Matteo Renzi gioca adesso a scacchi, non a carte, con la politica

             Credo che ci sia ben poco da leggere della “Mossa del cavallo” di Matteo Renzi in arrivo nelle librerie, viste le tante anticipazioni affidate ai giornali dell’ultima domenica di maggio. Che le hanno pubblicate anche con evidenza: qualcuno con malanimo, come La Verità di Maurizio Belpietro. Che ne ha affidato a Daniele Capezzone una stroncatura.. radicale Libro di Renzicome il passato del recensore.

             A Belpietro è rimasto forse indigesto il ruolo a torto o a ragione attribuito a Renzi nel suo brusco allontanamento dalla direzione di Libero, un altro quotidiano dell’area di centrodestra, in occasione dell’allora incipiente campagna referendaria del 2016  sulla riforma costituzionale. Ai cui contenuti Belpietro era contrario, diversamente dall’editore Antonio Angelucci ben disposto, nonostante la contrarietà annunciata dal suo partito, Forza Italia. Che pure all’avvio, quanto meno, di quella riforma aveva contribuito con il cosiddetto “patto del Nazareno”, naufragato nel 2015 per l’elezione di Sergio Mattarella al Quirinale, non concordata dall’allora presidente del Consiglio con Silvio Berlusconi, tifoso invece di Giuliano Amato.

              Sembra preistoria politica, nonostante siano trascorsi solo 5 anni, mica i 26 dalla nascita della cosiddetta seconda Repubblica dopo il crollo della prima con l’esplosivo metaforico delle indagini giudiziarie sul finanziamento illegale e generalizzato di partiti, correnti, leader, leaderini e aspiranti, spesso -ma non sempre, come ritenuto dalle Procure- con la coda della corruzione.

              Renzi dalle anticipazioni del suo libro mi sembra ossessionato dai sondaggi, convinto che essi non siano “il vaccino” di cui ha bisogno “il populismo”, oltre al coronavirus che ci ha spinto verso una recessione spaventosa. “I sondaggi ti dicono quanto sei simpatico, i dati Istat quanto sei capace”, ha scritto l’ex segretario del Pd e ora leader di Italia Viva accingendosi -temo- ad attribuire all’attuale governo, pur partecipandovi con una “delegazione”, come si dice in gergo tecnico, anche quella parte di responsabilità che non ha nell’arrivo dello tsumani economico da tutti previsto. E anche dei “forconi” evocati, sempre nella maggioranza, da quel centrista e democristiano per definizione che è l’ex presidente della Camera Pier Ferdinando Casini. Il quale è tornato al Senato due anni fa non a caso come ospite, nella sua Bologna, delle liste del Pd ancora guidato da Renzi.

              Capisco bene l’insofferenza, quanto meno, del senatore di Scandicci, come lo stesso Renzi preferisce ogni tanto chiamarsi con falsa modestia, per i sondaggi. Che non sono molto generosi con la sua Italia Viva, appena valutata da Nando Pagnoncelli sul Corriere della Sera attorno al 3 per cento delle “intenzioni di voto”, contro il 4,8 assegnatole nell’autunno scorso, quando il nuovo partito nacque portandosi appresso un bel po’ di deputati e senatori del Pd: sufficienti, questi ultimi, a risultare decisivi a Palazzo Madama per la tenuta della maggioranza giallorossa voluta proprio da Renzi per impedire le elezioni anticipate e l’allora scontata vittoria dell’”altro Matteo”, come un po’ tutti ormai chiamiamo Salvini. E quelli di Pagnoncelli sono i sondaggi migliori per Renzi, perché ce ne sono altri -nei quali Marco Travaglio intinge i biscotti facendo colazione alla scrivania di direttore del Fatto Quotidiano- che fanno vagare Renzi fra l’1 e il 2 per cento.

             Chi di sondaggi ferisce di sondaggi perisce, viene voglia di dire pensando a quando e quanto piacevano a Renzi nella postazione di Palazzo Chigi. Il vento allora sembrò soffiare forte per un pò sulle sue vele, sino a far volare le carte alle quali egli giocava, invece degli scacchi.

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