La falsa ostentazione muscolare di Di Maio, ma anche di Salvini

           Il paradosso è solo apparente. La debolezza politica del vice presidente del Consiglio Luigi Di Maio, dopo gli incidenti elettorali in Abruzzo e ancor più in Sardegna, dove il suo movimento è precipitato in meno di un anno da oltre il 42 a sotto il 10 per cento dei voti, sta proprio nella forza ostentata ricordando ai critici e agli avversari, interni ed esterni, la durata quinquennale del proprio mandato di capo delle cinque stelle. Un mandato cui, essendo passato poco meno di un anno e mezzo dall’inizio, ne resterebbero pertanto poco più di tre e mezzo, arrotondati generosamente a quattro. Ma raddoppiabili a dieci nella versione degli amici, sparata addirittura in qualche titolo di prima pagina, per via dei due mandati consentiti ai grillini in carriera.

          Va bene che Di Maio, come lo ha ironicamente rappresentato il vignettista Nico Pillinini sulla Gazzetta del Mezzogiorno, cerca di barcamenarsi fra le tegole lanciategli addosso dagli elettori e le nuove regole che lui vorrebbe introdurre sotto le cinque stelle, ma è francamente eccessivo pretendere che si ignori la natura tutta particolare del suo movimento. Che può esserne stata per un po’ la forza, ma si sta impietosamente rivelando anche la debolezza.vorrebbe Gazzetta.jpg

          Il mandato di Di Maio come capo del movimento delle cinque stelle, per quanto compulsato non ricordo più da quanti iscritti, o simili, sui computer di casa, d’ufficio o di strada,  è revocabile in ogni ora o minuto del giorno dal capo vero, che è rimasto, pur con la maschera di “garante”, “elevato” e non so cos’altro, Beppe Grillo. Dai cui dintorni sono arrivate voci e persino notizie, sinora non smentite, di serie delusioni e preoccupazioni: addirittura di dubbi sul “livello” del personale politico del movimento rispetto alle dimensioni assunte dai problemi di un Paese entrato peraltro in recessione. Che è una cosa seria, per quanto lo stesso Di Maio e ancor più il presidente del Consiglio Giuseppe Conte cerchino di voltare la faccia dall’altra parte, e persino di riproporre le previsioni di un miracolo economico e di un 2019 indimenticabile perché “bellissimo”, anziché bruttissimo.

          L’altro elemento che rende farlocca la forza ostentata da Di Maio è la sua scommessa implicita, colta nella vignetta di Emilio Giannelli per la prima pagina del Corriere della Sera, sul sostegno dell’altro vice presidente del Consiglio, Matteo Salvini. Che però non è notoriamente un suo collega di movimento, ma il leader di un curioso partito alleato come la Lega, le cui fortune elettorali sono e non possono che continuare ad essere inversamente proporzionali a quelle delle cinque stelle. Diversamente o salta Salvini nella Lega, a dispetto del controllo totale che “il capitano” sembra averne, o salta la Lega con Salvini.

          E’ inutile che Di Maio si faccia illusioni in senso diverso o contrario. Ed è inutile che se ne faccia anche Salvini, se fossero autentiche e non di facciata, o di spettacolo, le sfide che egli va lanciando in questi giorni manifesto.jpge in queste ore a chi gli chiede più prudenza. O più coraggio, secondo i punti di vista. Pure Salvini dopo la sostanziale fermata registrata in Sardegna rispetto all’andamento generale e alle attese, rischia -al pari del capitombolato Di Maio-  di ritrovarsi “senza tetto”, per ripetere quel titolo a doppio senso, e anche più, del sempre brillante manifesto, con quella minuscola elegantemente voluta dai fondatori.

 

 

 

Ripreso da http://www.policymakermag.it

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