I ricordi impietosi di Massimo D’Alema quando “era comunista”

Sono passati 42 anni da quando l’allora Pci di Enrico Berlinguer impose alla Cgil del pur moderato Luciano Lama la mobilitazione referendaria contro i tagli alla scala mobile. Che erano stati disposti dal primo governo di Bettino Craxi per contenere un’inflazione a due cifre rovinosa per il valore reale dei salari. Lama ubbidì e l’anno dopo, quando Berlinguer non c’era più, morendo in tempo per risparmiarsi l’effetto anche di quella disavventura, il referendum fu vinto da Craxi e perduto dal Pci. Un colpo durissimo, come lo era stato nel 1974 per la Dc il referendum fallito contro la legge istitutiva del divorzio.

       Sono passati, ripeto, 42 anni, e riconosco a Massimo D’Alema, che allora ne aveva 35, il merito di non avere manipolato la storia dei rapporti generali fra il Pci e Craxi, come ho avvertito leggendo Fabrizio Cicchitto, ma di avere raccontato quel passaggio anche della sua esperienza politica con grande onestà nell’intervista concessa ad Aldo Cazzullo, del Corriere della Sera, parlando del suo libro autobiografico su quando “eravamo comunisti”. Un po’ come l’epistolario di Claudio Velardi e di Chicco Testa che i lettori del Riformista conoscono bene.  

       “Lama, Bufalini, Chiaromonte, Nilde Jotti”, la presidente della Camera accusata di non avere fatto abbastanza per ostacolare il cammino parlamentare del decreto legge sui tagli alla scala mobile, ”erano contrari” al ricorso al referendum, ha raccontato D’Alema. “Lui”, Berlinguer, il segretario del partito “di una fermezza assoluta, molto garbato e molto deciso”, di “una testardaggine avvolta dalla gentilezza”; lui, ripeto, “non replicò neppure. Mise ai voti. Il referendum”, inteso come decisione di ricorrervi, “passò per poco”. “Ma sono convinto che Berlinguer non volesse farlo”, ha aggiunto a sorpresa il testimone della sbrigativa gestione di quella riunione della direzione comunista.

       “La sua idea -ha raccontato sempre D’Alema di Berlinguer- era brandire il referendum per far cadere Craxi, liberarsi di lui e avere un altro governo”, contando evidentemente sull’aiuto del segretario della Dc Ciriaco De Mita: un altro che, seppure alleato e partecipe di quel governo con metà dei ministri targati Dc che lo componevano, sopportava assai malvolentieri il presidente del Consiglio.

       Ricordo di avere chiesto a De Mita, parlandogli alla Camera durante la campagna referendaria perché non si fosse speso neppure con un comizio, lasciando che parlassero solo i sindacalisti della Cisl. Perché Craxi perderà il referendum e Palazzo Chigi, disse Ciriaco tradendo più un auspicio che una previsione.

Craxi, che informai con una telefonata, rispose improvvisando una conferenza stampa e annunciando, come per raccogliere e rilanciare la sfida, che si sarebbe dimesso “un attimo dopo” l’eventuale sconfitta referendaria. A Nusco, il paese di De Mita, vinse il sì all’abrogazione dei tagli alla scala mobile. Ma nel resto d’Italia accadde il contrario.

       Quel referendum fu pertanto, con la complicità di De Mita, solo un altro, l’ultimo passaggio del “conflitto”, secondo D’Alema, tra Berlinguer e Craxi da cui “venne la sconfitta della sinistra italiana”, non solo referendaria. Un conflitto, un reciproco ”detestarsi”, secondo l’intervistatore del Corriere della Sera, che D’Alema -in un altro passaggio che gli fa onore perché onesto con Craxi- definisce motivato “più da ragioni che da torti da entrambe le parti”. “Craxi fu senz’altro un modernizzatore”, gli ha riconosciuto D’Alema pur definendo “sbagliata l’idea di un Berlinguer chiuso alla modernità”, avendo creato le condizioni del superamento del Pci col riconoscimento della “fine della spinta propulsiva della rivoluzione d’ottobre” e posto, per “un altro comunismo”, questioni come l’ambiente, le donne il rapporto tra l’innovazione tecnologica e l’umano”, carichi “tutti di futuro”. Ma, specie per la sinistra, più cogente in quel 1984 era la difesa del valore reale dei salari dalla divorante inflazione. E lì Berlinguer preferì e impose al Pci la tattica, non la strategia, di una manovra contro Craxi dal respiro peraltro assai corto ed evidente. Una tattica come fu quella di dieci anni fa della sinistra post-comunista contro la riforma costituzionale di Matteo Renzi. Le cattive abitudini sono dure a morire.

Pubblicato sul Riformista

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