L’estate non ha mai portato fortuna a Silvio Berlusconi, ma questa poi….

            L’estate è una stagione abitualmente avversa a Silvio Berlusconi, diversamente dall’inverno e dalla primavera. Non parlo dell’autunno perché già il nome è sinonimo di qualcosa o qualcuno che cade come la foglia dall’albero.

            Fu d’estate, dopo il travolgente esordio elettorale del 1994, che cominciarono i guai del primo governo del Cavaliere di Arcore, con l’alleato Umberto Bossi che scorazzava in canottiera sulle spiagge sarde preparando la crisi di fine anno.

            D’estate nel 2008, quando tutto sembrava a lui favorevole, alla guida di un governo e di una maggioranza di centrodestra con numeri blindati, Berlusconi cominciò a ricevere i primi sgarbi, al minuscolo, e segnali di guerra dal giovane alleato, e aspirante alla sua successione, ch’egli aveva improvvidamente insediato alla presidenza della Camera: Gianfranco Fini, naturalmente.

            D’estate nel 2011 Berlusconi fu costretto a dividere i suoi giorni e le sue notti tra i problemi che gli creavano le olgettine e i mercati finanziari, dove irruppe impietosamente un certo mister Spread. Che tirò la volata a Mario Monti.

            D’estate nel 2013, dopo un bestiale recupero elettorale che per poco non lo riportò a Palazzo Chigi ma gli diede ugualmente le carte per partecipare alla rielezione di Giorgio Napolitano al Quirinale e alla formazione delle larghe intese attorno al governo di Enrico Letta, il Cavaliere inciampò rovinosamente nella condanna definitiva, in Cassazione, per frode fiscale. Che gli costò a tamburo quasi battente, e con l’oggettiva forzatura di ogni regola,  il seggio del Senato.

            D’estate, in questo 2018, Berlusconi è inseguito notte e giorno, con un effetto moltiplicatore rispetto ad una foto emblematica scattata al Quirinale durante le consultazioni per la formazione del primo governo della nuova legislatore, da Matteo Salvini. Che lo sovrasta fisicamente e ormai anche elettoralmente, dopo averlo sorpassato nelle urne del 4 marzo strappandogli la leadership del centrodestra.

            Già costretto dalla paura delle elezioni anticipate, che avrebbero potuto aggravare quel sorpasso, e incoraggiato dalla solita sopravvalutazione delle proprie forze, a permettere a Salvini di derogare all’alleanza di centrodestra per fare un governo con i grillini, Berlusconi è finito in queste settimane nella ridotta di un’opposizione praticata senza convinzione da una metà di quel che gli è rimasto di Forza Italia. Opposizione “rancorosa”, l’ha appena definita in una intervista uno dei vari delfini inutilmente allevati ad Arcore e oggi governatore della Liguria: Giovanni Toti. Che mostra così di condividere l’accusa che, per difendersi dalle critiche o dalle proteste dell’anziano alleato, Salvini muove a Berlusconi di far votare i suoi nelle aule parlamentari come il Pd. E’ come se nella cosiddetta prima Repubblica da destra o da sinistra avessero accusato i missini e i comunisti di votare allo stesso modo contro i governi di centro e poi di centrosinistra.

            In questo quadro, dopo la rottura sull’ormai mancato presidente della Rai, scelto peraltro da Salvini fra gli ex dipendenti e tuttora collaboratori, in qualche modo, del Giornale della famiglia di Berlusconi, ma senza chiedergli prima il permesso, il vice presidente leghista del Consiglio è passato ormai alla guerriglia, se non la vogliamo chiamare guerra vera e propria. Egli ha rimosso i cavalli di frisia che, all’interno del centrodestra, aveva sistemato per fermare l’esodo da Forza Italia alla Lega ed ha deciso di sfilarsi elettoralmente dallo stesso centrodestra cominciando dall’Abruzzo. Dove nelle elezioni regionali previste tra ottobre e novembre la corsa solitaria della Lega potrà servire solo a far perdere il centrodestra, appunto. E ad assicurare la vittoria non alla Lega ma forse ai grillini.

            Polito.jpgNon stupisce pertanto che sul maggiore giornale italiano, il Corriere della Sera, Antonio Polito abbia scritto come editoriale un necrologio del centrodestra, liquidato come un’alleanza “senza futuro”, anche nel caso in cui Salvini dovesse riuscire ad assumerne la guida a tutti gli effetti, ammesso e non concesso che il leader leghista tenga ancora a quel nome: cosa della quale personalmente dubito molto. Sospetto piuttosto che Salvini, svuotato il centrodestra e convinto che sia finito anche il centrosinistra, accarezzi il progetto -o sogno, si vedrà- di un’Italia politica nuovamente bipolare, in cui la partita finale sarà giocata fra lui e Luigi Di Maio, o chiunque Beppe Grillo e Davide Casaleggio decideranno al momento giusto di mettere al suo posto.

           Scalfari.jpg                Non stupisce neppure che un uomo ormai disincantato e anziano come Eugenio Scalfari, abituatosi a scrivere della politica interna solo negli ultimi capoversi dei suoi appuntamenti domenicali con i lettori, ispirati all’Universo e all’aldilà,  abbia già assegnato la vittoria finale della partitina italiana a  Salvini confezionandogli i gradi e la divisa di un dittatore.  

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