Anche il fantasma di Enzo Tortora irrompe sulla scena di Bonafede al Senato

Complice addirittura la buonanima di Enzo Tortora, nel 32.mo anniversario della morte, si è terribilmente complicato il pasticciaccio di via Arenula. Di cui il guardasigilli grillino Alfonso Bonafede può essere visto, secondo i gusti o le opinioni, come vittima o colpevole e quindi, rispettivamente, da assolvere o da sfiduciare mercoledì prossimo nell’aula del Senato. Dove all’originaria mozione del centrodestra -una volta tanto, e a sorpresa, ricompattatosi ai vertici per la deroga decisa, sembra personalmente da Silvio Berlusconi in Provenza, alla contrarietà Boninoper principio alla sfiducia individuale- se n’è aggiunta una della radicale ed ultraeuropeista Emma Bonino. Che, firmata anche da alcuni forzisti evidentemente dissidenti rispetto all’adesione a quella dei leghisti e dei fratelli d’Italia, è stata intestata dalla stessa Bonino alla memoria appunto di Tortora, protagonista della vicenda più emblematica di una cattiva amministrazione della giustizia in Italia.

Il popolare conduttore televisivo, accusato di camorra, riuscì ad essere alla fine assolto ma rimettendociTortora col pappagallo la salute, e la vita stessa. Sotto la spinta del suo dramma si svolse  nel 1987 un referendum, stravinto dai promotori ma poi contraddetto in gran parte da un intervento legislativo, contro le norme protettive dei magistrati in ordine alla responsabilità civile per i loro errori.

La mozione della Bonino è stata studiata apposta -lamentano e temono in modo speciale nel Pd- per tentare nella Bonafede e renzimaggioranza i renziani, da sempre in polemica con Bonafede per non aver voluto condizionare ad una riforma concreta e operante del processo penale quella della prescrizione, che dal 1° gennaio scorso cessa con la sentenza di primo grado.

Oltre o più ancora della mozione della senatrice Bonino e di quella del centrodestra, ad agitare le acque, volente o nolente, è stata tuttavia una intervista a Repubblica della presidente del Senato CasellatiMaria Elisabetta Alberti Casellati. Che ha lamentata la “opacità” dell’ inedito scontro consumatos, sia pure a distanza, tra un ministro della Giustizia e un consigliere superiore della magistratura. Quest’ultimo è il notissimo magistrato d’accusa del processo sulla presunta trattativa fra lo Stato e la mafia della stagione stragista Nino Di Matteo.

Il consigliere nel pieno delle polemiche sulle scarcerazioni di centinaia di detenuti di mafia e simili disposte durante l’emergenza virale dai magistrati competenti per ragioni di salute e rischio di contagio, che avevano investito -secondo me- a torto il guardasigilli,  difesosi poi -sempre secondo me- a torto, pure lui, con un decreto legge dichiaratamente finalizzato a far recedere i magistrati dalle loro prime deliberazioni, ha contestato a Bonafede una vicenda di due anni fa.

Risale infatti a giugno del 2018 un’offerta fatta dal guardasigilli ancora fresco di nomina a Nino Di Matteo, ancora in servizio come magistrato e molto popolare fra i grillini, la guida del dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, salvo ripensarci dopo una notte a favore di un altro magistrato. Che è stato dimesso di recente proprio per le polemiche sulle scarcerazioni.

Disgraziatamente per Bonafede, che si è sentito offeso dalle insinuazioni alle quali si è quanto meno prestata la sortita di Di Matteo nella lettura fattane dagli avversari politici o critici del guardasigilli, quel ripensamento di due anni fa coincise con le proteste levatesi nelle carceri fra i detenuti di mafia al solo arrivo delle voci che davano incombente lo stesso Di Maio, ben prima quindi che egli ricevesse l’offerta dal ministro.

Probabilmente nell’avvertire la “opacità”, ripeto, di tutta la vicenda e nel sollecitare un pronunciamento del Consiglio Superiore della Magistratura in veste anche di ex esponente di quel Di Matteoconsesso, la presidente del Senato ha voluto riferirsi alla posizione di Di Matteo. Che è stato del resto pubblicamente criticato per il suo scontro col ministro da autorevoli magistrati, fra i quali l’ex capo della Procura della Repubblica di Torino Armando Spataro, non certamente sospettabile di lassismo giudiziario o di indulgenza verso il governo di turno nell’espletamento delle proprie funzioni, quando e dove le svolgeva.

Tuttavia, pur interpretabile in questo modo, cioè più a favore che contro il ministro della Giustizia, l’intervento della presidente del Senato ha obiettivamente contribuito ad aumentare l’esposizione politica del passaggio parlamentare che attende il guardasigilli. Il cui ruolo anche di capo della delegazione grillina al governo, dopo la sostanziale rimozione di Luigi Di Maio successiva alle sue dimissioni da capo politico del movimento, espone la maggioranza ad un supplemento di rischi se essa non dovesse reggere allo scontro con le opposizioni. O, se preferite, se i renziani dovessero davvero farsi tentare dalla mozione della senatrice Bonino, che creerebbe loro minori problemi, o imbarazzi, della mozione del centrodestra.

 

 

 

Pubblicato sul Dubbio

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