Dal muro in lamiera di Trump a quello di cartongesso di Travaglio

          Vi confesso che in questa sesta domenica del tempo ordinario, contrassegnata dal bellissimo vangelo delle beatitudini secondo Luca, sono stato lì per lì tentato di consolarmi dei fatti strani che accadono in Italia col combinato disposto della maggioranza gialloverde, e delle opposizioni ancora più scombinata dei due partiti al governo, pensando a come siano ridotti addirittura gli Stati Uniti d’America. Di cui impietosamente nella sua ultima domenica di direzione a Repubblica Mario Calabresi ha riproposto sulla prima pagina il muro che il presidente Donald Trump vorrebbe completare lungo gli oltre tremila chilometri di confine col Messico, per cercare di risolvere a modo suo il problema dei migranti.

           Meno male che i confini  italiani sono prevalentemente marittimi, perché Matteo Salvini avrebbe già trovato il modo di rilanciare l’edilizia dal Viminale sostituendo le coste con un bel muro in lamiere sagomate di metallo, come quello di Trump e, purtroppo, dei suoi predecessori. Già, perché all’attuale Schermata 2019-02-17 alle 07.02.14.jpginquilino della Casa Bianca va riconosciuta l’attenuante, nella sua follia o stravaganza a dir poco politica, di essersi mosso in casa, diciamo così, senza ispirarsi addirittura all’antica Grande Muraglia cinese, promossa nel 1967 dall’Unesco a patrimonio dell’umanità e nel 2007 a una delle sette meraviglie del mondo.  E noi ancora ce la prendiamo con la bonanima di Nikita Kruscev, o come diavolo si scrive, per il muro di Berlino fatto costruire nel 1961, parzialmente picconato dal popolo nel 1989 e demolito del tutto nel 1991.

           Ma, muro per muro, preferisco alla fine occuparmi più modestamente, e immediatamente, di quello di cartongesso levato attorno all’ennesimo incidente, diciamo così, della politica italiana: la complicazione della già ingarbugliata vicenda del pattugliatore Diciotti della Guardia Costiera italiana, dove non più il vice presidente leghista del Consiglio e ministroIl Fatto.jpg dell’Interno Salvini ma anche il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, l’altro vice presidente Luigi Di Maio e il ministro delle Infrastrutture Danilo Toninelli, grillini anziché leghisti, avrebbero tenuto per qualche giorno sotto sequestro nella scorsa estate ben 177 migranti, pur dopo averli fatti soccorrere in mare salvandoli dalla morte.

          L’autodenuncia dei tre esponenti grillini del governo, trasmessa alla Procura di Catania dal Senato, dove la competente giunta si accinge intanto a votare sull’autorizzazione al processo contro il solo Salvini chiesta dal cosiddetto tribunale etneo dei ministri, ha fatto alzare un muro, appunto, di illogicità contro il ministro dell’Interno, anziché alleggerirne la posizione.

          Sentite il ragionamento del Fatto Quotidiano, che da nave scuola dei grillini ha alzato le vele e si è messa a dare lezione ai militanti a cinque stelle chiamati a pronunciarsi sulla faccenda con i loro computer, in modo da indicare ai senatori del movimento come votare, prima in giunta e poi in aula. Ebbene, se i “portavoce” parlamentari del movimento voteranno contro il processo a Salvini, lasceranno soli i ministri della loro parte politica a rispondere del sequestro di persona e di tutti gli altri reati che sarebbero stati commessi sul pattugliatore Diciotti nel porto di Catania.

            Ma come fanno dalle parti di Marco Travaglio, estensore di un editoriale intitolato “Suicidio perfetto”, a dare per scontato che il cosiddetto, ripeto, tribunale catanese dei ministri, magari in difformità Travaglio.jpganche questa volta dalla richiesta di archiviazione da parte della Procura della Repubblica, chiederà l’autorizzazione al processo contro Conte, Di Maio e Toninelli, cioè praticamente contro il governo? E perché mai chi avrà già votato contro il processo a Salvini dovrà poi votare per il processo agli altri tre? Dov’è la logica di questo discorso? E’ solo la logica del partito preso, a favore del diritto della magistratura di emettere una sentenza, nonostante la Costituzione questo diritto non glielo riconosca come scontato e assoluto per via di quell’articolo 96 e della legge costituzionale di attuazione che non piacciono a Travaglio, e alla sua scuola di diritto e d’informazione.

            La Costituzione dice che a giudicare se un reato ministeriale, contestato cioè a un ministro nell’esercizio delle sue funzioni, può essere avvenuto ma non essere contestatbile nel perseguimento di un interesse pubblico e superiore, è il Senato a maggioranza assoluta dei suoi componenti se il ministro è un senatore, o non è un parlamentare, o la Camera se il ministro è un deputato. Punto e basta. E’ una valutazione politica, non giudiziaria. Si mettano quindi l’anima in pace i sostenitori del primato assoluto della magistratura, per cui solo una sua sentenza, non una valutazione votata dal Parlamento, sarebbe legittima, anche là dove la Costituzione dice il contrario.

            Bene o male, anche se non così esplicitamente, il capo del movimento 5 stelle, e vice presidente del Consiglio, Luigi di Maio si è convinto di questa realtà e ha scommesso sulla capacità dei militanti di capirla e votare di conseguenza nel passaggio digitale impostogli dalla natura tutta particolare e improvvisata del suo quasi partito: un “quasi” di cui pare ch’egli sia tentato di liberarsi, avendo Rolli.jpgscoperto al governo che la realtà è diversa dalla fantasia. Ciò ha procurato al vice presidente grillino del Consiglio ramanzine e altro ancora nella redazione del Fatto Quotidiano. Di cui pertanto staremo a vedere, nella imminente consultazione digitale, il grado di credibilità o autorevolezza nel rapporto con la più o meno mitica base del movimento delle 5 stelle. Esse potrebbero ben diventare sei, con la faccia di Travaglio, se a prevalere nei computer fosse la scuola politica e persino dottrinaria del giornale che lui dirige.  

 

 

 

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Di Maio scolorisce la foto col giallo Chalencon e scarica Di Battista

          Ai grillini, gialli già di loro nei simboli del movimento delle cinque stelle, il vice presidente del Consiglio Luigi Di Maio si è deciso a togliere la tonalità aggiuntiva rovinosamente assunta in quella trasferta in Francia, insieme con l’amico Alessandro Di Battista, improvvisata per gemellarsi in qualche modo con Crhristophe Chalencon. Che di tutti i gilet gialli d’oltr’Alpe è il più smanioso di appiccare il fuoco, da fabbro che è, al governo del suo Paese. Solo qualche sera fa egli si è vantato col pubblico italiano, al quale era diretta una sua intervista televisiva, dei “paramilitari” pronti a seguirlo nel tentativo di rovesciare il presidente Emmanuel Macron e di far guidare la Francia da un generale.

          E pensare che lo stesso Di Maio di fronte alle proteste dell’Eliseo e dintorni per la sua missione all’estero, all’annuncio del ritiro dell’ambasciatore francese da Roma e anche alle prime ritorsioni economiche che si avvertivano nell’aria, aveva rivendicato il diritto di incontrare chi e dove voleva. E aveva pensato di incantare i lettori francesi del giornale Le Monde trasformando da centenaria in millenaria la loro tradizione democratica.

           Adesso che la  sua disinvolta trasferta estera ha quanto meno contribuito a dimezzare in meno di un anno i voti del suo movimento nella prima regione in cui si è votato da allora, l’Abruzzo, e il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha cercato di mettere una Di Maio con i nuovi alleati.jpgpezza allo sbrego diplomatico procurandosi con i dovuti modi l’invito ad una visita riparatrice all’Eliseo, Di Maio ha scolorito anche la foto del suo incontro col fabbro e amici. E se n’è fatta scattare un’altra, a tinte azzurre, con interlocutori europei meno scomodi o compromettenti. Non vi è neppure l’ombra o una scarpa, nella nuova immagine, di Alessandro Di Battista.

Quanto potrà durare questa correzione di rotta del capo del movimento grillino e vice presidente del Consiglio, completa anche di parole contro le violenze e le illegalità di cui i gilet gialli francesi si sono mostrati capaci, sarebbe azzardato prevedere o valutare. E di quanto potrà invertire la tendenza elettorale a perdere emersa così chiaramente in Abruzzo, e già proiettata verso gli appuntamenti regionali in Sardegna e Basilicata, per non spingerci verso le elezioni europee di fine maggio, neppure questo si può dire, tanto imprevedibile è diventata la politica in Italia almeno da un anno a questa parte. Cioè da quando si è voluto adottare lo schema emergenziale  -da scuola- del 1976, cioè di 42 anni prima, senza avere non dico leader ma uomini politici lontanamente paragonabili a quelli di allora.

            Nel 1976, all’indomani di un  turno elettorale dal quale erano usciti maggiormente votati due partiti -la Dc e il Pci- scontratisi nelle urne ma incapaci di allestire una maggioranza autonoma, l’uno contro l’altro, Aldo Moro per i democristiani ed Enrico Berlinguer per i comunisti concordarono un governo di tregua, decantazione e quant’altro, affidandone la guida a Giulio Andreotti: un governo nato realisticamente non per tutta la legislatura, ma con una prospettiva non superiore a due anni e mezzo, quanti ne mancavano alla scadenza del mandato del presidente della Repubblica e all’elezione del suo successore. Che avrebbe potuto essere l’occasione di un chiarimento politico. Il percorso fu poi accelerato per l’assassinio di Moro e le complicazioni che ne seguirono.

            L’anno scorso grillini e leghisti, con Di Maio -tenetevi forti- al posto di Moro e Matteo Salvini al posto di Enrico Berlinguer, o viceversa, se non preferite l’ordine dei due partiti uscito dalle urne, hanno stipulato un contratto di governo dandosi entrambi, almeno a parole, una scadenza addirittura di cinque anni, pari ad una legislatura ordinaria. Che invece, per come si si sono messe le cose, con gli incidenti quotidiani o ad horas che contrassegnano la vita della maggioranza e del governo, quanto meno durerà tanto meglio sarà.  

 

 

 

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Gravi incidenti alla Camera. Le scuse del presidente Fico non possono bastare

         Eh no. Non possono bastare le scuse, per quanto pubbliche, espresse dal presidente della Camera Roberto Fico ai deputati del Pd avendone salutato con sufficienza l’uscita dall’aula di Montecitorio per protesta contro la mancata espulsione del deputato grillino Giuseppe D’Ambrosio, che aveva mimato le manette contro il piddino Gennaro Migliore. Il quale altro non aveva osato GIUSEPPE D'AMBROSIO.jpgfare che contestare, nella discussione sulla riforma dell’articolo 71 della Costituzione, il ricorso al referendum propositivo anche per le leggi penali. Che sarebbe un po’ come legittimare quella specie di referendum col quale Pilato, lavandosi le mani nel processo più famoso e infausto nella storia dell’umanità, lasciò decidere alla folla se mandare sulla croce Gesù o Barabba. E toccò a Gesù.

         Sì, lo so bene. Il paragone è forzato. Può sembrare eccessivo. Nel testo della riforma proposta e sostenuta dai grillini è previsto un filtro della Corte Costituzionale prima di arrivare ad un referendum propositivo su una legge penale, ma sotto sotto la sostanza del ragionamento sotteso a quel paragone non cambia. Ed è valido. Lo sapete benissimo.

         Con quelle manette mimate contro il suo avversario politico non un avvocato, per fortuna, né un magistrato in aspettativa, ma il fisioterapista pugliese Giuseppe d’Ambrosio ha riproposto quel vomitevole spettacolo giustizialista offerto nel 1993 nella stessa aula parlamentare dal deputato leghista Luca Leoni Orsenigo, che esibiva e reclamava un cappio al collo degli indagati, non Orsenigo.jpgcondannati, per finanziamento illegale dei partiti, corruzione, concussione e tutti gli altri reati che i magistrati solevano contestare nell’uragano giudiziario della cosiddetta Tangentopoli. Fu uno spettacolo riproposto, sempre alla Camera, e prima ancora di D’Ambrosio, pur senza ricorrere al cappio, dal grillino Alessandro Di Battista nel 2013 e l’anno dopo dal suo compagno di partito Manlio Di Stefano, oggi felicemente -per lui- sottosegretario agli Esteri. E non dico altro se non che l’attuale alleanza di governo fra leghisti e grillini, pur fra i tanti e crescenti contrasti nella maggioranza, dalla Tav alle autonomie differenziate, dalla politica estera ora anche alla vertenza del latte approdata con i pastori sardi al Viminale, conferma un po’ il vecchio proverbio secondo cui Dio li fa e poi li accoppia.

           Oltre o più ancora che scusarsi con i deputati del Pd, salutati con sollievo –“arrivederci!”- mentre si allontanavano dall’aula per protesta, salita a quel punto di tono e di metodo con lanci di carte contro il banco della presidenza, il presidente della Camera avrebbe dovuto scusarsi per la sottovalutazione del comportamento del suo collega di gruppo e di partito D’Ambrosio, responsabile della tensione esplosa a Montecitorio. E nei cui riguardi Fico aveva invece ritenuto che bastasse, e forse anche avanzasse, il solito, rituale, direi anche banale richiamo all’ordine. Che non si nega e non si risparmia a nessuno.

          Qualsiasi  cosa dovesse decidere e annunciare fra qualche giorno il presidente della Camera, visto che ha convocato il collegio dei questori, arriverebbe troppo tardi. E troppo male. Il clima del Paese è già troppo avvelenato per lasciarlo intossicare di più, persino in Parlamento, e  per  giunta nell’interminabile clima di campagna elettorale procurato dalle scadenze regionali ed europee.

 

 

 

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E’ tornato Matteo Renzi garantendo serenità? No, è Salvini

           A quattro giorni dal sisma politico in Abruzzo, che ha tramortito i grillini costringendo, una volta tanto, il vice presidente del Consiglio Luigi Di Maio a 48 ore di silenzio e di riflessione; a due giorni dal “burattino dei suoi vice” presosi dal capo del governo Giuseppe Conte nell’aula del Parlamento europeo; mentre non si riducono ma aumentano i dossier critici della maggioranza gialloverde, dalla Tav alle autonomie regionali differenziate,, dagli emendamenti leghisti al decretone sul cosiddetto reddito di cittadinanza al voto in giunta al Senato nella prossima settimana sul no al processo a Salvini per la vicenda Diciotti, un no proposto dal presidente della stessa giunta, il forzista Maurizio Gasparri, tra i mal di pancia e i dubbi dei sette esponenti pentastaellati, nei piani alti del governo è tutta una ostentazione di sicurezza e di ottimismo.

           Il presidente del Consiglio in persona ha annunciato ai due maggiori giornali italiani- Repubblica Repubblica.jpge Corriere della Sera– che non cadrà e che “il canto del cigno” è solo quello di chi lo ha attaccato e insultato a Strasburgo. Di Maio, forse deciso a riorganizzare il proprio movimento avvicinandolo al Corriere.jpgmodello di un partito, se riuscirà a convincere Davide Casaleggio e il “garante”, “l’elevato” e quant’altro Beppe Grillo, ha assicurato che finchè lui resterà in carica non ci sarà crisi di governo. Il che, in verità, è una pura ovvietà perché una sua caduta e la crisi sarebbero comunque le due facce di una stessa medaglia.

           In più, Di Maio ha aggiunto ai compiti del governo e della sua personale azione di sorveglianza quello di “argine” contro un ritorno di Silvio Berlusconi. Che il capo grillino teme, in particolare, al Ministero della Giustizia o a quello dell’Economia, visto che nel centrodestra la presidenza del Consiglio spetterebbe ormai a Salvini. Il quale, dal canto suo, ha negato che esistano argini di questo tipo da costruire o rafforzare.

            Tuttavia nel portare il suo contributo alla garanzia del cosiddetto quadro politico, da vincitore delle elezioni regionali abruzzesi, e probabile replicante nelle elezioni regionali sarde del 24 febbraio, specie ora che si è assunto anche il compito di proteggere e mettere in sicurezza i pastori in rivolta, a Salvini è sfuggita un’espressione alquanto infelice, se non vogliamo dire infausta, nel linguaggio politico. “Il governo va avanti serenamente”, ha detto testualmente il vice presidente leghista del Consiglio e ministro dell’Interno.

             Si fa presto in Italia a promettere e annunciare la serenità. Ne sa qualcosa Enrico Letta. Che a Palazzo Chigi verso la fine del 2013 si sentì invitare appunto a stare “sereno” dal giovane collega Matteo Renzi, appena insediatosi alla segreteria del Pd. Ma che al telefono con un generale amico della Guardia di Finanza, se non ricordo male, si lamentava del fatto che il capo del governo in carica non fosse proprio adatto a quel compito. E infatti dopo qualche settimana gli fece dare il ben servito dalla direzione del Pd, all’unanimità, e lo sostituì personalmente cumulando le cariche di segretario del partito e di presidente del Consiglio, nello stile già sfortunato di Amintore Fanfani e di Ciriaco De Mita nella Dc della cosiddetta prima Repubblica.

            Renzi, peraltro diligente senatore di Scandicci, come preferisce Renzi.jpgdefinirsi, è appena tornato in libreria per descrivere, annunciare, promettere già nel titolo del volume “un’altra strada”. Ma quel diavolo, quell’impertinente di Salvini, peraltro senatore pure lui, lo ha proceduto riproponendo il suo disinvolto uso ed esercizio della serenità, in vista probabilmente delle elezioni europee di fine maggio. Che temo, per il governo, difficilmente archiviabili come quelle abruzzesi di domenica scorsa.

 

 

 

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Quando al posto di Conte c’era Moro e i suoi vice erano Nenni o La Malfa…

Al netto della cafonata di quel “burattino ” dei suoi due vice dato al presidente del Consiglio Giuseppe Conte nell’aula del Parlamento europeo dall’ex premier belga Guy Verhofstadt, peraltro in perfetto italiano, quindi con l’aggravante di sapere bene quello che diceva, permettetemi che mi chieda se basti indignarsi e protestare. Come ha subito fatto da Roma uno dei due vice di Conte, appunto, il leghista Matteo Salvini, degradando il capogruppo liberale di Strasburgo a “euroburocrate”, festeggiandone in anticipo la scadenza del mandato parlamentare e augurandone la bocciatura, se mai volesse o dovesse ricandidarsi alla prossima legislatura.

Assente dalle reazioni l’altro vice presidente, il grillino Luigi Di Maio, perché impegnato in una pausa riflessiva dopo il dimezzamento dei voti del suo movimento nelle elezioni regionali abruzzesi di domenica scorsa, a meno di un anno dal copioso raccolto delle ultime elezioni politiche nello stesso territorio, Salvini ha ritenuto di avere fatto doppiamente il suo dovere, anche a nome e per conto del suo omologo a cinque stelle. È stato un modo forse anche per spargere, al di là e persino contro i perduranti contrasti fra i due partiti della maggioranza gialloverde, altro unguento sulla ferita elettorale dell’amico e alleato Di Maio.

Il governo resta insomma davvero al suo posto. Non cambia nulla. E guai a chi paragona queste assicurazioni di Salvini al beffardo “stai sereno” di Matteo Renzi, fresco di elezione a segretario del Pd, rivolto verso la fine del 2013 all’allora presidente del Consiglio e compagno di partito Enrico Letta. Che stava invece per essere sostituito a Palazzo Chigi proprio da Renzi, intercettato peraltro al telefono con un alto ufficiale della Guardia di Finanza mentre riconosceva a Enrico Letta le doti per succedere, magari, a Giorgio Napolitano al Quirinale, non per restare dov’era.

Eppure Salvini e Di Maio, insieme, dovrebbero francamente chiedersi, per come hanno fatto i vice di Conte almeno sino all’altro ieri, se non hanno fornito ragioni o pretesti all’ex premier belga di leggere così polemicamente la realtà politica italiana.

D’altronde, proprio la conoscenza della nostra lingua ha forse permesso a Guy Verhofstadt di apprendere direttamente dai giornali italiani indiscrezioni, retroscena e quant’altro sul presidente Conte scoraggiato, deluso, preoccupato e persino fuori dalla grazia di Dio per le libertà di parole e d’iniziative dei suoi due vice sui terreni più diversi: persino su quello delicatissimo della politica estera, dal Venezuela alla Francia, sino a far drizzare i capelli bianchi del capo dello Stato Sergio Mattarella.

Personalmente, per quanto possa valere in questi tempi di orgoglioso ma anche convulso cambiamento la testimonianza di un vecchio giornalista, ho altri ricordi e cognizioni di vice presidenti del Consiglio e dei loro rapporti con i primi ministri di turno: rapporti finalizzati a risparmiare grane, più che a procurane.

Agli inizi del primo governo di centro-sinistra, col trattino, presieduto dal democristiano Aldo Moro  e accompagnato dall’annuncio dell’Avanti! agli italiani, su nove colonne, a sentirsi finalmente “più liberi”, il vice presidente socialista Pietro Nenni ricevette nel suo ufficio di Palazzo Chigi una delegazione spagnola di oppositori del regime franchista. Seguirono le scontatissime proteste da Madrid, che misero in difficoltà Moro. Il quale se ne dolse un po’ con Nenni aspettandosi, come poi mi confidò, una impuntatura. L’anziano leader socialista invece si rese conto della situazione, si scusò e si offrì a qualche precisazione riparatrice sul luogo dell’incontro, programmato originariamente nella sede del Psi. Moro, immaginando a sua volta i problemi che Nenni avrebbe potuto avere nel suo partito, lo invitò a desistere. E lasciò che la ferita diplomatica si rimarginasse da sola.

Sempre Moro, una decina d’anni dopo, presidente del Consiglio di un bicolore Dc-Pri con Ugo La Malfa vice Moro e La Malfa.jpgpresidente, si sentì spiazzato dalle voci di interventi dello stesso La Malfa, in riunioni riservate di partito, che auspicavano un superamento di quel che rimaneva del centro-sinistra per associare alla maggioranza i comunisti. Il cui segretario Enrico Berlinguer aveva proposto il cosiddetto compromesso storico con la Dc, convinto che un governo delle sinistre in Italia avrebbe fatto la fine del governo del socialista Alliende in Cile, eliminato nel sangue dai generali.

Moro, la cui candidatura al Quirinale nel 1971 era stata contrastata proprio da La Malfa perché troppo gradita o attesa dai comunisti, pregò il leader repubblicano di essere più cauto nelle sue aperture al Pci per non mettere lui in difficoltà nella Dc e il segretario socialista Francesco De Martino nel Psi. Che partecipava in modo sofferto alla maggioranza reclamando equilibri politici “più avanzati”, come si diceva allora.

Il povero Moro aveva visto giusto. Piuttosto che farsi scavalcare a sinistra da La Malfa, il segretario socialista alla fine del 1975 tolse la spina dell’appoggio al governo annunciando che i socialisti non sarebbero più tornati con la Dc senza i comunisti. E con un monocolore democristiano presieduto dallo stesso Moro -fu il suo ultimo governo- si andò nel 1976 alle elezioni anticipate e poi, con i socialisti ridotti all’osso, e con la Dc e il Pci incapaci di raccogliere una maggioranza l’una contro l’altro, si giunse alla fase dei monocolori democristiani di Giulio Andreotti appoggiati esternamente dal Pci.

Ebbene, nelle ultime settimane del bicolore Dc-Pri La Malfa commise l’imprudenza di un incontro “riservato” con la stampa estera in Italia, dove diede per “ineluttabile” l’intesa con i comunisti. Quando la notizia venne fuori sul Giornale di Indro Montanelli, portatami -ora lo posso raccontare- da uno dei commensali che era nostro collaboratore, scoppiò il putiferio. E La Malfa per togliere Moro dall’imbarazzo non solo oppose una smentita furiosa, nel suo stile, ma per avvalorarla chiese all’amico Montanelli il mio licenziamento, fortunatamente negatogli. Venutone a conoscenza, Moro volle incontrarmi per raccontarmi il retroscena dell’incidente e dare, a suo modo, una giustificazione della reazione di La Malfa.

Vi racconto infine di un altro vice presidente del Consiglio: il democristiano Arnaldo Forlani con Bettino Craxi a Palazzo Chigi, e il segretario della Dc Ciriaco De Mita insofferente a tal punto Craxi e Forlanipg.jpgda sposare il paragone fatto su Repubblica da Eugenio Scalfari fra il leader socialista e il “bandito” medievale Ghino di Tacco. Che nella sua Rocca di Radicofani taglieggiava tutte le carovane dei pellegrini dirette o provenienti da Roma.

Alla vigilia di un congresso nazionale della Dc denso di paura e malumore verso Craxi il suo vice Forlani, che era anche presidente dello scudo crociato, andò a ripassarsi ben bene la storia di Ghino di Tacco per capovolgerla in quella di un intrepido vendicatore di torti, per questo perdonato di tutti i suoi delitti con bolla pontificia. E Craxi adottò come pseudonimo sul giornale socialista proprio Ghino di Tacco.

Vi sono stati tempi, quindi, in cui i vice aiutavano, o cercavano davvero di aiutare i loro presidenti del Consiglio. Ne propongo il ricordo ai vice del professore e avvocato Giuseppe Conte a Palazzo Chigi, senza esporlo alle cafonate del Verhofstadt di turno.

 

 

 

Pubblicato su Il Dubbio

Le scuse mancate dei vice a Conte per quel “burattino” procuratogli in Europa

            Già deluso, credo, da quell’aula semivuota del Parlamento europeo dove gli è toccato di parlare come capo del governo italiano, Giuseppe Conte ha dovuto subire l’affronto di essere indicato nella discussione seguita al suo discorso come “il burattino” dei suoi due vice a Palazzo Chigi: il grillino Luigi Di Maio e il leghista Matteo Salvini, entrambi dotati peraltro anche di pesanti dicasteri. Che sono addirittura due per Di Maio: lo Sviluppo economico, stagnazione o recessione permettendo, e il Lavoro. A Salvini è toccato invece “solo” il Ministero dell’Interno. Ma, già grosso di suo per le competenze assegnategli dalla legge, questo dicastero viene gestito dal titolare, al Viminale, come una fisarmonica. Quando gli occorre, all’ombra della gestione di materie complesse come l’immigrazione e la sicurezza interna, Salvini sembra spesso muoversi anche come ministro degli Esteri, delle Infrastrutture, della Difesa e, in questi giorni, persino dell’Agricoltura, con i pastori sardi e gli agricoltori pugliesi in rivolta nelle piazze e sulle strade  per i guai vecchi e nuovi delle loro aziende. Eppure all’Agricoltura siede un ministro leghista.

            A dare del “burattino” a Conte nel Parlamento europeo è stato, peraltro in perfetto italiano,  l’ex presidente del Consiglio belga Guy Verhofstadt, liberale, oggi presidente del gruppo parlamentare di Strasburgoil belga.jpg denominato Alde. Grazie al cui appoggio l’italiano Antonio Tajani, candidato dal Partito Popolare Europeo, ha potuto succedere a un socialista al vertice dell’Europarlamento. Che da qualche tempo gli garantisce anche maggiore visibilità come numero due di Silvio Berlusconi al vertice di Forza Italia, all’opposizione del governo Conte ma in qualche modo corresponsabile della sua formazione, avendo a suo tempo autorizzato l’alleato Salvini a parteciparvi per scongiurare elezioni anticipate subito dopo quelle ordinarie del 4 marzo dell’anno scorso.

             Meno male che l’ex primo ministro belga parlando a Strasburgo non aveva ancora letto l’ultimo “bestiario” di Giampaolo Pansa su Panorama in arrivo nelle edicole italiane. Sennò sarebbe stato magari tentato di citarne il passaggio in cui il presidente del Consiglio italiano è definito “un gagà ingenuo, insieme ai due litiganti Di Maio e Salvini”: gli stessi dei quali secondo Verhofstadt egli sarebbe appunto “il burattino”.

            Conte naturalmente c’è rimasto male, si è doluto nell’intervento di replica dell’offesa rivolta all’Italia prima ancora che a lui, e ha in qualche modo ricambiata dando in pratica all’ex primo ministro belga del “lobbista”. Che nel linguaggio grillino della militanza elettronica e fisica può significare anche intrallazzatore, corruttore, corrotto e via sproloquiando.

           Poi il presidente del Consiglio nostrano si è incontrato con gli europarlamentari italiani di ogni colore politico,Mussolini.jpg diciamo così, ricevendone parole e gesti di solidarietà e comprensione. Da Alessandra Mussolini si è guadagnato, per solidarietà, anche un bel bacio, pur privo della riconoscenza di quello che la signora diede in pubblico a Silvio Berlusconi nella campagna elettorale che la portò a Strasburgo.

         Dall’Italia intanto giungevano proteste e quant’alto contro quel maleducato di Verhofstadt, cui Salvini, assimilandolo ai “burocrati” dell’Unione, ha fra l’altro ricordato che ormai può ben preparare le valige perché il Parlamento europeo sta per essere rinnovato e lui, il belga, probabilmente non ci tornerà più, travolto dal sovranismo in arrivo.

           Eppure Salvini, anche a nome e per conto del suo omologo grillino, scomparso per un po’ dai radar per tramortimento o delusione  nelle 24 ore successive al fiasco del suo movimento nelle elezioni regionali abruzzesi di domenica, da cui invece i leghisti sono usciti trionfanti, dovrebbe chiedersi fra le quattro mura del suo ufficio al Viminale, o della sua abitazione, se Conte non è stato davvero delegittimato tante volte, diciamo anche troppe, dai due vice col loro modo di fare e di parlare, di spalleggiarsi o di contraddirsi, secondo le circostanze.  Essi gli hanno creato oggettivamente più problemi che altro. E lo hanno qualche volta fatto magari anche pentire del giorno in cui, come la Monaca di Monza, rispose sventuratamente alla chiamata di Beppe Grillo. Non parliamo poi dei problemi creati al presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Che, vincendo le prime e ammesse riluttanze, finì per mandare Conte a Palazzo Chigi proprio con quei due vice.

L’astuto Salvini grazia i grillini, in attesa delle elezioni europee di maggio

            Non so se Silvio Berlusconi sia rimasto male più per la discesa della sua Forza Italia sotto il 10 per cento anche in Abruzzo, dove l’anno scorso aveva evitato il sorpasso leghista registrato a livello nazionale con le elezioni politiche, o per il modo in cui Matteo Salvini ha voluto investire il successo del proprio partito. Che è prevalso non solo sul suo alleato locale, appunto il Cavaliere, ma anche sull’alleato di governo a Roma: il movimento delle cinque stelle.

          E’ durata poco la sensazione avvertita nelle prime reazioni di Salvini, a caldo, di voler diventare “più forte” nei rapporti con i grillini sulle questioni aperte all’interno della maggioranza gialloverde: dalla Tav Abruzzolone.jpgalle maggiori autonomie regionali, dalla questione venezuelana alla sua vicenda giudiziaria per l’affare Diciotti, il pattugliatore della Guardia Costiera italiana dove il vice presidente del Consiglio e ministro dell’Interno è accusato dai giudici di Catania, non dalla Procura, di avere sequestrato 177 emigrati nella scorsa estate, pur dopo averne consentito il soccorso in mare.

          Calma, “non cambia niente” nel governo e nella maggioranza, il lavoro continua, ha detto  invece il leader leghista rinfrancando il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, che dalla Basilicata, confuso sino a definirsi presidente della Repubblica, lo ha implicitamente ringraziato ripetendone le parole, ma manifesto.jpgsoprattutto il vice presidente Luigi Di Maio. Che, pur assistito nella campagna elettorale da un agitatissimo Alessandro Di Battista, si trova ora più esposto di prima ai malumori e alle proteste dei compagni di partito che lo accusano di avere lasciato troppo spazio proprio a Salvini, contribuendo a farne il protagonista della compagine ministeriale.

           Quella di Salvini non è stata e non è tuttavia una scelta di generosità, che non è molto di casa in politica. E’ stata ed è un’astuta scelta di opportunità. O di opportunismo, direbbero i suoi critici. O addirittura di perfidia, come ha mostrato di credere Il Fatto Quotidiano dandogli del “beffardo”. Il leader leghista, convinto di navigare elettoralmente col vento in poppa, vuole attendere Salvini 2.jpgi risultati delle altre elezioni regionali in programma nelle prossime settimane, dalla Sardegna alla Basilicata, e delle elezioni europee di fine maggio, probabilmente abbinate a quelle regionali in Piemonte. Che potrebbero dargli più forza ancora, da investire meglio.

           Ma soprattutto il leader leghista può non avere voluto indebolire troppo fra i grillini il suo interlocutore privilegiato e più diretto, che è Di Maio. E lasciare di più gli avversari interni del vice presidente del Consiglio alla tentazione di aprire, o riaprire alla sinistra in caso di crisi, magari provocata apposta, dopo che il Pd e i cespugli che lo attorniano hanno mostrato proprio in Abruzzo, attorno alla candidatura del pur sconfitto Giovanni Legnini, qualche segno di risveglio.

           In effetti il 31 per cento raccolto dall’ex vice presidente del Consiglio Superiore della Magistratura, per quanto eterogeneo, non è da sottovalutare. E non è vero, come si dice con una superficiale Giannelli.jpglettura dei risultati, che il partito conteso dai candidati alla segreteria Nicola Zingaretti, Maurizio Martina e Roberto Giachetti, abbia perso in un anno altri tre punti in Abruzzo fermandosi all’11,14 per cento. E’ avventato negargli il 5,55 per cento della lista intestata personalmente a Legnini, ma in realtà votata in grandissima parte dai compagni di partito del candidato alla presidenza della regione.

          A favore di un’ipotesi di cambio della maggioranza in Parlamento, con un serio tentativo di riagganciare il maggiore partito della sinistra in caso di crisi, sta soprattutto -quasi come un incubo nella testa di Salvini, che non ne fa mistero parlando con i suoi- l’ostilità del presidente della Repubblica Sergio Mattarella Mattarella.jpgalle elezioni anticipata. E anche la diffidenza, quanto meno, dello stesso Mattarella verso il progetto berlusconiano  di un centrodestra allargato a “volenterosi, responsabili” e quant’altri dell’attuale maggioranza.

          A una simile prospettiva, d’altronde, neppure Salvini sembra interessato, ricordando quanto fosse già costata al centrodestra un’operazione analoga condotta da Berlusconi in prima persona, quando era ancora a Palazzo Chigi, per rimpiazzare Gianfranco Fini e gli amici della destra passati all’opposizione nel 2010. Il governo sopravvisse di stenti, sino al collasso del 2011 e all’arrivo di Mario Monti e dei suoi tecnici, salutati con sollievo dallo stesso Berlusconi prima di ricostruire la vicenda politica di quell’estate gridando al colpo di Stato, o qualcosa di simile.

 

 

 

 

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Terremoto, ma tutto politico, in Abruzzo. Crollano rovinosamente i grillini

           Terremoto in Abruzzo, ma per fortuna questa volta soltanto politico. I risultati delle elezioni regionali hanno interrotto il trand dei due partiti al governo abbondantemente al di sopra, sommando i loro voti, al 50 per cento. Insieme leghisti e grillini, per quanto i primi abbiano sfiorato il 28 per cento, si sono fermati sotto il 50. E ciò a causa del crollo, come per una scossa sismica, del movimento delle 5 stelle, precipitato a circa il 20 per cento dal quasi 40 conseguito nella regione con le elezioni politiche dell’anno scorso.

           Dev’essere costato molto all’almeno simpatizzante Fatto Quotidiano dovere ribattere, come si dice in gergo tecnico, la sua edizione del lunedì nella notte per trasformare in “crollo”, Il Fatto.jpgappunto, “il botto” attribuito ai grillini all’arrivo delle prime proiezioni o sensazioni. E per riconoscere “trionfanti” quelli che col solito tono spregiativo vengono definiti dal giornale diretto da Marco Travaglio “Salvini & B.”, cioè Berlusconi. I due sono tornati, o rimasti, insieme nella regione ed hanno portato alla presidenza col quasi 50 per cento dei voti il candidato proposto al centrodestra da Giorgia Meloni: il “fratello d’Italia”, diciamo così, Marco Marsilio. Che è un oriundo abruzzese, essendo nato e residente a Roma, dove è stato eletto senatore l’anno scorso, e prima ancora deputato per due legislature.

           La parte ancora più scomoda del titolo del Fatto Quotidiano, almeno per chi ha dovuto farlo valutando gli effetti del voto regionale sulla situazione politica generale del Paese, è quella sul “governo più debole”: cioè ancora più debole di quanto non fosse diventato prima delle elezioni abruzzesi per la recessione economica arrivata a dispetto del “boom” annunciato dal vice presidente grillino del Consiglio Luigi Di Maio e del “bellissimo 2019” promesso dal presidente del Consiglio Giuseppe Conte : l’uno e l’altro convinti della spinta propulsiva -come si diceva della rivoluzione comunista in Russia nel 1917- del cosiddetto reddito di cittadinanza e dell’accesso alla pensione con 62 anni di età e 38 di contributi, a somma o quota 100.

            Ma non era stato solo l’arrivo della recessione a indebolire il governo gialloverde nelle ultime settimane, e mesi. Ancora di più lo avevano indebolito i contrasti all’interno di una coalizione spuria come quella formata per forza maggiore dopo le elezioni politiche dell’anno scorso fra i due partiti più votati, ma su fronti contrapposti. Essi sono stati assemblati solo dalle convenienze del potere e dalla indisponibilità, per ragioni diverse, del presidente della Repubblica Sergio Mattarella e dell’ormai ex leader del centrodestra Silvio Berlusconi, sorpassato nelle urne dall’alleato Matteo Salvini, alle elezioni anticipate.

            Proprio Salvini è il leader che ha guadagnato di più, in tutti i sensi, nelle urne abruzzesi. All’interno del centrodestra egli ha rafforzato il sorpasso su Berlusconi -e che sorpasso- conseguendolo anche in una regione dove lo aveva mancato l’anno scorso. E di ciò il Cavaliere, fermatosi -con i dati ancora parziali del momento in cui scrivo- al di sotto del 10 per cento, dovrà tenere conto negli sviluppi della situazione politica generale del Paese e nei rapporti locali di alleanza che ha con la Lega.

           Al di fuori del centrodestra, e con particolare riferimento ai rapporti con gli attuali alleati di governo a livello nazionale, Salvini ha sorpassato largamente anche i grillini portando la Lega, col quasii 28 per cento, in testa alla graduatoria dei partiti. “Siamo più forti”, si è affrettato a dichiarare il leader leghista, forse pensando al cosiddetto rimpasto di governo già programmato per l’indomani delle elezioni europee di fine maggio, se non verrà addirittura anticipato.

          Fra i grillini, la cui candidata alla presidenza della regione, Sara Marcozzi, è stata sostenuta con particolare caloresara marcozzi.jpg politico da Di Maio, supportato a sua volta dall’uomo più di punta del movimento che è Alessandro Di Battista, i contrasti sono destinati ora a crescere, non certo a ridursi. E tutto lascia ritenere che ciò avverrà a spese del realismo necessario all’azione di governo, per cui il partito delle 5 stelle sarà ancora più di lotta di quanto non abbia già deciso di essere offrendosi come sponda, per esempio, in Europa ai gilet gialli francesi. Il che è avvenuto    a costo di compromettere i già difficili rapporti con l’Eliseo e di procurare agli interessi italiani, per giunta nel già ricordato contesto recessivo, le ritorsioni di Emmanuel Macron.

          L’unica consolazione per i grillini, almeno per quelli più insofferenti per il ruolo di Salvini nel governo, e che già dopo le elezioni politiche dell’anno scorso avevano tentato un aggancio col troppo malmesso Pd, è forse proprio il recupero abruzzese del centrosinistra: sconfitto col suo candidato alla presidenzaLegnini.jpg Giovanni Legnini, già vice presidente del Consiglio Superiore della Magistratura, ma attestatosi sopra il 30 per cento. Ma va detto che questo 30 per cento e oltre non è del Pd, valutabile da solo attorno al 17, ma ad una coalizione fra partiti, gruppi e liste locali ancora difficilmente traducibili in un’alleanza a livello nazionale.

          Forse il centrosinistra sarebbe tornato ancora più in gioco se alle elezioni abruzzesi si fosse avuta un’affluenza superiore a quel modesto 53 per cento dei  votanti registrato nonostante i tanti riflettori accesi sulla regione. Che sembrava ad un certo punto promossa al ruolo emblematico, o da pilota, svolto negli Stati Uniti dall’Ohio, i cui elettori sanno riflettere da tempo gli umori medi di tutta la Confederazione a stelle e strisce.  

 

 

 

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Salvini soccorre Di Maio, a sorpresa, nell’offensiva contro Bankitalia

           Prima ancora di contrariarsi per l’inattesa vittoria del rapper italo-egiziano Mahmood al festival canoro di Sanremo, dove avrebbe preferito -parola di twitter- il romano Ultimo, per Snremo.jpgfortuna solo di nome, Matteo Salvini si era forse contrariato dello spazio dedicato dalle cronache dei giornali, e un po’ anche dagli analisti politici, al suo pur collega di partito e amicissimo Giancarlo Giorgetti. Che nell’ultima seduta del Consiglio dei Ministri, verbalizzandone la discussione come sottosegretario alla Presidenza, aveva condiviso il dissenso del ministro dell’Economia Giovanni Tria dal veto del vice presidente grillino Luigi Di Maio alla conferma di Luigi Federico Signorini per altri sei anni a vice direttore della Banca d’Italia. Ma soprattutto aveva contestato la motivazione data da Di Maio, e sostanzialmente condivisa dal presidente del Consiglio Giuseppe Conte: la necessità di mandare un segnale chiaro di cambiamento contro uomini, istituti, posizioni e quant’altro identificabili col “sistema”.

            “Così non arriviamo neppure a fine mese”, era stato sentito mormorare Giorgetti nella salaGiorgetti.jpg consiliare di Palazzo Chigi dopo avere interrotto il professore Conte che considerava praticabile la strada del cambiamento -che è la cifra del famoso contratto di governo- andando avanti per “tentativi”. Il prossimo, di tentativi, sarà forse contro il  successore di Salvatore Rossi, il cui mandato scadrà a maggio anche per limiti di età, alla direzione generale della Banca d’Italia Rossi.jpg.  Il governatore è già avvisato. Il nuovo direttore generale dovrà essere scelto “fuori dal sistema”, direbbe Di Maio dopo il trattamento riservato a Signorini, che ha avuto la disavventura di essere conosciuto meglio in Parlamento dai grillini per avere avuto, fra i suoi compiti, quello di essere ascoltato nelle commissioni di Montecitorio e di Palazzo Madama come rappresentante dell’istituto di via Nazionale.

              Alla luce di quanto è accaduto nella seduta del Consiglio dei Ministri sulla situazione interna alla Banca d’Italia, alla cui protezione è sempre stato attento il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, come sperimentò a suo tempo l’allora segretario del Pd ed ex presidente del Consiglio Matteo Renzi Renzi.jpgmancando l’obiettivo di non fare confermare alla scadenza del mandato il governatore Ignazio Visco, ha destato una certa sorpresa la decisione del vice presidente leghista del Consiglio Salvini di correre a Vicenza, ospiti entrambi di un’assemblea di ex azionisti di banche popolari venete, per abbracciare l’omologo grillino Di Maio e impugnarne la ramazza contro la Banca d’Italia. Che sarebbe colpevole, come già sosteneva -ripeto- l’altro Matteo, di scarsa vigilanza nel settore del credito al pari della Consob, indicata da Salvini come un’altra postazione addirittura da “azzerare”. Eppure vi è stato appena designato, per la presidenza dopo un lungo vuoto, dal Consiglio dei Ministri l’amico del vice premier leghista  e autorevole economista Paolo Savona.

            Il governo, si sa, traballa continuamente fra i numeri della recessione, incidenti diplomatici, gaffe e quant’altro, e le crescenti apprensioni del capo dello Stato, ma la ramazza della sempre ritrovata coppia dei vice presidenti è sempre attiva. Con quali esiti finali si vedrà, perché prima o poi verrà il momento di fare i conti davvero: al più tardi dopo  le elezioni europee di maggio, e gli antipasti regionali in Abruzzo, già oggi, in Sardegna e in Basilicata.

 

 

 

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Il fuoco di Luigi Di Maio si sposta dall’Eliseo alla Banca d’Italia

           Ormai quella del vice presidente grillino del Consiglio è una postazione d’artiglieria, più che una postazione politica. Ogni giorno egli apre un fronte senza chiuderne altri. Questa volta è stato più Rolli.jpgdi casa: da Parigi, dove non hanno alcuna intenzione di archiviare davvero la sfida del corteggiamento dei gilet gialli, peraltro ribadito nella lettera al quotidiano Le Monde pur col riconoscimento dell’addirittura “millenaria” democrazia francese, il capo del movimento grillino ha rispostato il fuoco su Roma. E ha preso di mira la Banca d’Italia in una seduta del Consiglio dei Ministri di cui abbondano le cronache sui giornali.

            L’occasione, il pretesto o quant’altro è stato il passaggio, abitualmente solo formale, per Palazzo Chigi della nomina o conferma di uno dei componenti del cosiddetto direttorio della Banca d’Italia. Questa volta direttorio.jpgera il turno del vice direttore Luigi Federico Signorini, come qualche mese fa era stato quello di Fabio Panetta.

            La conferma di Signorini per altri sei anni, deliberata come quella di Panetta dal Consiglio Superiore dell’istituto di via Nazionale, si è scontrata col veto opposto appunto da Di Maio. Il quale al ministro dell’Economia che gli faceva notare l’insolita intrusione negli affari e nelle competenze interne alla Banca d’Italia non ha trovato altro argomento da opporgli che la contestazione di tutte le volte in cui lo stesso ministro, Giovanni Tria, si era occupato di “grandi opere”, a cominciare dalla Tav.

            In verità, la colpa di Signorini sta nelle competenze e nel ruolo, assegnatogli dal governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco, di seguire la finanza pubblica e di interloquire con le commissionivice direttore.jpg parlamentari. Alle quali di recente il vice direttore dell’istituto ha espresso dubbi sulle potenzialità espansive, diciamo così, del cosiddetto reddito di cittadinanza, tanto voluto dai grillini,  e anche della quota 100 di marca leghista per l’accesso alla pensione, sommando cioè 62 anni di età e 38 di contributi. Pertanto il blocco della conferma di Signorini può ben essere visto e interpretato come una ritorsione, visto anche che ad un certo punto, secondo le cronache non smentite della seduta del Consiglio dei Ministri, Di Maio ha parlato della necessità di lanciare un segnale al “sistema”. Che secondo i grillini lavorerebbe dalla mattina alla sera per boicottare il cambiamento sancito nel contratto di governo.

             Ed è proprio al cambiamento che il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, cercando di assecondare il ragionamento e le finalità del suo vice a cinque stelle, quante ne portano anche i generali sulla divisa, si è richiamato per sostenere che su questa strada si debba procedere “per tentativi”. Uno dei quali può ben essere quello di cambiare Signorini nel cosiddetto direttorio della Banca d’Italia.

             All’idea di procedere per tentativi anche sulla strada della “rivoluzione”, che sempre più chiaramente perseguono i grillini, il sottosegretario leghista alla presidenza del Consiglio, Giancarlo Giorgetti, si è messo ancora una volta le mani nei capelli, come gli capita sempre più spesso di fare verbalizzando le sedute del governo, e ha detto che “così non arriviamo neppure a fine mese”.

              Non vi sono state reazioni formali e dirette, almeno sino ad ora, del governatore della Banca d’Italia al fuoco di Di Maio e al blocco della conferma di Signorini. Ma Eugenio Scalfari, che sulla soglia ormai dei 95 anni, da compiere in aprile, non ha perso la curiosità del suo mestiere, ha raccontatoScalfari.jpg sulla “sua” Repubblica – “sua” perché fondata da lui 43 anni fa- di un incontro e scambio di informazioni e di idee appena avuto appunto con Ignazio Visco, raccogliendone le preoccupazioni per “una recessione crescente e totale che ha effetti non soltanto economici ma politici”. Il virgolettato, a dire il vero, è di Scalfari, ma credo che non sia molto difforme dal pensiero e dalle parole del governatore della Banca d’Italia. Che -ha raccontato sempre Scalfari- “si sta destreggiando nel modo più acconcio” nell’esercizio delle sue funzioni.

              Di suo, e dopo avere riferito anche del blocco della conferma di Signorini a vice direttore dell’istituto di via Nazionale, il fondatore di Repubblica ha aggiunto che questo, tra un Salvini troppo putiniano e un Di Maio “populista senza alleanze”, se non con una parte dei gilet gialli francesi, “è un governo peggio del peggio, e purtroppo privo, almeno finora, di alternative ”.

            E’ forse un segnale, questo giudizio di Scalfari, anche a quei grillini tentati di brindare al cambio appena deciso al vertice di Repubblica, dove Mario Calabresi ha retto solo per tre anni, contro i venti ciascuno dei suoi due predecessori: lo stesso Scalfari ed Ezio Mauro.

 

 

 

 

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