Dopo tutto il latte versato sulle strade dai pastori, corteggiati dividendosi fra il Viminale e le piazze dell’isola, il leader leghista, vice presidente del Consiglio e ministro dell’Interno ha raccolto
nelle urne sarde un risultato di cui può consolarsi solo confrontandolo con quello da vero disastro politico del suo omologo grillino Luigi Di Maio. Che, superando il fiasco abruzzese del 10 febbraio, ha visto precipitare il suo movimento pentastellato sotto il 10 per cento, da oltre il 42 raccolto nello stesso territorio nelle elezioni politiche di meno di un anno fa, il 4 marzo del 2018.
C’è qualcuno, fra i grillini, che ha trovato il modo, ma soprattutto la faccia, di festeggiare lo stesso vantandosi dell’arrivo comunque garantito al MoVimento -come lo scrivono sui manifesti e
sulle carte intestate- nel Consiglio regionale per la prima volta nella storia dell’autonomia speciale della Sardegna. Chi si accontenta gode, naturalmente. Ma il nuovo “crollo”, certificato anche con tanto di titolone in prima pagina dall’insospettabile Fatto Quotidiano, col realistico richiamo ai voti raccolti nella stessa regione meno -ripeto- di un anno fa, equivale ad una nuova caduta di Luigi Di Maio dal balcone di Palazzo Chigi. Dove il vice presidente grillino del Consiglio, senza bisogno di sfuggire al controllo del presidente
Giuseppe Conte, che lo aveva lasciato fare condividendone l’entusiasmo, si affacciò una sera dell’autunno scorso per annunciare e festeggiare addirittura la sconfitta della povertà con la decisione appena presa -e poi ritrattata- di sfidare l’Unione Europea e le sue regole portando il deficit al 2,4 per cento del prodotto interno lordo. E ciò per finanziare il cosiddetto reddito di cittadinanza e la pensione accessibile con 62 anni di età e 38 di contributi.
Di quella foto storicamente improvvida Di Maio e il suo partito -pardon, MoVimento- stanno ora impietosamente raccogliendo i frutti. Ai pastori, e non solo, abruzzesi e sardi seguiranno probabilmente il 24 marzo i pastori della Basilicata. Poi potrebbe cadere sui grillini -con i tempi della recessione che corrono, nonostante le ostinate previsioni ottimistiche di Conte, e le delusioni o preoccupazioni che crescono fra gli elettori pentastellati dell’anno scorso- il temporale delle elezioni europee e di quelle regionali piemontesi di fine maggio.
Le difficoltà dei grillini tuttavia non possono bastare a compensare quelle che Salvini, nonostante tutto, cioè nonostante il quasi 12 per cento raccolto in un’isola estranea al radicamento tradizionale della Lega, ha dovuto registrare per il suo partito nell’isola dove pure si era tanto speso in campagna elettorale. Il suo candidato Christian Solinas alla guida della Sardegna -suo più ancora
del centrodestra, avendolo voluto praticamente imporre dopo averlo fatto eleggere senatore per il Carroccio- ha raccolto circa il 4 per cento in meno consensi della sua coalizione, diversamente da candidato del centrosinistra Massimo Zedda, il giovane sindaco di Cagliari indipendente di sinistra. Che ha preso 36 mila voti in più della propria coalizione, pari a circa il 3 per cento. Per un pò, dalle “intenzioni” di voto o dal voto annunciato ai sondaggisti dagli elettori alla chiusura dei seggi, si era pensato addirittura che Zedda potesse battere Solinas portandosi appresso un premio di maggioranza decisivo.
Salvini farebbe male a sottovalutare le difficoltà incontrate da Solinas, cui lui si era sovrapposto nella campagna elettorale sino a farne “l’uomo invisibile”. Così ad un certo punto si era autodefinito lo stesso interessato con apparente ironia, quasi a spiegare la brutta aria che avvertiva attorno alla propria corsa. E che aveva ispirato forse a Stefano Rolli nel giorno del voto una vignetta sul Secolo XIX abrasiva sui sospetti di Salvini di fronte ai quattro mori della storica bandiera sarda.
Non hanno giovato al candidato pur vittorioso del centrodestra neppure i limiti posti alla coalizione dal leader leghista, sottolineandone insistentemente il carattere locale e mostrando più interesse alla difesa dell’alleanza del Carroccio per il governo nazionale con i grillini che al cambiamento degli equilibri concordati a Roma con Di Maio dopo le elezioni politiche dell’anno scorso.
La doppiezza qualche volta può premiare in politica, per carità. Ma non sempre. E comunque non alla lunga perché all’elettore, inteso in senso lato, non sfuggono i prezzi che inevitabilmente le si debbono pagare, ricorrendo ai compromessi sino alla pratica governativa del galleggiamento, del rinvio, del correre a rimorchio delle crisi anziché prevenirle.
Dimostrano tutto questo, tanto per non andare lontano, le vicende della Tav, delle autonomie differenziate e della cosiddetta manovra economica e finanziaria correttiva, smentita con una ostinazione pari solo alla crescente evidenza della sua inevitabilità. In un clima del genere rischiano di non essere credibili neppure le smentite opposte continuamente dallo stesso Salvini, dal suo omologo Di Maio e dal loro presidente Conte alla prospettiva, avvertita o denunciata dalle opposizioni, di un’imposta patrimoniale. Che non sarebbe peraltro l’unica, perché di imposte patrimoniali ormai croniche gli italiani ne pagano già: per esempio, sulle seconde case, più diffuse di quanto non si creda, sulle auto e persino sui redditi, con la progressività della relativa imposta.
Ripreso da http://www.startmag.it e policymakermag.it
da Bari, dove si svolge la festa in maschere più lunga d’Europa, con una sfilata di carri che non hanno nulla da invidiare a quelli pur più famosi di Viareggio, il presidente del Consiglio Giuseppe Conte in una intervista al Corriere della Sera ha opposto il suo ormai stoico ottimismo anche alle previsioni di Fitch. Che naturalmente è la notissima agenzia americana di rating appena espressasi con preoccupazione sull’Italia, pur lasciando invariata la valutazione del suo debito pubblico, perché avverte non il rischio ma la certezza di elezioni anticipate in questo 2019, pur “bellissimo” secondo recenti promesse, o addirittura garanzie, dello stesso Conte.
danni. Cade la produzione industriale. Cade il pil. Cade nei sondaggi e nelle elezioni non proprio localissime, come sono quelle regionali, il principale partito della maggioranza parlamentare e della coalizione gialloverde improvvisata, pur con tanto di contratto, dopo le elezioni politiche del 4 marzo dell’anno scorso, ma non cade né cadrà il governo. Parola, appunto, di Conte. E alla faccia degli americani di Fitch e di tutti i menagrami d’Italia che scommettono sulla crisi ignorando forse la forza di quel motto, riproposto ai suoi tempi da Giulio Andreotti, secondo cui anche ai governi, e ai governati, conviene continuare a campare piuttosto che tirare le cuoia.
da travolgere l’ultimo governo “eletto” direttamente dal popolo, come Silvio Berlusconi ama ancora definirlo con generoso rimpianto, Conte ha opposto un’analisi più psichica che politica, più dietrologica o persino golpistica che economica, con quegli “impulsi esterni” che gonfiano, all’occorrenza, la “bolla mediatica” delle differenze dei costi del nostro ingente debito pubblico rispetto a quello tedesco, cui gli investitori finanziari hanno la maledetta abitudine di paragonarlo. Beh, insomma, il presidente del Consiglio cerca di fare al meglio il mestiere che si è dato di “avvocato del popolo”, inteso però come avvocato pietoso, che assiste il suo cliente cercando in tutti i modi di rasserenarlo, di fargli credere che la causa è vinta in partenza. E se poi sarà perduta, la colpa sarà solo dei giudici, da apostrofare come il tifoso fa allo stadio con l’arbitro che ha negato il rigore alla sua squadra.
Ebbene, nell’esercizio psichico, filosofico e culturale dei paragoni e, più in particolare, delle assonanze che lo appassiona da una vita Scalfari ci ha offerto quello fra Silvio Berlusconi e non Gabriele D’Annunzio, come sembrava tentato in un primo momento, ma Beppe Grillo. Che in comune avrebbero il populismo. Ma a sorpresa, nonostante i risultati elettorali dei rispettivi partiti, quello di Berlusconi batterebbe il populismo del comico genovese.
che “non c’è nulla da esultare” che “in un Paese normale” un condannato per corruzione finisca in carcere, il solito Fatto Quotidiano di Marco Travaglio -e chi sennò?, verrebbe voglia di chiedere- ha ritenuto ancora più normale, e dovuto, sbeffeggiare il detenuto in prima pagina con una vignetta che lo raffigura in tenuta da bagno davanti a due guardie penitenziarie che lo deridono per la natura ormai penale dello stabilimento dove si è presentato.
il no al processo a Salvini per la vicenda Diciotti col risultato di 59 a 41 punti, ha pubblicato come una lista di ricercati mediatici quella degli esponenti politici e dei giornalisti persino di sinistra, come Gad Lerner, solidali con Formigoni, o comunque non abbastanza soddisfatti di vederlo o saperlo ristretto a Bollate. Vedrete che prima o dopo a qualcuno verrà l’idea di predisporre una Guantanamo mediterranea, o europea di stampo sovranista o populista dopo le elezioni di fine maggio, per rinchiudervi i corrotti che si ostinano anche in carcere a considerarsi e a dirsi innocenti, con la solidarietà, la comprensione, la compiacenza e quant’altro di gente provvisoriamente libera.
le merci fra Torino e Lione, qualche ragione potevano averla. O mostrare di averla, perché una forzatura c’era di sicuro in quella protesta. La Tav, versione femminile e più diffusa di quella maschile raccomandata sul Fatto Quotidiano da Marco Travaglio, può essersi avvicinata con quella mozione parlamentare alla bocciatura ma non ne ha varcato la soglia. E’ stato deliberato soltanto un rinvio: Anzi, un ulteriore rinvio, ufficialmente giustificato, dopo la diffusione dei famosi e contestatissimi calcoli di costi e benefici, dai contatti internazionali tra Francia, Italia e Commissione di Bruxelles sulla grande opera finanziata anche dall’Unione Europea, ma in realtà motivato -sempre, quel rinvio- dai non ancora ben definiti rapporti di forza fra i due partiti del governo italiano.
su basi più certe dei sondaggi e dei risultati delle elezioni parziali svoltesi in questi ultimi tempi e ancora in programma prima di maggio. Essi valuteranno innanzitutto se davvero potranno continuare a governare insieme, con i leghisti presumibilmente diventati più forti dei grillini, e come eventualmente continuare: cercando ancora compromessi o distribuendosi equamente rinunce e conferme, lasciando invariato il contratto dell’anno scorso o aggiornandolo con i tanti temi o cambiati lungo la strada, da allora, o sopraggiunti.
da quelle del Sud, più care ai grillini ma da qualche tempo contese elettoralmente e politicamente anche dal partito di Salvini. E vale soprattutto per quello che il governo cerca in questi giorni di esorcizzare come un fantasma ma cui non potrà sottrarsi per gli inesorabili sviluppi della crisi economica: la cosiddetta manovra correttiva di bilancio.
respiro, diciamo così, il presidente della Repubblica al Quirinale e il presidente del Consiglio a Palazzo Chigi. Del quale ultimo ha appena colto segni di stanchezza, per non dire di più, riferendone sul Corriere della Sera, Marco Galluzzo.
arresti domiciliari dei genitori. E neppure il prudente silenzio del pur grato Renzi, riferito sempre da Berlusconi, ai rimproveri fatti alla sinistra e a lui personalmente per la mancata riforma della giustizia. Che, inutilmente sollecitata dal Cavaliere sin dal suo esordio politico, e non riuscita neppure a lui, in verità, avrebbe rimediato ai guasti nei rapporti fra la magistratura e la politica risalenti forse già agli anni precedenti “Mani pulite”, ma di sicuro aggravatisi dopo quella falsa epopea.
e militanti pentastellati sulla richiesta di processare Salvini, e vendicatosi, a suo modo, continuando a sbertucciare il vice presidente grillino del Consiglio Luigi di Maio con vignette abrasive, il direttore del Fatto Quotidiano è tornato
a puntare i suoi riflettori, e strali, contro il falso giustizialismo, secondo lui, del Pd. Che vota in Parlamento, per carità, a favore dei magistrati e contro l’imputato di turno, ma in cuor suo sarebbe rimasto, diciamo così, “nazarenico”: inteso come condizionato ancora da un ricordo quasi nostalgico di quell’anno e poco più -fra dicembre del 2013 e gennaio 2015- di accordo sul terreno delle riforme fra l’allora segretario del Pd, e poi anche presidente del Consiglio, e l’uomo di Arcore pur condannato in via definitiva per frode fiscale ed estromesso perciò dal Senato.
tribunale dei ministri di Catania, ma il Pd solidarizza con le ultime proteste di Renzi contro i magistrati pur avendo votato doverosamente -secondo l’ottica di Travaglio- per il processo al leader leghista: un processo funzionale a quel primato della magistratura sulla politica affermatosi una trentina d’anni fa con “Mani pulite” e dintorni. Forse anche di questo hanno parlato nella loro telefonata Berlusconi e Renzi, facendo venire i brividi a Travaglio e dintorni, compreso forse Di Maio in attesa delle amarezze elettorali sarde di domenica prossima vaticinategli dal quotidiano Libero con quel copricapo da pastore.
chiare” del suo personaggio facendogli dire “sono un tot garantista, e un quid giustizialista”, deve essersi ispirato al senatore grillino, nonché avvocato, Mario Michele Giarrusso. Il quale, uscito dalla competente giunta parlamentare dopo avere votato con altri cinque colleghi di gruppo e dieci fra leghisti, forzisti e fratelli d’Italia contro il processo al ministro dell’Interno Matteo Salvini per sequestro aggravato di persona, e altro ancora, ha opposto il segno delle manette agli esponenti del Pd che lo contestavano.
tutelato da una legge costituzionale di attuazione dell’articolo 96 della stessa Costituzione. E nel caso di Salvini questo interesse, consistente nella difesa dei confini e nel coinvolgimento di altri paesi europei nell’accoglienza ai migranti, c’è stato di sicuro, peraltro certificato dal programma del governo investito regolarmente della fiducia parlamentare e da attestazioni scritte del presidente del Consiglio Giuseppe Conte, del vice presidente Luigi Di Maio e del ministro delle Infrastrutture Danilo Toninelli, tutti grillini, diversamente da Salvini che è il leader della Lega.
comminati ai suoi genitori con procedure e tempi a dir poco anomali. Non saprei come altro definire arresti necessariamente motivati con l’urgenza di non far scappare gli indagati, o di non far distruggere o manomettere le prove, o di far ripetere il reato contestato, ma rimasti per settimane all’esame del giudice competente, e neppure eseguiti immediatamente dopo la firma. Si è cos’ verificato lo spettacolo, che ha giustamente sorpreso Matteo Renzi, delle cronache sovrapposte dell’arresto dei suoi genitori e del verdetto digitale dei grillini, divisi fra il 59 per cento di favorevli a Salvini e il 41 per cento di contrari.
romano dove il comico era stato contestato dal suo pubblico, pur avendo cercato di sostenere dalla sua posizione di “elevato”, “garante” e quant’altro la causa dei soccombenti al computer ed avere definito “bellissime” le cose scritte contro Salvini e i grillini a lui favorevoli dal presente direttore del Fatto Quotidiano Marco Travaglio.
la cronaca, diciamo così, per irridere a Di Maio sulla prima pagina del suo giornale e per storpiare il nome a Salvini, riscrivendolo all’anagrafe come Salvato, non bastando più il Salvimaio affibbiatogli da mesi per i suoi rapporti con l’omologo grillino al governo. Che, secondo Travaglio, gli avrebbe spianato la strada di primo attore, in tutti i sensi, come una prateria. E ciò anche a costo del suicidio politico del movimento delle 5 stelle.
persone- di quanti avrebbero potuto perché iscritti, o qualcosa del genere, alla cosiddetta piattaforma Rousseau di Davide Casaleggio. Anche sotto questo aspetto, vista l’affluenza ormai abituale degli elettori alle urne, il movimento grillino ha fatto un passo avanti sulla strada della normalità, e uno indietro rispetto all’anomalia. O alla “diversità” orgogliosamente rivendicata da Grillo.
che come la vittoria addirittura di Barabba evocata con rabbia e sarcasmo sulla prima pagina del Fatto Quotidiano. Che è un po’ il grande sconfitto di questa consultazione on line, visto l’impegno messo nel raccomandare al suo pubblico l’autorizzazione al processo.
Sulla cui indisponibilità alle elezioni anticipate, vera o presunta che sia dopo la partenza del governo Conte, potrebbero essere stati indotti a scommettere in caso di crisi i piddini aperti a quell’intesa già dopo il 4 marzo del 2018, ma bloccati dal veto posto da Matteo Renzi nel salotto televisivo di Fabio Fazio, poche ore prima della riunione della direzione del partito convocata per decidere in materia. Si era appena conclusa, come si ricorderà, un’esplorazione in quel verso affidata dal capo dello Stato al presidente grillino della Camera, Roberto Fico. Che aveva lasciato quanto meno socchiusa la porta ad una trattativa più concreta, o meno generica, di quella che a torto o a ragione gli era stata attribuita nello svolgimento della missione affidatagli da Sergio Mattarella.
lo studio televisivo di un Massimo Giletti particolarmente ben disposto nella sua Arena, che è o non è a seconda delle circostanze, il vice presidente leghista del Consiglio e ministro dell’Interno Matteo Salvini ha voluto mandare un messaggio rasserenante agli alleati di governo: almeno a quelli più inquieti per il referendum digitale che nel loro movimento a cinque stelle, adottate dal Giornale come simbolo delle “brigate Rousseau”, hanno dovuto indire, o subire, sul processo per l’affare Diciotti. Che, se autorizzato poi dal Senato con la prescritta maggioranza assoluta dei voti, vedrebbe Salvini imputato di sequestro aggravato di persona, pur significativamente tradotto con la nota informativa ai votanti on line in “ritardato sbarco” dei migranti. Essi in effetti nella scorsa estate erano stati soccorsi doverosamente in mare dal pattugliatore della Guardia Costiera italiana Diciotti, appunto, ma trattenuti a bordo per alcuni giorni
nel porto di Catania mentre il governo trattava la loro distribuzione fra più paesi o enti disposti ad accoglierli. E questo fu il risultato dell’operazione, conforme alla linea adottata sin dall’origine con tanto di fiducia parlamentare dal governo gialloverde in tema di immigrazione: un risultato indubbio, anche se poi parzialmente vanificato di fatto in quella occasione dai vescovi italiani per le fughe verificatesi dai centri dove i loro ospiti erano stati sistemati, nei pressi di Roma.
nel non detto, ma presunto da Salvini. Il quale, a conti fatti, si è convinto che -salvo incidenti- nella votazione conclusiva nell’aula di Palazzo Madama, dopo il passaggio imminente nella giunta delle cosiddette immunità, i grillini favorevoli al processo contro di lui, non tutti, saranno meno degli oppositori di centrodestra, ma suoi alleati a livello amministrativo e locale, contrari all’autorizzazione a procedere chiesta dal cosiddetto tribunale dei ministri di Catania. E in tal caso non sarebbe certamente il vice presidente grillino del Consiglio Luigi Di Maio, ancora capo del movimento delle 5 stelle, per quanto ammaccato dai risultati delle recenti elezioni regionali abruzzesi, o proprio per questo, a reclamare o promuovere la crisi di governo per il processo eventualmente negato al suo omologo leghista.
stelle con un gioco di sì e di no paragonabile ad un equivoco soccorso a Salvini. Essi infatti se gli votassero no lo salverebbero, e viceversa col sì. Il pubblico digitale è stato chiamato, in particolare, a pronunciarsi sul sì o sul no alla possibilità che Salvini abbia tutelato un interesse superiore ritardando, ripeto, e neppure impedendo lo sbarco dei 177 migranti dalla nave Diciotti. Il sì equivarrebbe in effetti al no al processo, e viceversa.