Le scuse mancate dei vice a Conte per quel “burattino” procuratogli in Europa

            Già deluso, credo, da quell’aula semivuota del Parlamento europeo dove gli è toccato di parlare come capo del governo italiano, Giuseppe Conte ha dovuto subire l’affronto di essere indicato nella discussione seguita al suo discorso come “il burattino” dei suoi due vice a Palazzo Chigi: il grillino Luigi Di Maio e il leghista Matteo Salvini, entrambi dotati peraltro anche di pesanti dicasteri. Che sono addirittura due per Di Maio: lo Sviluppo economico, stagnazione o recessione permettendo, e il Lavoro. A Salvini è toccato invece “solo” il Ministero dell’Interno. Ma, già grosso di suo per le competenze assegnategli dalla legge, questo dicastero viene gestito dal titolare, al Viminale, come una fisarmonica. Quando gli occorre, all’ombra della gestione di materie complesse come l’immigrazione e la sicurezza interna, Salvini sembra spesso muoversi anche come ministro degli Esteri, delle Infrastrutture, della Difesa e, in questi giorni, persino dell’Agricoltura, con i pastori sardi e gli agricoltori pugliesi in rivolta nelle piazze e sulle strade  per i guai vecchi e nuovi delle loro aziende. Eppure all’Agricoltura siede un ministro leghista.

            A dare del “burattino” a Conte nel Parlamento europeo è stato, peraltro in perfetto italiano,  l’ex presidente del Consiglio belga Guy Verhofstadt, liberale, oggi presidente del gruppo parlamentare di Strasburgoil belga.jpg denominato Alde. Grazie al cui appoggio l’italiano Antonio Tajani, candidato dal Partito Popolare Europeo, ha potuto succedere a un socialista al vertice dell’Europarlamento. Che da qualche tempo gli garantisce anche maggiore visibilità come numero due di Silvio Berlusconi al vertice di Forza Italia, all’opposizione del governo Conte ma in qualche modo corresponsabile della sua formazione, avendo a suo tempo autorizzato l’alleato Salvini a parteciparvi per scongiurare elezioni anticipate subito dopo quelle ordinarie del 4 marzo dell’anno scorso.

             Meno male che l’ex primo ministro belga parlando a Strasburgo non aveva ancora letto l’ultimo “bestiario” di Giampaolo Pansa su Panorama in arrivo nelle edicole italiane. Sennò sarebbe stato magari tentato di citarne il passaggio in cui il presidente del Consiglio italiano è definito “un gagà ingenuo, insieme ai due litiganti Di Maio e Salvini”: gli stessi dei quali secondo Verhofstadt egli sarebbe appunto “il burattino”.

            Conte naturalmente c’è rimasto male, si è doluto nell’intervento di replica dell’offesa rivolta all’Italia prima ancora che a lui, e ha in qualche modo ricambiata dando in pratica all’ex primo ministro belga del “lobbista”. Che nel linguaggio grillino della militanza elettronica e fisica può significare anche intrallazzatore, corruttore, corrotto e via sproloquiando.

           Poi il presidente del Consiglio nostrano si è incontrato con gli europarlamentari italiani di ogni colore politico,Mussolini.jpg diciamo così, ricevendone parole e gesti di solidarietà e comprensione. Da Alessandra Mussolini si è guadagnato, per solidarietà, anche un bel bacio, pur privo della riconoscenza di quello che la signora diede in pubblico a Silvio Berlusconi nella campagna elettorale che la portò a Strasburgo.

         Dall’Italia intanto giungevano proteste e quant’alto contro quel maleducato di Verhofstadt, cui Salvini, assimilandolo ai “burocrati” dell’Unione, ha fra l’altro ricordato che ormai può ben preparare le valige perché il Parlamento europeo sta per essere rinnovato e lui, il belga, probabilmente non ci tornerà più, travolto dal sovranismo in arrivo.

           Eppure Salvini, anche a nome e per conto del suo omologo grillino, scomparso per un po’ dai radar per tramortimento o delusione  nelle 24 ore successive al fiasco del suo movimento nelle elezioni regionali abruzzesi di domenica, da cui invece i leghisti sono usciti trionfanti, dovrebbe chiedersi fra le quattro mura del suo ufficio al Viminale, o della sua abitazione, se Conte non è stato davvero delegittimato tante volte, diciamo anche troppe, dai due vice col loro modo di fare e di parlare, di spalleggiarsi o di contraddirsi, secondo le circostanze.  Essi gli hanno creato oggettivamente più problemi che altro. E lo hanno qualche volta fatto magari anche pentire del giorno in cui, come la Monaca di Monza, rispose sventuratamente alla chiamata di Beppe Grillo. Non parliamo poi dei problemi creati al presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Che, vincendo le prime e ammesse riluttanze, finì per mandare Conte a Palazzo Chigi proprio con quei due vice.

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