L’imbarazzo che Giuseppe Conte non ha a cavallo della Rai

            Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte avrà avuto i suoi buoni motivi, forse rintracciabili nella comune missione a Foggia contro il caporalato, per fare smentire dagli uffici di Palazzo Chigi le voci, raccolte in particolare da Repubblica, su una sua “irritazione” col vice presidente leghista per la nuova gestione della Rai. Dove Matteo Salvini si è irrigidito nella difesa di Marcello Foa alla presidenza, nonostante la bocciatura rimediata nella commissione parlamentare di vigilanza per il rifiuto dei berlusconiani e della sinistra di votarlo e garantirgli il parere favorevole dei due terzi prescritto dalla legge. E nonostante i grillini, pur riconoscendogli nella maggioranza una specie di diritto di prelazione sulla proposta per la presidenza, si siano rifiutati di seguirlo sulla strada della “forzatura” tempestivamente avvertita e denunciata anche dalle parti del Quirinale. ”Servono un nuovo voto e un presidente a tutti gli effetti”, ha appena detto perentoriamente, sempre a Repubblica e parlando della Rai, il presidente grillino della Camera Roberto Fico.

            Foa.jpg La forzatura temuta al Quirinale consisterebbe nelle nomine interne all’azienda radiotelevisiva di Stato, tra direzioni di reti e testate giornalistiche, da parte di un Consiglio di Amministrazione convocato e presieduto da Foa come esponente più anziano, per quanto abbia solo 55 anni di età: una circostanza anagrafica forse sopravvalutata da Salvini, nella presunzione di strappare prima o poi un contrordine dell’amico Berlusconi ai suoi commissari di vigilanza proprio per evitare la prosecuzione di una imbarazzante condizione di stallo. “Un pentimento”, ha auspicato “cristianamente” il sottosegretario leghista alla Presidenza del Consiglio Giancarlo Giorgetti moltiplicando però le difficoltà del Cavaliere nei rapporti con gli amici di partito che non vogliono sentirne parlare, anche se procura loro un certo disagio politico l’accusa di Salvini di avere scelto nella commissione parlamentare di vigilanza la convergenza col Pd sul fronte dell’opposizione. I voti dei forzisti sarebbero bastati a salvare Foa, già dipendente del Giornale della famiglia Berlusconi.

            Escluso che sia “irritato”, e preso atto dell’apprezzamento che il presidente del Consiglio  in una conferenza stampa ha voluto ribadire per Foa “sul piano curriculare”, resta tuttavia da capire se e sino a che punto ci sia da parte di Conte, metaforicamente a cavallo del monumento equestre di viale Mazzini 14, a Roma, la comprensione verso Salvini per l’uso un po’ troppo disinvolto -bisogna riconoscerlo- che sta facendo della legge di riforma della Rai. Che secondo il leader leghista richiede sì la partecipazione di almeno una parte dell’opposizione alla procedura di elezione del presidente dell’azienda ma conferirebbe alla maggioranza, anzi al governo, la titolarità della sua designazione.

            E’ una convinzione, quest’ultima, diffusasi tanto negli ambienti politici e nei giornali da aver fatto scrivere, per esempio, a Ilario Lombardo sulla Stampa che “è il ministro dell’Economia per legge a indicare il presidente”. E Salvini deve averlo detto con tanta forza e sicurezza a Marcello Foa, e forse anche al figlio che lavora nel suo staff al Viminale, che il presidente mancato ha reagito alla bocciatura parlamentare rimettendosi alle valutazioni del ministro Giovanni Tria. Che, pur rimasto pubblicamente silenzioso, sa benissimo come stiano le cose: assai diversamente dalle convinzioni di Salvini, Foa e quant’altri.

            La legge sulla riforma della Rai, promulgata dal presidente della Repubblica il 28 dicembre 2015 col numero progressivo 220 e pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale il 15 gennaio 2016, conferisce al governo nel decimo comma dell’articolo 2, tramite l’assemblea dei soci dell’azienda, solo il diritto di designare l’amministratore delegato dell’azienda al Consiglio di Amministrazione, che procede all’elezione.

           Per il resto, diritto del governo, con deliberazione del Consiglio dei Ministri e su proposta del ministro dell’Economia, è solo quello di nominare due dei sette consiglieri di amministrazione della Rai. Se, ai tempi peraltro dell’odiato Matteo Renzi al Palazzo Chigi, partiti e gruppi parlamentari della maggioranza tra Camera e Senato vollero davvero riservarsi -come sostiene ora Salvini senza alcun imbarazzo- il diritto di designare anche il presidente della Rai, e non solo l’amministratore delegato, si dimenticarono di scriverlo nella legge. E misero invece, con un rispetto delle opposizioni che ora Salvini mostra di non avere, o di vivere con disappunto, il vincolo del parere favorevole dei due terzi della commissione bicamerale di vigilanza  per dare efficacia all’elezione del presidente dell’azienda avvenuta in seno  al Consiglio di Amministrazione.

           Anche alla luce di queste considerazioni di diritto e di buon senso, che dovrebbero apparire persino banali a un presidente del Consiglio avvocato e professore universitario di materie giuridiche, appare assai strana l’indifferenza di Conte in groppa al cavallo di viale Mazzini. Egli dovrebbe avere, al contrario, una grandissima voglia di scendervi e di prendere le distanze dal suo vice presidente leghista a Palazzo Chigi, ora che missione comune a Foggia è terminata.

    

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