Le sfide di Giuseppe Conte a Vittorio Colao e persino alla superstizione

             Siamo ormai a una doppia sfida di Giuseppe Conte: una a Vittorio Colao, di cui – stando al titolo del manifesto e a molte altre cronache politiche- egli ha mandato “a picco” osservazioni e proposte per il rilancio o la rinascita dell’Italia, dopo avere tanto puntato sull’ex Il Fattoamministratore di Vodafone scomodandolo a Londra, e l’altra alla sorte fissando per venerdì l’apertura dei cosiddetti, e ormai controversi, Stati Generali dell’Economia. Che dureranno 10 giorni, ha libro Reedannunciato enfaticamente su tutta la prima pagina Il Fatto Quotidiano: dieci quanti furono quelli che “sconvolsero il mondo” nell’entusiastico racconto della rivoluzione sovietica fatto dal giornalista e testimome americano John Reed.

            Faccio fatica a immaginare Conte, il “progressista umanista” che si è scoperto passando dal suo primo al secondo governo cambiando alleati, come un nuovo Lenin:  ben al di là del “liberalsocialista” di cui scrive ogni volta che ne ha l’occasione il buon Eugenio Scalfari. Ma debbo riconoscergli almeno il pregio di fregarsene del vecchio proverbio che sconsiglia di sposarsi o di partire “di venere e di marte”. Il venerdì non gli fa evidentemente paura. Non è insomma superstizioso, pur essendo devotissimo dell’ormai Santo Padre Pio. Che un po’ superstizioso lo era, come confidava ai fedeli che riceveva nel convento di San Giovanni Rotondo. Fra i quali mi capitò di trovarmi molto giovane.

             Del piano di Colao, che pure sino a qualche settimana fa sembrava che dovesse essere una specie di arma segreta del presidente del Consiglio per affrontare i marosi d’autunno, è ormai rimasto ben poco dopo la stroncatura del Fatto di Marco Travaglio come di un documento infarcito di “lobbismo”, con tutte quelle Mariana Mazzucatoidee di condoni, semplificazioni, conferme di concessioni autostradali e via inorridendo. Fra i giornali, solo Il Foglio Il Fogliodel fondatore Giuliano Ferrara e del direttore Claudio Gerasa continua a scriverne bene, come di un “nuovo fattore C”, spiegando che “lo scandalo” attribuitogli, specie dopo la mancata firma della consigliera di Conte Mariana Mazzucato, “non ha a che fare con i contenuti ma con un problema ben più importante: la capacità della Follipolitica di guardarsi allo specchio e sentirsi all’altezza di una rivoluzione di cui mai come oggi l’Italia avrebbe urgente bisogno”. “Il cortocircuito tecnici-politici”, ha un po’ e meno vistosamente parafrasato Stefano Folli su Repubblica. Sul piano politico, poi, il piano Colao è incorso nell’inconveniente, coi tempi che corrono, di riscuotere il plauso di Matteo Salvini.

              Che cosa resti o possa restare sul tappeto di questi Stati Generali dell’Economia così pomposamente e frettolosamente annunciati ma così cambiati e diluiti lungo la strada, soprattutto per i dubbi, i timori e quant’altro insorti nel Partito Democratico, è difficile dire. Certo, per La Stampail presidente del Consiglio appaiono poco incoraggianti sia “l’assedio” riproposto in un titolo dalla Stampa con la sensazione che “Tra Pd e 5 Stelle spira l’ipotesi di un Guerini premier” sia Giorgetti al Mattinoquel Giancarlo Giorgetti, vice di Salvini, che ha detto al Messaggero, al Mattino e al Gazzettino : “Se cade Conte non credo nelle elezioni”. Che è un po’ la variante dei “dieci minuti” recentemente previsti da Matteo Renzi per trovare un’altra maggioranza, in caso di crisi, allo scopo di evitare lo scioglimento anticipato delle Camere minacciato dal presidente della Repubblica.

 

 

 

 

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Dopo gli artigli di Marcucci le unghie di Zingaretti sul presidente del Consiglio

            Preceduto sul Corriere della Sera dal capogruppo al Senato Andrea Marcucci, con gli artigli di buon toscano, è giunto sulla scena anche il segretario del Pd Nicola Zingaretti, ma con le unghie appena sistemategli dalla manicure. Nella sua relazione alla direzione nazionale, letta nelle modalità imposte da questi tSchermata 2020-06-08 alle 07.15.26empi di coronavirus, ho trovato sì riferimenti polemici al presidente del Consiglio e al governo -per esempio sulla necessità di una “svolta”, o di Consigli Generali del’Economia che non siano una inutile a affrettata passerella, o sul rifiuto della solita “Italietta”, o contro le perduranti resistenze “ideologiche” dei grillini ai finanziamenti europei per il potenziamento del sistema sanitario dopo le prove dell’impatto con l’epidemia virale- ma tutto paludato nella fiducia confermata a Conte. E nel riconoscimento della insostituibilità di un governo, di cui pure lo stesso Zingaretti aveva chiesto già alla sua formazione elementi di “discontinuità”, a partire da chi lo guidava.

            Più sentivo il fratello del popolarissimo “commissario” Montalbano  e più mi ricordavo di una intervista di Carlo Rossella appena letta sulla Verità di Maurizio Belpietro, nello Belpietrosu Zingarettistesso numero in cui si dava  al segretario del Pd del “coniglio”. Per smuovere Conte -aveva detto Rossella, ancora orgoglioso del suo passato comunista bagnato nelle acque addirittura Carlo Rossella su Zingarettidell’amico Silvio Berlusconi- occorrerebbero uomini duri come Massimo D’Alema. Che, in effetti, fra il 1996 e il 1998, aveva dato dei “flaccidi imbroglioni” a Romano Prodi e al vice Walter Veltroni, spostandoli infine da Palazzo Chigi, rispettivamente, alla presidenza Orlando sul Fogliodella Commissione Europea, a Bruxelles, e alla segreteria del proprio partito. Eppure -ha appena avvertito il vice segretario del Pd Andrea Orlando al Foglio- Conte non è Prodi e non lo sarà”. E Giuliano Ferrara, dal canto suo suo, sempre sul Foglio, dopoFerrara su Cinte averlo difeso a suo modo il giorno prima dal “cazzeggio” di avversari e critici, ha invitato il presidente del Consiglio ad abbassare le proprie “ambizioni”.

            Tutto sommato, non meno ingeneroso con Conte è stato a sorpresa Il Fatto Quotidiano avvertendo e denunciando “troppo lobbisno” nel cosiddetto “piano Colao” che il presidente del Consiglio Fatto su colaosi è appena fatto mandare a Palazzo Chigi per impostarvi gli Stati Generali dell’Economia, finalizzati alla ripresa, modernizzazione e quant’altro dell’Italia piegata in questi mesi dal coronavirus, e per darsi compiti ben oltre questa estate e il prossimo autunno. Che sarà peraltro infarcito anche di scadenze elettorali amministrative e del referendum sulla riduzione del numero dei parlamentari.

            Si sono fatti prudenti con Conte anche al manifesto. Dove hanno ospitato recentemente appelli di intellettuali di sinistra per il presidente del Consiglio, a sostegno quindi insolito di un governo in carica per quel tipo manifesto su Contedi giornale, ma ora hanno registrato con una certa ansia nel titolo stesso di un editoriale l’arrivo della “prova delle verità” per l’avvocato del popolo ospite da due anni di Palazzo Chigi.  

 

 

 

 

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Altro che chiarita. La partita del Pd con Giuseppe Conte resta aperta

Un po’ se l’è cercata Giuseppe Conte con quel tentativo compiuto sul Corriere della Sera di minimizzare il contenzioso esploso col Pd e di darlo per superato, dicendosi orgogliosamente sicuro di non sentirsi “accerchiato”. Sullo stesso Corriere, il giorno dopo, un esponente non certo secondario del Pd, il capogruppo Marcuccial Senato Andrea Marcucci 1Marcucci, parlando peraltro al plurale, gli ha detto che “sbagliare è un lusso non consentito”, o non più consentito, visto che anche nel contrasto al coronavirus egli ha fatto fatto sì “quel che doveva, ma non sempre con i risultati migliori”. Quando poi egli ha annunciato i cosiddetti Stati Generali dell’Economia, al solito sicuro del fatto suo, “abbiamo avuto la percezione -ha spiegato Marcucci- che non ci fosse grande serietà e lavoro nella preparazione di questo appuntamento”.

             A scansare le “bollicine”, diciamo così, di queste parole non so francamente se sia bastata a Conte la mascherina chirurgica di questi tempi di epidemia.

            Neppure in tema di rapporti col principale partito della coalizione giallorossa -altro che giallorosa, come in tanti cercano di attenuare scrivendone e parlandone- Marcucci è stato a questo Marcucci 2punto paziente.  Egli ha evocato, in particolare, il tema del ricorso contestatissimo dai grillini al Mes, inteso come meccanismo europeo di stabilità, o fondo salva-Stati, allo scopo di potenziare il sistema sanitario per affermare che “il governo ha il dovere di prenderlo in considerazione in tempi brevi” e di finirla “con gli approcci dogmatici” dei grillini. Che, in sintonia con gli ex alleati leghisti e coi fratelli d’Italia di Giorgia Meloni, continuano a vedere e indicare nell’Europa solo un terreno disseminato di trappole per l’Italia, anche dopo la sospensione del cosiddetto e “stupido” patto di stabilità, secondo una vecchia definizione di Romano Prodi, gli aumentati interventi della Banca Centrale di Francoforte per acquistare i titoli del debito pubblico italiano, difendendoli dalla speculazione finanziaria, e la proposta non dell’Italia ma della Commissione Europea di mettere a disposizione di Roma circa 180 dei 750 miliardi di euro del fondo in cantiere per la ripresa o per “la prossima generazione”. Di cui una parte sarà peraltro a fondo perduto.

            Giuliano Ferrara, ormai in curiosa competizione con Eugenio Scalfari e con Marco Travaglio nella difesa di Conte come di una specie di nuovo uomo della Provvidenza capitato L'aiuto di Ferraraall’Italia, iscriverà magari anche l’intervista del capogruppo del Pd al Senato in quella che ha appena definito sin nel titolo di un suo editoriale Conte a Pisasul Foglio “l’irritante lite di governo in forma di cazzeggio”. Ma è ormai tanto evidente quanto innegabile lo stato di sofferenza al quale è arrivata la maggioranza di governo. Che Emilio Giannelli ha forse esagerato nella sua vignetta di prima pagina, sempre sul Corriere della Sera”, a paragonare alla torre pendente di Pisa osservata, fotografata e sorvegliata da Conte in veste di turista, di presidente del Consiglio e chissà cos’altro. Quella è una pendenza un po’ troppo antica, storica e stabile per abbinarla al governo giallorosso.

            A Conte intanto  il sociologo Ilvo Diamanti su Repubblica ha consigliato di non lasciarsi tentare Ilvo Diamanti su Contedall’idea di mettersi “in proprio” con un suo partito, affrancandosi da quella specie di mezzadria in corso dall’autunno fra il movimento delle 5 Stelle e il Pd, perché questi tempi sono ancora meno adatti di quelli passati a un partito “personale”, quale sarebbe il suo.

 

 

 

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Ad agitare il Pd è anche il fantasma di un partito di Giuseppe Conte

            Non dubito che abbia avuto il suo peso l’annuncio affrettato e “superficiale” -si è detto al Nazareno- dei cosiddetti Stati Generali dell’Economia nel conflitto esploso fra il Pd e Giuseppe Conte. Su cui Emilio Giannelli nella vignetta di prima pagina del Corriere della Sera fa dire al segretario del Pd Nicola Zingaretti che “non ha ancora capito se Conte è un professore dato in prestito alla politica o una politica data in prestito al professore”.

            Ci sarà pure stata nel Pd la paura di una frittata destinata non a rafforzare, come pensava Conte, ma a indebolire la posizione dell’Italia nei rapporti con Bruxelles. Dove per concederci Il Sole 24 Ore su Colaoi crediti e i finanziamenti a fondo perduto per la ripresa aspettano giustamente di sapere come esattamente li vogliamo impiegare, con quali piani e quali riforme che siano un po’ meno generici di quel “piano Colao” così riassunto dal Sole-24 Ore in prima pagina: “Infrastrutture e incentivi alle imprese”, finalizzati anche a fare rientrare in Italia quelle che se ne sono andate via.

             A costo, tuttavia, di sembrarvi un rompiscatole o persino un retroscenista – che è una specialità della quale ho sempre diffidato per la facilità con la quale chi la pratica si procura smentite dagli interessati e poi dai fatti- penso che ci sia pure dell’altro dietro e dentro quel conflitto, magari riconducibile anch’esso al protagonismo ormai sistemico del presidente del Consiglio, almeno da quando l’emergenza virale lo ha portato quasi ogni sera nelle nostre case con la televisione, ma ad un protagonismo non fine a stesso, funzionale invece a qualcosa di meno imminente ma  più scomodo, o pericoloso, per i suoi interlocutori politici.

            Ormai si parla e si scrive sempre più frequentemente- a dispetto delle “cazzate” lamentate Riccardo Mannelli su Contesul Fatto Quotidiano nella vignetta di Riccardo Mannelli-  di un possibile “partito di Conte”, come si scrisse a suo Mario Montitempo di un partito di Mario Monti, poi realizzato davvero alla vigilia delle elezioni politiche del 2013 dall’allora presidente del Consiglio. Che era giunto pure lui a Palazzo Chigi all’improvviso, prelevato quasi di peso dalla sua Università Bocconi, a Milano, per sostituire un Silvio Berlusconi travolto non ho ancora ben capito se più da una crisi vera crisi finanziaria o dalle antipatie e diffidenze che si era procurato a Berlino e a Parigi. E ciò nonostante o proprio a causa della mania del Cavaliere di scherzare con tutti e produrre barzellette in quantità industriale nella presunzione di riuscire così simpatico, o di non dispiacere a nessuno.

            Di un futuribile partito di Conte, prodotto forse dalla stanchezza dell’interessato di rappresentare tutti e nessuno al tempo stesso, è stata data una valutazione con una ricerca “Quorum/You Trand” commissionata da Sky Tg24. Che lo ha quotato attorno al 14,3 per cento dei voti, di cui 5 a spese delle 5 Stelle, che scenderebbero al 9,3 per cento, e il resto a scapito Titolo Scalfari su Contesoprattutto del Pd, visto che il suo stesso  segretario, prima di farsi venire qualche dubbio, ha più volte accreditatoScalfari su Conte Conte come un leader di un progressismo umanista. Non parliamo poi del liberalsocialismo affidatogli, sempre generosamente, da Eugenio Scalfari. Che oggi sulla “sua” Repubblica, in concorrenza inedita con Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano, si compiaciuto del “rilancio del premier nel Paese fermo” lamentando che esso abbia “disturbato anche qualcuno del Partito Democratico, a cominciare da Franceschini”, capo della delegazione piddina al governo.

 

 

 

 

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Pubblicato su ItaliaOggi del 9 giugno, pag. 4

L’aria di crisi non è soltanto da animali di cortile di Montecitorio

             Non è lo scherzo di un vignettista ma una notizia quella che Stefano Rolli ha dato sulla prima pagina del Secolo XIX sugli ottomila emendamenti nella competente commissione della Camera al decreto legge del governo finalizzato al rilancio in tempi di coronavirus. E si dovrebbe persino tirare un sospiro di sollievo considerando le prime voci sulle addirittura diecimila proposte di modifica in arrivo da tutte le parti, comprese quelle di maggioranza.

             Se uniamo questa notizia, che ha indotto Rolli a pensare o persino già a chiamare l’ambulanza, ai titoli dei maggiori giornali italiani sulla situazione politica e sulla salute del governo si avverte nitidamente quell’aria di crisi di cui in una simpatica trasmissione televisiva il direttore dell’Espresso Marco Damilano parlava ieri sera riferendo di ciò di cui poche ore prima chiacchieravano giornalisti, politici e quant’altri raccolti nel cortile di Montecitorio. Dove sono stati confinati da quando lo storico Transatlantico della Camera è diventato un’appendice dell’aula per consentire ai deputati di partecipare alle sedute e votazioni con le distanze di sicurezza imposte dal covid. Da animali un po’ feroci come ci immaginavano certi politici –“iene dattilografe”, disse una volta di noi giornalisti l’allora potentissimo Massimo D’Alema- siamo stati insomma ridotti ad animali da cortile.

           I titoli dei maggiori giornali variano dalla “sfida fra Pd e Conte” del Corriere della Sera Corriereal “processo a Conte” di Repubblica, sempre Repubblicada parte del Pd, e allo “stop del Pd al tavolo di Conte” sul Messaggero. Sul Messaggerogiornale oggi più filogernativo di tutti, che è Il Fatto Quotidiano, il direttore TravaglioMarco Travaglio col solito sarcasmo contrariato ha sentito e denunciato puzza d’arrivo a Palazzo Chigi del solito Mario Draghi. E di ricerca di “nuovi mestieri alternativi” per Conte, “come se non fosse già un prof e un avvocato”, ha ricordato Travaglio immedesimandosi orgogliosamente nel presidente del Consiglio ancora in carica, per niente disposto -pare anche a me- a mettersi da parte da solo, con un bel gesto liberatorio per tutti quelli che trafficano contro di lui, sopra e sott’acqua.

            Peccato che il direttore del Fatto Quotidiano non si sia accorto, o abbia finto di non accorgersi, del contributo dato proprio dal suo giornale all’ammorbamento del clima politico attorno a Conte con una intervista di Alessandro Di Battista –“un viaggiatore sputasentenze” lo ha appena definito il vecchio Emanuele Macaluso- che ha fatto toccare con mano, diciamo così, lo stato confusionale e conflittuale esistente nel maggiore partito della coalizione di governo. Che non è il Pd ma, stando ai numeri parlamentari usciti dalle elezioni di due anni fa, il Movimento 5 Stelle retto per ora da Vito Crimi, ma con una perdurante presenza fisica e mediatica del ministro degli Esteri Luigi Di Maio, in competizione continua, volente o nolente, col presidente del Consiglio.

           Impegnato da ex deputato, ma anche concorrente alla guida del movimento, a liberare Dibba 2l’Italia dall’”estabilishment” Dibba 1che la rovinerebbero, costituito dai ”Benetton, il presidente di Confindustria Bonomi, gli Elkann e il loro accentramento di potere mediatico, Giovanni Malagò” e chissà quanti altri rimastigli sulla lingua, Di Battista ha detto che, se fosse dipeso da lui, il secondo governo Conte non sarebbe neppure nato. Ed ha avvertito che “il potere contrattuale” delle 5 Stelle nell’esecutivo non è per niente “proporzionato al 33 per cento preso alle politiche del 2008”. Capito?

 

 

 

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La manfrina, ormai, delle aperture fra Conte e tutte o parti delle opposizioni

           Lasciatemi dire che questa storia delle aperture di Conte alle opposizioni per quella unità insistentemente auspicata dal presidente della Repubblica, e degli spiragli di almeno una parte del centrodestra comincia ad essere una manfrina insopportabile, con troppe e troppo stucchevoli sovrapposizioni di furbizie e ambiguità. E’ peraltro curioso pensare che il presidente del Consiglio voglia rafforzare davvero il suo secondo governo con un più costruttivo rapporto, diciamo così, con le opposizioni se è vero il proposito attribuitogli da Repubblica di Conte senatore ?consolidare la sua posizione personale nell’unico modo in cui si contrapporrebbe di più al centrodestra: candidandosi al Senato nelle elezioni suppletive previste in Sardegna a novembre per sostituire una parlamentare grillina defunta. Egli punterebbe sulla rinuncia del Pd a presentare un proprio candidato. Ciò dovrebbe cementare l’alleanza giallorossa.

            Ma procediamo con ordine nella rassegna di fatti e posizioni di assai difficile assemblaggio per una fattiva collaborazione fra governo e opposizioni. L’ex vice ministro leghista all’Economia Garavaglia al DubbioMassimo Garavaglia dice al Dubbio, in una intervista, che “finchè ci sarà Conte l’unità nazionale anticrisi è impossibile”. Sullo stesso giornale, affiancata, l’ex Gelmimi al Dubbioministra Mariastella Gelmini, fino a prova contraria capogruppo ancòra di Forza Italia alla Camera, avverte che nel suo partito sono “pronti a collaborare per aiutare il Paese, non il governo”. E come si fa ad aiutare il Paese senza aiutare pure il governo che al momento lo guida e non ha proprio nessuna intenzione di tirarsi indietro, o solo di cambiare qualcosa, magari con un rimpasto appena adombrato dal sindaco di Milano pur di centrosinistra e subito escluso dal presidente del Consiglio?

            A questa domanda non aiuta a rispondere neppure l’esponente del centrodestra che sembra il più disponibile al dialogo ed è naturalmente Silvio Berlusconi. Il quale in una intervista alla Stampa Berlusconi alla Stamparaccolta dal buon Ugo Berlusconi alla Stampa 1Magri manda a dire a Conte che “ascoltare l’opposizione non può essere solo un gesto di cortesia formale” ma “deve tradursi nel concordare concretamente le scelte da fare”:  vi lascio immaginare con quale entusiasmo dei pentastellati, che sono sempre fermi al Berlusconi “psiconano” di Beppe Grillo. “Se matureranno le condizioni -aggiunge l’ex presidente del Consiglio alla Stampa– per un governo diverso da questo, le valuteremo con i nostri alleati”.

            Gli risponde a stretto giro di giornali sul Corriere della Sera  la sorella d’Italia Giorgia Meloni –accanto alla quale, oltre che a Salvini, il Cavaliere ha appena mandato il suo Antonio TajaniMeloni al Corriere in piazza a Roma-  dicendo che la medicina più utile al Paese e ai suoi problemi aggravati dall’epidemia virale resta il voto anticipato per sostituire l’attuale Parlamento con uno più rappresentativo, dopo tutto quello che è accadutoNeloni 1 al Corriere dalle elezioni di due anni fa. E poi, per quanto riguarda il confronto con Conte, se proprio questo ci tiene ad averlo con le opposizioni per muoversi in spirito finalmente unitario, “le riunioni le facciamo in streaming” perché “così gli italiani potranno giudicare”. Ci stanno?, chiede la Meloni, che si risponde: “I signori del Movimento 5 Stelle, che tanto amavano  la trasparenza”, umiliando a suo tempo il povero Pier Luigi Bersani,  incaricato nel 2013 da Giorgio Napolitano di fare un governo, ”adesso dicono di no, guarda caso…”.

            Si potrebbe continuare sfogliando i giornali, ma credo che basti e avanzi.

 

 

 

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Quella somiglianza fisica, spirituale e sofferta di Gervaso a Montanelli

A farmi conoscere Roberto Gervaso, che sino ad allora avevo soltanto letto soprattutto per i libri sulla storia d’Italia scritti con Indro Montanelli, fu la madre dello stesso Montanelli, l’indimenticabile Maddalena. Che gli voleva bene come a un secondo figlio.

Dopo avermelo presentato mi volle incontrare di nuovo per chiedermi di tentare col figlio, di cui conosceva il rapporto stretto che si era creato fra di noi al Giornale fondato poco più di un anno prima, ciò che non era riuscito a lei: convincerlo ad assumere Roberto. Che moriva dalla voglia di seguirlo in quell’avventura con i fuoriusciti dal Corriere della Gervaso come MontanelliSera diretto da Piero Ottone, dei quali peraltro io non facevo parte, provenendo Montanellidal Giornale d’Italia.  Ma non riuscii nella missione. E ciò non perché a Montanelli non piacesse il modo di scrivere di Gervaso, che d’altronde egli aveva praticamente portato al successo associandolo come autore dei suoi libri di divulgazione storica. Semplicemente non gradiva che Gervaso accreditasse in qualche modo, secondo lui, la voce che fosse un suo figlio segreto, tanto gli assomigliava nel fisico e nello stile.

Quando, nel 1981, scoppiò quello che fu subito definito “lo scandalo della P2”- con la scoperta e la diffusione prima a singhiozzo e poi integrale, almeno nelle apparenze, delle liste della loggia massonica segreta di Licio Gelli, che comprendeva Gervaso non solo come affiliato ma anche come arruolatore- Montanelli liquidò la faccenda come una mezza Gervaso 1pagliacciata. E, nel tentativo di rafforzare questa sua rappresentazione, presentò tutti quelli che ne furono coinvolti come gente sprovveduta più o meno in grembiulino,, a dispetto dei gradi che portavano da militari, delle funzioni che rivestivano nell’alta burocrazia o nella politica, e del successo nelle loro professioni di giornalisti, medici e altro ancora. Lo stesso trattamento toccò a Gervaso, che ne rimase molto amareggiato. E mi toccò ancora una volta, su sua diretta richiesta questa volta, di parlarne con Montanelli. Che però era già in difficoltà di suo perché con Gelli si era una volta incontrato -tanto segretamente che non se n’era mai saputo nulla- per chiedergli una mano nell’apertura di una linea di credito al Giornale presso il Banco Ambrosiano, prima che Berlusconi ne diventasse editore risolvendo i problemi provocati dalla rottura dei rapporti con Eugenio Cefis. Grazie al quale il Giornale era potuto uscire. Pertanto solo a sentir parlare della delusione di Gervaso e del modo di rimediarvi  Montanelli mi mandò quasi a quel paese.

Gervaso, pur rimanendone un adoratore, si sentì quella volta davvero tradito, come un figlio dal padre. E mi toccò consolarlo in più di un incontro, finendo spesso anche per scherzarci sopra. Era accaduto che Roberto, di formazione orgogliosamente liberale, era stato colpito dall’anticomunismo Gervaso 4professatogli da Gelli e, in un periodo in cui molti sembravano rassegnati a cedere al Pci, avesse involontariamente inguaiato un bel po’ di amici, fra i quali il direttore del Gr2 della Rai Gustavo Selva e Silvio Berlusconi. I quali, o convinti a iscriversi da lui o a loro insaputa, si trovarono in quelle maledette liste, con quali complicazioni vi lascio immaginare, visto che la P2 divenne sui giornali, prima ancora o diversamente dai tribunali, o nella commissione parlamentare d’inchiesta presieduta dalla ex ministra democristiana Tina Anselmi, la sentina della Repubblica: un’accolita di affaristi e carrieristi nella migliore delle ipotesi, di golpisti o aspiranti tali nella peggiore.

Francamente, solo l’idea di un Gervaso golpista mi faceva ridere conoscendone le abitudini e le debolezze. Ad attirarlo, però più nelle parole che nei fatti, bastandogli ed avanzandogli Gervaso con mogliela sua Vittoria, erano solo le donne, le farmacie per le malattie che immaginava di avere, la macchina da scrivere con cui sfornava pezzi e libri in quantità quasi industriale e le letture, particolarmente quelle di Seneca. Che egli consigliava a tutti gli amici, come ha appena testimoniato sul Messaggero anche il buon Enrico Vanzina.

Non appena ebbi l’occasione di dimostrargli la considerazione e la simpatia che avevo per lui, non cambiando né l’una né l’altra nel frastuono della P2, lo feci ben volentieri. Lo associai, per esempio, ai commenti politici nella trasmissione televisiva dell’allora Gervaso 6Fininvest “Parlamento in”, facendogli fare “il contrappunto”  al mio “punto”. E, arrivato alla direzione del Giorno, nel 1989, gli affidai una rubrica nella pagina della cultura procurandomi però una giornata di sciopero della redazione, peraltro proclamato proprio la sera in cui ero a cena nel Varesotto col presidente dell’Eni Franco Reviglio, che era il mio editore.

Pur di togliermi dall’imbarazzo, sapendo che ero pronto a dimettermi se fosse continuato il braccio di ferro col comitato di redazione, Gervaso affidò alle agenzie una lettera di rinuncia alla collaborazione. “Così avrebbe fatto Seneca”, mi spiegò per telefono esprimendomi tutta la solidarietà “umana e professionale” per dover dirigere quella redazione, che certamente avevo solo ereditato. E che aveva scambiato i papillon di Roberto per armi improprie. Poi -ma troppo tardi ormai per convincerlo a ripensarci, e forse neppure abbastanza per far cambiare idea al comitato di redazione- il ministro in persona delle Partecipazioni Statali, il democristiano Carlo Fracanzani, definito “il conte rosso” nel suo collegio elettorale veneto, rispose alle interrogazioni parlamentari provocate dallo sciopero al Giorno riconoscendo, bontà sua, il diritto di Gervaso di collaborare ad un giornale di proprietà pubblica.

L’ultima passione politica che ricordi di Roberto fu più passiva che attiva. Dei suoi aforismi, raccolti in articoli e libri sempre di grande successo, s’invaghì negli anni del primo centrodestra al governo Gianfranco Fini. Ciò aggravò in qualche modo il contenzioso con Berlusconi, che considerava Roberto un uomo suo. Ne aveva frequentato la casa molto prima di entrare in politica e di assumerlo nelle sue televisioni, arrivando anche lui col fiatone alle sue cene, come Giulio Andreotti, Antonio Bisaglia, Renato Altissimo e tanti altri. La casa romana di Gervaso, a pochi passi da Piazza del Popolo, era all’ultimo piano di un palazzo maledettamente privo di ascensore. E in una strada intitolata, malgrado il suo ostentato laicismo, a Gesù e Maria: cosa invece che Andreotti considerava provvidenziale anche per l’amico.

 

 

 

Pubblicato sul Dubbio

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Conte si perde un pò fra tutti i ponti che offre o propone da Palazzo Chigi

            Senza volersi spingere sino allo scenario del vuoto fisico e d’ascolto immaginato sulla prima pagina del Corriere della Sera dal vignettista Emilio Giannelli, i ponti che il presidente del GiannelliConsiglio ha lanciato un po’ in tutte le direzioni nella conferenza stampa a Palazzo Chigi sono stati troppi -persino sullo stretto di Messina, che è il sogno di Silvio Berlusconi- per poter essere realizzati. E rispondere all’“unità morale” riproposta dal capo dello Stato nel 74.mo compleanno molto particolare della Repubblica, festeggiato senza parate militari ma con un pellegrinaggio di Mattarella nei siti più significativi, diciamo così, dei tempi di coronavirus che stiamo vivendo, fra Codogno e l’ospedale Spallanzani di Roma.

Sono ponti un po’ lanciati nel vuoto di uno scenario politico tanto immobile quanto debole per le divisioni che attraversano la maggioranza, forse più ancora di quelle dell’opposizione di centro destra, raccoltasi solo per strada attorno a quella bandiera a metraggio stesa lungo un bel tratto della via romana del Corso.

            Conte non è disposto a concedere niente di pratico, sul piano politico, alla realizzazione effettiva dei suoi ponti. Lui si tiene ben stretto sia il suo secondo governo, senza cambiare un ministro o solo un sottosegretario per quello che si chiama “rimpasto”, sia la sua maggioranza, da non allargare neppure a uno spicchio del centrodestra, non foss’altro per cercare di dividerlo più visibilmente e concretamente di quanto già non sia: tra un Berlusconi che vorrebbe chissà che cosa di nuovo e di diverso, ma non può, e Matteo Salvini e Giorgia Meloni che si contendono  la leadership del centrodestra ridiventata scalabile.

            La prudenza, o la paura, come preferite, di Conte di perdere quella paletta di capostazione Conte capostazioneche i suoi amici del Fatto Quotidiano gli hanno messo in mano senza accorgersi del suo aspetto caricaturale, è aumentata con i rumori provenienti questa volta non tanto o non solo dal movimento grillino sempre in travaglio, al minuscolo, quanto dal Pd. Dove il grande consigliere di quasi tutti quelli che si sono avvicendati alla segreteria, Goffredo Bettini, si è lasciato scappare a sorpresa in televisione che Conte rimane bravo, per carità, ma “non basta più”. Magari, servirebbe meglio in Campidoglio per succedere l’anno prossimo all’accidentata Virginia Raggi, pur non essendo quello il colle romano preferito forse dal presidente del Consiglio. Che, a furia di salire al Quirinale per i suoi compiti istituzionali, ne deve avere scoperto il fascino d’altronde irresistibile: ma irresistibile anche per tanti altri, compreso -secondo i retroscena delle ultime settimane- il capo della delegazione del Pd al governo e ministro dei beni culturali e del turismo Dario Franceschini.

            In un quadro politico che il presidente del Consiglio vorrebbe immutato è difficile anche interpretare la portata e lo sbocco dell’aiuto che egli ha chiesto alle “singole menti brillanti”, sapendo benissimo che a sentire parole simili a tutti, ma proprio a tutti, magari persino all’interessato, è venuto di pensare all’ex presidente della Banca Centrale Europea Mario Draghi. Di cui Il Fattotuttavia si stenta a immaginare il salto come un passeggero ritardatario su uno dei treni che “il capostazione” del Fatto Quotidiano fa partire alzando la paletta.

 

 

 

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In ricordo di quel simpatico impenitente che fu il mio amico Roberto Gervaso

            Di Roberto Gervaso, morto sulla soglia degli 83 anni, che avrebbe compiuto il mese prossimo, avevo un po’ perso le tracce negli ultimi anni, leggendone solo ogni tanto gli articoli, sempre col solito divertimento. Eppure avevamo avuto una lunga, intensa frequentazione.

            Ero stato un ospite frequente dei pranzi e delle cene che Roberto e la moglie organizzavano negli anni Settanta convocando nella loro casa, a due passi da Piazza del Popolo, uomini allora saldamente al potere, come Giulio Andreotti o Antonio Bisaglia, e altri che vi sarebbero arrivati molto tempo dopo, come Silvio Berlusconi.

            Alla nascita del Giornale fondato e diretto dal suo amico Indro Montanelli, col quale egli aveva anche scritto alcuni libri della fortunata serie della storia d’Italia, feci una fatica immane e inutile per convincere lo stesso Montanelli ad assumerlo. E lo feci anche su sollecitazione della mamma di Montanelli, Maddalena, che voleva bene a Gervaso e non si capacitava neppure lei delle resistenze del figlio. Del quale ebbi a un certo punto l’impressione che non gli piacesse lo spazio che sotto sotto Roberto lasciava alle voci che gli assomigliasse perché suo figlio segreto.

            Al sopraggiungere dello “scandalo” della P2, cui Roberto era stato iscritto dall’amico Licio Gelli, e cui aveva anche cercato di arruolare amici, inconsapevole come loro dei risvolti affaristici e, secondo alcuni, persino golpisti di quella loggia massonica, Montanelli fu con lui severissimo, pur riconoscendo che si dicevano e si scrivevano di quella faccenda troppe “baggianate”. D’altronde, anche Montanelli aveva avuto modo di incontrare Gelli, e di ottenerne l’aiuto a trovare crediti bancari dopo la rottura con Eugenio Cefis, che aveva  finanziato la nascita del Giornale. Poi sarebbe arrivato Berlusconi come editore e i problemi di cassa furono risolti.

           Quando mi capitò di occuparmi di Parlamento in, una trasmissione televisiva settimanale dell’allora GervasoFininvest, feci coppia con Roberto in quello che chiamammo “Punto e contrappunto”, improvvisati all’istante.  Il “punto” della settimana politica lo facevo io, il “contrappunto” lui, sempre disincantato, polemico, eccentrico.

            Assunta la direzione del Giorno, nel 1989, proposi a Roberto un appuntamento fisso settimanale in quella che era o si chiamava una volta la “terza pagina”, della cultura. Provocai una rivolta della redazione, che mi contestava l’appartenenza di Gervaso alla pur ormai disciolta P2. Piovvero anche interrogazioni parlamentari al ministro democristiano delle Partecipazione Statali dell’epoca, Carlo Fracanzani, essendo Il Giorno di proprietà dell’Eni. Bontà sua, il ministro rispose dopo qualche mese difendendo il diritto alla collaborazione di Gervaso, che però nel frattempo, giustamente indignato per le proteste, e non volendo che io mi dimettessi, come avevo minacciato, ed ero pronto a fare, aveva spontaneamente rinunciato.

            Continuammo un po’ a frequentarci, poi a sentirci, poi a incontrarci occasionalmente Gervaso 2per le strade del centro di Roma, specie davanti alle farmacie che lui frequentava ossessivamente perché sempre alla ricerca di qualche medicina che lo proteggesse da mali reali o immaginari. Poi vennero a mancare anche gli incontri occasionali. Ed ora mi è arrivata la notizia della scomparsa davvero a sorpresa, come i suoi contrappunti. E ne sono davvero addolorato. Un abbraccio alla memoria, Roberto.

 

 

 

 

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Il tricolore a metraggio del centrodestra nel posto e nel giorno sbagliato

             Tanto è stata felice da parte del presidente della Repubblica Sergio Mattarella la scelta dei siti del suo “pellegrinaggio” del 2 giugno -fra l’altare della Patria, la località lombarda di Codogno, compreso Schermata 2020-06-03 alle 05.30.40il cimitero, colpita per prima in Italia dal coronavirus, e l’ospedale romano Spallanzani- quanto è stata infelice la manifestazione voluta e organizzata a Roma dal centrodestra, con quel tricolore al Mattarella a Codognometraggio come la pizza, contro il governo. Che, una volta tanto, con la celebrazione dei 74 anni della Repubblica non c’entrava e non c’entra nulla, non avendo obiettivamente cercato di strumentalizzare l’evento a suo favore     in un momento che certamente non è dei migliori, con tutte le tensioni che attraversano la maggioranza e gli immani problemi che l’attendono in autunno.

            D’altronde, contro questo governo sicuramente debole rispetto alle esigenze del Paese, cui non a caso Mattarella raccomanda un giorno sì e l’altro pure di creare davvero e coltivare un rapporto costruttivo con l’opposizione, non solo a parole, il centrodestra aveva già preannunciato Il self di Salviniuna giornata di protesta per il 4 luglio: quando saranno probabilmente meno rischiosi in tempi perduranti di epidemia virale gli assembramenti. Che sono stati invece usati ieri da Matteo Salvini per farsi i soliti self col pubblico a mascherine dismesse o abbassate.

            Questi ed altri spettacoli, come quello successivo dei gilet arancioni dell’ex generale dei Carabinieri Il GiornaleAntonio Pappalardo, a dispetto dell’”avviso di sfratto” gridato su tutta la prima pagina dal compiaciuto Giornale di famiglia di Silvio Berlusconi, si sono risolti forse più in un assist per il governo che altro. Il centrodestra si è meritato quel titolo critico Corriere su centrodestradi “segnale sbagliato” espresso dal Corriere della Sera. Dove non a caso, del resto, lo stesso Berlusconi ha cercato di mettere una pezza Berlusconi al Corrierecon una lettera al miele, di apprezzamento e sostegno alle parole e ai gesti del Presidente della Repubblica. Il quale avrebbe ben meritato di essere lasciato e rispettato come l’unico, vero protagonista della festa della Repubblica nei tormentati e pericolosi tempi di coronavirus.

            Gli ondeggiamenti e le contraddizioni del fondatore di Forza Italia, rimastosene peraltro prudentemente lontano nel rifugio familiare della Provenza, cominciano ad essere troppi e troppo vistosi. A un uomo della sua età e ai suoi consiglieri -se davvero ne ha, perché ho personalmente conosciuto e frequentato un Berlusconi abituato a fare sempre di testa sua, magari lasciando furbescamente che qualche suo “vicino” coprisse contemporaneamente anche altri spazi politici o mediatici- non conviene più tenere il piede in due staffe: non foss’altro per ragioni di stile e persino di salute, essendo le cadute più rovinose col passare degli anni.

            Il Movimento 5 Stelle, con tutta la sua crisi di identità ed altro, nel suo interminabile e nocivo “travaglio”, come lo definisce bonoriamente Giuseppe Conte, che gli deve d’altronde Schermata 2020-06-03 alle 06.48.16la postazione di Palazzo Chigi, con la sua ormai sproporzionata sovrarappresentazione parlamentare, pari al doppio di quanto in realtà esso risulti nel Paese da tempo sia con i sondaggi sia con le elezioni parziali, trova negli errori e nelle ambiguità del centrodestra un soccorso francamente immeritato.

 

 

 

 

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