La pentastellata Lombardi fischia il fallo a Zingaretti nella Regione Lazio

Intervistato a Torino nella sua prima uscita da segretario del Pd, significativamente a favore della Tav contestatissima dai grillini, Nicola Zingaretti ha risposto così ai giornalisti della Stampa non so se più curiosi o preoccupati del suo doppio incarico di partito e di governo, sia pure a livello regionale: “All’inizio ne avevo timore, ma ci ho ripensato. Fare l’amministratore locale ti dà un’agenda dei problemi diversa da quella di chi fa solo politica. Ti aiuta a non entrare nel Truman Show”.

Perfetto. Anzi, no. Nelle stesse ore a Roma, forse impressionata proprio dalla carica antigrillina di Zingaretti, spintosi a Torino a definire “criminale” una rinuncia alla linea d’alta velocità ferroviaria delle merci provenienti o dirette in Francia, e a liquidare come inutile “furbizia” la sfida appena lanciatagli da Luigi Di Maio di fare sostenere in Parlamento la proposta del salario minimo garantito, la capogruppo regionale delle cinque stelle, Roberta Lombardi, rilasciava al Messaggero un’intervista politicamente minacciosa.  Almeno così mi è sembrata. E se ho sbagliato, me ne scuso in partenza.

Della signora Lombardi, già distintasi come capogruppo a Montecitorio nella scorsa legislatura, è nota Richiamo Dubbio.jpguna certa durezza, sperimentata anche dalla sua collega di partito Virginia Raggi ai difficili esordi di sindaca di Roma. Ebbene, essa ha avvertito Zingaretti che da governatore della regione Lazio potrebbe non andare lontano se non cambiasse musica col partito della cui opposizione benevola, costruttiva e quant’altro, quello appunto dei grillini, ha avuto sinora bisogno per rimanere dov’è, nonostante i numeri un po’ troppo scarsi del centrosinistra sopravvissuto alle elezioni dello scorso anno.

“Le vicende del Lazio vanno di pari passo con quelle nazionali, che si voti fra quattro mesi o quattro anni”, ha avvertito la Lombardi, di fatto spingendo Zingaretti proprio verso il “Truman Show” cui il nuovo segretario del Pd voleva sottrarsi scartando la prima tentazione alle dimissioni da governatore, e accettando l’esperienza del doppio incarico in una visione a dir poco ottimistica di un inconveniente che pure aveva avvertito.

Sarebbe davvero il colmo se l’indubbio successo conseguito nelle primarie, con quell’affluenza e con quel distacco dagli altri due concorrenti un po’ accomunati dal sostegno dei renziani, e con lo stesso Renzi subito offertosi a proteggerlo dal “fuoco amico”  da lui sperimentato in entrambe le esperienze di segretario; sarebbe davvero il colmo, dicevo, se Zingaretti inciampasse nel brecciolino della regione, prima ancora di percorrere la strada asfaltata della segreteria nazionale del partito. È una cosa che gli accadrebbe se si lasciasse davvero condizionare dalla paura di una crisi regionale probabilmente destinata a sfociare, coi tempi che corrono, e malgrado i risvegli avvertiti a sinistra in Abruzzo e in Sardegna, nella vittoria del centrodestra anche nel Lazio.

Se questo fosse davvero lo scenario dietro l’angolo della nuova segreteria del Pd, prima ancora del suo insediamento formale, si prenderebbero una pur magra e improduttiva soddisfazione quei renziani, se non lo stesso Renzi, che all’avvio dell’avventura congressuale del partito, con tutto il tempo datosi da tutti per una riflessione, se c’è stata davvero, sulla bruciante sconfitta politica del 4 marzo 2018, avevano storto il muso alla candidatura di Zingaretti temendone proprio i condizionamenti regionali.

Va tuttavia detto con onestà che il governatore del Lazio ha avuto il coraggio, l’accortezza, chiamatela come volete, di concludere di fatto la sua campagna delle primarie con quella intervista televisiva a Lucia Annunziata in cui escludeva soccorsi ai grillini, già in forti difficoltà in Parlamento, specie al Senato, schierandosi per le elezioni anticipate in caso di crisi. E ciò anche a costo di fare forse sobbalzare qualcuno al Quirinale, che ha consolidati rapporti col vicino Nazareno. E dove di solito si gradiscono poco interferenze dirette e indirette nelle prerogative costituzionali, ed esclusive, del capo dello Stato quando deve essere valutato un passo estremo come quello dello scioglimento anticipato delle Camere.

Se ne accorse a sue spese l’ancora segretario del Pd Renzi nelle prime settimane del 2017, quando bussò inutilmente alla porta di Sergio Mattarella per cercare di investire politicamente quel 40 per cento dei voti che aveva raccolto pur nella sconfitta referendaria del mese precedente sulla riforma costituzionale.

Zingaretti non si è lasciato paralizzare da quel ricordo. E forse è proprio questo che la Lombardi non gli ha perdonato, prima ancora della missione a Torino a favore della Tav, o della versione maschile preferita letterariamente sotto le cinque stelle.

 

 

 

Pubblicato su Il Dubbio

Il tallone di Achille…Zingaretti potrebbe essere il governatorato del Lazio

             Pur contrario per il futuro al doppio incarico di capo del partito e del governo, che alla lunga in effetti non ha portato bene a Matteo Renzi, così come nella storia della Dc a uomini di temperamento come Amintore Fanfani e Ciriaco De Mita, il nuovo segretario del Pd Nicola Zingaretti ha deciso di tenersi stretta la carica di governatore della regione Lazio. Dove dispone sulla Lombardi 1.jpgcarta di una risicatissima maggioranza di centrosinistra, dipendendo in realtà da un’opposizione sostanzialmente benevola dei grillini, gestita in particolare dalla capogruppo Roberta Lombardi. Che è una donna alquanto “tosta”, già presidente del gruppo alla Camera nella scorsa legislatura, ben conosciuta per il suo difficile temperamento nel partito dalla sindaca di Roma Virginia Raggi. Della quale la signora da Montecitorio seppe prevedere e denunciare tutti i limiti che avrebbe saputo dimostrare cambiando, per esempio, collaboratori e assessori a ritmi a dir poco insoliti.

            Ebbene, la Lombardi in una intervista al Messaggero si è affrettata ad avvertire Zingaretti che, se continuerà a fare il segretario del partito come ha cominciato, correndo a Torino per sfidare i grillini, ma Lombardi.jpganche i troppo pazienti leghisti, sulla urgenza della Tav, e liquidando come “furbizia” l’aiuto chiestogli dal vice presidente del Consiglio Luigi Di Maio per portare avanti in Parlamento il progetto del “salario minimo”, non potrà scommettere molto sulla sopravvivenza politica come governatore ombardi 2 .jpgdella sua regione. Il “dialogo” locale con le cinque stelle si interromperebbe e le elezioni anticipate potrebbero sopraggiungere anche in regione, e non Lombardi 3 .jpgsolo a livello nazionale, come proprio Zingaretti ha prospettato in caso di crisi del governo gialloverde, escludendo soccorsi di qualsiasi tipo ai grillini per rimpiazzare i leghisti.

           Il treno sotto al quale nella redazione del manifesto hanno immaginato di vedere Zingaretti, pensando a quello ad alta velocità per le merci che lui è  andato a sostenere a Torino definendo “criminali” i tentativi grillini di chiudere i cantieri già aperti, potrebbe essere o diventare un più modesto manifesto.jpgconvoglio delle linee ferroviarie laziali. Quello di Zingaretti diventerebbe il viaggio politico fra i più brevi al vertice del Pd, dove pure si sono avuti segretari di transizione come Dario Franceschini, dopo le dimissioni di Walter Veltroni, o Guglielmo Epifani, dopo le dimissioni di Pier Luigi Bersani, o di Maurizio Martina, dopo le dimissioni di Matteo Renzi.

           Per quanto uscito molto bene dalle primarie di domenica, anche con i risultati definitivi che sono stati inferiori a quelli provvisori, con un milione e 600 mila partecipanti anziché un milione e 800 mila, e con il 67,22 per cento di voti per il segretario eletto, anziché il 70 per cento e anche oltre festeggiato a caldo, Zingaretti ha tempi obiettivamente stretti per giocare la sua partita. Che l’impietoso Massimo Cacciari, pur suo dichiarato elettore nei gazebo, ha definito praticamente disperata, parlando delle elezioni europee di fine maggio già come dell’”ultima spiaggia” del nuovo segretario. E prevedendo, in caso di mancata e concreta ripresa, o solo di raggiungimento della infelice percentuale delle elezioni politiche dell’anno scorso, il ritorno dei renziani astutamente dispersi domenica scorsa fra i tre candidati alla segreteria. Eppure essi, a cominciare da Renzi in persona, hanno garantito collaborazione a Zingaretti per risparmiargli il “fuoco amico” riservato invece all’attuale senatore di Scandicci nei suoi due turni di capo del partito.

 

 

 

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Bel colpo, d’affluenza e di voti, per il nuovo segretario del Pd Nicola Zingaretti

            Nicola Zingaretti ha dunque vinto alla grande le primarie arrivando alla segreteria del Pd col quasi 70 per cento del milione e ottocentomila voti espressi nei settemila seggi allestiti in tutta Italia, tra gazebo e locali interni. primarie.jpgE’ stata un’affluenza ben superiore a quella contenuta entro il milione negli auspici, evidentemente scaramantici, dallo stesso Zingaretti. E che forse Matteo Renzi, votando di prima mattina nella sua Firenze, aveva ritenuto troppo ottimistica con quella dichiarazione pur di apprezzamento per le primarie, cui il suo partito era tornato a ricorrere “per coinvolgere migliaia di persone -aveva detto- nella scelta del suo leader”.

            La notevole affluenza alle urne e il forte distacco di Zingaretti dai concorrenti Maurizio Martina e Roberto Giachetti, fermatisi rispettivamente a circa il 19 e il 12 per cento dei voti pescandoGiannelli.jpg proprio nell’area riconducibile al due volte ex segretario del partito, nonché presidente del Consiglio per quasi tre anni, dovrebbero scoraggiare Renzi dalle tentazioni scissionistiche attribuitegli a torto o a ragione da critici, avversari e forse anche amici nella campagna congressuale. Alla quale “il senatore di Scandicci”, come lui suole spesso autodefinirsi, aveva partecipato in modo tutto suo, un pò evitando di schierarsi esplicitamente con qualcuno dei tre candidati in corso, neppure per il renziano radicale -in tutti i sensi- Giachetti, e un po’ dedicandosi anima e corpo al lancio, in tutta Italia, del suo nuovo libro dal significativo titolo “Un’altra strada”.

            Va detto, in verità, che proprio Zingaretti, peraltro felice di avere ricevuto quello di Renzi fra i primi messaggi di congratulazioni e di augurio per l’ormai avvenuta elezione, ha voluto smontare la carica potenzialmente critica del titolo del libro scritto dall’ex segretario. “Me lo ha fregato”, ha detto il governatore del Lazio ribadendo il suo programma di cambiare strada, appunto, come nuovo segretario del partito. Ma non tanto -si deve presumere- da capovolgere o invertire il senso di marcia e le scelte principali adottate al Nazareno dopo le elezioni politiche dell’anno scorso.

           Non è stata certamente casuale la decisione presa da Zingaretti proprio verso la conclusione della campagna delle primarie, rispondendo in una intervista televisiva a Lucia Annunziata, di indicare una sola prospettiva in caso di caduta del governo gialloverde di Giuseppe Conte: il ricorso anticipato alle urne, pur di competenza costituzionalmente esclusiva -come si sa- del presidente della Repubblica. Elezioni anticipate, quindi, piuttosto che una mano ai grillini per sottrarli all’alleanza con i leghisti offrendosi a sostituirli. Che sarebbe, d’altronde, una prospettiva poco realistica, specie al Senato, dove Renzi e gli amici più stretti avrebbero i numeri più che sufficienti per far mancare da soli ad una simile operazione la maggioranza già troppo risicata di suo.

           In realtà, l’alternativa delle elezioni anticipate in caso di crisi può ben essere considerata il prezzo più evidente pagato da Zingaretti al suo predecessore per pescare anche lui voti nella sua area già divisa fra Martina e Giachetti, e per non dargli ragioni o pretesti di rottura e di uscita dal partito.

           Eppure Federico Geremicca, che conosce bene il Pd e le sue precedenti edizioni per ragioni anche familiari, essendo stato il padre un noto e autorevole esponente del Pci, particolarmente amico di Giorgio Napolitano, ha raccolto nel suo commento su La Stampa umori non proprio buoni Geremicca.jpgverso Renzi nell’area del vincitore delle primarie. In particolare, egli ha avvertito “la speranza” di “qualcuno degli uomini più vicini a Zingaretti” che nel nuovo corso appena apertosi con la sua elezione a segretario si possano creare -letteralmente- “le condizioni perché Renzi lasci il Pd, ma senza traumi”. Il che potrebbe accadere forse andandosene solitariamente e allegramente in moto, come il senatore ha fatto arrivando al seggio fiorentino Renzi.jpgdelle primarie, e non con un torpedone di dissidenti, o con una ruspa fattasi prestare dal “Matteo sbagliato”, come Renzi chiama Salvini. Che intanto, bontà sua, ha sentito il bisogno di rivolgere dal Viminale pensieri e parole “di rispetto” per il nuovo leader del partito cui lui si sente più contrapposto. E che continua a considerare in declino inarrestabile, nonostante l’affluenza alle primarie e i segni di vita, almeno, se non di risveglio, colti di recente nelle elezioni regionali d’Abruzzo e di Sardegna. Cui seguiranno in questo mese quelle in Basilicata, e a fine maggio quelle piemontesi e soprattutto europee: un test nazionale di tutto riguardo.

 

 

 

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Il mistero buffo delle primarie del Pd a rischio incorporato di delegittimazione

           Il problema delle primarie odierne per l’elezione del nuovo segretario del Pd è paradossalmente diventato più quello dell’affluenza, sopra o sotto il milione di partecipanti, che quello di chi e se vincerà fra i tre concorrenti superando da solo la metà dei voti. Al di sotto della quale vi sarebbe poi nell’assemblea nazionale del partito il ballottaggio fra i primi due classificatisi nei gazebo e simili. E col ballottaggio potrebbe svolgere un ruolo decisivo proprio l’escluso, condizionando la prevalenza dell’uno sull’altro dei due finalisti.

         Il milione di votanti, meno di un terzo di quelli che nel 2007 corsero a spingere Walter Veltroni al vertice del partito nato dalla fusione fra i resti del Pci, della sinistra democristiana, della sinistra liberale e degli ambientalisti, è una quota, una soglia, un traguardo -chiamateloGiannelli.jpg come volete- che si sono dati un po’ autolesionisticamente almeno due dei tre candidati. I quali sono poi quelli più  votati nell’ambito delle sezioni, cioè Nicola Zingaretti e Maurizio Martina, piazzatisi decisamente sopra Roberto Giachetti, il radicale in tutti i sensi: sia per la sua origine orgogliosamente pannelliana sia per la intransigenza nella difesa della  stagione politica di Matteo Renzi.

         Quest’ultimo tuttavia non si è schierato apertamente a favore di chi ne ha rivendicato l’eredità. Egli ha lasciato che lo facessero fedelissimi come Maria Elena Boschi e Sandro Gozi, non imitati però da altri fedelissimi, come Luca Lotti e Lorenzo Guerini, impegnatisi col silenzioso assenso dello stesso Renzi a favore di Martina: suo ex vice segretario e per un po’ successore anche critico, ma non tanto critico da non lasciarsene condizionare nel passaggio più decisivo dell’interregno. Fu quando bastò un’intervista televisiva di Renzi per fermare Martina l’anno scorso, dopo le elezioni politiche del 4 marzo, sulla strada di un’intesa di governo con i grillini pur  attribuita, a torto o a ragione, alle aspettative, simpatie, preferenze e quant’altro  del capo dello Stato. Esse erano probabilmente maturate durante l’esplorazione della crisi affidata da Sergio Mattarella al presidente pentastellato della Camera Roberto Fico, dopo la perlustrazione  svolta nell’ambito del centrodestra dalla presidente forzista del Senato Maria Elisabetta Alberti Casellati.

          Il carattere autolesionistico, a mio avviso, del milione di partecipanti alle primarie auspicato dai due concorrenti meglio piazzati nella corsa alla segreteria deriva dal rischio di non raggiungere l’obiettivo nell’attuale clima di generale disaffezione del pubblico verso la politica. Che è stato appena confermato dal poco più del 50 per cento di affluenza alle urne nelle elezioni regionali abruzzesi e sarde.

          Come in un rito propiziatorio, cioè promozionale rispetto alle primarie per le quali sono stati allestiti settemila seggi in tutta Italia, e schierati per la loro gestione trentacinquemila volontari, Zingaretti e Martina sono corsi ieri a Milano a mescolarsi, col sindaco Giuseppe Sala, ai duecentomila scesi in piazza contro Salvini in nome dell’antirazzismo.

          Si stenta francamente a capire, proprio per le difficoltà del clima politico a tutti arcinoto, di fronte al quale i duecentomila concentrati a Milano contro la Lega non possono essere francamente o convintamente scambiati come una smentita o una inversione di tendenza, per quale motivo i due maggiori concorrenti alla segreteria del Pd abbiano voluto regalare agli avversari esterni, ma anche a quelli interni, l’handicap di una riconosciuta delegittimazione in caso di affluenza sotto il milione evocativo, a questo punto, non si sa di che cosa.  Del lontanissimo viaggio di Marco Polo in Cina?

           Paradossalmente a trarre i maggiori vantaggi da una eventuale delegittimazione del vincitore, o del “flop” delle primarie, come è già stato battezzato o vaticinato da qualche giornale come il Quotidianoil milione.jpg Nazionale della catena editoriale Monti Riffeser, potrebbe essere lo sconfitto designato dai più incalliti e persino cattivi avversari del Pd: Matteo Renzi. Che, avendo dimostrato di potere richiamare da solo attorno a sé tantissima gente nel giro promozionale, in tutta Italia, del suo nuovo libro dal titolo significativo di “Un’altra strada”, potrebbe essere alla fine maggiormente tentato dall’idea di uscire Renzi.jpgdal partito e di crearne uno nuovo per presidiare meglio l’area, insieme, antigrillina e antileghista. E ciò proprio nel momento in cui la maggioranza gialloverde rischia di implodere per la sua irrimediabile eterogeneità.

          Nel caso di una scissione, di segno opposto a quella subita da Renzi come segretario del Pd nel 2017, quando se ne andarono dal suo partito Massimo D’Alema e Pier Luigi Bersani, e poi l’allora presidente politicamente terminale del Senato Pietro Grasso, il senatore di Scandicci, come preferisce spesso chiamarsi con falsa modestia lo stesso Renzi, terremoterebbe anche quel che resta del centrodestra.

         Le polemiche ricorrenti di Silvio Berlusconi e della sua Forza Italia contro Salvini per la eccessiva durata della sua esperienza di governo con i grillini, e per gli effetti recessivi e paralizzanti che ha già prodotto nel Paese, per non parlare dei guai procurati all’Italia a livello internazionale, impallidirebbero di fronte alla maggiore credibilità che avrebbe sul versante contestativo l’irruzione di un partito renziano. A quel punto il Cavaliere rimarrebbe davvero col cerino acceso in mano.

          Renzi potrebbe da una parte vantarsi, contro Berlusconi, della più efficace azione svolta l’anno scorso, peraltro già da ex segretario, contro il tentativo dei suoi compagni di partito di accordarsi il fatto.jpgcon i grillini per il governo del cosiddetto cambiamento. E dall’altra potrebbe smascherare il contributo decisivo dato invece alla nascita del governo gialloverde proprio da Berlusconi. Cui ogni tanto l’insospettabile Salvini ricorda perfidamente il permesso, se non l’incoraggiamento ricevuto dopo il voto del 4 marzo 2018 a “provare” l’intesa di governo con le cinque stelle. E ciò pur di evitare un ricorso anticipato alle urne che avrebbe avuto l’inconveniente di rafforzare il sorpasso della Lega salviniana sul partito del Cavaliere all’interno di un centrodestra già avvicinatosi alla conquista della maggioranza parlamentare più dei grillini nel rinnovo ordinario delle Camere.

          Non sono pochi, come si vede, i nodi che direttamente o indirettamente possono venire al pettine della politica italiana dalle primarie odierne del Pd, sopra e sotto la soglia di un’affluenza milionaria. E condizionare gli sviluppi di una situazione politica per niente statica, nonostante l’apparenza di un governo privo, secondo alcuni, di alternative praticabili, compresa quelle delle elezioni anticipate dopo quelle europee di fine maggio.

 

 

 

 

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Un suicidio, in Sicilia, che grida davvero vendetta, al Viminale

          Per suicidio di Stato s’intende, in genere, un omicidio commissionato dall’alto in regimi autoritari, o falsamente democratici, ed eseguito in modo tale da sembrare un suicidio, ed essere come tale certificato dalle competenti e al tempo stesso compiacenti autorità giudiziarie. Ma per suicidio di Stato, magari inconsapevole, può anche intendersi quello appena compiuto da un disperato imprenditore siciliano. Che uccidendosi dopo avere inutilmente contrastato con i dovuti ricorsi un’interdittiva antimafia risalente alla oggettiva responsabilità di una struttura del Viminale chiamata quasi paradossalmente “Sisma”, ha pagato assurdamente la colpa di avere denunciato dodici anni fa nella sua Gela un’organizzazione mafiosa.

          Il suicida si chiama, anzi si chiamavaRocco Greco 2 .jpg Rocco Greco, di 57 anni, La sua società  si chiama “Cosiam”, interdetta da ogni gara e ridotta ad uno stato pre-fallimentare per dubbi a suo carico rimasti negli uffici di governo nonostante le assoluzioni ottenute nei processi subiti su denuncia ritorsiva dei mafiosi di cui nel 2007 aveva fatto sgominare l’attività estorsiva. All’ombra del pentitismo -si sa- si possono comsumare ignominie di ogni tipo.

          La notizia del suicidio non la troverete nei giornaloni, e neppure nei giornali di dimensioni e diffusioni, diciamo così, ordinarie e necessariamente contenute, con la crisi che attraversa l’editoria destinata alle edicole. L’ha diffusa meritoriamente un giornale cosiddetto di nicchia come Il Dubbio, che già col nome della testata  ne indica la linea garantista, e di denuncia di tutto ciò che appunto suscita dubbi più che certezze, fossero pure bollate con la ceralacca dei ministeri e dei tribunali.

          Il vice presidente del Consiglio e ministro dell’Interno Matteo Salvini, o “il capitano”, come lo chiamano i leghisti, affettuosi e ammirati della sua leadership, peraltro premiata con molta generosità dagli elettori, ha molti e seri problemi di cui occuparsi in questi giorni, non foss’altro per calibrare i rapporti con gli alleati grillini in evidente e crescente crisi di identità. Così scrivono e dicono gli specialisti commentando le continue e dure sconfitte elettorali  di Luigi Di Maio in sede locale, preludio di quella in arrivo con le elezioni europee di fine maggio. Nelle quali sarà ben difficile che le cinque stelle potranno tornare a brillare col 32 per cento ottenuto nelle elezioni politiche dell’anno scorso.

          Ma tra un conto e l’altro, tra una dichiarazione e l’altra sulla Tav, come si chiama la controversa linea di alta velocità ferroviaria per le merci da Lione a Torino; tra un sospiro e l’altro, un’allusione o una minaccia contro il percorso delle autonomie differenziate, o potenziate, avviato dal precedente governo e rallentato da questo che pur è a partecipazionele frappe di Conte.jpg leghista; tra una frappa e l’altra consumata nei vertici a Palazzo Chigi in questo periodo di Carnevale discutendo anche delle nomine, mai state peraltro così copiose come da otto mesi a questa parte, cioè dalla nascita della maggioranza gialloverde; tra una protesta e l’altra per il congresso della cosiddetta Guglielmi.jpgMagistratura Democratica, la cui segretaria Maria Rosaria Guglielmi ha dato dell’”eversivo” al governo in carica  facendo sobbalzare sulla sedia anche qualche altra corrente giudiziaria; tra una telefonata e l’altra all’amico e alleato dei giorni pari Silvio Berlusconi, che sogna un calendario da cui cancellare i giorni dispari in cui il segretario leghista ritiene improponibile un governo di centrodestra a livello nazionale; tra una foto con qualche felpa della Polizia e una col giubbotto bianco segnato dai quattro mori sardi che lo hanno fermato domenica scorsa nelle urne poco sopra l’11 per cento, dal 18 o 20 o ancor più su cui lui forse sperava dopo essersi tanto speso personalmente nella campagna elettorale per il rinnovo del Consiglio regionale; fra Gazzetta.jpguna sommessa e l’altra sulla possibilità di riformare davvero entro questo mese la disciplina della legittima difesa vincendo le resistenze dei grillini; fra una previsione e l’altra sul risultato delle pur snobbate primarie di domani nel Pd per la scelta del nuovo segretario, da cui deve attendersi  una ostilità largamente ricambiata; tra una cosa e l’altra, dicevo, spero proprio che Salvini trovi il tempo e la voglia di occuparsi del Sisma -al maiuscolo, acronimo di Struttura di massima prevenzione e intervento antimafia- che opera al Viminale. E di capire che cosa di preciso sia accaduto per provocare il suicidio del povero Rocco Greco. Che, ad occhio e croce, mi sembra gridi proprio vendetta. Forza, capitano.

 

 

 

 

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Nella caccia alla famiglia Renzi manca ormai solo il mostro di Firenze

            Per numero, frequenza, eco mediatica e intreccio con le cronache politiche, in vista delle ormai imminenti primarie congressuali del Pd e di una meno imminente ma sempre più probabile crisi della maggioranza gialloverde di governo, le iniziative giudiziarie riguardanti la famiglia Renzi danno la sensazione, a torto o a ragione, di una caccia all’uomo. Che è lui, Matteo, l’ex segretario del Pd ed ex presidente del Consiglio: in qualche modo coperto dietro lo schermo degli anziani genitori agli arresti domiciliari e in attesa di processi. L’ultimissimo dei quali è stato annunciato a Cuneo contro Laura Bovoli.jpgla madre di Renzi, la signora Laura Bovoli. Che divide già in altre inchieste col marito, Tiziano Renzi, l’accusa di bancarotta fraudolenta, fatture false e non si sa cos’altro. Di cui comunque il figlio Matteo, secondo i suoi avversari, non poteva non sapere, se addirittura non poteva non essere partecipe avendo avuto la ventura, o sventura, di avere lavorato in aziende della famiglia nel settore pubblicitario.

           Ormai, per ragioni diciamo così territoriali, manca solo che la famiglia dell’ex segretario del Pd  venga associata nella fantasia di chi evidentemente ne teme ancora il ritorno, se mai l’ha visto davvero ritirato o solo defilato dalla prima linea della lotta politica, nella vicenda Tiziano Renzi.jpgdel mostro di Firenze. Che risale agli anni giovanili di Tiziano Renzi: fra il 1968 e il 1985, quando a Firenze e dintorni, appunto, furono uccise in coppia dalle 14 alle 16 persone sorprese ad amarsi e amputate per punizione, sadismo, esoterismo e quant’altro.

            I misteri di quei delitti sono rimasti tantissimi, ed hanno prodotto una letteratura abbondante, non essendo bastati a soddisfare la ricerca della verità e la curiosità popolare l’ergastolo comminato a Mario Vanni, i 26 anni di carcere a Giancarlo Lotti, per fortuna solo omonimo di cognome dell’ex braccio destro di Matteo Renzi a Palazzo Chigi, e l’assoluzione rimediata in appello da Pietro Pacciani, morto prima che il processo venisse ripetuto su ordine della Corte di Cassazione.

           Pensate, in quegli anni il clima creatosi attorno alla vicenda del mostro di Firenze, o di Scandicci, o del mostro delle coppiette, o dei “compagni di merenda” di Pacciani, era tale che una volta in Consiglio dei Ministri Giovanni Spadolini scherzò con alcuni colleghi di governo che si erano soffermati ad osservarne piedi e scarpe per le loro dimensioni, grandi come le orme del mostro rilevate dalla polizia scientifica sul posto di uno dei suoi delitti. Spadolini era di Firenze, e vi abitava quando non stava a Roma.

           Volenti o nolenti, come sempre accade in queste circostanze, perché date e ore scorrono indipendentemente da chi le registra, la caccia alla famiglia Renzi ha finito per moltiplicare la visibilità la stampa.jpgpolitica del suo più illustre componente. Che, già ingegnatosi di suo a programmare in tutto il territorio nazionale il lancio di un nuovo libro in coincidenza con la campagna delle primarie per l’elezione del nuovo segretario del Pd, ne è ancor più diventato una specie di convitato di pietra.

          Matteo Renzi, per carità, non è in corsa e ha lasciato liberi i suoi amici, che sono ancora tanti, di dividersi fra almeno due dei tre candidati: il più renziano forse dello stesso Renzi, che è Roberto Giachetti, e l’’ex segretario Maurizio Martina, essendosi Nicola Zingaretti, peraltro in testa nei sondaggi, mostrato primarie pd.jpgil più distante. E ciò nonostante Renzi si è dichiarato pronto a dare una mano come semplice iscritto e senatore di Scandicci anche a Zingaretti se venisse eletto. Eppure molti, a torto o a ragione, vedono e avvertono l’ex segretario tentato più dall’uscita che dalla permanenza nel Pd.

          Se questa dell’uscita sia la vera e prevalente tentazione di Renzi, nessuno può onestamente dirlo o prevederlo. Certo, ha fatto una certa impressione vederlo, in uno dei sondaggi appena mostrati da Corrado Formigli nella sua Piazza pulita televisiva su la 7, in testa in un elenco di gradimento pubblico come leader: in testa al presidente del Consiglio in carica Giuseppe Conte, a “capitan” Salvini e al povero Silvio Berlusconi scivolato all’ultimo posto.

          Ci sarà rimasta male, fra gli altri, la grillina Roberta Lombardi. Che, ancora sofferente per la scomoda e penalizzante alleanza di governo con i leghisti, che sta triturando elettoralmente le cinque il fatto.jpgstelle, ha appena affidato al Fatto Quotidiano con una intervista il suo rimpianto per “l’accordo col Pd” ormai concluso dal suo movimento l’anno scorso -all’ombra dell’esplorazione affidata dal presidente della Repubblica al presidente grillino della Camera Roberto Fico per la soluzione della crisi- ma “bocciato” da Renzi senza neppure scomodarsi a partecipare alla riunione della direzione del partito convocata per decidere. Bastò e avanzò a Renzi, e al suo partito, il no annunciato la sera prima nel salotto televisivo di Fabio Fazio, a “Che tempo che fa”. Fu bruttissimo tempo per i sostenitori di quell’intesa, anche sotto e sopra i portici del Quirinale.  

 

 

 

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Occhio, per cortesia, alla vicenda grillina di Giulia Sarti e ….ai giornaloni

            Non so francamente chi esca peggio -fra i giornali, il Movimento delle cinque stelle e i protagonisti, o attori- dalla vicenda Sarti. Che è il cognome di Giulia, la dimissionaria -si spera- presidente grillina della commissione Giustizia della Camera autosospesasi dal partito, in attesa dell’espulsione, per essere stata praticamente smascherata da un procuratore della Repubblica di Rimini dopo avere falsamente denunciato il suo ex compagno di non versato nella scorsa legislatura più di ventimila euro da lei destinati, secondo gli obblighi contrattuali col partito, ad un fondo di credito per le piccole aziende in difficoltà.

           Scoperta nella sua insolvenza già l’anno scorso, nelle ultime battute della passata legislatura, dalle iene televisive di Mediaset, e a rischio quindi di sanzioni disciplinari ma soprattutto di mancata Bogdan.jpgricandidatura alle elezioni del 4 marzo 2018, la signora riferì al suo fidanzato, o già ex allora, Bogdan Tibusche con chat fortunatamente trattenute dall’interessato di doverlo denunciare di ammanco, o qualcosa del genere, nella gestione del suo conto bancario su suggerimento dei responsabili della comunicazione del Movimento -Rocco Casalino e Ilaria Loquenzi-  per salvarsi dalla fine della carriera politica.

            Il pubblico ministero di Rimini, dove la deputata risiede, ha impiegato -mi permetto di osservare- un anno per venire a capo della vicenda ma alla fine ha ristabilito la verità. Il giovane Tibusche, di origini rumene, si è salvato dal ruolo infame di vittima designata. E la signora Sarti, per quanto onorevole di nome o consuetudine perché deputata, ricandidata e rieletta l’anno scorso, e infine promossa al vertice di una commissione importante come quella della Giustizia, con la maiuscola, è precipitata nei guai. Dal fondo dei quali ha tuttavia cercato di smentireRocco Casalino.jpg ciò che pure aveva comunicato al povero Tibusche, cioè di averlo dovuto denunciare su suggerimento di Casalino, nel frattempo diventato portavoce del presidente del Consiglio Giuseppe Conte a Palazzo Chigi. Ma a Casalino, presumibilmente pago di una simile smentita, che in effetti confermava la sua dichiarata estraneità alla decisione della Sarti di denunciare l’incolpevole collaboratore ed ex compagno, quest’ultimo ha reagito documentando a sua volta di avergli girato l’anno scorso le comunicazioni della deputata. E quindi cercando in qualche modo di ricoinvolgerlo in quella che Emanuele Macaluso ha appena definito sul suo blog “una piccola storia ignobile”.

             Questi sono all’incirca i fatti, ricostruiti dalle informazioni giornalistiche magari parziali o inesatte, per carità, ma stampate su carta o diffuse elettronicamente. Sono fatti “piccoli” pur nell’aspetto “ignobile” avvertito e lamentato da Macaluso, ma ben significativi forse -o senza forse- della natura e/o del clima in cui si vive in un movimento che è diventato l’anno scorso il primo partito italiano e guida il governo in alleanza col “capitano” leghista Matteo Salvini: entrambi ben decisi a governare sino alla conclusione ordinaria della legislatura. E ciò, nonostante le ormai ricorrenti batoste elettorali dei grillini a livello regionale, le difficoltà che cominciano ad incontrare nelle urne anche i leghisti dopo un’ascesa che sembrava irresistibile, l’aggravamento della situazione economica e la pioggia di bocciature e di moniti proveniente dagli organismi europei e mondiali: tutti liquidati sbrigativamente a Palazzo Chigi e dintorni come inattendibili. E magari commissionati per vendetta, come i voti sardi, secondo talune dichiarazioni rilasciate dal vice presidente grillino del Consiglio Luigi Di Maio, dalle banche e dalle assicurazioni appena sottoposte ad una spremuta fiscale dal governo gialloverde.

           Ebbene, la vicenda Sarti, chiamiamola così, è approdata oggi, giovedì 28 febbraio 2018, con richiami e richiamini di articoli destinati all’interno sulle prime pagine di 7 dei 18 giornali che ho potuto consultare con la rassegna stampa del Senato della Repubblica, più completa e cronologicamente tempestiva di quella della Camera. Ieri le prime pagine, sempre a suon di richiami, erano state ancora di meno: 4 su 18. Più grandi o diffusi sono i giornali, più grande o assordante è stato il silenzio delle loro vetrine.

           Detto questo, debbo però riconoscere al giornale generalmente meglio disposto verso i grillini, che è naturalmenteVauro.jpg Il Fatto Quotidiano diretto da Marco Travaglio, di essere stato il più corrosivo nel trattamento della vicenda. Non vi ha aperto, come si dice in gergo tecnico quando si parla dell’argomento principale proposto ai lettori con la titolazione più vistosa, ma il pur un pò ermetico richiamo -parzialmente in rosso- del caso Sarti a metà della prima pagina è sormontato da una vignetta di Vauro Senesi che non fa certo sconti al movimento delle cinque stelle e al suo capo. “Ora basta!”, grida nel titolo lo stesso Vauro spiegando: “In questa vignetta ci sarebbe dovuto essere Luigi Di Maio…..ma non me la sento di infierire”. E ci mette alla fine “una prece!”. E’ stata così servita anche la cosiddetta grande stampa d’informazione.

 

 

 

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La falsa ostentazione muscolare di Di Maio, ma anche di Salvini

           Il paradosso è solo apparente. La debolezza politica del vice presidente del Consiglio Luigi Di Maio, dopo gli incidenti elettorali in Abruzzo e ancor più in Sardegna, dove il suo movimento è precipitato in meno di un anno da oltre il 42 a sotto il 10 per cento dei voti, sta proprio nella forza ostentata ricordando ai critici e agli avversari, interni ed esterni, la durata quinquennale del proprio mandato di capo delle cinque stelle. Un mandato cui, essendo passato poco meno di un anno e mezzo dall’inizio, ne resterebbero pertanto poco più di tre e mezzo, arrotondati generosamente a quattro. Ma raddoppiabili a dieci nella versione degli amici, sparata addirittura in qualche titolo di prima pagina, per via dei due mandati consentiti ai grillini in carriera.

          Va bene che Di Maio, come lo ha ironicamente rappresentato il vignettista Nico Pillinini sulla Gazzetta del Mezzogiorno, cerca di barcamenarsi fra le tegole lanciategli addosso dagli elettori e le nuove regole che lui vorrebbe introdurre sotto le cinque stelle, ma è francamente eccessivo pretendere che si ignori la natura tutta particolare del suo movimento. Che può esserne stata per un po’ la forza, ma si sta impietosamente rivelando anche la debolezza.vorrebbe Gazzetta.jpg

          Il mandato di Di Maio come capo del movimento delle cinque stelle, per quanto compulsato non ricordo più da quanti iscritti, o simili, sui computer di casa, d’ufficio o di strada,  è revocabile in ogni ora o minuto del giorno dal capo vero, che è rimasto, pur con la maschera di “garante”, “elevato” e non so cos’altro, Beppe Grillo. Dai cui dintorni sono arrivate voci e persino notizie, sinora non smentite, di serie delusioni e preoccupazioni: addirittura di dubbi sul “livello” del personale politico del movimento rispetto alle dimensioni assunte dai problemi di un Paese entrato peraltro in recessione. Che è una cosa seria, per quanto lo stesso Di Maio e ancor più il presidente del Consiglio Giuseppe Conte cerchino di voltare la faccia dall’altra parte, e persino di riproporre le previsioni di un miracolo economico e di un 2019 indimenticabile perché “bellissimo”, anziché bruttissimo.

          L’altro elemento che rende farlocca la forza ostentata da Di Maio è la sua scommessa implicita, colta nella vignetta di Emilio Giannelli per la prima pagina del Corriere della Sera, sul sostegno dell’altro vice presidente del Consiglio, Matteo Salvini. Che però non è notoriamente un suo collega di movimento, ma il leader di un curioso partito alleato come la Lega, le cui fortune elettorali sono e non possono che continuare ad essere inversamente proporzionali a quelle delle cinque stelle. Diversamente o salta Salvini nella Lega, a dispetto del controllo totale che “il capitano” sembra averne, o salta la Lega con Salvini.

          E’ inutile che Di Maio si faccia illusioni in senso diverso o contrario. Ed è inutile che se ne faccia anche Salvini, se fossero autentiche e non di facciata, o di spettacolo, le sfide che egli va lanciando in questi giorni manifesto.jpge in queste ore a chi gli chiede più prudenza. O più coraggio, secondo i punti di vista. Pure Salvini dopo la sostanziale fermata registrata in Sardegna rispetto all’andamento generale e alle attese, rischia -al pari del capitombolato Di Maio-  di ritrovarsi “senza tetto”, per ripetere quel titolo a doppio senso, e anche più, del sempre brillante manifesto, con quella minuscola elegantemente voluta dai fondatori.

 

 

 

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Salvini soccorre l’amico Di Maio tra le macerie grilline in Sardegna

           Le due immagini speculari del melodramma prodotto dalle elezioni regionali sarde sono quelle del capo -non so ancora per quando- del movimento delle 5 stelle, Luigi Di Maio, che esce impettito da Palazzo Chigi per liquidare come “accozzaglia” il centrodestra uscito vincente dalle urne, e del capo della Lega Matteo Salvini, omologo dello stesso Di Maio alla vice presidenza del Consiglio dei Ministri, che asseconda l’amico.

           Avvolto questa volta in un giubbotto bianco con i quattro mori della bandiera sarda bene in vista e Salvini.jpgsprofondato nella poltrona, o schierato davanti alla telecamera di turno, Salvini si è quasi  scusato con l’amico Di Maio per il colpo che egli contribuito, sia pure modestamente, a infliggergli e lo ha incoraggiato a sorridere dell’accaduto. Rolli.jpgCome se l’amico non fosse neppure scivolato sul latte sparso dai pastori sulle strade sarde, secondo una delle tante vignette -quella di Stefano Rolli-  che hanno cercato di rappresentare sulle prime pagine dei giornali l’esito del voto nell’isola.

            Il governo -ha garantito Salvini all’amico- potrà continuare più o meno tranquillamente ad andare avanti verso l’obiettivo della durata di cinque anni, costi quel che costi al Paese entrato intanto in recessione. E Silvio Berlusconi la smetta di frignare e di chiamarlo al telefono, o di lanciargli messaggi e moniti, perché -gli ricordato esplicitamente il leader leghista al Cavaliere- fu proprio lui l’anno scorso a consentirgli di mettersi in aspettativa dal centrodestra a livello nazionale per “provare” a governare con i grillini.

            C’è un non detto pubblicamente di Salvini a Berlusconi che è questo: perché ti lamenti se sto tagliando Vauro.jpga fette il salame grillino ? Che è poi il ragionamento tradotto dal vignettista del Fatto Quotidiano, Vauro Senesi, nel Salvini che abbraccia Di Maio scuotendolo rovinosamente, gli chiede se regge al gioco e si sente rispondere di sì, nella speranza evidentemente che nessuno nel movimento delle cinque stelle ormai filanti abbia davvero la voglia e la forza di liberarsi di un capo del genere e di interrompere quella danza mortale.

           Ebbene, messo il discorso in questi termini, si potrebbe riconoscere a Salvini doti geniali, e liquidare davvero Berlusconi come uno sprovveduto, un dilettante della politica nonostante i venticinque anni e più trascorsi dal suo esordio. E che esordio, con quella vittoria elettorale nel 1994 sulla “gioiosa macchina da guerra” di Achille Occhetto e il suo’arrivo bruciante a Palazzo Chigi. Gazzetta.jpgMa in Sardegna è accaduto qualcosa che Salvini ha fatto e fa finta di non vedere. Egli ha smesso, almeno nell’isola, di guadagnare voti ai danni, contemporaneamente, dei suoi alleati a livello nazionale e locale, ai danni cioè dei partiti di Berlusconi e di Di Maio.

          Rispetto alle elezioni politiche di meno di un anno fa Berlusconi, scendendo all’8 per cento ha perso in Sardegna altri 69 mila voti e di Maio addirittura 297 mila, precipitando da oltre il 42 per cento a meno del 10 per cento dei voti. Il partito di Salvini, pur raccogliendo qualcosa meno di un pur ragguardevole 11,5 per cento, ha perso quattromila voti. E li ha persi nonostante, o forse proprio a causa della forte esposizione personale cercata nell’isola sfruttando tutte le occasioni possibili e immaginabili: a cominciare dalla vertenza del latte delle pecore, che non è peraltro riuscito a comporre nonostante disponesse del Ministero dell’Agricoltura retto da un leghista.

           La sovraesposizione di Salvini è stata tale da danneggiare il pur vincente candidato del centrodestra alla manifesto.jpgcarica di governatore, l’ormai ex senatore sardoleghista Christian Solinas. Che non a caso ha festeggiato la vittoria ringraziando i sardi e spendendo per Salvini qualche parola, a volte persino imbarazzata, se richiesto dai giornalisti.

           Ritrovata la sua visibilità sul palco del vincitore, il nuovo governatore della Sardegna sa, fra l’altro, che nella difficile gestione dell’ancor più difficile Sardegna egli dovrà fare i conti non con l’opposizione grillina a brandelli, per quanto esordiente nel Consiglio regionale,  ma con un centrosinistra per niente morto. Che è stato distanziato di ben 14 punti da un centrodestra avvicinatosi al 48 per cento. ma è guidato da un Pd che si è rivelato il primo partito dell’isola, seguito e non preceduto, come sperava Salvini, dalla Lega. E ciò a dispetto della vittoria tennistica di sei a zero vantato dallo stesso Salvini a livello nazionale proprio sul Pd riepilogando le elezioni locali seguite a quelle nazionali dell’anno scorso.

 

 

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Ecco come la politica si è trovata a procedere al passo della magistratura

            Capisco il fastidio, ed anche qualcosa di più, di un magistrato di punta com’è stato per tanti anni Armando Spataro, e che ne ha scritto su Repubblica del 22 febbraio Spataro.jpgdopo averne discusso nella Piazza pulita televisiva di Corrado Formigli, a sentir parlare di “giustizia ad orologeria” ogni qualvolta si incrociano le cronache giudiziarie e quelle politiche. Cioè, ogni qualvolta una iniziativa giudiziaria, dall’apertura di un’indagine a un avviso di garanzia, da un arresto cautelare a un rinvio a giudizio, da una richiesta di autorizzazione a procedere a una sentenza, di qualsiasi grado essa sia, coincide con un passaggio politico. E finisce in qualche modo per condizionarne gli sviluppi, volente o nolente il magistrato di turno, o il giornalista che ne tratta.

In un paese come l’Italia, dove si è praticamente sempre in campagna elettorale e l’instabilità è cronica anche in assenza di una crisi di governo, ma solo aspettandola o prevedendola, magari senza che nessuno manovri davvero per arrivarvi perché spesso i partiti non riescono a fare neppure questo, lasciandosi sorprendere e  precedere dai fatti; in un paese, dicevo, come questo è comprensibile anche che il buon ex procuratore capo della Repubblica di Torino si chieda e chieda all’interlocutore di turno come, quando e chi possa garantire un’azione giudiziaria davvero neutra rispetto al calendario della politica. E’ come pretendere da un autista di non investire nessuno delle centinaia di gratti che gli attraversano la strada, o dai gatti di farla tutti franca.

Capisco Spataro anche quando oppone dialetticamente, elenco alla mano dei provvedimenti approvati dalle Camere su iniziativa del governo di turno o di singoli  parlamentari, all’immagine della “giustizia ad orologeria” quella delle “leggi ad orologeria”. Che partono o arrivano, o partono e arrivano, in tempo per cambiare regole giudiziarie scomode a chi guida la baracca del governo, o piegarle comunque agli interessi della maggioranza del momento. E finiscono magari, queste “leggi ad orologeria”, per essere bocciate dalla Corte Costituzionale, che giustamente non è vincolata -ci mancherebbe altro- ai pareri di legittimità espressi in sede parlamentare durante l’esame delle proposte o dei disegni di legge, e neppure alla firma poi apposta, per la pubblicazione e promulgazione, dal presidente della Repubblica. Che qualche volta, sollecitato al rifiuto dalle opposizioni, ha sentito anche il bisogno di motivare la firma con dichiarazioni o comunicati.

Convengo con Spataro e col suo elenco a condizione però che l’uno e l’altro ricordino o contengano, rispettivamente, anche le leggi “ad orologeria” inversa, maturate e arrivate a destinazione, o dirottate, per assecondare la magistratura, o il suo lavoro di giornata o di stagione.

Penso, per esempio, in ordine rigorosamente di tempo, alla cosiddetta legge Vassalli, dal nome dell’allora ministro della Giustizia. Che nel 1988, pochi mesi dopo un referendum stravinto dai Il Dubbio.jpgsostenitori della cosiddetta responsabilità civile dei magistrati, ne limitò duramente gli effetti disciplinando la materia in modo tale che le cose tornassero praticamente allo stato di prima, o quasi. Di quella nuova legge, se non ricordo male, fu possibile l’applicazione non più di una decina di volte in una ventina d’anni, tanto bene era stata congegnata per rendere dura la vita a chi avesse voluto usarla.

Penso al decreto legge della primavera del 1993 per la cosiddetta uscita politica da Tangentopoli, faticosamente varato dal primo governo di Giuliano Amato in una lunghissima seduta del Consiglio dei Ministri, più volte interrotta per consultazioni telefoniche e d’altro tipo con gli uffici del presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro, se non con Scalfaro in persona. Che la respinse al mittente solo dopo una clamorosa protesta dell’allora capo della Procura della Repubblica di Milano, Francesco Saverio Borrelli. Il quale motivò il suo dissenso, oltre che a difesa del lavoro dei suoi uffici, per smentire che i magistrati impegnati nella famosa inchiesta “Mani pulite” su Tangentopoli avessero in qualche modo contribuito, fra partecipazioni a convegni e conversazioni private, a studiare come uscirne appunto politicamente.

Penso alle modifiche apportate in quello stesso anno all’articolo 68 della Costituzione, con tutte le complesse modalità del caso, per ridurre le immunità parlamentari e rendere più spedito il lavoro della magistratura. Che da allora fu costretta al vecchio istituto della richiesta di autorizzazione a procedere solo per l’arresto, le perquisizioni e le intercettazioni dei deputati o senatori indagati, destinati peraltro a finire lo stesso sotto controllo indiretto, perché chiamati o incontrati da intercettati.

Si intervenne anche sui regolamenti parlamentari, o sulle prassi, per togliere l’incomodo delle votazioni a scrutinio segreto dopo le sorprese da esse riservate per alcune delle vecchie autorizzazioni a procedere chieste a carico di Bettino Craxi e bocciate  a Montecitorio nella primavera del 1993, col seguito immondo delle monetine lanciate contro il leader socialista all’uscita dall’albergo romano in cui abitava.

Poi sul processo per mafia a Giulio Andreotti si votò, per esempio, nell’aula del Senato alzando la mano. E l’alzò persino Andreotti, dal suo scranno di senatore a vita rimasto segnato dalla storica gobba ricordato di recedente dalla presidente dell’assemblea nel centenario della nascita dell’ex presidente del Consiglio. Egli volle così allontanare da sé il sospetto già di per sé infamante che non fidasse abbastanza della giustizia, e dei suoi gestori, o gestanti.

Penso al decreto legge varato nel 1994 dal primo governo di Silvio Berlusconi per limitare il ricorso alle manette durante le indagini preliminari. Esso fu quella volta regolarmente firmato da Scalfaro, sempre al Quirinale, ma bastò un proclama congiunto dell’allora sostituto Antonio Di Pietro e dei suoi colleghi della Procura di Milano per fare rinsavire, diciamo così, nella Camera.jpgmaggioranza ministri e parlamentari della Lega di Umberto Bossi, che lo lasciarono decadere minacciando la crisi. Ma essa sopraggiunge lo stesso, dopo qualche mese, peraltro in coincidenza con un avviso a comparire notificato all’ancora presidente del Consiglio Berlusconi a mezzo stampa, mentre presiedeva una conferenza internazionale sulla lotta alla criminalità promossa a Napoli dalle Nazioni Unite.

Potrei continuare, e anche a lungo, ma credo che possa bastare e avanzare per chiudere questa parte del discorso  o delle riflessioni sortemi spontanee di fronte a quelle di Spataro, e passare agli effetti politici comunque prodotti con regolarità, direi, dalle iniziative giudiziarie casualmente o appositamente incrociatesi -orologio al polso o no- con l’azione del governo di turno o con lo sviluppo dei rapporti fra e nei partiti. E qui mi permetto di cominciare dalla coda, anziché dalla testa, di salire cioè dai fatti più recenti ai più lontani.

Si può ormai considerare respinta la richiesta del cosiddetto tribunale dei ministri di processare per sequestro aggravato di persona, abuso d’ufficio e non ricordo cos’altro ancora il vice presidente leghista e ministro dell’Interno Matteo Salvini, in riferimento alla gestione degli oltre 170 immigrati soccorsi in alto mare nella scorsa estate dal pattugliatore Diciotti della Guardia Schermata 2019-02-26 alle 06.12.39.jpgCostiera italiana e trattenuti per alcuni giorni a bordo nel porto di Catania, prima di essere sbarcati e distribuiti fra più paesi. Manca solo il bollo finale della votazione nell’aula del Senato, dove ben difficilmente potrebbero cambiare gli schieramenti prevalsi col no nella competente giunta presieduta da Maurizio Gasparri. Ma la richiesta è bastata e avanzata prima a portare il governo sull’orlo della crisi, evitata solo quando gli esponenti grillini, a cominciare dal presidente del Consiglio Giuseppe Conte, si sono assunti la corresponsabilità degli addebiti mossi giudiziariamente a Salvini. E ciò anche a costo di aprire a loro volta, direttamente o indirettamente, una crisi all’interno del movimento delle cinque stelle, non so se più fortunosamente o più fortunatamente risolta dal vice presidente del Consiglio Luigi Di Maio col ricorso al referendum digitale: quello in cui il no al processo è prevalso col 59 per cento dei voti contro il 41.

Al di là, e persino contro il vantaggio d’immagine anche elettorale attribuito a Salvini per questa vicenda, probabilmente destinato alla certificazione anche nei risultati delle votazioni di fine maggio per il rinnovo del Parlamento europeo, è tuttavia derivata nella maggioranza di governo una riduzione del potere contrattuale del suo partito. Che ha dovuto compensativamente accettare, sia pure tra smentite, precisazioni e quant’altro, il rallentamento, quanto meno, delle decisioni sulla Tav, o sulla versione maschile preferita dai grillini leggendo il Fatto Quotidiano di Marco Travaglio, e sulle cosiddette autonomie differenziate. Che sono poi le autonomie rafforzate delle regioni del Nord, rivendicate dai leghisti e temute da quelle del Sud più rappresentate, nella maggioranza, dai grillini.

Compensativo, ma di segno opposto, è risultato il rafforzamento della dura gestione salviniana dell’immigrazione, con la chiusura accelerata dei centri di raccolta e la sostanziale dispersione di quanti vi erano contenuti. Non parliamo poi delle complicazioni sociali derivanti dall’applicazione della nuova legge sulla sicurezza: tanto contestata da essere stata impugnata da un bel po’ di regioni davanti alla Corte Costituzionale. E non parliamo neppure delle proteste dei sindaci sostanzialmente capeggiati da quello di Palermo, Leoluca Orlando, che ha autorizzato l’iscrizione all’anagrafe  del suo Comune anche dei titolari dei permessi umanitari scaduti.

Il cosiddetto tribunale catanese dei ministri, cioè il collegio dei tre giudici sorteggiati al posto del giudice delle indagini preliminari a carico dei cittadini comuni, non era certamente tenuto a valutare questi ed altri effetti politici della sua iniziativa, presa peraltro in difformità dall’archiviazione proposta dalla Procura della Repubblica. Ma non sarebbe stata preferibile una maggiore riflessione? Me lo chiedo ricordando anche le raccomandazioni fatte dall’attuale capo dello Stato e dal suo predecessore negli incontri usuali con le matricole, diciamo così, della magistratura ad esercitare le loro delicatissime funzioni non estraneandosi mai dal “contesto” dell’azione giudiziaria.

Inquirenti, divulgatori e quant’altro del cosiddetto affare Consip, affacciatosi sulle prime pagine dei giornali verso la fine del 2016 ma esploso agli inizi del 2017, dopo la bocciatura del referendum sulla riforma costituzionale targata Matteo Renzi, le dimissioni di quest’ultimo da presidente del Consiglio e la sua conferma a segretario del Pd, possono considerarsi estranei o indifferenti alle sue ricadute politiche? Che si tradussero quanto meno nell’indebolimento ulteriore del pur confermato segretario del Pd, oggi alle prese con gli arresti domiciliari dei suoi anziani genitori per altre vicende ancora, ma già allora non più così forte da fare prevalere, nelle riflessioni e valutazioni spettanti al presidente della Repubblica, la sua linea del ricorso anticipato alle urne. Che Renzi reclamava per cercare di investire su quel rilevante 40 per cento finito in minoranza nel referendum costituzionale. Anziché le elezioni anticipate, Renzi ottenne, diciamo così, il logoramento fisiologicamente derivante dall’ultimo anno della legislatura, aggravato nel suo caso dalla scissione del partito promossa da Massimo D’Alema, Pier Luigi Bersani ed altri.

A cose fatte, cioè ad elezioni avvenute alla scadenza ordinaria, il 4 marzo dell’anno scorso, col Pd ridotto a meno del 19 per cento dei voti, i grillini saliti a più del 32 e i leghisti disposti a dare loro una mano al governo col permesso di un alleato come Silvio Berlusconi, stressato politicamente dal sorpasso di Salvini e non certo invogliato da un ricorso anticipato alle urne, Renzi non riuscì a trattenere per sé la voglia di spalmare sulla sua ferita almeno l’unguento di una recriminazione contro Mattarella. E ancor più contro il suo successore a Palazzo Chigi Paolo Gentiloni, dal quale l’ancora segretario del Pd si era aspettato inutilmente una mano per accelerare la fine della diciassettesima legislatura.

Effetto collaterale, a dir poco, di una iniziativa giudiziaria -quella dell’arresto della moglie dell’allora ministro della Giustizia Clemente Mastella- fu nel 2008 la caduta del secondo ed ultimo governo di centrosinistra di Romano Prodi. La cui crisi si trascinò appresso le Camere elette solo due anni prima e consentì il ritorno di Berlusconi col suo centrodestra a Palazzo Chigi, Monti e Berlusconi.jpgnonostante il 30 per cento e più riscosso nelle urne dal Pd fondato l’anno prima con vocazione cosiddetta maggioritaria da Walter Veltroni. Ma anche Berlusconi incrociò, anzi tornò ad  incrociare sulla sua strada  un bel po’ di guai giudiziari che ne aggravarono quanto meno le difficoltà politiche, sino al collasso dell’autunno 2011 e all’arrivo del governo tecnico di Mario Monti.

Saranno stati tutti casi, tutte coincidenze, tutte fatalità. Ma è curioso che la strada della politica italiana sia così affollata di uffici giudiziari e di botteghe di orologiai.

 

 

Pubblicato su Il Dubbio

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