone, nella replica alla “doverosa” pubblicazione della lettera dell’avvocato? Come tre anni fa, senza quindi far tesoro del precedente passaggio: invitando in pratica l’avvocato a prendersela col compianto Falcone. Che ritenne nel 1991 di raccontare quello che gli aveva riferito un avvocato -Antonino Sorgi, padre dell’editorialista della Stampa Marcello- che stimava molto e che gliene aveva parlato evocando parole e pensieri raccolti dall’amico Piersanti Mattarella poco tempo prima della  morte.

            Fra tre anni o anche prima si replicherà, viste le abitudini del Fatto, ma anche l’ostinazione con la quale giustamente Sergio Mattarella difende la memoria dei suoi congiunti rappresentata con curiosa coincidenza in modo  alquanto approssimativo, a dir poco, ogni volta che il presidente della Repubblica è chiamato a gestire passaggi politici particolarmente difficili per il Paese. Non scrivo altro e di più perché a buon intenditore dovrebbero bastare poche parole.

Bonafede canta “Come prima, più di prima” al Ministero della Giustizia

            Ingenuo e un po’ anche sadico, lo ammetto, mi accingevo a godermi lo spettacolo del ministro grillino della Giustizia RepubblicaAlfonso Bonafede costretto dalle circostanze del palamavirus -cioè dalle intercettazioni di Luca Palamara- ad affrontare la crisi di una magistratura che “ha perso l’onore”, come ha titolato con un pur richiamino di prima pagina la Repubblica.

             Mi sembrava impostata ad una certa fermezza la decisione appena annunciata appunto dal guardasigilli di riportare in testa alle urgenze della giustizia la riforma del Consiglio Superiore della Magistratura. Dove ci vuole Giannelliun bel coraggio a sostenere ancora -come ha fatto proprio su Repubblica un troppo indulgente, stavolta, Armando Spataro- che le correnti delle toghe hanno conservato la natura di “luoghi di aggregazione ideale e culturale”, e non siano invece diventate terreni per scorribande di potere e commistioni politiche. Così le ha giustamente immaginate e rappresentate sulla prima pagina del Corriere della Sera Emilio Giannelli nella vignetta dedicata appunto al Consiglio Superiore.

            E’ durata lo spazio di una notte, o quasi, l’illusione di un Bonafede deciso davvero ad applicare un po’ del suo giustizialismo, una volta tanto, anche ai magistrati, e non solo agli indagati di turno che per il solo fatto di essere sospettati di qualche reato dovrebbero dimettersi dalle cariche pubbliche che eventualmente ricoprono.  Al guardasigilli piace evidentemente la vecchia e popolarissima canzone “Come prima più di prima”, decollata con la voce di Tony Dallara più di mezzo secolo fa. Bonafede ce l’ha a sua insaputa riproposta decidendo di sostituire con un altro magistrato quello che ha appena dimissionato come suo capo di Gabinetto per averne scoperto il contagio incidentale da palamavirus.

            Non ho nulla di personale, naturalmente, per la degnissima persona di Raffaele Piccirillo, già passato per gli uffici del Ministero della Giustizia, e di cui il guardasigilli ha chiesto al Consiglio Raffaele PiccirilloSuperiore il ricollocamento fuori ruolo, come si dice, per spostarlo dalla Cassazione al posto di suo capo di Gabinetto. Mi chiedo se non fosse stata invece questa l’occasione buona per mandare un segnale di “discontinuità” rispetto all’abitudine di imbottire di magistrati i piani superiori, chiamiamoli così, del dicastero di via Arenula. Dove, volenti o nolenti, essi si trovano in condizioni di potenziale conflitto d’interessi. E fanno in quel Ministero il bello e il cattivo tempo ben più del titolare nominato dal presidente della Repubblica, fiduciato in Parlamento con tutto il governo e sfiduciabile dal 1996, per decisione della Corte Costituzionale, anche a titolo “individuale”.

            Dubito, francamente, dopo questa mossa che Bonafede voglia e possa andare molto lontano nel proposito dichiarato di cambiare pagina, come l’anno scorso disse del e al Consiglio Superiore della Magistratura anche il presidente Sergio Mattarella ai primi effluvi del caso Il FattoPalamara, e della gestione Travagllodelle nomine giudiziarie. Temo, piuttosto, che il guardasigilli finirà ancora una volta per riconoscersi nei giudizi di Marco Travaglio. Che ha appena avuto la disinvoltura, a dir poco, di attribuire sul suo Fatto Quotidiano graficamente rinnovato le cause del carrierismo sfrenato coltivato dalle correnti alla “controriforma” degli ex ministri della Giustizia Roberto Castelli e Clemente Mastella. Che avrebbero “gerarchizzato”, “questurizzato” e quant’altro le Procure della Repubblica demolendo l’autonomia dei sostituti procuratori e moltiplicando gli appetiti nelle corse ai vertici di quelli che sarebbero diventati “i riporti delle nebbie”. Stiano freschi con queste analisi.

Come Conte deve guadagnarsi “giorno per giorno” l’appoggio dei grillini

Sarà pure stato troppo generoso Eugenio Scalfari nell’attribuire a Giuseppe Conte prima una mezza discendenza politica dal conterraneo Aldo Moro, ucciso dalle brigate rosse nel 1978 quando poteva ancora dare molto al Paese, specie dalla postazione del Quirinale cui sembrava destinato, e poi l’appartenenza al filone politico del liberalsocialismo. Che non era stato, in verità, quello di Moro. Il futuro segretario della Dc fu attratto in gioventù dai socialisti ma rimesso bene in carreggiata dall’arcivescovo di Bari. E da democristiano ben solido fu protagonista delle stagioni del centrosinistra col Psi e infine della cosiddetta solidarietà nazionale col Pci di Enrico Berlinguer: cosa ben diversa, quest’ultima, dal “compromesso storico” che gli ho visto e sentito attribuire con avventata sicurezza anche nelle recenti celebrazioni del 42.mo anniversario della tragica fine.

Tuttavia devo riconoscere a Scalfari, a 96 anni compiuti, e a dispetto di tutte le sue crescenti ispirazioni filosofiche, poetiche e persino religiose che si avvertono nei suoi appuntamenti domenicali con i lettori di Repubblica, specie dopo l’amicizia maturata con Papa Francesco, la costanzaScalfari e la voglia -beato lui- di seguire le ingarbugliatissime cronache politiche della nostra Italia in tempi persino di coronavirus. E di seguirle con la capacità di cogliere l’istante più significativo di un passaggio o di una stagione: un istante equivalente, per chi ne scrive o ne parla, ad un aggettivo, ad un avverbio, ad un sostantivo, a due o tre parole, Che egli ha appunto scolpito nel suo editoriale di domenica scorsa per descrivere la posizione non felice, non comoda, non adeguata alle circostanze del Paese, in cui si trova Giuseppe Conte.

“Naturalmente -ha scritto del professore il fondatore e in qualche modo ancora vigilante della Repubblica, recentemente affidata dal nuovo e giovane editore John Elkann, erede degli Scalfari su ConteAgnelli, alla direzione di Maurizio Molinari- il suo governo incontra notevoli difficoltà. I partiti di centrodestra sono decisamente contro di lui e quelli di centrosinistra (in particolare i Cinquestelle) lo appoggiano giorno per giorno”. Eccole, le tre parole magiche, pari a uno scatto fotografico ben riuscito, fatto con polso fermo a dispetto del tremore spesso imposto a Scalfari dagli inconvenienti dell’età: giorno per giorno.

Questa è la frequenza con la quale il presidente del Consiglio è costretto dalla sua maggioranza -molto, ma molto più variegata di quelle di centrosinistra, con o senza trattino susseguitesi nelle varie edizioni, reali o immaginifiche, della Repubblica vera, non quella di carta- a guadagnarsi l’”appoggio”, come ha scritto Scalfari, degli alleati: “in particolare” dei Cinquestelle,  e non solo di quel corsaro che si diverte ad essere ogni tanto Matteo Renzi.

Il movimento pentastellato detiene ancora la maggioranza relativa in Parlamento conquistata con le elezioni del 2018, anche se virtualmente ha perduto quasi la metà di quella rappresentanza non dico nei sondaggi ma nei passaggi elettorali di vario livello, europeo e regionale, che si sono via via succeduti. Ciò gli ha procurato una crisi d’identità e di sopravvivenza, che produce problemi all’infinito. E che problemi, con che forza, visti i numeri parlamentari e i crediti che i grillini ritengono di avere maturato nei riguardi del presidente del Consiglio imponendolo per due volte: la prima a Matteo Salvini e la seconda al Pd di Nicola Zingaretti e ancora di Renzi, che nella scorsa estate reclamava nel passaggio da una maggioranza all’altra di segno opposto la famosa e cosiddetta “discontinuità”.

Non c’è questione, di politica interna o estera, giudiziaria o istituzionale, di economia o di scuola, di assistenza o di previdenza, di sussidi o di incentivi, di prestiti o di concessioni autostradali o d’altro tipo, su cui Conte non debba mediare non solo fra i partiti della maggioranza ma anche o soprattutto fra le varie anime .o come debbono essere chiamate le correnti del Movimento 5 Stelle. Che, in verità, a ben guardare, è sempre stato in condizione di “travaglio”, come dice Conte: sin da quando mancò l’obiettivo della maggioranza assoluta due anni fa.

Ma ora da cronica quella condizione è diventata acuta per il vuoto di potere creatosi  nel quasi partito con le dimissioni di Luigi Di Maio da capo e con la reggenza di Vito Crimi. E col garante, “elevato” e quant’altro, nella persona naturalmente di Beppe Grillo, che temo non abbia risolto per nulla il problema delle apnee notturne lamentato qualche tempo fa. O, se lo ha risolto, ne ha incontrati altri procuratigli proprio da un movimento per niente governabile, neppure con uno dei suoi applauditissimi richiami o anatemi, almeno una volta, sulle piazze e nei teatri.

Giuseppe Conte è in mezzo a questo guado, con la mascherina imposta anche a lui dall’emergenza di un coronavirus sempre subdolo e pronto a stenderci. Invidiarlo mi sembra impossibile.

 

 

 

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Assedio al Quirinale per il marasma giudiziario da palamavirus

            L’assedio al Quirinale, diciamo la verità, è ormai frequente in Italia. Dove c’è sempre qualcuno che si aspetta dal presidente della Repubblica di turno qualcosa in più, o magari anche in meno, di quanto faccia o non faccia nello svolgimento della sua altissima funzione.

            In questi giorni tuttavia di palamavirus, e non solo di coronavirus, l’assedio si è fatto più insistente e diffuso, spingendo il capo dello Stato anche ad emettere segnali di impazienza. Il Corriere Corriere su Mattarelladella Sera, per esempio,Brda su Mattarella ha appena diffuso una nota del quirinalista Marzio Breda per avvertire che Mattarella non ha poteri disciplinari sulle toghe né può sciogliere il Consiglio Superiore della Magistratura se non si dimette una parte sufficiente a fargli mancare il cosiddetto numero legale.

            Nella sua doppia veste di presidente della Repubblica e del Consiglio Superiore della Magistratura, appunto, Mattarella si trova  premuto sia da destra sia da sinistra -ma in modo, come vedremo, assai diverso- sul terreno della crisi apertasiSergio Mattarella clamorosamente nel mondo delle toghe per il chiacchiericcio, a dir poco, intercettato col Trojan sul telefonino dell’ex presidente dell’associazione nazionale dei magistrati ed ex consigliere superiore Luca Palamara, impegnato freneticamente Palamaraa costruire e smontare carriere dei colleghi col taglierino delle correnti. E a distrarsi, in questo compito, sino a insultare un ministro allora in carica, salvo poi scusarsene, a intercettazione diffusa, invocando altre interlocuzioni dalle quali risulta persino l’opposto, cioè la sua convinzione che lo stesso ministro -parlo naturalmente di Matteo Salvini- fosse e magari sia ancora, da ex titolare del Viminale, il migliore leader sul campo.

            Da destra Il Giornale della famigilia Berlusconi e La Verità di Maurizio Belpietro hanno titolato Il Giornale su Mattarellapiù o meno vistosamente Belpietro su Mattarellacontro il “silenzio” pubblico di Mattarella, limitatosi a raccogliere rigorosamente solo Castelli sulQuirinalein privato le proteste e le preoccupazioni di Salvini. Che da imputato, indagato e quant’altro di vari sequestri di navi e immigrati, reclama non a torto giudici davvero terzi.

            Da sinistra, per quel che vale una classificazione del genere in questi tempi di grande confusione ideologica e viscerale, Sergio Mattarella ha ottenuto un curioso atto di riguardo, diciamo così, dal Fatto Quotidiano per il compianto fratello Piersanti. Che fu ucciso dalla mafia come presidente della regione siciliana nel 1980. E’ un riguardo riferito a Giovanni Falcone, di cui è stato appena ricelebrato il martirio nel 28.mo anniversario della strage di Capaci.

            Chiamato otto mesi prima della morte dal Consiglio Superiore della Magistratura a spiegare presunti ritardi o omissioni da lui compiuti nelle indagini anche sull’assassinio del fratello dell’attuale Il Fatto su Mattarellapresidente della Repubblica, Falcone spiegò praticamente la cristallina onestà antimafiosa del presidente della Regione, come se non bastasse la sua morte a testimoniarlo, per essere ormai votato fuori dal vecchio collegio elettorale del padre, Bernardo, situato in una parte della Sicilia ad alta densità mafiosa come il Trapanese.

             Ditemi voi, in questi giorni di comprensibile malumore o timore anche suo per le toghe contagiate da palamavirus, se quello del Fatto notoriamente simpatizzante di Procure e affini Piersanti Mattarellapuò considerarsi un messaggio consolante per Sergio Mattarella, custode giustamente gelosoBernardo Mattarella della buona memoria non solo del fratello ma anche del padre, iscrittosi nel 1924 al Partito Popolare di Luigi Sturzo fondato nel 1919. E fedele e apprezzato ministro anche di Aldo Moro nella cosiddetta prima Repubblica.   

 

 

 

 

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Sanifichiamo anche i giornali, per favore, in tempi di …palamavirus

          Come il magistrato Alfonso Sabella si è vergognato dei colleghi intercettati al telefonino con Luca Palamara nella costruzione delle loro carriere, o nel boicottaggio di quelle altrui, passando per il Consiglio Superiore con logiche tutte di corrente, così mi sono vergognato di quei giornalisti catturati anch’essi dal Trojan: felici di concorrere in qualche modo a quel “mercato delle vacche”, per stare all’immagine sconsolata dello stesso Sabella.

         Non faccio nomi per carità professionale, ma la dimestichezza confermata tra chi scrive di giustizia e chi la gestisce, o amministra, specie sul fronte dell’accusa, ripropone un problema sarcasticamente sollevato più volte dall’ex presidente della Camera, e magistrato pure lui, Luciano Giovanni FalconeViolante. Che ha finito per condividere l’opportunità sostenuta dal compianto Giovanni Falcone di separare le carriere dei giudici e dei pubblici ministeri. Ma, consapevole Luciano Violantedelle difficoltà politiche e persino istituzionali dell’obbiettivo, si accontenterebbe della separazione delle carriere fra i pubblici ministeri e i cronisti giudiziari, che ne amplificano il potere sostenendone le distorsioni e gli intrecci con la politica.

          Conosco bene l’obiezione degli interessati, su entrambi i versanti. Uguale dimestichezza esiste anche nei rapporti fra i politici e i giornalisti che se ne occupano. I cui telefoni, se finissero controllati col metodo del Trojan applicato a Palamara, offrirebbero uno spaccato dei due mondi non meno desolante. Non lo nego di certo, anche se l’esperienza personale mi ha permesso spesso di deludere fior di politici coi quali ho avuto dimestichezza, appunto, sino a rischiare di pagarne cara la collera.

          C’è tuttavia una differenza non irrilevante fra i magistrati e i politici trattati con dimestichezza, spinta sino alla complicità, dai giornalisti che ne scrivono. Il potere dei politici fa semplicemente ridere rispetto a quello dei magistrati. Tanto aleatorio è il primo, sottoposto alle verifiche elettorali e sempre più spesso anche ai rischi delle interferenze giudiziarie, quanto solido e garantito è l’altro.

Il politico non dispone della nostra libertà, reputazione e altro ancora quanto un magistrato. Colludere col primo, e con i suoi errori, è meno rischioso, e dannoso, che colludere con l’altro. Lo provò sulla sua pelle il compianto Enzo Tortora morendone 32 anni fa, col fisico debilitato dal carcere e dallo sputtanamento subito sui giornali per l’ostinazione di magistrati che poi hanno fatto tranquillamente la loro carriera, dopo avere inseguito o coltivato pentiti di camorra da voltastomaco.

         La paura del coronavirus ha giustamente imposto sanificazioni dappertutto. Ce ne vorrebbero anche in parecchi giornali che vivono da troppo tempo all’ombra delle Procure, peraltro senza neppure Vittorio Feltririuscire a vendere più copie, come riuscì invece a fare con vanto successivo e spavaldo Vittorio Feltri col suo Indipendente negli anni di “Mani pulite”, scambiando di proposito il ruspantissimo Antonio Di Pietro per un eroe di più mondi.

            Mentre di palamerite, diciamo così, ha finito per ammalarsi e “perdere la testa” anche il vertice il manifestodell’associazione dei magistrati, come ha titolato il manifesto riferendo delle dimissioni Travagliodella giunta esecutiva, il direttore del giornale più vicino, diciamo così, ai magistrati -naturalmente Il Fatto Quotidiano- ha annunciato ai lettori il proposito di rinnovarlo. Ma non sarà certamente la sanificazione che -essa sì- mi sorprenderebbe davvero. E premierebbe il talento che certo non manca a quei colleghi che si sentono ispirati da scuole come quelle di Indro Montanelli e di Enzo Biagi.

 

 

 

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Bonafede in mascherina per proteggersi anche dalla…Palamerite

       Eppure verrà il giorno -temo per lui, e anche a breve scadenza- che al guardasigilli grillino Alfonso Bonafede potrà accadere di rimpiangere l’occasione perduta di dimettersi o di essere dimesso dalle mozioni di sfiducia individuale presentate inutilmente al Senato contro di lui dalle opposizioni di centrodestra e dall’europeista radicale Emma Bonino.

        Non si sa francamente  fino a quando il ministro della Giustizia, già costretto peraltro a liberarsi proprio per questo del capo di Gabinetto scelto due anni fa al suo arrivo in via Arenula, potrà continuare a restarsene praticamente alla finestra a turarsi il naso -mi auguro- davanti alla diffusione LUCA PALAMARAdelle chiacchierate telefoniche del magistrato Luca Palamara con tanti colleghi più o meno familistici o politici e giornalisti più o meno giudiziari, tutte intercettate col metodo invasivo del “Trojan”. Che -lo riconosco- potrebbe fare di chiunque di noi un mostro nei rapporti col prossimo. Ma, volente o nolente, Palamara ha mostrificato trojanamente per prima la sua categoria, peraltro da lui stesso  rappresentata per un po’ di tempo al vertice dell’associazione dei magistrati. E poi anche come esponente del Consiglio Superiore.

            “Sui giornali leggo dialoghi che mi fanno vergognare di chi veste la mia stessa toga”, ha detto in una intervista al Riformista Alfonso Sabella, cui è ispiratoTesto Sabella 2 il personaggio televisivo Alfonso Sabelladel “cacciatore” di criminali: uno che si è anche affacciato in politica, come assessore alla legalità nella giunta capitolina di Ignazio Marino, fra il dicembre del 2014 e l’ottobre del 2015, uscendone immacolato come vi era entrato. E per nulla tentato, pare, di riprovarci.

            A 57 anni compiuti e con successi alle spalle come la cattura di Brusca e Bagarella  -“li ho arrestati tutti io”, ha detto ricordando il lavoro svolto dopo le stragi di Capaci e di via D’Amelio- Sabella è ancora un magistrato “di primo grado”, rassegnato ad andare in pensione così, quando ne Testo Sabella 4maturerà il diritto, perché “non me ne frega niente”, ha detto spiegando di volere rimanere “un uomo libero”: anche dalle correnti della magistratura che hanno ancora il coraggio di chiamarsi così dopo essere diventateTravaglio tanto chiaramente e diffusamente conventicole di potere o “cosche”, com’è scappato oggi  di scrivere persino a Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano. Le loro invasioni di campo cominciano  nello stesso Ministero della Giustizia, dove un centinaio di magistrati governano ben più dei politici che si alternano al vertice e ne hanno sinora tollerato quello che può ben essere chiamato un conflitto permanente e oggettivo d’interessi, quanto meno.

            Deve ben essere arrivata la situazione al livello di una fogna a cielo aperto –“tra il letame e il ventilatore”, ha titolato Il Foglioin rosso Il Foglio- se il povero Sabella, strabattendosene anche dell’elezione prescritta dall’articolo 104 della Costituzione, sempre invocato dai colleghi per lasciare praticamente le cose come stanno, è rimasto col pensionato Carlo Nordio dell’idea di formare il Consiglio Superiore della Magistratura col sorteggio. Che è l’unico sistema La Repubblicaforse non controllabile dalle correnti che hanno dimezzato la giustizia, come grida un titolo di prima pagina di Repubblica prendendosela però solo con gli effetti procedurali da coronavirus.

           Una mascherina servirà ben poco Il Fattoa Bonafede per schivare “la Palamarata”, come l’ha chiamata sempre Travaglio sul suo giornale. O Palamerite, sarebbe forse meglio dire.

 

 

 

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A sorpresa, ma non troppo, Conte sabotato dai grillini in Parlamento

             E’ da manuale di sabotaggio ciò che i grillini sono riusciti a fare ai danni del governo, cui pure partecipano in modo non certamente defilato, dopo le comunicazioni del presidente del Consiglio Giuseppe Conte alla Camera sugli sviluppi dell’emergenza virale e sulle misure già adottate o in cantiere per fronteggiarla e favorire la ripresa, ripartenza e quant’altro dell’Italia.

             Nel momento in cui è evidente quanto più sarebbe incisiva l’azione del governo se potesse contare su un rapporto costruttivo con le opposizioni, esplicitamente e finalmente invitate da Conte a dargli una mano, magari anche per allentarne la dipendenza dagli umori sempre imprevedibili dell’alleato Matteo Renzi, che ti fanno i grillini alla Camera? Colgono l’occasione Riccardo Ricciardidel dibattito sulle comunicazioni del presidente del Consiglio per provocare il centrodestra accusandolo, con un discorso di Riccardo Ricciardi, di amministrare, governare e quant’altro la Lombardia in modo così balordo da averne fatto la regione più colpita dal coronavirus. E di avere sperperato soldi pubblici, e privati, per allestire con la regia di Guido Bertolaso un ospedale inutile nell’area e struttura della Fiera di Milano.

          Il Fatto Quotidiano, non a caso affrettatosi a difendere l’intervento da piromane di Ricciardi, peraltro vice capogruppo, titolando Il Fattoin prima pagina sarcasticamente che la verità “non si può dire”, ha evidentemente seminato bene il terreno sotto le 5 Stelle, con tutte le maiuscole dovute al movimento o quasi partito fondato e tuttora “garantito” dal pur silente Beppe Grillo. Le sue campagne con frequenza ossessiva contro Bertolaso, sino a storpiarne il nome e a rinfacciargli anche l’udito indebolito dall’età, sono approdate nell’aula di Montecitorio come più clamorosamente non poteva accadere.

           L’effetto del discorso di Ricciardi sul centrodestra, senza distinzioni fra leghisti, fratelli d’Italia e forzisti berlusconiani, é stato dirompente E’ scoppiata in aula una bagarre conclusasi fortunatamente sul piano bagarre Camerafisico solo con la distruzione di un microfono. Anche dal Pd si sono levate proteste contro il “ricompattamento” dell’opposizione provocato dal deputato grillino e dai colleghi di movimento per nulla imbarazzati, e poi tornati alla carica al Senato, sempre dopo la cosiddetta “informativa” di Conte.

            Il Corriere Corrieredella Sera si è ottimisticamente posto il problema di “capire” quelli che ha definito “i teatrini politici” La Stampaazionati dai grillini. La Stampa ha protestato contro “la vergogna di quelle liti in aula”.

            Si ripropone più semplicemente la validità dell’aggettivo  “devastante” usato il giorno prima nell’aula di Palazzo Madama da Pier Ferdinando Casini per definire la difesa del guardasigilli grillino Alfonso Bonafede fatta per conto del gruppo 5 Stelle dal senatore Marco Pellegrini, impegnatissimo Bonafede 3a renderlo ancora più indigesto di quanto il ministro non fosse riuscito di suo a diventare all’esterno e persino all’interno della maggioranza. Le cui componenti critiche o perplesse alla fine, decidendo di votare contro le sfiducie proposte dalle opposizioni, hanno mostrato più “eroismo” di quello attribuito a Bonafede dal suo difensore per il solo fatto di avere avuto il coraggio di succedere a così tanti e disonorevoli ministri della Giustizia.

         Ah, cosa non darebbe Conte per non avere dietro o attorno a lui i grillini, o gran parte di loro. Non lo sapremo mai. E non ce lo confiderebbero né lo zio frate cappuccino, che mi sembra si chiami Fortunato, di nome e di fatto, o il suo maestro di diritto e di professione forense Guido Alpa.

 

 

 

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