Moro, Falcone e Tobagi: il tragico trittico del mese pur mariano di maggio

Col culto mariano che lo contraddistingue per un cristiano -com’era profondamente il mio amico e collega Walter Tobagi- maggio è uno dei tre mesi più cari e suggestivi, fra aprile -di solito- della Pasqua di Resurrezione e dicembre della Natività. Fu invece per Walter il mese della sua prematurissima e drammatica morte, ucciso come un cane a soli 33 anni a Milano sotto casa -esattamente il 28 maggio 1980- da una banda terroristica esordiente che aspirava con quell’azione ad accreditarsi presso le brigate rosse, di sangue e di vergogna.

Nel mese di maggio, il 9, era già stato ucciso a Roma due anni prima proprio dalle brigate rosse, al termine di una prigionia durata 55 giorni, un politico che Walter aveva molto stimato: Aldo Moro.

Nel mese di maggio, il 23, sarebbe stato ucciso 12 anni dopo, nel 1992, Giovanni Falcone in una strage mafiosa, a Capaci, costata la vita anche alla moglie e a quasi tutta la scorta, decimati dal tritolo.

Moro, Falcone e Tobagi sono tre uomini ai quali la democrazia italiana deve moltissimo per l’opera meritoria svolta nei campi, rispettivamente, della politica, dell’informazione e della giustizia: tutti e tre largamente incompresi dai loro contemporanei, in qualche modo vittime prima ancora che i loro assassini li finissero fisicamente.

Moro, una volta rapito fra il sangue della sua scorta a poca distanza da casa, mentre si recava alla Camera per la presentazione dell’ultimo governo alla cui formazione aveva Morodecisamente contribuito come presidente della Dc, si vide negata dal suo partito, per i vincoli di maggioranza col Pci, una linea duttile e umanitaria concessa invece tre anni dopo, nel 1981, senza più quei vincoli, all’assessore regionale campano Ciro Cirillo. Che fu ugualmente rapito dalle brigate rosse ma scambiato con una trattativa opaca come tutte quelle che si svolgono in questi drammatici casi. Ciò peraltro accelerò la crisi del brigatismo.

Falcone fu ucciso dalla mafia dopo essere stato avversato e isolato dai colleghi magistrati, boicottato nell’avanzamento di carriera, nonostante i successi conseguiti nel suo lavoro di contrasto alla criminalità organizzata. Otto mesi prima della morte, quando già aveva preferito allontanarsi da Palermo Falconeper lavorare accanto al ministro della Giustizia Claudio Martelli, a Roma, egli aveva dovuto spiegare ai consiglieri superiori della magistratura, come un apprendista poco diligente, perché avesse condotto le sue indagini sugli assassinii del presidente della regione siciliana Piersanti Mattarella e del prefetto Carlo Alberto dalla Chiesa senza incriminare qualche politico o imprenditore d’alto bordo.

Tobagi, il mio carissimo amico -ripeto- Walter, col quale ero abituato a pranzare in un ristorante a Tobagi vivodue passi da Piazza Navona quando veniva a Roma per lavoro da Milano, fu ucciso dopo vergognose, a dir poco, contestazioni per la sua attività sindacale, che lo aveva portato al vertice dell’associazione lombarda dei giornalisti.

Quel gran signore e fior di professionista che è Ferruccio de Bortoli, scrivendone in questi giorni per celebrare il quarantesimo anniversario della morte, ha espresso la convinzione -almeno così mi è parso di capire- che Tobagi avrebbe potuto diventare direttore del Corriere della Sera, dov’era approdato nel 1972 dopo essere passato per l’Avanti, Avvenire e il Corriere d’Informazione, attratto dal giornalismo giù sui banchi del famoso Liceo Parini di Milano contribuendo alla vivace esperienza della Zanzara.

            Beh, non se l’abbia a male de Bortoli, arrivato alla direzione del Corriere la prima volta a 44 anni, ma non credo proprio che Walter ce l’avrebbe fatta a diventare direttore  a 33 in un giornale in cui il suo rigore professionale gli aveva procurato sì apprezzamenti ma anche invidie e odii incredibili. Ricordo ancora la voce strozzata dal pianto con la quale Bettino Craxi mi raccontò di una telefonata appena ricevuta, dopo la morte di Walter, dal direttore del Corriere Franco Di Bella in persona. Che gli aveva espresso non il sospetto ma la convinzione che Tobagi fosse stato ucciso “qui dentro”.

D’altronde, nella rivendicazione della “esecuzione” di Walter la “Brigata XXVIII marzo” capeggiata dal giovane Marco Barbone aveva usato argomenti e linguaggio di chi conosceva bene l’ambiente e la sua attività professionale e sindacale. Walter non aveva solo il torto di avere capito bene il terrorismo, considerandolo per niente invincibile, e scrivendo delle sue contraddizioni che ne avrebbero potuto segnare la fine. Aveva anche la colpa di nutrire simpatie dichiaratamente socialiste e, più in particolare, craxiane in un momento in cui il Psi tornato fortemente autonomista dava fastidio a molti.

Grazie anche a quel tipo di rivendicazione, i Carabinieri e, più in generale, gli inquirenti arrivarono rapidamente a individuare i responsabili dell’infame operazione. Barbone e i suoi amici erano figli d’ultrasinistra di papà bene introdotti nel mondo dell’informazione. E, appena preso, Barbone praticò il pentitismo parlando.

Rimasero tuttavia ombre sulla ricerca giudiziaria della verità e sulle pene troppo a buon mercato rimediate dai principali responsabili, fra le proteste di parlamentari socialisti che furono per questo denunciati dai magistrati e processati con l’autorizzazione concessa dal Parlamento grazie ai voti comunisti.

Lo spettacolo fu tale che Craxi, nel frattempo diventato presidente del Consiglio, si schierò coi suoi compagni di partito scandalizzando il Consiglio Superiore della Magistratura. Che avrebbe voluto a sua volta Craxicensurarlo, trattenuto con la sua solita energia dal presidente, e capo dello Stato, Francesco Cossiga. Il quale, pronto anche quella  volta a mandare i Carabinieri al Palazzo dei Marescialli, ricordò che un capo di governo risponde delle sue opinioni solo al Parlamento che gli ha dato la fiducia e potrebbe, se ne ha la voglia  e i numeri, ritirargliela.

Poi si sarebbe appreso che, per quanto condannati, i parlamentari socialisti non avevano avuto torto a dubitare. Fu alla fine davvero ritrovata, fra l’altro, la prova di una informazione pervenuta alle forze dell’ordine, e persasi per un certo tempo per strada, su un progetto di sequestro  di Tobagi da parte dei terroristi, per cui il giornalista poteva ben essere protetto di più.

Ah, Valter. Che peccato averti perduto così presto e così atrocemente, e non aver più potuto ascoltare le tue pacate e mai superficiali riflessioni e analisi di collega e di uomo profondamente buono.

 

 

 

Pubblicato sul Dubbio

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