“Anatomia”di un guardasigilli col cognome molto impegnativo, e garantista

            Non ho nulla di personale, credetemi, nei riguardi di Alfonso Bonafede, Fofò -mi dicono- per gli amici, anche se ho avuto con lui nella scorsa legislatura, quando non era ministro, e tanto meno capo della delegazione di governo del suo movimento, allora decisamente all’opposizione, uno scambio un pò teso di opinioni nel cosiddetto Transatlantico di Montecitorio. E Transatlanticodove, sennò, per uno che scrive di politica praticamente da una vita? Gli contestai, in particolare, di avere inserito il giorno prima in un salotto televisivo i giornalisti accreditati in Parlamento fra i “lobbisti” in servizio permanente ed effettivo: impegnati cioè non tanto a raccontare ciò che accade fra aule e  commissioni della Camera e del Senato quanto a raccomandare, perorare e quant’altro ai legislatori di turno modifiche a questo o a quel provvedimento favorevoli a interessi non sempre commendevoli.

             Il nostro scontro si concluse con l’impegno dell’allora deputato semplice pentastellato di ripetere alla prima occasione utile, in televisione o altrove, ciò che aveva detto e mi aveva sorpreso e irritato, giusto per farmi capire di che pasta irriducibile lui fosse.

              Ora forse potrete capire meglio il sollievo che deve avere procurato a certi politici, nonostante le aperture promesse dal presidente della Camera Roberto Fico, anche lui grillino, la notizia della trasformazione del Transatlantico in un’appendice dell’aula. Dove i deputati potranno disporre di più di cento “postazioni”  per partecipare ai lavori parlamentari con le distanze imposte dall’epidemia virale e pretendere -giustamente, lo riconosco- di non trovarsi fra i piedi, almeno durante le sedute, i rompiscatole che riusciamo ad essere noi giornalisti. Che saremo pure lobbisti, ma della nostra professione, a rischio peraltro di querele e denunce più o meno onorevoli, e sempre costose, spesso per le nostre tasche personali, data la solvibilità incerta di certe testate.

               Non sto qui a discutere, neppure per scherzo, come è accaduto ad un suo estimatore come Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano, sulla qualità buona o cattiva, anagrafica e non, del guardasigilli con quel cognome che porta. Voglio solo rilevare, a semplice titolo di cronaca, che Bonafede- già messo in oggettivo imbarazzo da un magistrato pur amatissimo e stimatissimo sotto le 5 stelle, Nino Di Matteo, oggi consigliere superiore al Palazzo celledei Marescialli, per la vicenda di una mancata  nomina a capo del dipartimento dell’amministrazione penitenziaria due anni fa, fra il sollievo del tutto casuale, per carità, dei detenuti di mafia che si erano allertati contro quell’evenienza- ha condiviso pienamente come capo della delegazione grillina al governo, insieme col “reggente” del movimento Vito Crimi, la tormentatissima gestazione del decreto legge di 256 articoli e quasi 500 pagine chiamato “Rilancio”.

              A proposito di quest’ultimo condivido non la pur divertente vignetta di Nico Pillinini sulla PillininiGazzetta del Mezzogiorno, in cui il presidente del Consiglio viene immaginato a un tavolo da gioco con tutti i “suoi” 55 miliardi, ma il più sobrio e forse pertinente Cottarelligiudizio dell’economista Carlo Cottarelli. Che è tanto stimato al Quirinale da avere ricevuto una volta da Sergio Mattarella l’incarico di presidente del Consiglio. Egli ha appena scritto per La Stampa un editoriale titolato: “Tanta spesa ma pochi investimenti”. Investimenti, temo, anche nel buon senso, come “i fatti” temuti persino dal Fatto, al singolare, di Travaglio potrebbero dimostrare.

 

 

 

Ripreso da http://www.policymakermag.it

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