Flavia Perina, che la conosce bene avendovi militato sino a dirigerne per un po’ la testata giornalistica, ha sottolineato sulla Stampa l’anomalia della destra italiana in questa stagione elettorale in Europa. E’ una destra al potere, costretta quindi a difenderlo, diversamente dalle destre francesi, tedesche, spagnole che sono all’opposizione e combattono, in posizioni più favorevoli, per rovesciare quello che in linguaggio inglese si chiama estabilishment. Stia quindi attenta la Meloni, sembra pensare la Perina non con apprensione. Che se non è compiacimento poco gli manca e le consente di stare a suo agio in una testata storicamente, culturalmente, politicamente non di destra.
La rappresentazione della Perina ha tuttavia un punto debole. Che si chiama Roberto Vannacci, scambiato per un affare a sinistra per via dei voti che il Futuro Nazionale del generale può far perdere alla Meloni lasciandola superare dal cosiddetto campo largo dell’alternativa, pur ancora privo di un programma e di una leadership interna come candidatura a Palazzo Chigi.
Il guaio per questa sinistra autolesionistica, votata più alle autoreti che alle reti, è che Vannacci è dannatamente, esasperatamente, a volte comicamente di destra, con proposte dai confini labili con la follia in quello che lui chiama il mondo alla rovescia con l’aria di volerlo e poterlo raddrizzare con i gradi militari che ritiene di avere acquisito per sempre.
L’estremismo, il radicalismo e altro del generale Vannacci, e della sua destra, rende la destra della Meloni al potere avvertita dalla Perina anomala rispetto alle altre europee ma in positivo: una destra di governo e non di opposizione ad ogni costo, responsabile e non irresponsabile. Più Vannacci grida e toglie voti nei sondaggi alla Meloni, più gliene procura nella percezione reale che si coglie solo nelle elezioni. In quelle pur parziali e suppletive recentemente svoltesi nel collegio calabrese di Reggio e Locri, affrontate da Vannacci scippando all’ultimo momento il capogruppo regionale forzista imbottito in passato di preferenze, la destra meloniana, cioè il centrodestra ha non vinto ma stravinto. E le sue distanze dagli aspiranti all’alternativa nazionale sono aumentate.
Vannacci non è riuscito neppure a portare gli elettori alle urne, dove l’affluenza è stata di poco superiore al 20 per cento. Alla sinistra a questo punto non resta che scommettere su un’autorete della Meloni pari a quella degli avversari: inseguire Vannacci per associarlo al centrodestra. Ma la premier, reduce peraltro da una esaltazione della “cultura di centro al governo”, non è così sprovveduta.
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