Di Maio scolorisce la foto col giallo Chalencon e scarica Di Battista

          Ai grillini, gialli già di loro nei simboli del movimento delle cinque stelle, il vice presidente del Consiglio Luigi Di Maio si è deciso a togliere la tonalità aggiuntiva rovinosamente assunta in quella trasferta in Francia, insieme con l’amico Alessandro Di Battista, improvvisata per gemellarsi in qualche modo con Crhristophe Chalencon. Che di tutti i gilet gialli d’oltr’Alpe è il più smanioso di appiccare il fuoco, da fabbro che è, al governo del suo Paese. Solo qualche sera fa egli si è vantato col pubblico italiano, al quale era diretta una sua intervista televisiva, dei “paramilitari” pronti a seguirlo nel tentativo di rovesciare il presidente Emmanuel Macron e di far guidare la Francia da un generale.

          E pensare che lo stesso Di Maio di fronte alle proteste dell’Eliseo e dintorni per la sua missione all’estero, all’annuncio del ritiro dell’ambasciatore francese da Roma e anche alle prime ritorsioni economiche che si avvertivano nell’aria, aveva rivendicato il diritto di incontrare chi e dove voleva. E aveva pensato di incantare i lettori francesi del giornale Le Monde trasformando da centenaria in millenaria la loro tradizione democratica.

           Adesso che la  sua disinvolta trasferta estera ha quanto meno contribuito a dimezzare in meno di un anno i voti del suo movimento nella prima regione in cui si è votato da allora, l’Abruzzo, e il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha cercato di mettere una Di Maio con i nuovi alleati.jpgpezza allo sbrego diplomatico procurandosi con i dovuti modi l’invito ad una visita riparatrice all’Eliseo, Di Maio ha scolorito anche la foto del suo incontro col fabbro e amici. E se n’è fatta scattare un’altra, a tinte azzurre, con interlocutori europei meno scomodi o compromettenti. Non vi è neppure l’ombra o una scarpa, nella nuova immagine, di Alessandro Di Battista.

Quanto potrà durare questa correzione di rotta del capo del movimento grillino e vice presidente del Consiglio, completa anche di parole contro le violenze e le illegalità di cui i gilet gialli francesi si sono mostrati capaci, sarebbe azzardato prevedere o valutare. E di quanto potrà invertire la tendenza elettorale a perdere emersa così chiaramente in Abruzzo, e già proiettata verso gli appuntamenti regionali in Sardegna e Basilicata, per non spingerci verso le elezioni europee di fine maggio, neppure questo si può dire, tanto imprevedibile è diventata la politica in Italia almeno da un anno a questa parte. Cioè da quando si è voluto adottare lo schema emergenziale  -da scuola- del 1976, cioè di 42 anni prima, senza avere non dico leader ma uomini politici lontanamente paragonabili a quelli di allora.

            Nel 1976, all’indomani di un  turno elettorale dal quale erano usciti maggiormente votati due partiti -la Dc e il Pci- scontratisi nelle urne ma incapaci di allestire una maggioranza autonoma, l’uno contro l’altro, Aldo Moro per i democristiani ed Enrico Berlinguer per i comunisti concordarono un governo di tregua, decantazione e quant’altro, affidandone la guida a Giulio Andreotti: un governo nato realisticamente non per tutta la legislatura, ma con una prospettiva non superiore a due anni e mezzo, quanti ne mancavano alla scadenza del mandato del presidente della Repubblica e all’elezione del suo successore. Che avrebbe potuto essere l’occasione di un chiarimento politico. Il percorso fu poi accelerato per l’assassinio di Moro e le complicazioni che ne seguirono.

            L’anno scorso grillini e leghisti, con Di Maio -tenetevi forti- al posto di Moro e Matteo Salvini al posto di Enrico Berlinguer, o viceversa, se non preferite l’ordine dei due partiti uscito dalle urne, hanno stipulato un contratto di governo dandosi entrambi, almeno a parole, una scadenza addirittura di cinque anni, pari ad una legislatura ordinaria. Che invece, per come si si sono messe le cose, con gli incidenti quotidiani o ad horas che contrassegnano la vita della maggioranza e del governo, quanto meno durerà tanto meglio sarà.  

 

 

 

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