Quell’abbraccio troppo stretto di Renzi a Conte nel salvataggio di Bonafede

Della lunga e intrigante seduta del Senato che ha risparmiato il guardasigilli Alfonso Bonafede è più facile indicare le vittime che i vincitori perché, obiettivamente, le brutte figure hanno prevalso sulle buone. E ciò a cominciare dalle Binafede 2opposizioni, che sono riuscite a elidersi a vicenda con due mozioni di segno opposto impietosamente denunciato, col suo accento inconfondibile, dalla elegante senatrice altoatesina Julia Unterberger. Che ha pronunciato la sua dichiarazione di voto contrario affiancata non a caso da quella volpe di Pier Ferdinando Casini palesemente consenziente, pur avendo egli pronunciato nella discussione un discorso non proprio esaltante per il pur vincente ministro della Giustizia.

A Bonafede l’ex presidente della Camera aveva  contestato non tanto l’azione di governo rimproveratagli dalle opposizioni quanto la “difesa dissennata” riservatagli dal senatore pentastellato Marco Pellegrini. Che lo aveva preceduto avvolgendo nell’”eroismo” il ministro,  giunto a quel posto dopo una lunghissima sequenza di inetti nella migliore delle ipotesi, di criminali nella peggiore.

Il centrodestra, per tornare all’opposizione, ha chiesto la sfiducia considerando Bonafede troppo poco giustizialista e severo con i detenuti, avendo lasciato uscirne un bel po’ per paura del coronavirus prima Boninodi intervenire con due decreti legge per riportarli dentro, o troppo poco, anzi per niente garantista secondo la senatrice Emma Bonino. Che è tornata a intitolare in aula la sua mozione a quella vittima emblematica della cattiva giustizia che fu Enzo Tortora.

Curiosamente -anche questo ha fondatamente sottolineato la senatrice altoatesina- i forzisti berlusconiani sono riusciti a dividersi nelle firme fra l’una e l’altra mozione derogando all’aurea contrarietà originariamente vantata alla sfiducia “individuale”, subìta per primo nel 1995 da un ministro della Giustizia ipergarantista come si rivelò Filippo Mancuso. Sarebbe stato forse opportuno, per Berlusconi e i suoi senatori, risparmiarsi la deroga e rimanere alla finestra.

Altre due vittime del passaggio parlamentare su Bonafede sono stati, per motivi diversi e persino opposti, Matteo Renzi e Giuseppe Conte. Il primo si è esibito come un acrobata, più che come un leader, annunciando e motivando il no alle mozioni dopo averle difese dalla “strumentalità” contestata dai grillini, dal Pd e dalla sinistra dei liberi e uguali.

Perché mai allora il capo di Italia Viva ha aiutato il guardasigilli a uscire indenne dalla seduta? Per fiducia, rispetto politico e quant’altro nei riguardi del presidente del Consiglio, ha spiegato Renzi ricordandone recenti aperture al suo partito e le dimissioni sostanzialmente minacciate, con la conseguente crisi, nel caso in cui Bonafede fosse stato sfiduciato.

Da una partita contro il guardasigilli e il suo movimento, prodigo peraltro di mozioni di sfiducia individuale contro i ministri del suo ormai lontano governo, fra il 2014 e il 2016, quella di Renzi è diventata pertanto una partita personale, per ora a buon fine, col presidente del Consiglio. Del quale -avrò sbagliato con quella malizia che Giulio Andreotti si perdonava dicendo che riusciva ad “azzeccarci”- mi è sembrato di cogliere sul viso, seduto ai banchi del governo in mascherina e con le dovute distanze di sicurezza antivirale, un certo imbarazzo.

Non a caso, forse Conte al Foglooper limitare la forza di quell’abbraccio metaforico, Conte ha poi rilasciato Conte al Fogliouna lunga intervista al Foglio proponendo “un patto con le opposizioni”: quasi  un cavalcavia sulla testa di Renzi.

Un altro imbarazzo sul volto di Conte l’ho colto  alla conclusione del discorso, per conto del Pd, del senatore Franco Mirabelli, difensivo di Bonafede ma fermo nel chiedere una “discontinuità”, finalmente, nella gestione della politica della giustizia dopo il lascito del precedente governo gialloverde. Cui Mirabelli  ha rimproverato anche la fine della prescrizione all’esaurimento del primo grado di giudizio, prima ancora di una riforma del processo penale per garantirne tempi certi e davvero “ragionevoli”, come vuole la Costituzione.

A proposito di quest’ultima, non dico che il passaggio parlamentare su Bonafede, per carità, l’abbia strapazzata al punto da fare inserire tra le vittime addirittura il presidente della Repubblica. Ma dubito, francamente, che si sia avuto molto riguardo per Sergio Mattarella fuori e dentro l’aula del Senato enfatizzando una crisi di governo nel caso di sfiducia pur individuale al guardasigilli.

Una crisi si sarebbe pur aperta se davvero il presidente del Consiglio si fosse dimesso sotto la spinta e la protesta dei grillini, di cui il guardasigilli è capo della delegazione al governo. Ma sarebbe stata tutta da vedere e verificare la reazione del capo dello Stato. Che avrebbe potuto prenderne atto e aprire le rituali consultazioni, ma anche decidere il rinvio del governo dimissionario alle Camere per mettere davvero alla prova la caduta del rapporto fiduciario fra il Parlamento e il governo, al di là della persona del guardasigilli.

D’altronde lo stesso Renzi, una volta terminata la seduta del Senato, in una intervista a Repubblica ha Renzi a Repubblicadetto che pur di evitare le elezioni anticipate “in questo Parlamento la maggioranza si forma in un quarto d’ora”. E’ ciò che avvenne già nell’estate scorsa, d’iniziativa dello stesso Renzi, dopo la caduta del governo gialloverde.

 

 

 

Pubblicato sul Dubbio

Renzi oscilla tra voti e posti, e grazia al Senato il guardasigilli Bonafede

            Peserà molto su Matteo Renzi, si vedrà se a torto o a ragione, l’accusa procuratasi al Senato dalla pur soccombente opposizione di centrodestra -ma anche da quella di Emma Bonino, per quanto personalmente apprezzata dall’ex presidente del Consiglio nel suo intervento- di avere inseguito “più poltrone che voti” nella gestione della partita del guardasigilli grillino Alfonso Bonafede. BonafedeChe Renzi ha contribuito a salvare dalla sfiducia “individuale” non per averne apprezzato il discorso di difesa e replica in aula, che pure si era riservato di valutare, ma semplicemente e dichiaratamente per riguardo “politico” verso il capo del governo presente in mascherina ai banchi dell’esecutivo. Di cui egli ha ricordato la sostanziale minaccia delle dimissioni, e di una conseguente apertura di crisi, in caso di bocciatura del ministro della Giustizia e capo della delegazione grillina al governo.

            Non risulta, francamente, che Conte avesse mai mostrato segni di cedimento o di indifferenza verso il suo amico guardasigilli dall’esplosione del caso, in particolare dopo lo scontro televisivo a distanza fra il consigliere superiore della magistratura Nino Di Matteo, mancato capo del dipartimento dell’amministrazione penitenziaria due anni fa, e Bonafede.

            Renzi conosceva insomma quale fosse la posta in gioco sin dall’inizio della partita e non è mai apparso davvero tentato dall’idea di mettere alla prova la determinazione del presidente del Consiglio puntando, per esempio, sulla carta del Quirinale. Dove il presidente della Repubblica, in presenza di una crisi sullo sfondo addirittura di un ricorso anticipato alle urne, da lui stesso messo nel conto nelle scorse settimane con informazioni giornalistiche di senso univoco, avrebbe ben potuto rinviare il governo dimissionario alle Camere. E ciò per verificare se davvero Renzi a Repubblicacon la sfiducia “individuale” a un ministro, pur importante come quello della Giustizia, dovesse e potesse ritenersi esaurita la legislatura. “In questo Parlamento la maggioranza si forma in un quarto d’ora”, ha dichiarato proprio Renzi in una intervista a Repubblica dopo la seduta al Senato parlando di una eventuale crisi.

            Forte pertanto è rimasto il sospetto che la partita appena conclusa senza danni sul guardasigilli sia servita al senatore toscano come occasione per instaurare una nuova e meno conflittuale fase di rapporti col presidente del Consiglio. Cui non a caso l’ex segretario del Pd ha riconosciuto segnali di novità o di apertura lanciati in questi ultimi giorni nei riguardi della sua parte politica su vari problemi, esterni e interni all’emergenza da virus, trattati con emissari qualificati.

            Lo stesso Renzi, d’altronde, ha mostrato di essere ben consapevole delle interpretazioni non esaltanti alle quali si è prestata la sua tattica politica, a mezza strada fra l’acrobata Il Fattoe il corsaro, o fra “il solito bluff” contestatogli dal Fatto Quotidiano e “i belati del lupo” derisi Liberoda Libero. Egli ha definito il proprio discorso fra i più difficili, se non il più difficile, della sua ormai non breve carriera politica. Ora è ancora più esposto di prima agli sberleffi, specie se dovesse davvero incassare qualche nuova postazione di potere.

             Ha tuttavia problemi anche Conte, cui così vistosamente e astutamente l’ex presidente del Consiglio si è in qualche modo aggrappato. Anche lui deve pagare pegno, a questo punto, alla richiesta esplicita del Pd, formulata da Franco Mirabelli e dal capogruppo Andrea Marcucci, di una “discontinuità” nella gestione della controversa e non proprio lineare politica del governo sulla giustizia in Italia.

 

 

 

 

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Quello sgarbo a Mattarella nella gestione della partita al Senato su Bonafede

            A prescindere da come finirà la partita aperta al Senato, mentre scrivo, contro il guardasigilli grillino Alfonso Bonafede – sottoposto alle mozioni di sfiducia “individuale” presentate dal centrodestra e dall’europeista e garantista Emma Bonino a 90 anni dalla nascita di Marco Pannella e a 32 dalla morte di Enzo Tortora- lasciatemi dire che logica politica e logica costituzionale dovrebbero coincidere in tempi normali. Che non sono evidentemente Geremicca su Bonafedequesti che viviamo, e non solo per colpa dell’epidemia virale, come ha sospettato invece Federico Geremicca sulla Stampa preannunciando il salvataggio di Bonafede appunto grazie al covid 19, e all’emergenza da esso provocata anche in sede politica e istituzionale. Da qui la fine positiva, non so se più auspicata o prevista, della “lunga” e insonne Titolo Sudnotte del guardasigilli, stando rispettivamente a un titolo del Quotidiano del Sud e alla vignetta di Emilio Giannelli sulla prima pagina del Corriere della Sera.

Logica politica e logica costituzionale sono entrate in conflitto nella partita di Bonafede precisamente quando i grillini ma, ancor più di costoro, il Pd hanno minacciato di crisi di governo Matteo Renzi, tentato nella maggioranza almeno dalla mozione della senatrice Bonino. Eppure in gioco era in quel momento Titolo del Fattola sfiducia appunto “individuale” al guardasigilli e non all’intera compagine ministeriale guidata da Giuseppe Conte. Al Fatto Quotidiano, sempre all’erta sotto le 5 Stelle, non è parso verso trasformare il monito del Pd, secondo partito della coalizione giallorossa, come una bandiera, o bandierina, in un titolo di prima pagina.

            Pur non contemplata dalla Costituzione repubblicana in vigore dal 1948, che parla solo di fiducia e sfiducia al governo nella sua interezza, la sfiducia “individuale” vi è stata introdotta come una supposta dalla Corte Costituzionale con una sentenza nel 1996 respingendo il ricorso presentato dall’ormai ex guardasigilli, pure lui, Filippo Mancuso. Che ne aveva fatto le spese l’anno prima per avere osato mandare un’ispezione ministeriale nella inespugnabile fortezza, diciamo così, del tribunale di Milano e della relativa Procura. Dove si era consumata la cosiddetta prima Repubblica per i finanziamenti illegali della politica.

            I giudici del Palazzo della Consulta, dirimpettaio del Quirinale dove sedeva il capo dello Stato Oscar Luigi Scalfaro, voglioso di scaricare il ministro della Giustizia da lui stesso voluto nella formazione del governo di Lamberto Dini, decisero allora che un ministro, non potendo essere rimosso costituzionalmente né dal presidente della Repubblica che lo aveva nominato né dal presidente del Consiglio che formalmente gli era stato proposto, poteva ben essere licenziato dal Parlamento senza provocare una crisi di governo. Che è l’esatto opposto di quel che hanno sostenuto grillini e Pd facendo quadrato in questi giorni attorno a Bonafede, peraltro anche capo della delegazione del suo movimento nel secondo esecutivo di Conte.

            A nessuno -tutti presi dai riflettori puntati sulla vera o presunta “spada” non delle opposizioni ma Titolo Gazzettadi Renzi sulla testa di Bonafede, come ha titolato La Gazzetta del Mezzogiorno- è venuto in testa un po’ di riguardo per il presidente della MattarellaRepubblica e per le sue competenze in caso di crisi. E’ a lui infatti che spetta di decidere quando un governo si dimette se accettare o no l’apertura della crisi, avviando o proseguendo le consultazioni per cercare di risolverla o rimandando il governo alle Camere per verificare che davvero gli manchi la fiducia formalmente non ritiratagli. Non bisogna essere cattedratici di diritto costituzionale per sapere e capire una cosa del genere.

 

 

 

 

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I grillini contestano i 500 miliardi per la ripresa proposti da Parigi e Berlino

             I nodi in politica sono come le ciliegie: una tira l’altra, dice un vecchio proverbio. Non si è ancora sciolto nella maggioranza giallorossa di governo il nodo, appunto, del guardasigilli grillino Alfonso Bonafede, su cui il Senato voterà domani la sfiducia proposta dalle opposizioni di centrodestra e da un’ Emma Bonino avvolta nella significativa memoria di Enzo Tortora, sinonimo del garantismo in Italia per la sua drammatica vicenda umana e giudiziaria, e un altro non meno insidioso sopraggiunge o si aggroviglia ulteriormente sul versante europeo.

            L’annuncio dell’accordo franco-tedesco su un fondo comunitario di 500 miliardi di euro per la ripresa in tempi di coronavirus, da cui l’Italia potrebbe attingerne 100, è stato salutato a Roma come “un buon punto di partenza” dal presidente del Consiglio Giuseppe Conte in persona, senza consultare evidentemente la componente grillina numericamente e politicamente ancora decisiva della maggioranza. Di cui invece si è fatto prontamente portavoce, o Fatto 1 su fondoispiratore, come si preferisce, il solito Fatto Quotidiano, il più vicino di tutti alle 5 Stelle. Che ha lamentato o denunciato, sempre come Fatto 2 su fondosi preferisce, il “dimezzamento” del fondo rispetto alle previsioni o ai desideri avvertendo che “all’Italia (e all’Europa) serve ben altro, e Repubblica su fondodi più”. Altro, quindi, che l’”aiuto per l’Italia” sventolato in prima pagina da Repubblica, o la “scommessa” La Stampa su fondosalutata dalla Stampa, entrambe adesso di proprietà di John Elkann, o lo Gazzetta su fondo“scongelamento” della Merkel “per Conte” in persona visto a Bari dalla Gazzetta del Mezzogiorno.

            Neppure a fondo perduto, come sono stati messi sul tappeto delle trattative, i 500 miliardi proposti dalla Francia e dalla Germania, che hanno così ritrovato il vecchio asse trainante dell’Unione Europea, hanno ammorbidito sospetti, pregiudizi e quant’altro che ancora accomunano, anche dopo la rottura dell’alleanza gialloverde stretta dopo le elezioni del 2018, buona parte dei grillini ai leghisti di Matteo Salvini, e ai fratelli d’Italia di Giorgia Meloni.

            Vi chiederete a questo punto se la riduzione della torta del fondo europeo per la ripresa o ricostruzione, salvo aumenti successivi, non avrà indotto o indurrà i grillini nella maggioranza ad aprirsi ai 36 miliardi di prestito a tasso vicino allo 0 destinati al sistema sanitario italiano e  disponibili col famoso Mes, acronimo del meccanismo europeo di stabilità. Manco per sogno. Rimane il no già annunciato dal reggente del movimento grillino, Vito Crimi, dopo il recente e ribadito affidamento del pur titubante Conte alle decisioni che prenderà il Parlamento quando sarà investito della questione.  Il problema -ha avvertito Crimi- è estraneo  al “patto di maggioranza”, per quanto il Pd di Nicola Zingaretti e il partitino di Matteo Renzi muoiano dalla voglia di attingere a quei soldi condizionati solo alla loro destinazione, diversamente da tutti gli altri interventi effettuati sotto quell’egida in passato.

            A smuovere o far tirare un sospiro di sollievo ai grillini non è riuscita neppure la presidente francese della Banca Centrale Europea, Christine LagardeLagarde, proponendo una riforma di quello scorsoio e persino “stupido” patto di stabilità, come lo definì Romano Prodi, prima che torni in vigore dopo la sospensione decisa dalla Commissione di Bruxelles al sopraggiungere della crisi da emergenza virale.

 

 

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Anche il fantasma di Enzo Tortora irrompe sulla scena di Bonafede al Senato

Complice addirittura la buonanima di Enzo Tortora, nel 32.mo anniversario della morte, si è terribilmente complicato il pasticciaccio di via Arenula. Di cui il guardasigilli grillino Alfonso Bonafede può essere visto, secondo i gusti o le opinioni, come vittima o colpevole e quindi, rispettivamente, da assolvere o da sfiduciare mercoledì prossimo nell’aula del Senato. Dove all’originaria mozione del centrodestra -una volta tanto, e a sorpresa, ricompattatosi ai vertici per la deroga decisa, sembra personalmente da Silvio Berlusconi in Provenza, alla contrarietà Boninoper principio alla sfiducia individuale- se n’è aggiunta una della radicale ed ultraeuropeista Emma Bonino. Che, firmata anche da alcuni forzisti evidentemente dissidenti rispetto all’adesione a quella dei leghisti e dei fratelli d’Italia, è stata intestata dalla stessa Bonino alla memoria appunto di Tortora, protagonista della vicenda più emblematica di una cattiva amministrazione della giustizia in Italia.

Il popolare conduttore televisivo, accusato di camorra, riuscì ad essere alla fine assolto ma rimettendociTortora col pappagallo la salute, e la vita stessa. Sotto la spinta del suo dramma si svolse  nel 1987 un referendum, stravinto dai promotori ma poi contraddetto in gran parte da un intervento legislativo, contro le norme protettive dei magistrati in ordine alla responsabilità civile per i loro errori.

La mozione della Bonino è stata studiata apposta -lamentano e temono in modo speciale nel Pd- per tentare nella Bonafede e renzimaggioranza i renziani, da sempre in polemica con Bonafede per non aver voluto condizionare ad una riforma concreta e operante del processo penale quella della prescrizione, che dal 1° gennaio scorso cessa con la sentenza di primo grado.

Oltre o più ancora della mozione della senatrice Bonino e di quella del centrodestra, ad agitare le acque, volente o nolente, è stata tuttavia una intervista a Repubblica della presidente del Senato CasellatiMaria Elisabetta Alberti Casellati. Che ha lamentata la “opacità” dell’ inedito scontro consumatos, sia pure a distanza, tra un ministro della Giustizia e un consigliere superiore della magistratura. Quest’ultimo è il notissimo magistrato d’accusa del processo sulla presunta trattativa fra lo Stato e la mafia della stagione stragista Nino Di Matteo.

Il consigliere nel pieno delle polemiche sulle scarcerazioni di centinaia di detenuti di mafia e simili disposte durante l’emergenza virale dai magistrati competenti per ragioni di salute e rischio di contagio, che avevano investito -secondo me- a torto il guardasigilli,  difesosi poi -sempre secondo me- a torto, pure lui, con un decreto legge dichiaratamente finalizzato a far recedere i magistrati dalle loro prime deliberazioni, ha contestato a Bonafede una vicenda di due anni fa.

Risale infatti a giugno del 2018 un’offerta fatta dal guardasigilli ancora fresco di nomina a Nino Di Matteo, ancora in servizio come magistrato e molto popolare fra i grillini, la guida del dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, salvo ripensarci dopo una notte a favore di un altro magistrato. Che è stato dimesso di recente proprio per le polemiche sulle scarcerazioni.

Disgraziatamente per Bonafede, che si è sentito offeso dalle insinuazioni alle quali si è quanto meno prestata la sortita di Di Matteo nella lettura fattane dagli avversari politici o critici del guardasigilli, quel ripensamento di due anni fa coincise con le proteste levatesi nelle carceri fra i detenuti di mafia al solo arrivo delle voci che davano incombente lo stesso Di Maio, ben prima quindi che egli ricevesse l’offerta dal ministro.

Probabilmente nell’avvertire la “opacità”, ripeto, di tutta la vicenda e nel sollecitare un pronunciamento del Consiglio Superiore della Magistratura in veste anche di ex esponente di quel Di Matteoconsesso, la presidente del Senato ha voluto riferirsi alla posizione di Di Matteo. Che è stato del resto pubblicamente criticato per il suo scontro col ministro da autorevoli magistrati, fra i quali l’ex capo della Procura della Repubblica di Torino Armando Spataro, non certamente sospettabile di lassismo giudiziario o di indulgenza verso il governo di turno nell’espletamento delle proprie funzioni, quando e dove le svolgeva.

Tuttavia, pur interpretabile in questo modo, cioè più a favore che contro il ministro della Giustizia, l’intervento della presidente del Senato ha obiettivamente contribuito ad aumentare l’esposizione politica del passaggio parlamentare che attende il guardasigilli. Il cui ruolo anche di capo della delegazione grillina al governo, dopo la sostanziale rimozione di Luigi Di Maio successiva alle sue dimissioni da capo politico del movimento, espone la maggioranza ad un supplemento di rischi se essa non dovesse reggere allo scontro con le opposizioni. O, se preferite, se i renziani dovessero davvero farsi tentare dalla mozione della senatrice Bonino, che creerebbe loro minori problemi, o imbarazzi, della mozione del centrodestra.

 

 

 

Pubblicato sul Dubbio

Si complica al Senato la partita della sfiducia al guardasigilli Bonafede

            Questi sono giorni col fiato sospeso un po’ per tutti, partecipi di una “ripartenza” dall’esito per niente scontato in tempi pericolosi di coronavirus. Ma sul piano politico c’è qualcuno per il quale il fiato è forse più sospeso che per altri. E questi, una volta tanto, non è il presidente Mieli su Contedel Consiglio Giuseppe Conte, per quanto Paolo Mieli sul Corriere della Sera gli abbia appena dato solo una “sufficienza” sofferta. Ora, a parte le vignette Pillinini su Contescaramantiche che si procura, egli ha prudentemente dismesso, o quasi, i pieni poteri assunti proclamando lo stato di emergenza e si è un po’ rimesso ai governatori regionali, pur non riuscendo ad accontentarli tutti. Essi ne risponderanno all’elettorato se le cose andranno male, ha praticamente avvertito Conte. Che d’altronde, diversamente da loro, non è stato eletto neppure deputato o senatore. Egli è’ stato designato a Palazzo Chigi dai grillini, ai quali neppure risponde più del tutto, essendosi ritagliato nel frattempo uno spazio tutto suo, in cui c’è chi sotto le 5 stelle lo considera ormai più vicino al Pd.

            Più di Conte, secondo me, ancora in grado di riferire alle Camere sull’evoluzione dell’epidemia senza il passaggio finale di un voto, e il rischio conseguente che il renziano di turno abbia qualcosa da eccepire nella maggioranza sulla risoluzione conclusiva, ad essere col fiato sospeso è il guardasigilli alfonso bonafedegrillino Alfonso Bonafede, da qualche mese anche capo della delegazione pentastellata al governo. Contro di lui le opposizioni -non più solo quelle di centrodestra ma ora anche quella radical-europea di Emma Bonino, sostenuta da alcuni forzisti decisi a non confondersi con leghisti e fratelli d’Italia, hanno chiesto una sfiducia “individuale” su cui si voterà al Senato mercoledì. E una data che lo stesso Bonafede, appena privatosi del capo di gabinetto per l’affare Palamara,  ha un pò spavaldamente preferito ad una meno ravvicinata consigliata prudentemente da esponenti non di secondo piano del Pd, sospettosi delle intenzioni dei renziani, ora più tentati dalla mozione di Bonino.

            Le cose che si contestano a Bonafede sono notoriamente la gestione -va detto, non dipendente  da lui- delle scarcerazioni per timore di contagio disposte dai magistrati di competenza, costretti adesso da un decreto legge a rioccuparsi a breve di tutte le pratiche passate per le loro mani, e dello scontro a distanza avuto col consigliere superiore della magistratura Nino Di Matteo. Che con una curiosa coincidenza proprio con le scarcerazioni di cui si è detto, e cogliendo l’occasione offertagli da una trasmissione televisiva, ha tenuto a confermare personalmente e a rilanciare le voci diffusesi già due anni fa sull’’offerta del remuneratissimo incarico di capo del dipartimento dell’amministrazione penitenziaria fattagli dal guardasigilli appena fresco di nomina ma durata lo spazio di una notte, mentre i detenuti di mafia erano, a dir poco, agitati.

            Sicuro del fatto suo, nonostante la popolarità di Di Matteo fra i grillini, che lo avrebbero voluto a suo tempo ministro dell’Interno per la sua forte esposizione giudiziaria d’accusa sul fronte della presunta trattativa fra lo Stato e la mafia stragista dei primi anni Novanta, Bonafede Casellati su Bonafedesi è trovato improvvisamente spiazzato addirittura dalla presidente del Senato Maria Elisabetta Alberti Casellati. Che in una intervista a Repubblica, forte anche della sua passata esperienza di consigliere superiore al Palazzo dei Marescialli, ha sottolineato il carattere inedito dello scontro avvenuto fra Di Matteo e Bonafede, ha avvertito una certa “opacità” nella vicenda ed ha sollecitato un pronunciamento dell’organo di autogoverno della magistratura. Se non sospeso, il fiato di Bonafede deve essersi accorciato.

 

 

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Zingaretti ha già dovuto scusarsi con i grillini ricevendone una sfida

            Per quanto sorpreso una volta al Senato in sonno vero, non massonico, il reggente del movimento pentastellato Vito Crimi è stato lesto nella protesta Zingaretticontro il segretario del Pd Nicola Zingaretti. Che da alleato di governo, in una intempestiva “ripartenza”, quasi sulla carrozzella assegnata all’Italia dal vignettista Stefano RolliRollli sul Secolo XIX, si era vantato di avere praticamente strappato “l’agenda” dalle mani dei grillini dopo il passaggio dalla maggioranza gialloverde a quella giallorossa. E di avere anche accorciato le distanze elettorali e sondaggistiche fra il suo Pd e il principale partito di opposizione, che è la Lega di Matteo Salvini.

            Al Fatto Quotidiano di Marco Travaglio – e a chi sennò?- Crimi si è affrettato a raccontare la sua sorpresa e amarezza per la spavalderia, chiamiamola così, di Zingaretti attribuendola al bisogno di “distogliere l’attenzione dalle Crimi al Fatto su Zingarettidifficoltà del Pd, con tutte le sue anime diverse”. Che credo tuttavia inferiori a quelle del movimento grillino, specie dopo che Matteo Renzi ha sfoltito la boscaglia piddina uscendone.

            “Ci siamo sentiti e chiariti”, ha assicurato Crimi parlando di Zingaretti a proposito della sua orgogliosa intervista, col cuore in mano, al direttore della Stampa. Ma chiariti in che senso? Con l’impegno del segretario del Pd -ha raccontato Crimi- di “rendere ancora più solido il rapporto con noi, per il Paese”. Si sarebbe quindi scusato.

            Peccato, tuttavia, che a un impegno del genere non ne corrisponda uno analogo dei grillini, visto che lo stesso Crimi nella medesima occasione dell’intervista al Fatto Quotidiano -che Titolo Fatto su Criminon a caso, e giustamente una volta tanto, vi ha ricavato il titolo- ha praticamenteCrimi al Fatto su Mes sfidato il Pd sul terreno scivolosissimo del Mes, acronimo di quel meccanismo europeo di stabilità da cui il partito di Zingaretti è deciso ad attingere un credito a buon mercato di 36 miliardi di euro da investire nella sanità. Che è l’unica condizione prevista e concordata ormai in sede comunitaria per accedervi. Ma di cui i pentastellati continuano a non fidarsi temendo trappole spaventose.

            Poiché il presidente del Consiglio ha più volte annunciato che su questo punto, non certamente secondario perché coinvolge il tema più generale dei rapporti con l’Unione Europea, lascerà l’ultima parola al Parlamento, Crimi gli ha annunciato papale papale attraverso il giornale di Travaglio che su questa materia “non può esserci un vincolo di maggioranza”. E’ ciò che i grillini, d’altronde, dissero e fecero l’anno scorso anche sulla questione della Tav, cioè della linea ad alta velocità per il trasporto ferroviario delle merci tra la Francia e l’Italia, su cui il Senato diede via libera -contro il parere del movimento delle 5 Stelle- al primo governo Conte. Che non a caso cadde dopo pochi giorni, sia pure per formalità e motivazioni diverse azionate dai leghisti. Non è un precedente rasserenante, diciamo così, per il governo ancora in carica, per quanto l’emergenza virale potrà contenere i danni Scalfari su Contedell’incidente, ma anche moltiplicarli, forse. Si vedrà. Intanto Conte può consolarsi con la promozione concessagli da Eugenio Scalfari, che sulla Repubblica lo ha fatto passare oggi, fra una domenica e l’altra, da una posizione “incerta” a una “decisiva”.

            In previsione del passaggio  parlamentare a dir poco di Morando a Contefuoco, o da cardiopalma,  sul Mes dall’’interno del Pd si è levato già il 12 maggio un consiglio a Conte firmato dall’ex vice ministro dell’Economia Enrico Morando. Che in un articolo sul Riformista gli ha suggerito, in particolare, di aggirare, se non sfidare, i grillini con una mozione per impegnare il governo a elaborare con le regioni un piano di utilissima “ristrutturazione del sistema sanitario italiano” da finanziare appunto col Mes.

 

 

 

 

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Quella sincerità disarmante, e poco da leader, di Nicola Zingaretti

            Nicola Zingaretti, forse noto prima che diventasse segretario del Pd più come fratello di Luca, il commissario Montalbano della fortunata serie televisiva, che come presidente della regione Lazio, e prima ancora presidente della provincia di Roma, è un uomo sicuramente sincero, anche a costo di perdere con questa caratteristica umanamente apprezzabile altre, di astuzia e simili, necessarie ad un leader politico. Lo ha dimostrato in una lunga intervista di ieri alla Stampa, stimolata e raccolta personalmente dal nuovo direttore Massimo Giannini, in cui gli è scappato da fedele di definire “un vero miracolo” il decreto, anzi il decretone varato dal governo con l’intenzione di rilanciare, addirittura, il Paese piegato sotto vari aspetti dalla epidemia virale.

            Della natura di questo “miracolo”, come di un’apparizione della Madonna a Medugorje senza bisogno di andarvi in pellegrinaggio, Zingaretti si sarà reso conto maggiormente Medugorjeleggendo, sullo stesso numero del giornale in cui è stata pubblicata la sua intervista, l’editoriale dall’economista Carlo Cottarelli. Che ha impietosamente contato le 110 mila parole impiegate dagli estensori del decreto, al netto di quelle esplicative della relazione, e le 600 misure adottate, contrapposte peraltro -con la competenza e forse anche la passione Cottarelliper le cose americane- alle 61 mila parole e 100 misure bastate negli Stati Uniti per tutti i provvedimenti -e non per uno solo- emessi in analoghe circostanze. E si tratta -ha ancora più impietosamente avvertito Cottarelli- di un decretone, quello appena varato- ripeto- dal governo italiano, insufficiente o incompleto, come gli altri usciti da Palazzo Chigi dalla proclamazione dell’emergenza. Gli mancherebbe alla fine l’avvertenza del “continua”, come l’editorialista ha ironicamente fatto chiudendo il suo commento.

            Un’altra sincerità umanamente simpatica ma politicamente rischiosa per un leader, che mostra al tempo stesso di tenere alla durata del governo perché convinto della mancanza di una seria alternativa diversa dalle elezioni in mascherina, come ha del resto avvertito lo stesso presidente della Repubblica, è quella mostrata da Zingaretti sui rapporti non proprio idilliaci col  partito maggiore della combinazione ministeriale.

           “Loro pensavano di dettare l’agenda e di svuotare il Pd in pochi mesi”, ha detto Zingaretti parlando dei grillini e confermando implicitamente la paura che ne aveva nella scorsa estate, quando lui, resistendo alla linea e alle pressioni di Dario Franceschini, continuava a preferire il ricorso anticipato alle urne, finchè non fu scavalcato a sorpresa nel Pd da Matteo Renzi e non decise di inseguirlo sulla strada dell’accordo. “Ora -si è vantato Zingaretti lasciandovi immaginare le reazioni dei vari Di Maio, Crimi e amici, emerse e sommerse- sta succedendo l’esatto contrario. Il Movimento si sta dividendo, senza afflato unitario, né slanci di condivisione, e sta perdendo consensi. Noi, che invece temiamo una posizione seria e coesa, stiamo risalendo la china e ormai siamo a un passo dalla Lega”. Che ai suoi tempi di governo con i grillini si guardò bene dal vantarsi di averli doppiati nelle elezioni europee di fine maggio 2019.

             Ricordo ancora il giorno in cui, un mese dopo il barbaro assassinio del suo carissimo amico Aldo Moro, l’allora Morlino e Moroministro democristiano del Bilancio Tommaso Morlino mi commentò riservatamente le perdite subite dai comunisti, partecipi della maggioranza di cosiddetta solidarietà nazionale, in un turno di elezioni amministrative e i guadagni dello scudocrociato: “Peccato -mi disse- che non possiamo vantarcene. Aldo non lo avrebbe fatto e non ce l’avrebbe permesso”.

 

 

 

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La scelta che Conte rinvia sempre alla prossima volta: Cinque Stelle o Pd ?

Se l’anziano zio frate cappuccino è anche il suo confessore, Giuseppe Conte può ben attendersi una familiare e benevola assoluzione per lo strappo all’evidenza -non dico bugia, per carità- compiuto quando ha detto di non aver impiegato “un minuto più del necessario”, o del dovuto, nel varare tra pause e rinvii il decreto legge dedicato al Rilancio, con la maiuscola, in questi tempi di coronavirus. E’ stato, anzi è un provvedimento eccezionale almeno per le sue dimensioni, coi suoi 256 articoli stesi in quasi 500 pagine. Più che un testo legislativo, è un volume come quelli di programmazione economica che sfornavano i primi governi di centro-sinistra, col trattino. E che Amintore Fanfani, non certo ostile alla formula dell’alleanza della Dc con i socialisti, liquidava come “libri dei sogni”.

Pensate un po’ di che razza di superemendamento, di quante migliaia forse di commi, il decreto avrà bisogno in Parlamento se per convertirlo in legge, superando la boscaglia delle proposte di modifica dei gruppi della maggioranza e delle opposizioni, il governo sarà costretto a ricorrere alla ormai solita questione di fiducia, nonostante le promesse in senso contrario attribuite al ministro Gualtieri dai capigruppo del Pd.  Penso che non vogliano pensarci neppure i presidenti delle Camere, già alle prese con le difficoltà logistiche delle assemblee in cui fare rispettare le distanze fisiche o addirittura “sociali” da emergenza virale.

Di riserve su questo provvedimento a pioggia alluvionale di aiuti e soccorsi mi permetto di coltivarne nella stessa misura del giornale oggi più governativo sulla piazza, che è Il Fatto Quotidiano diretto da Marco Travaglio. Il quale deve averci messo personalmente le mani su quel titolo di prima pagina in cui si è letto che “ce n’è per tutti” e ora bisogna aspettare prudentemente, ma un po’ anche ansiosamente, “la prova dei fatti”, al plurale.

Con o al di là dei tempi e dei rinvii davvero necessari, e non concessi invece con troppa pazienza o disinvoltura, ho l’impressione che il presidente del Consiglio abbia compiuto non so se l’ultimo, ma sicuramente un altro passo decisivo verso l’appuntamento previsto, o messo nel conto, non da un modestissimo osservatore come l’anziano giornalista che scrive, e non lo ha mai incontrato, ma dal suo Maestro di dottrina e di professione forense. Che è Guido alpanaturalmente  Guido Alpa, lasciatosi andare qualche mese fa con lo sguardo un po’ distaccato ma esperto di un vecchio e credo nostalgico socialista, nei ricordi almeno anche del mio amico Ugo Intini, alla profezia o previsione del momento, o giorno, in cui il suo allievo salito così imprevedibilmente alla politica dovrà “scegliere” fra il partito che l’ha designato a Palazzo Chigi e quello che porta il fardello politicamente più pesante della maggioranza. Parlo, rispettivamente, del Movimento 5 Stelle, comunemente chiamato anche dei grillini, pur se il suo comico fondatore, “garante”, “elevato” e quant’altro è diventato avaro di pubbliche esternazioni o anatemi, e il Pd guidato al Nazareno da Nicola Zingaretti. Che nella compagine governativa ha affidato il ruolo di capo-delegazione al ministro dei beni culturali e del turismo Dario Franceschini, non al superministro dell’Economia Roberto Gualtieri, come forse qualcuno si aspettava per la mole e il peso delle sue competenze di merito.

Più passa il tempo e più si capisce, come si è visto davanti e dietro le quinte nella difficilissima gestazione del decreto legge finalizzato al rilancio, lasciatemelo scrivere questa volta con la minuscola, che fra i due partiti le distanze politiche, culturali, a volte persino antropologiche, si allungano anziché accorciarsi. E si è anche capito come e perché il vecchio e saggio Alpa abbia pensato più ad una scelta del suo allievo e amico fra l’uno e l’altro partito che ad una decisione, del resto più volte esclusa dallo stesso interessato, di fondare un proprio movimento. Così volle Mario montifare invece con pochissima e non casuale fortuna alla vigilia delle elezioni del 2013 un altro arrivato a sorpresa a Palazzo Chigi e non proveniente dalla politica: il professore ed ex commissario europeo Mario Monti. Il quale dalla sua creatura, ad elezioni avvenute, fu il primo a prendere le distanze, pago solo di essere riuscito a fermare sulla soglia della vittoria, in un recupero che sembrò miracoloso, il suo ormai oppositore Silvio Berlusconi, sbarrandogli orgogliosamente -con tanto di dichiarazioni di compiacimento- le porte del Quirinale

Di partiti più o meno improvvisati a Palazzo Chigi ne ho visto uno solo resistere per un po’ anche dopo il passaggio elettorale che lo aveva motivato. Fu quello dell’ora quasi novantenne Lamberto Dini, nato lamberto dinicome una costola dal centrodestra dopo la rottura fra il primo Berlusconi e il primo Umberto Bossi. Il suo fu un governo “tecnico” protetto per un anno abbondante dal presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro fra l’insofferenza e le proteste anti-ribaltoniste del Cavaliere di Arcore. Che pure si era tenuto Dini nel suo primo governo come ministro del Tesoro, prelevandolo direttamente dalla Banca d’Italia.

Quello di Dini fu tuttavia un partito ad uso esclusivamente personale, non se l’abbia a male l’interessato. Il fondatore per tutta la legislatura successiva alle elezioni politiche anticipate del 1996, grazie al contributo dato alla vittoria della coalizione ulivista di centrosinistra, riuscì a rimanere ministro degli Esteri, mentre a Palazzo Chigi si avvicendarono Romano Prodi, Massimo D’Alema, addirittura per due volte, e Giuliano Amato: un’impresa forse irripetibile ai tempi d’oggi, con gli equilibri politici liquidi o gassosi cui ci hanno condannati le circostanze, virali e non.

 

 

 

Pubblicato sul Dubbio

“Anatomia”di un guardasigilli col cognome molto impegnativo, e garantista

            Non ho nulla di personale, credetemi, nei riguardi di Alfonso Bonafede, Fofò -mi dicono- per gli amici, anche se ho avuto con lui nella scorsa legislatura, quando non era ministro, e tanto meno capo della delegazione di governo del suo movimento, allora decisamente all’opposizione, uno scambio un pò teso di opinioni nel cosiddetto Transatlantico di Montecitorio. E Transatlanticodove, sennò, per uno che scrive di politica praticamente da una vita? Gli contestai, in particolare, di avere inserito il giorno prima in un salotto televisivo i giornalisti accreditati in Parlamento fra i “lobbisti” in servizio permanente ed effettivo: impegnati cioè non tanto a raccontare ciò che accade fra aule e  commissioni della Camera e del Senato quanto a raccomandare, perorare e quant’altro ai legislatori di turno modifiche a questo o a quel provvedimento favorevoli a interessi non sempre commendevoli.

             Il nostro scontro si concluse con l’impegno dell’allora deputato semplice pentastellato di ripetere alla prima occasione utile, in televisione o altrove, ciò che aveva detto e mi aveva sorpreso e irritato, giusto per farmi capire di che pasta irriducibile lui fosse.

              Ora forse potrete capire meglio il sollievo che deve avere procurato a certi politici, nonostante le aperture promesse dal presidente della Camera Roberto Fico, anche lui grillino, la notizia della trasformazione del Transatlantico in un’appendice dell’aula. Dove i deputati potranno disporre di più di cento “postazioni”  per partecipare ai lavori parlamentari con le distanze imposte dall’epidemia virale e pretendere -giustamente, lo riconosco- di non trovarsi fra i piedi, almeno durante le sedute, i rompiscatole che riusciamo ad essere noi giornalisti. Che saremo pure lobbisti, ma della nostra professione, a rischio peraltro di querele e denunce più o meno onorevoli, e sempre costose, spesso per le nostre tasche personali, data la solvibilità incerta di certe testate.

               Non sto qui a discutere, neppure per scherzo, come è accaduto ad un suo estimatore come Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano, sulla qualità buona o cattiva, anagrafica e non, del guardasigilli con quel cognome che porta. Voglio solo rilevare, a semplice titolo di cronaca, che Bonafede- già messo in oggettivo imbarazzo da un magistrato pur amatissimo e stimatissimo sotto le 5 stelle, Nino Di Matteo, oggi consigliere superiore al Palazzo celledei Marescialli, per la vicenda di una mancata  nomina a capo del dipartimento dell’amministrazione penitenziaria due anni fa, fra il sollievo del tutto casuale, per carità, dei detenuti di mafia che si erano allertati contro quell’evenienza- ha condiviso pienamente come capo della delegazione grillina al governo, insieme col “reggente” del movimento Vito Crimi, la tormentatissima gestazione del decreto legge di 256 articoli e quasi 500 pagine chiamato “Rilancio”.

              A proposito di quest’ultimo condivido non la pur divertente vignetta di Nico Pillinini sulla PillininiGazzetta del Mezzogiorno, in cui il presidente del Consiglio viene immaginato a un tavolo da gioco con tutti i “suoi” 55 miliardi, ma il più sobrio e forse pertinente Cottarelligiudizio dell’economista Carlo Cottarelli. Che è tanto stimato al Quirinale da avere ricevuto una volta da Sergio Mattarella l’incarico di presidente del Consiglio. Egli ha appena scritto per La Stampa un editoriale titolato: “Tanta spesa ma pochi investimenti”. Investimenti, temo, anche nel buon senso, come “i fatti” temuti persino dal Fatto, al singolare, di Travaglio potrebbero dimostrare.

 

 

 

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