Col voto sardo la seconda caduta di Di Maio dal balcone di Palazzo Chigi

           Dopo tutto il latte versato sulle strade dai pastori, corteggiati dividendosi fra il Viminale e le piazze dell’isola, il leader leghista, vice presidente del Consiglio e ministro dell’Interno ha raccolto latte versato.jpgnelle urne sarde un risultato di cui può consolarsi solo confrontandolo con quello da vero disastro politico del suo omologo grillino Luigi Di Maio. Che, superando il fiasco abruzzese del 10 febbraio, ha visto precipitare il suo movimento pentastellato sotto il 10 per cento, da oltre il 42 raccolto nello stesso territorio nelle elezioni politiche di meno di un anno fa, il 4 marzo del 2018.

          C’è qualcuno, fra i grillini, che ha trovato il modo, ma soprattutto la faccia, di festeggiare lo stesso vantandosi dell’arrivo comunque garantito al MoVimento -come lo scrivono sui manifesti e Il  Fatto.jpgsulle carte intestate- nel Consiglio regionale per la prima volta nella storia dell’autonomia speciale della Sardegna. Chi si accontenta gode, naturalmente. Ma il nuovo “crollo”, certificato anche con tanto di titolone in prima pagina dall’insospettabile Fatto Quotidiano, col realistico richiamo ai voti raccolti nella stessa regione meno -ripeto- di un anno fa, equivale ad una nuova caduta di Luigi Di Maio dal balcone di Palazzo Chigi. Dove il vice presidente grillino del Consiglio, senza bisogno di sfuggire al controllo del presidente Di Maio sul balcone.jpgGiuseppe Conte, che lo aveva lasciato fare condividendone l’entusiasmo, si affacciò una sera dell’autunno scorso per annunciare e festeggiare addirittura la sconfitta della povertà con la decisione appena presa -e poi ritrattata- di sfidare l’Unione Europea e le sue regole portando  il deficit al 2,4 per cento del prodotto interno lordo. E ciò per finanziare il cosiddetto reddito di cittadinanza e la pensione accessibile con 62 anni di età e 38 di contributi.

           Di quella foto storicamente improvvida Di Maio e il suo partito -pardon, MoVimento- stanno ora impietosamente raccogliendo i frutti. Ai pastori, e non solo, abruzzesi e sardi seguiranno probabilmente il 24 marzo i pastori della Basilicata. Poi potrebbe cadere sui grillini -con i tempi della recessione che corrono, nonostante le ostinate previsioni ottimistiche di Conte, e le delusioni o preoccupazioni che crescono fra gli elettori pentastellati dell’anno scorso- il temporale delle elezioni europee e di quelle regionali piemontesi di fine maggio.

            Le difficoltà dei grillini tuttavia non possono bastare a compensare quelle che Salvini, nonostante tutto, cioè nonostante il quasi 12 per cento raccolto in un’isola estranea al radicamento tradizionale della Lega, ha dovuto registrare per il suo partito nell’isola dove pure si era tanto speso in campagna elettorale. Il suo candidato Christian Solinas alla guida della Sardegna -suo più ancora Zedda e Solinas.jpgdel centrodestra, avendolo voluto praticamente imporre dopo averlo fatto eleggere senatore per il Carroccio- ha raccolto circa il 4 per cento in meno consensi della sua coalizione, diversamente da candidato del centrosinistra Massimo Zedda, il giovane sindaco di Cagliari indipendente di sinistra. Che ha preso 36 mila voti in più della propria coalizione, pari a circa il 3 per cento.  Per un pò, dalle “intenzioni”  di voto o dal voto annunciato ai sondaggisti dagli elettori alla chiusura dei seggi, si era pensato addirittura che Zedda potesse battere Solinas portandosi appresso un premio di maggioranza decisivo.

             Salvini farebbe male a sottovalutare le difficoltà incontrate da Solinas, cui lui si era sovrapposto nella campagna elettorale sino a  farne “l’uomo invisibile”. Così ad un certo punto si era autodefinito lo stesso interessato con apparente ironia, quasi a spiegare la brutta aria che avvertiva attorno alla propria corsa. E che aveva ispirato forse a Stefano Rolli nel giorno del voto una vignetta sul Secolo XIX abrasiva sui sospetti di Salvini di fronte ai quattro mori della storica bandiera sarda.

              Non hanno giovato al candidato pur vittorioso del centrodestra neppure i limiti posti alla coalizione dal leader leghista, sottolineandone insistentemente il carattere locale e mostrando più interesse alla difesa dell’alleanza del Carroccio per il governo nazionale con i grillini che al cambiamento degli equilibri concordati a Roma con Di Maio dopo le elezioni politiche dell’anno scorso.

              La doppiezza qualche volta può premiare in politica, per carità. Ma non sempre. E comunque non alla lunga perché all’elettore, inteso in senso lato, non sfuggono i prezzi che inevitabilmente le si debbono pagare, ricorrendo ai compromessi sino alla pratica governativa del galleggiamento, del rinvio, del correre a rimorchio delle crisi anziché prevenirle.

               Dimostrano tutto questo, tanto per non andare lontano, le vicende della Tav, delle autonomie differenziate e della cosiddetta manovra economica e finanziaria correttiva, smentita con una ostinazione pari solo alla crescente evidenza della sua inevitabilità. In un clima del genere rischiano di non essere credibili neppure le smentite opposte continuamente dallo stesso Salvini, dal suo omologo Di Maio e dal loro presidente Conte alla prospettiva, avvertita o denunciata dalle opposizioni, di un’imposta patrimoniale. Che non sarebbe peraltro l’unica, perché di imposte patrimoniali ormai croniche gli italiani ne pagano già: per esempio, sulle seconde case, più diffuse di quanto non si creda, sulle auto e persino sui redditi, con la progressività della relativa imposta.

 

 

 

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Giuseppe Conte avverte Fitch: in Italia cadono gli alberi, non il governo

            In partenza per l’Africa, non per Putigliano, la cittadina della sua regione a una quarantina di chilometri Conte 1.jpgda Bari, dove si svolge la festa in maschere più lunga d’Europa, con una sfilata di carri che non hanno nulla da invidiare a quelli pur più famosi di Viareggio, il presidente del Consiglio Giuseppe Conte in una intervista al Corriere della Sera ha opposto il suo ormai stoico ottimismo anche alle previsioni di Fitch. Che naturalmente è la notissima agenzia americana di rating appena espressasi con preoccupazione sull’Italia, pur lasciando invariata la valutazione del suo debito pubblico, perché avverte non il rischio ma la certezza di elezioni anticipate in questo 2019, pur “bellissimo” secondo recenti promesse, o addirittura garanzie, dello stesso Conte.

             Ma che caduta e caduta. In Italia cadono gli alberi per il vento, che certamente non soffia da Palazzo Chigi e fa parecchi Caduta d'alberi.jpgdanni. Cade la produzione industriale. Cade il pil. Cade nei sondaggi e nelle elezioni non proprio localissime, come sono quelle regionali, il principale partito della maggioranza parlamentare e della coalizione gialloverde improvvisata, pur con tanto di contratto, dopo le elezioni politiche del 4 marzo dell’anno scorso, ma non cade né cadrà il governo. Parola, appunto, di Conte. E alla faccia degli americani di Fitch e di tutti i menagrami d’Italia che scommettono sulla crisi ignorando forse la forza di quel motto, riproposto ai suoi tempi da Giulio Andreotti, secondo cui anche ai governi, e ai governati, conviene continuare a campare piuttosto che tirare le cuoia.

              Agli incauti osservatori che stanno lì a misurare ogni giorno, o a ogni ora e frazione, l’andamento di quel maledetto mister Spread scoperto da molti italiani solo nell’estate del 2011, quando salì di tanto Conti 2.jpgda travolgere l’ultimo governo “eletto” direttamente dal popolo, come Silvio Berlusconi ama ancora definirlo con generoso rimpianto, Conte ha opposto un’analisi più psichica che politica, più dietrologica o persino golpistica che economica, con quegli “impulsi esterni” che gonfiano, all’occorrenza, la “bolla mediatica” delle differenze dei costi del nostro ingente debito pubblico rispetto a quello tedesco, cui gli investitori finanziari hanno la maledetta abitudine di paragonarlo. Beh, insomma, il presidente del Consiglio cerca di fare al meglio il mestiere che si è dato di “avvocato del popolo”, inteso però come avvocato pietoso, che assiste il suo cliente cercando in tutti i modi di rasserenarlo, di fargli credere che la causa è vinta in partenza. E se poi sarà perduta, la colpa sarà solo dei giudici, da apostrofare come il tifoso fa allo stadio con l’arbitro che ha negato il rigore alla sua squadra.

              Uno sguardo sulla situazione politica italiana lo ha allungato, nel suo appuntamento domenicale con i lettori della Repubblica di carta da lui fondata,  anche Eugenio Scalfari, dopo l’ormai abituale e lungo interessamento alle parole, ai gesti e all’azione di Papa Francesco.Scalfari.jpg Ebbene, nell’esercizio psichico, filosofico e culturale dei paragoni e, più in particolare, delle assonanze che lo appassiona da una vita Scalfari ci ha offerto quello fra Silvio Berlusconi e non Gabriele D’Annunzio, come sembrava tentato in un primo momento, ma Beppe Grillo. Che in comune avrebbero il populismo. Ma a sorpresa, nonostante i risultati elettorali dei rispettivi partiti, quello di Berlusconi batterebbe il populismo del comico genovese.

             Chissà se i due prima o dopo non smettano d’insultarsi da Arcore e da Genova e non si accordino, alla faccia di capitan Salvini. Avrà forse voglia di chiederselo prima o dopo Scalfari. Che di paradossi nella sua lunga vita ne ha ormai visti, vissuti e a volte anche provocato tanti da non potersi o doversi meravigliare davvero di nulla.

 

 

 

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Quella voglia insana di festeggiare i bagni penali di Roberto Formigoni

             Senza voler togliere nulla alle ordinarie cronache politiche -dalla grazia concessa al governo gialloverde dall’agenzia americana Fitch, lasciando invariato il rating del debito pubblico, alle polemiche sullo stop, rinvio e quant’altro della Tav, dall’ostinata fiducia di Giuseppe Conte nella ripresa economica nella seconda metà dell’anno all’irruzione di Luigi Di Maio quasi sulla soglia delle urne regionali sarde per contestare il credito cercato dall’amico e alleato di governo Matteo Salvini presso i pastori impegnati nella vertenza del latte-  mi sembra degno di maggiore considerazione l’ulteriore capacità di abbassare il livello civile, o di alzare quello incivile, dimostrato sotto le cinque stelle e dintorni di fronte alla vicenda dell’ex governatore della regione Lombardia Roberto Formigoni. Che, condannato in via definitiva a 5 anni e 10 mesi di carcere per corruzione, si è permesso -diciamo così- di consegnarsi spontaneamente al penitenziario di Bollate, preferendolo a quello milanese di San Vittore o altri, dove l’ormai ex “Celeste” temeva di finire attendendo a casa la pattuglia dei Carabinieri incaricata di tradurlo in prigione.

            Per quanto, in verità, il blog ufficiale del movimento grillino abbia ammesso, o avvertito il suo pubblico, Vauro su Formigoni.jpgche “non c’è nulla da esultare” che “in un Paese normale” un condannato per corruzione finisca in carcere, il solito Fatto Quotidiano di Marco Travaglio -e chi sennò?, verrebbe voglia di chiedere- ha ritenuto ancora più normale, e dovuto, sbeffeggiare il detenuto in prima pagina con una vignetta che lo raffigura in tenuta da bagno davanti a due guardie penitenziarie che lo deridono per la natura ormai penale dello stabilimento dove si è presentato.

           Questo, per quanto firmato da un vignettista professionale come Vauro, non è proprio umorismo. O almeno non mi sembra. E’ altro, specie perché accompagnato da un editoriale nel quale se ne scrivono di tutti i colori praticamente contro chi non ha esultato per il verdetto giudiziario. La cui esecuzione risulterà ancora più stringente, a dispetto dei quasi 72 anni compiuti da Formigoni, grazie alla recentissima legge nota come “spazzacorrotti”: quella con la supposta, incorporata, della sostanziale abolizione, dall’anno prossimo, della odiatissima prescrizione. Di cui Formigoni ha potuto usufruire, sia pure solo in parte, vedendosi ridurre di quasi due anni la pena rimediata nella sentenza d’appello. Se la Cassazione avesse atteso ancora qualche mese prima di pronunciarsi in via definitiva, la prescrizione sarebbe scattata del tutto, in estate.   

           Un’applicazione retroattiva della cosiddetta “spazzacorrotti”, che non permette gli arresti domiciliari e altro ancora ai condannati per corruzione, è già stata lamentata dai legali dell’ex governatore della Lombardia. Che  si sono riservati di promuovere le azioni necessarie a tentare di portare la questione all’esame della Corte Costituzionale.

          Si ripete un po’, a suo modo, la storia della cosiddetta legge Severino, applicata in modo retroattivo a Silvio Berlusconi nel 2013 per espellerlo dal Senato dopo una condanna definitiva per frode fiscale, risalente però a molti, anzi moltissimi anni prima di quelle disposizioni comportanti la decadenza da parlamentare. E anche quella condanna definitiva intervenne mentre si avvicinavano i tempi o termini della prescrizione.

           A corredo, diciamo così, della vignetta e dell’editoriale di prima pagina il giornale di Travaglio, non ancora ripresosi -temo- dalla delusione procuratagli dal popolo grillino nel referendum digitale che ha fatto vincere Schermata 2019-02-23 alle 06.49.02.jpgil no al processo a Salvini per la vicenda Diciotti col risultato di 59 a 41 punti, ha pubblicato come una lista di ricercati mediatici quella degli esponenti politici e dei giornalisti persino di sinistra, come Gad Lerner, solidali con Formigoni, o comunque non abbastanza soddisfatti di vederlo o saperlo ristretto a Bollate. Vedrete che prima o dopo a qualcuno verrà l’idea di predisporre una Guantanamo mediterranea, o europea di stampo sovranista o populista dopo le elezioni di fine maggio, per rinchiudervi i corrotti che si ostinano anche in carcere a considerarsi e a dirsi innocenti, con la solidarietà, la comprensione, la compiacenza e quant’altro di gente provvisoriamente libera.

 

 

 

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La maggioranza gialloverde costretta a vivere di rinvii fino a maggio, se basterà

            Certo, le coincidenze o le date sono quanto meno galeotte. Quei cartelli levati dai deputati del Pd nell’aula di Montecitorio contro uno scambio fra il “#salvasalvini” e il “#boccialatav” mentre comparivano sul cartellone elettronico dell’aula i risultati della votazione sulla mozione della maggioranza gialloverde riguardante la controversa linea ferroviaria ad alta velocità per Rinvio Tav.jpgle merci fra Torino e Lione, qualche ragione potevano averla. O mostrare di averla, perché una forzatura c’era di sicuro in quella protesta. La Tav, versione femminile e più diffusa di quella maschile raccomandata sul Fatto Quotidiano da Marco Travaglio, può essersi avvicinata con quella mozione  parlamentare alla bocciatura ma non  ne ha varcato la soglia. E’ stato deliberato soltanto un rinvio: Anzi, un ulteriore rinvio, ufficialmente giustificato, dopo la diffusione dei famosi e contestatissimi calcoli di costi e benefici, dai contatti internazionali tra Francia, Italia e Commissione di Bruxelles sulla grande opera finanziata anche dall’Unione Europea, ma in realtà motivato -sempre, quel rinvio-  dai non ancora ben definiti rapporti di forza fra i due partiti del governo italiano.

           All’indomani delle elezioni europee di fine maggio, probabilmente abbinate peraltro a quelle regionali in Piemonte, che è un po’ la culla della Tav,  leghisti e grillini si misureranno finalmente Rollijpg.jpgsu basi più certe dei sondaggi e dei risultati delle elezioni parziali svoltesi in questi ultimi tempi e ancora in programma prima di maggio. Essi valuteranno innanzitutto se davvero potranno continuare a governare insieme, con i leghisti presumibilmente diventati più forti dei grillini, e come eventualmente continuare: cercando ancora compromessi o distribuendosi equamente rinunce e conferme, lasciando invariato il contratto dell’anno scorso o aggiornandolo con i tanti temi o cambiati lungo la strada, da allora, o sopraggiunti.

           In attesa dello snodo di maggio, e di giugno, non potendosi ragionevolmente chiarire il quadro politico nei pochi giorni finali di maggio, la maggioranza gialloverde è condannata a vivere quindi di rinvii. Ciò vale per la Tav, come si è appena visto, per le cosiddette autonomie differenziate, che sono poi quelle rafforzate reclamate dalle regioni del Nord, più care alla Lega, e temute Giannelli.jpgda quelle del Sud, più care ai grillini ma da qualche tempo contese elettoralmente e politicamente anche dal partito di Salvini. E vale soprattutto per quello che il governo cerca in questi giorni di esorcizzare come un fantasma ma cui non potrà sottrarsi per gli inesorabili sviluppi della crisi economica: la cosiddetta manovra correttiva di bilancio.

            Ci sarà solo da vedere di quanto risulterà peggiorata la situazione finanziaria, e di riflesso quella politica, per le scelte che ne deriveranno, al termine del percorso più o meno obbligato dei rinvii. Di fronte ai quali trattengono un po’ il Conte.jpgrespiro, diciamo così, il presidente della Repubblica al Quirinale e il presidente del Consiglio a Palazzo Chigi. Del quale ultimo ha appena colto segni di stanchezza, per non dire di più, riferendone sul Corriere della Sera, Marco Galluzzo.

           Chissà se di questi problemi, oltre che di quelli interni al loro movimento dopo il passaggio soffertissimo del no al processo a Salvini per l’affare Diciotti, peraltro non ancora del tutto chiuso al Senato, hanno trovato il tempo, la voglia e l’interesse di occuparsi a pranzo i vertici veri del movimento delle 5 stelle. Che, a cominciare da Beppe Grillo, hanno mangiato e discusso affacciati sulle rovine, fortunatamente per ora, dei soli Fori Imperiali dell’antica Roma.   

 

 

 

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Un Cavaliere davvero inedito, che si contiene parlando dei grillini

Di Silvio Berlusconi nel salotto televisivo di Lilli Gruber, l’altra sera, non mi ha sorpreso tanto la notizia, da lui stesso rilevata, della telefonata di solidarietà fatta a Matteo Renzi dopo gli richiamo Dubbio.jpgarresti domiciliari dei genitori. E neppure il prudente silenzio del pur grato Renzi, riferito sempre da Berlusconi, ai rimproveri fatti alla sinistra e a lui personalmente per la mancata riforma della giustizia. Che, inutilmente sollecitata dal Cavaliere sin dal suo esordio politico, e  non riuscita neppure a lui, in verità, avrebbe rimediato ai guasti nei rapporti fra la magistratura e la politica risalenti forse già agli anni precedenti “Mani pulite”, ma di sicuro aggravatisi dopo quella falsa epopea.

No. Di Berlusconi mi ha in qualche modo sorpreso di più la prudenza opposta alla smania, diciamo così, della conduttrice televisiva, spalleggiata da Massimo Giannini di Repubblica, di fargli esprimere giudizi pesanti sugli esponenti principali delle 5 stelle, oltre che sul loro movimento nel complesso. Che non gode notoriamente degli apprezzamenti dell’ex presidente del Consiglio, tornato anche con la Gruber a sostenere con sorriso ironico che gli italiani dovrebbero “vergognarsi” non solo di non avere mai dato alla sua Forza Italia i voti necessari a farla governare da sola, o con alleati davvero compiacenti, ma anche o ancor più di averne dati tanti, di voti, ai grillini: sino a mandarli al governo. E per giunta -aggiungerei- facendo loro prendere in prestito come alleato il leader leghista Matteo Salvini, da lui peraltro autorizzato l’anno scorso all’avventura gialloverde per evitare che si andasse anticipatamente alle urne -ha raccontato lo stesso Berlusconi- il 27 luglio. Che era, in verità una data improbabile, capitando di venerdì e non di domenica, ma aveva sicuramente l’inconveniente, anche se spostata di qualche giorno, di non favorire l’affluenza alle urne, con “i nostri elettori in ferie”, ha detto l’ex presidente del Consiglio. In ferie -aggiungerei ancora- ma già abituatisi il 4 marzo, nelle elezioni ordinarie, a preferire nel centrodestra la Lega a Forza Italia.

Pur incalzato, come dicevo, dalla Gruber e dall’altro ospite, Berlusconi ha detto di non poter giudicare i maggiori esponenti grillini, a cominciare dallo stesso Grillo, per non conoscerli personalmente, o non conoscerli abbastanza. Del presidente del Consiglio Giuseppe Conte egli ha voluto limitarsi a dire – cosa per Berlusconi già importante- che veste bene e sa essere galante con le signore nel rito del baciamani.

A Giannini, che gli rimproverava di non aver voluto salutare Conte nel ricevimento di fine anno al Quirinale, Berlusconi ha opposto la casualità del presunto incidente. “Era alle mie spalle e non l’ho visto”, si è giustificato.

Scusate la mia malizia, o la propensione che condivido con l’amico Carlo Fusi a praticare qualche volta anche un po’ di “fantapolitica”, come lui stesso l’ha definita ieri commentando sul Dubbio col consueto acume la situazione politica, ma mi è parso di capire che Berlusconi non abbia trovato nessun disagio -proprio nessuno- a fare schierare i suoi senatori nella giunta delle immunità insieme con i grillini nella bocciatura della richiesta del cosiddetto tribunale dei ministri di Catania di processare Salvini addirittura per sequestro aggravato di persona nella vicenda della nave Diciotti nel porto di Catania, durante l’estate scorsa. Eppure di quella vicenda lo stesso Berlusconi ha mostrato di non avere condiviso tutti gli aspetti, al pari di noi qui, al Dubbio, come ha spiegato più volte ai lettori il direttore Piero Sansonetti facendo distinzione tra azione politica, e di governo, criticabile quanto si vuole, e azione giudiziaria, necessariamente contenibile nella legge.

Berlusconi non ha trattenuto i suoi parlamentari, e non li tratterrà sicuramente neppure in aula al Senato, quando si arriverà al voto davvero conclusivo, neppure dopo l’ultima “provocazione”, diciamo così, del vice presidente del Consiglio grillino Luigi Di Maio. Che ha difeso l’alleanza con Salvini come “argine” disperato, o quasi, all’arrivo del Cavaliere di Arcore al Ministero degli Esteri, che in effetti gli piacerebbe molto, o al Ministero dell’Economia, che gli piacerebbe forse di meno ma dove potrebbe ugualmente mettere a profitto la sua esperienza imprenditoriale e i suoi rapporti internazionali. Alla guida di un eventuale governo di centrodestra Di Maio ha giustamente immaginato, e immagina, il suo amico e attuale omologo Matteo, cioè Salvini, con un ministro sicuramente ingombrante come l’aspirante, per ora, solo all’Europarlamento, essendo Berlusconi tornato alla piena praticabilità politica dopo la condanna definitiva del 2013 per frode fiscale: una condanna di cui il presidente di Forza Italia attende ancora l’annullamento, o qualcosa del genere, in sede comunitaria.

Si deve peraltro al tanto bistrattato centralismo democratico di togliattiana memoria -bistrattato da altri ma da me rimpianto di fronte agli spettacoli offerti dai partiti della cosiddetta seconda e terza, incipiente Repubblica- se i voti dei forzisti nella giunta del Senato non sono stati determinanti ai fini del risultato contro il processo a Salvini. E non lo saranno forse neppure in aula a Palazzo Madama, se i parlamentari grillini  si lasceranno vincolare alla disciplina, o qualcosa del genere, dopo il referendum digitale svoltosi all’interno del loro movimento sull’affare del pattugliatore della Guardia Costiera e dello “sbarco ritardato” dei migranti che erano stati salvati dal naufragio in alto mare: “sbarco ritardato”, ripeto, nella ricostruzione dei fatti offerta ai votanti a 5 stelle e non sequestro aggravato di persone. Come invece era nell’accusa nemmeno della Procura della Repubblica di Catania ma del collegio dei tre giudici a sorte che compongono il cosiddetto tribunale etneo dei ministri. Essi sono in realtà solo un collegio di giudici delle indagini preliminari. I veri e propri giudici, abilitati a condannare o assolvere l’imputato Salvini, sarebbero stati altri, sempre della magistratura ordinaria, e sempre a Catania.

Si sono espressi sul conto del referendum digitale grillino, gestito dalla cosiddetta piattaforma Rousseau di Davide Casaleggio e amici, molti dubbi persino nel movimento delle 5 stelle, ad opera di quelli rimasti in minoranza o che non sono neppure riusciti a votare per disguidi elettronici. Lo stesso Grillo, prima ancora di essere rimbrottato dal suo pubblico nel teatro romano, dove ha dato il suo spettacolo “Insomnia” elogiando la presenza in platea di Marco Travaglio, e ringraziandolo delle “bellissime cose” scritte vanamente sul suo Fatto Quotidiano a favore del processo a Salvini, aveva tenuto a ridire sulle modalità del referendum, compreso il quesito formulato per far votare sì o no.

Eppure, scusate anche qui non la mia malizia ma la mia ingenuità, o dabbenaggine, preferisco un pur claudicante referendum digitale ad una direttiva dall’alto adottata in un partito, o in qualcosa che gli assomiglia, col metodo dell’”algoritmo”. Il movimento sarà uscito “diviso” -come anche, per ammissione di un titolo di prima pagina, il pubblico del Fatto Quotidiano- fra un 59 per cento di contrari al processo a Salvini e un 41 per cento rimasto convinto che alla magistratura spetti la precedenza pure quando non gliela concede la Costituzione con l’articolo 96 sui cosiddetti reati ministeriali, ma è rimasto  vivo. Altro che morto, suicida, ammazzato o quant’altro, come immaginato dal giornale di Travaglio con quella vignetta su Di Maio che gli scava la fossa davanti alla lapide in un cimitero.

Più o prima ancora della lapide mortuaria del movimento grillino immaginata dal vignettista di Travaglio, e dei sommovimenti di terra addebitabili alle scadenze elettorali da qui a fine maggio, credo che incombano ormai sulla situazione politica  gli sviluppi della crisi economica. E la conseguente prospettiva, sempre sempre meno convintamente smentita o esclusa nel governo e dintorni, di una cosiddetta manovra correttiva. Che non sarebbe certamente fatta di cioccolatini, anche se furbescamente rinviata a dopo tutti gli appuntamenti in programma con le urne primaverili, regionali ed europee.

Quando non ci si potrà più sottrarre a questo indigesto passaggio, diventerà forse meno forte la tentazione ora crescente delle elezioni anticipate, specie dopo l’apertura fatta in questa direzione dal segretario ormai in pectore del Pd Nicola Zingaretti. Con le dimensioni più chiare ed ammesse della stagnazione ormai in corso potrebbe risultare comoda a Salvini, e di riflesso anche al pur refrattario Di Maio, una mano o manina di Berlusconi in un clima di emergenza, o di qualcosa che potrebbe assomigliarle. E che potrebbe estendere, anziché ridurre, il malessere fra i grillini.

Rilevo anche il non casuale voto dei forzisti già espresso a favore del progetto di riforma costituzionale dei grillini per la riduzione del numero dei parlamentari, osteggiato invece dal Pd perché insufficiente, da solo, a garantire maggiore efficienza a un Parlamento ancora troppo bicamerale, e ben più modificato dalla riforma targata Renzi ma bocciata, col concorso del movimento delle 5 stelle, nel referendum del 2016.

In politica, disse il buon Carlo Donat-Cattin correggendo un “mai” sfuggitogli o attribuitogli a proposito di un’intesa di governo con i comunisti di Enrico Berlinguer, “non bisogna mai dire mai”.

 

 

 

Pubblicato su Il Dubbio

Berlusconi chiama Renzi, che gradisce. Da cosa può nascere cosa….

          Diffusa dallo stesso Silvio Berlusconi nel salotto televisivo di Lilli Gruber, a la 7, la telefonata di gradita solidarietà del capo di Forza Italia a Matteo Renzi per gli arresti domiciliari dei genitori deve avere rovinato la cena al direttore del Fatto Quotidiano Marco Travaglio. Che, già innervosito e insospettito di suo per gli attestati di solidarietà a Renzi giunti da un po’ tutti gli esponenti del Pd, pur divisi come al solito nella campagna in corso per le primarie congressuali del 3 marzo, ha sentito puzza di bruciato. E non ha speso una parola di apprezzamento -dico una- per l’allineamento dei senatori del Pd, nella giunta delle immunità, alla posizione raccomandata inutilmente dal Fatto Quotidiano agli esponenti grillini di votare a favore del processo al ministro leghista dell’Interno Matteo Salvini sull’affare Diciotti. In cui il cosiddetto tribunale dei ministri di Catania, peraltro difformemente dalla Procura della Repubblica, aveva ravvisato i reati di sequestro aggravato di persone, abuso d’ufficio e non ricordo cos’altro.

            Rassegnato, come da un titolo di prima pagina, a registrare “la divisione” anche dei suoi lettori, elettoriFatto.jpg e militanti pentastellati sulla richiesta di processare Salvini, e vendicatosi, a suo modo, continuando a sbertucciare il vice presidente grillino del Consiglio Luigi di Maio con vignette abrasive, il direttore del Fatto Quotidiano è tornatoIl Fatto.jpg a puntare i suoi riflettori, e strali, contro il falso giustizialismo, secondo lui, del Pd. Che vota in Parlamento, per carità, a favore dei magistrati e contro l’imputato di turno, ma in cuor suo sarebbe rimasto, diciamo così, “nazarenico”: inteso come condizionato ancora da un ricordo quasi nostalgico di quell’anno e poco più -fra dicembre del 2013 e gennaio 2015- di accordo sul terreno delle riforme fra l’allora segretario del Pd, e poi anche presidente del Consiglio, e l’uomo di Arcore pur condannato in via definitiva per frode fiscale ed estromesso perciò dal Senato.

            La rottura fra i due, come si ricorderà, sfociata poi nella contrapposizione referendaria sulla riforma costituzionale perduta rovinosamente da Renzi, si consumò sulla scelta del successore a Giorgio Napolitano al Quirinale. Dove Berlusconi avrebbe voluto Giuliano Amato, sostenuto dietro le quinte nel Pd anche da Massimo D’Alema, ma Renzi, probabilmente proprio per lo zampino dalemiano, preferì mandare Sergio Mattarella, pentendosene forse l’anno dopo: quando il nuovo capo dello Stato, d’intesa col successore di Renzi a Palazzo Chigi, Paolo Gentiloni, gli rifiutò le elezioni anticipate reclamate dall’ancora segretario piddino per cercare di tradurre in voti il 40 per cento col quale era stato sconfitto nel referendum costituzionale, e risparmiarsi comunque l’ultimo e solitamente peggiore anno della legislatura. Non a caso le elezioni ordinarie del 2018 si risolsero per il Pd renziano, nel frattempo spaccatosi con la scissione di D’Alema e compagni, in un’autentica debacle. E nella vittoria, sia pure su fronti contrapposti, di grillini e leghisti poi accordatisi per un governo -quello ancora in carica- nominato da Mattarella pur di risparmiarsi un passaggio tecnico verso elezioni anticipate.

            Credo proprio di non essermi inventato o di non avere forzato nulla, ma di avere raccontato fatti realmente avvenuti. E accettati a malincuore, credo, anche da Travaglio. Che avrebbe preferito l’anno scorso la formazione di un governo fra le 5 stelle e un Pd abbastanza indebolito e scioccato da Renzi per diventare, nelle attese del direttore del Fatto Quotidiano, un alleato docile dei grillini: non irruente, invasivo, presenzialista, irriguardoso verso i magistrati e soprattutto in buona salute elettorale come Matteo Salvini.

            Al Pd come forno di riserva delle 5 stelle Travaglio ha continuato a pensare, specie di fronte alle misure forse impreviste dei guadagni elettorali della Lega. Ma il combinato disposto, diciamo così, dell’affare Diciotti e degli arresti domiciliari dei genitori di Renzi gli hanno scombussolato il quadro e le aspettative. Non solo i grillini gli sono sfuggiti tanto di mano da votare -al pari dei senatori di Berlusconi- contro il processo a Salvini da lui reclamato con forza ancora maggiore, se possibile, del Libero.jpgtribunale dei ministri di Catania, ma il Pd solidarizza con le ultime proteste di Renzi contro i magistrati pur avendo votato doverosamente -secondo l’ottica di Travaglio- per il processo al leader leghista: un processo funzionale a quel primato della magistratura sulla politica affermatosi una trentina d’anni fa con “Mani pulite” e dintorni. Forse anche di questo hanno parlato nella loro telefonata Berlusconi e Renzi, facendo venire i brividi a Travaglio e dintorni, compreso forse Di Maio in attesa delle amarezze elettorali sarde di domenica prossima vaticinategli dal quotidiano Libero con quel copricapo da pastore.

 

 

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La fiera delle maschere prodotta dallo scampato processo a Matteo Salvini

           Francesco Tullio Altan con la vignetta omonima di prima pagina su Repubblica, in cui espone le “idee Altan.jpgchiare” del suo personaggio facendogli dire “sono un tot garantista, e un quid giustizialista”, deve essersi ispirato al senatore grillino, nonché avvocato, Mario Michele Giarrusso. Il quale, uscito dalla competente giunta parlamentare dopo avere votato con altri cinque colleghi di gruppo e dieci fra leghisti, forzisti e fratelli d’Italia contro il processo al ministro dell’Interno Matteo Salvini per sequestro aggravato di persona, e altro ancora, ha opposto il segno delle manette agli esponenti del Pd che lo contestavano.

          Quel segno delle manette, specie se collegato ad uno analogo indirizzato qualche giorno fa nell’aula di Montecitorio da un deputato grillino ai parlamentari del Pd che protestavano contro la proposta di legge costituzionale che vorrebbe consentire il referendum propositivo anche per fare o modificare leggi penali, non è francamente confortante, e tanto meno lodevole. Ma con altrettanta franchezza debbo dire -pur ripetendo una infelice battuta sfuggita a suo tempo in televisione a Giulio Andreotti commentando addirittura l’uccisione del povero avvocato Giorgio Ambrosoli, liquidatore nel 1979 della banca di Michele Sindona-  che i piddini un po’ se la sono cercata quella brutta reazione sotto i portici e nel cortile di Sant’Ivo alla Sapienza, all’uscita dall’aula della giunta del Senato dove essi avevano fatto quadrato, perdendo, attorno al cosiddetto tribunale dei ministri di Catania. Che non è poi un tribunale, come forse pensa la gente comune, trattandosi solo di tre giudici tratti a sorte che svolgono collegialmente le funzioni del giudice delle indagini preliminari, o dell’udienza preliminare.

          Questi tre giudici si limitano a rinviare a giudizio un ministro indagato, poi condannato o assolto però da altri giudici, sempre ordinari, se il Parlamento dovesse concedere l’autorizzazione al processo non ravvisando nella condotta dell’uomo di governo “l’esimente”, come l’ha definita con insospettabile competenza in un salotto televisivo il consigliere superiore della magistratura Piercamillo Davigo, del perseguimento di un superiore interesse pubblico,manifesto.jpg tutelato da una legge costituzionale di attuazione dell’articolo 96 della stessa Costituzione. E nel caso di Salvini questo interesse, consistente nella difesa dei confini e nel coinvolgimento di altri paesi europei nell’accoglienza ai migranti, c’è stato di sicuro, peraltro certificato dal programma del governo investito regolarmente della fiducia parlamentare e da attestazioni scritte del presidente del Consiglio Giuseppe Conte, del vice presidente Luigi Di Maio e del ministro delle Infrastrutture Danilo Toninelli, tutti grillini, diversamente da Salvini che è il leader della Lega.

          I piddini, una volta tanto uniti pur nelle divisioni abituali ma accentuate dalla campagna congressuale in corso nel loro partito, sono caduti nella tentazione di cavalcare contro l’avversario di turno una vicenda giudiziaria che lo riguarda. Ed hanno perciò reclamato il processo, ed anche auspicato la condanna sposando in pieno, o quasi, un’accusa peraltro formulata dai tre giudici di Catania in difformità dall’ufficio preposto alla stessa accusa, cioè la Procura della Repubblica. Che aveva chiesto l’archiviazione del procedimento non ravvisando reati perseguibili nella condotta del ministro dell’Interno, tesa non a sequestrare nella scorsa estate i 177 migranti soccorsi in mare dal pattugliatore Diciotti della Guardia Costiera italiana, ma a ritardarne lo sbarco -come correttamente riferito nell’informativa su cui si è svolto un referendum digitale fra gli attivisti grillini- sino al momento della loro distribuzione fra più paesi.

          La linea assunta questa volta dal Pd ha peraltro contraddetto l’impegno più volte preso dai più alti esponenti di quel partito, specie se alla guida del governo, come nel caso di Matteo Renzi dal 2014 al 2016, di restituire alla politica “il primato” a lungo compromesso da un rapporto distorto, diciamo pure sottomesso, con la magistratura. Di cui per più di vent’anni si sono scambiati i semplici avvisi di garanzia per prenotazioni di condanne, reclamando e praticando il rito delle dimissioni degli uomini di governo o dei semplici parlamentari interessati, molti dei quali peraltro destinati a non essere poi neppure rinviati a giudizio. E a volte non sono bastate neppure le dimissioni, essendo stati concessi anche gli arresti degli sventurati.

          Renzi si è peraltro trovato nella curiosa, spiacevole situazione di sostenere il processo a Salvini e di confidare al tempo stesso nella giustizia protestando contro gli arresti domiciliari appena Renzi.jpgcomminati ai suoi genitori con procedure e tempi a dir poco anomali. Non saprei come altro definire arresti necessariamente motivati con l’urgenza di non far scappare gli indagati, o di non far distruggere o manomettere le prove, o di far ripetere il reato contestato, ma rimasti per settimane all’esame del giudice competente, e neppure eseguiti immediatamente dopo la firma. Si è cos’ verificato lo spettacolo, che ha giustamente sorpreso Matteo Renzi, delle cronache sovrapposte dell’arresto dei suoi genitori e del verdetto digitale dei grillini, divisi fra il 59 per cento di favorevli a Salvini e il 41 per cento di contrari.

            Ne è nata una fiera, francamente, di maschere: come quella di Grillo all’uscita di sicurezza dal teatro Grillo.jpgromano dove il comico era stato contestato dal suo pubblico, pur avendo cercato di sostenere dalla sua posizione di “elevato”, “garante” e quant’altro la causa dei soccombenti al computer ed avere definito “bellissime” le cose scritte contro Salvini e i grillini a lui favorevoli dal presente direttore del Fatto Quotidiano Marco Travaglio.

           Quest’ultimo, dal canto suo, ha subito sfruttato Di Maio.jpgla cronaca, diciamo così, per irridere a Di Maio sulla prima pagina del suo giornale e per storpiare il nome a Salvini, riscrivendolo all’anagrafe come Salvato, non bastando più il Salvimaio affibbiatogli da mesi per i suoi rapporti con l’omologo grillino al governo. Che, secondo Travaglio, gli avrebbe spianato la strada di primo attore, in tutti i sensi, come una prateria. E ciò anche a costo del suicidio politico del movimento delle 5 stelle.

 

 

 

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Miracolo sotto le 5 stelle: prevale il buon senso del sì alla difesa di Salvini

 

         L’esito del referendum digitale svoltosi fra i grillini sul processo a Matteo Salvini, chiesto dal cosiddetto tribunale dei ministri di Catania per sequestro aggravato di persone, abuso d’ufficio e non so cos’altro ancora, può essere commentato come la realizzazione di un auspicio recentemente espresso con un richiamo manzoniano dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Che, dolendosi come appunto Alessandro Manzoni nei Promessi Sposi del buon senso costretto in certe occasioni a nascondersi sotto il senso comune, si augurò che presto potesse ristabilirsi la normalità nella politica e, più in generale, nella società civile italiana.

         Ecco, fra i grillini è prevalsa -e pure con una larga maggioranza, col quasi 59 per cento dei voti contro il 41- il buon senso del sì alla difesa di Matteo Salvini, e quindi del no al processo contro il ministro dell’Interno per una vicenda d’immigrazione da lui gestita conformemente al programma di governo, e all’esercizio quindi delle sue funzioni.  Ha perduto invece il senso comune, a lungo avvertito come tale nel movimento delle cinque stelle, di un sì dovuto a tutte le richieste della magistratura. E pazienza se ha votato solo un po’ più della metà -52.417 Rolli.jpgpersone- di quanti avrebbero potuto perché iscritti, o qualcosa del genere, alla cosiddetta piattaforma Rousseau di Davide Casaleggio. Anche sotto questo aspetto, vista l’affluenza ormai abituale degli elettori alle urne, il movimento grillino ha fatto un passo avanti sulla strada della normalità, e uno indietro rispetto all’anomalia. O alla “diversità” orgogliosamente rivendicata da Grillo.

        La diversità, d’altronde, non ha mai portato grande fortuna a chi vi si è avvolto irrealisticamente, e presuntuosamente, come in una bandiera. Non portò fortuna neppure a Enrico Berlinguer negli anni Ottanta: gli ultimi della sua vita, segnati dallo scontro ossessivo con quell’alieno quale lui considerava, quanto meno, il leader socialista Bettino Craxi, liquidato più brutalmente come un “bandito” negli appunti poi pubblicati di Tonino Tatò, l’uomo di fiducia e portavoce del segretario del Pci.

         Personalmente preferisco vedere nel risultato del referendum digitale a cinque stelle il segno di un’evoluzione, piuttostoIl Fatto.jpg che come la vittoria addirittura di Barabba evocata con rabbia e sarcasmo sulla prima pagina del Fatto Quotidiano. Che è un po’ il grande sconfitto di questa consultazione on line, visto l’impegno messo nel raccomandare al suo pubblico l’autorizzazione al processo.

         Preferisco interpretare l’esito come una evoluzione anche rispetto alla grossolana liquidazione anticipata in una intervista al Foglio da Antonio Di Pietro. Che, prevedendo appunto l’attestazione del movimento grillino contro il processo a Salvini, considerato peraltro dallo stesso Di Pietro ingiustificato, la liquidò il 5 febbraio scorso come una scelta opportunistica.

         “Questi -disse l’ex magistrato simbolo di Mani pulite parlando appunto dei grillini alle prese con la vicenda giudiziaria di Salvini- ingoiano qualunque cosa. Perseguono un unico scopo: restare incollati alla poltrona”. “Quando gli ricapita? Se perdono il seggio -continuò alludendo al rischio di una rottura con Salvini, di una crisi e di un ricorso alle elezioni anticipate- dai banchi del Parlamento passano a vendere gelati al banco di fronte a Montecitorio”.

        E’ inutile. Con Di Pietro, Tonino per gli amici, non riesco proprio a riconoscermi, pur riconoscendogli -ripeto- il merito di avere riconosciuto la inconsistenza del processo tentato contro il ministro dell’Interno mescolando al solito la politica con la giustizia, come ai terribili tempi della sua esperienza di magistrato a Milano. O come, nelle ultime ore, ho avvertito con i brividi nella schiena apprendendo degli arresti domiciliari inflitti ai genitori di Matteo Renzi, per una vecchia storia di presunta bancarotta fraudolenta, mentre il figlio si ostina a rimanere sulla scena politica. E lo fa peraltro presentando un suo nuovo libro anziché partecipando alla corsa alla segreteria del suo partito, essendogli bastate e avanzate le due volte in cui vinse. O si illuse di avere vinto, visto il cosiddetto e micidiale fuoco amico che lo aspettava in entrambe le occasioni, pur se qualche volta favorito dai suoi errori.

 

 

Gelata di Nicola Zingaretti sugli aperturisti del Pd e dintorni ai grillini

Quello delle elezioni anticipate, opportune o necessarie in caso di crisi di governo, presumibilmente non prima delle elezioni europee di fine maggio, per quanto siano parecchi già ora i problemi aperti nella maggioranza gialloverde, è un messaggio che, intervistato da Lucia Annunziata, il governatore del Lazio Nicola Zingaretti ha mandato in varie direzioni: dal Pd, di cui egli sta scalando con forza la segreteria con l’appoggio anche dell’ex presidente del Consiglio Paolo Gentiloni, al Quirinale. Dove il ricorso anticipato alle urne, in verità, era stato messo nel conto già all’indomani di quelle ordinarie del 4 marzo dell’anno scorso, quando Mattarella pensò di predisporlo con un governo tecnico offerto all’economista Carlo Cottarelli, ma era poi uscito dalle prospettive politiche con la pur tormentata formazione del governo di Giuseppe Conte.

Il messaggio al partito da parte di Zingaretti -che Matteo Renzi definisce ironicamente con gli amici fiorentini “il fratello del commissario Montalbano”, tornato nella programmazione della Rai proprio in questa stagione televisiva, con effetti che evidentemente lo stesso Renzi sospetta positivi per la corsa di Nicola alla segreteria del Pd- mira a tranquillizzare proprio i renziani. Che sono ormai, almeno nelle apparenze, una ex corrente: dispersa non solo fra i simpatizzanti di Roberto Giachetti e di Maurizio Martina, concorrenti nella stessa gara congressuale, ma forse ora anche fra quelli di Zingaretti. Che ha appunto gelato col richiamo alle elezioni anticipate quanti nel Pd sono o sarebbero tentati dall’offerta di una sponda ai grillini in caso di crisi, visto il disagio crescente sotto le cinque stelle di fronte al protagonismo e ai guadagni elettorali del leader leghista Matteo Salvini. Di cui non è indigesta, da quelle parti, solo la vicenda giudiziaria per l’affare Diciotti, messa peraltro nel ventilatore di un referendum digitale proprio mentre i vertici del movimento al governo ne condividevano la responsabilità, anche a costo di rischiare pure loro un processo. O la richiesta di un processo da parte del cosiddetto tribunale dei ministri di Catania per sequestro aggravato di persona, derubricato -diciamo così- nella nota informativa del referendum pentastellato su Salvini ad uno “sbarco ritardato” dei 177 migranti soccorsi in mare dall’ormai famoso pattugliatore Diciotti della Guardia Costiera italiana.

In riferimento alle tentazioni perduranti nel Pd verso un’intesa con i grillini il messaggio di Zingaretti all’interno del suo partito incrocia o si somma, come preferite, a quello in direzione, ripeto, del Quirinale.Quirinale.jpg Sulla cui indisponibilità alle elezioni anticipate, vera o presunta che sia dopo la partenza del governo Conte, potrebbero essere stati indotti a scommettere in caso di crisi i piddini aperti a quell’intesa già dopo il 4 marzo del 2018, ma bloccati dal veto posto da Matteo Renzi nel salotto televisivo di Fabio Fazio, poche ore prima della riunione della direzione del partito convocata per decidere in materia. Si era appena conclusa, come si ricorderà, un’esplorazione in quel verso affidata dal capo dello Stato al presidente grillino della Camera, Roberto Fico. Che aveva lasciato quanto meno socchiusa la porta ad una trattativa più concreta, o meno generica, di quella che a torto o a ragione gli era stata attribuita nello svolgimento della missione affidatagli da Sergio Mattarella.

Va detto a questo punto che le elezioni anticipate poste sul tappeto da Nicola Zingaretti nella sua chiacchierata televisiva della domenica pomeridiana a Rai 3 potrebbe risolversi, lui volente o nolente, persino in un messaggio di incoraggiamento a Salvini. Al quale gli alleati di centrodestra ancora operanti a livello locale, come dimostrano le elezioni regionali abruzzesi del 10 febbraio e quelle sarde di domenica prossima, attribuiscono a torto o a ragione la ritrosia o contrarietà a rompere l’esperienza di governo con i grillini proprio per la convinzione, o solo per il timore di non ottenere poi dal Quirinale la via libera allo scioglimento anticipato delle Camere. E forse, a quel punto, alla scontata vittoria di un centrodestra a forte trazione leghista.

Quest’ultima prospettiva, secondo talune forse forzate interpretazioni, potrebbe essere perfino preferita da Zingaretti alla prosecuzione del governo Conte, potendo lui scommettere su un tale ridimensionamento elettorale dei grillini, del tipo di quello appena registratosi a livello regionale in Abruzzo, da riproporre sulla scena il bipolarismo tra centrodestra e centrosinistra. Si potrebbe insomma tornare ai vecchi tempi- anche se poi non tanto vecchi- della cosiddetta seconda Repubblica, sicuramente meno lontana della prima.

Gli scenari, come sempre del resto nella politica italiana, che non è mai stata semplice, sono di varia lettura o previsione. Ciascuno accarezza il futuro che più gli piace, o più gli fa comodo, o lo turba di meno.

 

 

Pubblicato su Il Dubbio

Salvini spegne il fuoco del referendum digitale dei grillini su di lui

          In un comizio elettorale a Castelsardo, proseguito in qualche modo su la 7 in collegamento convoto 5 stelle.jpg lo studio televisivo di un Massimo Giletti particolarmente ben disposto nella sua Arena, che è o non è a seconda delle circostanze, il vice presidente leghista del Consiglio e ministro dell’Interno Matteo Salvini ha voluto mandare un messaggio rasserenante agli alleati di governo: almeno a quelli più inquieti per il referendum digitale che nel loro movimento a cinque stelle, adottate dal Giornale come simbolo delle “brigate  Rousseau”, hanno dovuto indire, o subire, sul processo per l’affare Diciotti. Che, se autorizzato poi dal Senato con la prescritta maggioranza assoluta dei voti, vedrebbe Salvini imputato di sequestro aggravato di persona, pur significativamente tradotto  con la nota informativa ai votanti on line in “ritardato sbarco” dei migranti. Essi in effetti nella scorsa estate erano stati soccorsi doverosamente in mare dal pattugliatore della Guardia Costiera italiana Diciotti, appunto, ma trattenuti a bordo per alcuni giorni il Giornale.jpgnel porto di Catania mentre il governo trattava la loro distribuzione fra più paesi o enti disposti ad accoglierli. E questo fu il risultato dell’operazione, conforme alla linea adottata sin dall’origine  con tanto di fiducia parlamentare dal governo gialloverde in tema di immigrazione: un risultato indubbio, anche se poi parzialmente vanificato di fatto in quella occasione dai vescovi italiani per le fughe verificatesi dai centri dove i loro ospiti erano stati sistemati, nei pressi di Roma.

          Ebbene, a quanti fra i grillini, ai vertici e non,  temono la crisi in caso di epilogo negativo della procedura parlamentare avviata per il processo al ministro dell’Interno, o a quanti l’auspicano dai banchi dell’opposizione, dove tuttavia i senatori dei partiti di Silvio Berlusconi e di Giorgia Meloni voteranno contro l’azione giudiziaria, Salvini ha detto chiaramente che lui a dimettersi e a far cadere il governo non ci pensa proprio.

         La pratica politica a questo punto potrebbe anche considerarsi chiusa, sia pure con uno sputo promosso a “collante straordinario” in una vignetta di Altan sulla prima pagina di Repubblica. Lo sputo consisterebbe Altan.jpgnel non detto, ma presunto da Salvini. Il quale, a conti fatti, si è convinto che -salvo incidenti- nella votazione conclusiva nell’aula di Palazzo Madama, dopo il passaggio imminente nella giunta delle cosiddette immunità, i grillini favorevoli al processo contro di lui, non tutti,  saranno meno degli oppositori di centrodestra, ma suoi alleati a livello amministrativo e locale, contrari all’autorizzazione a procedere chiesta dal cosiddetto tribunale dei ministri di Catania. E in tal caso non sarebbe certamente il vice presidente grillino del Consiglio Luigi Di Maio, ancora capo del movimento delle 5 stelle, per quanto ammaccato dai risultati delle recenti elezioni regionali abruzzesi, o proprio per questo, a reclamare o promuovere la crisi di governo per il processo eventualmente negato al suo omologo leghista.

          Così stando le cose, e così essendo destinate probabilmente a rimanere almeno sino a quando non si voterà, a fine maggio, per il rinnovo del Parlamento europeo, e non se ne conosceranno i risultati italiani, appare stucchevole anche la polemica, del resto sarcastica, di Beppe Grillo con i suoi. Ch’egli ha praticamente accusato di avere un po’ imbrogliato i militanti a cinque Grillo.jpgstelle con un gioco di sì e di no paragonabile ad un equivoco soccorso a Salvini. Essi infatti se gli votassero no lo salverebbero, e viceversa col sì. Il pubblico digitale è stato chiamato, in particolare, a pronunciarsi sul sì o sul no alla possibilità che Salvini abbia tutelato un interesse superiore ritardando, ripeto, e neppure impedendo lo sbarco dei 177 migranti dalla nave Diciotti.  Il sì equivarrebbe in effetti al no al processo, e viceversa.

           La protesta, ripeto, sarcastica di un comico sicuramente professionale com’è Beppe Grillo presuppone sul piano logico, consapevolmente o no, un assai modesto livello medio, culturale e politico, del suo “popolo”. In Italia col referendum abrogativo praticato da ben 45 anni, da quello cioè sul divorzio svoltosi nel 1974, gli elettori sanno bene che in certe circostanze si vota sì per produrre no, e viceversa. In particolare, nel 1974 si votò per il divorzio votando no all’abrogazione della legge che lo aveva istituito. Non credo proprio che i divorzisti avessero vinto, e gli antidivorzisti perso, per difetto di comprendonio, facendo peraltro saltare l’allora segretario della Dc Amintore Fanfani come il tappo da una bottiglia di champagne nella storica vignetta di Giorgio Forattini su Paese sera.

           Se questa fosse la considerazione che Grillo ha del pubblico che ne ha seguito e approvato le gesta nei dieci anni in cui egli si è speso come fondatore e leader di un movimento così rapidamente portato al governo, ci sarebbe solo da sputargli francamente in faccia. O di aspettare che qualche vignettista lo faccia al nostro posto.

 

 

 

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