Il Quirinale garantisce e blinda il tratto italiano della Via della Seta

            Con dovizia di particolari superiore al solito il solerte Marzio Breda ha riferito ai lettori del Corriere della Sera sulla sostanziale blindatura, da parte di Sergio Mattarella, del tratto italiano Titolo Corriere.jpgdella cosiddetta “Via della Seta” che ha tanto allarmato i nostri alleati al di là e al di qua dell’Atlantico. Dove anche il capo dello Stato, e non solo il presidente grillino del Consiglio Giuseppe Conte, ha sentito puzza di “parecchi pregiudizi, magari interessati” verso l’Italia, colpevole solo di volere fare con la Cina affari forse anche inferiori a quelli che hanno già realizzato in Europa gli inglesi, i francesi e i tedeschi.

            Il “dossier Cina”, come lo ha chiamato il quirinalista del Corriere, è stato squadernato dal presidente della Repubblica con molta attenzione già prima di una coalizione al Quirinale Colazione al Colle.jpgcon “mezzo governo”, ricevuto in vista dell’imminente Consiglio Europeo. Ma anche della quasi contemporanea visita del presidente della Cina in Italia, durante la quale sarà firmato il “memorandum d’intesa”. Sul quale peraltro aveva già cominciato a lavorare il precedente governo guidato da Paolo Gentiloni, che sta per assumere adesso la presidenza di un partito, il Pd, da cui si sono levate voci critiche o preoccupate: al pari, del resto, di Forza Italia dai banchi dell’opposizione e della Lega dai banchi della maggioranza.

            Eppure il leader leghista, vice presidente del Consiglio e ministro dell’Interno Matteo Salvini non ha avuto Colazione al Colle 2 .jpgnulla, proprio nulla da ridire -ha assicurato Breda- con i commensali al Quirinale, dove si è presentato in un abito completo di camicia azzurrina e cravatta.

            Sulla “partita” cinese aperta dalle polemiche mentre si spegnevano quelle sulla Tav, pur essendo materia di “competenza dell’esecutivo”, il presidente della Repubblica “è molto sereno e tranquillo”, ha riferito Breda. Che ha continuato: “Egli ha assunto tutte le informazioni utili a valutare il caso, ci ha riflettuto sopra e ne ha ricavato la convinzione che le polemiche, interne e internazionali, non sono giustificate. Insomma tanto rumore (e minacce) Colazione al Colle 3.jpgper nulla”. Ma proprio per nulla, nemmeno per la parte finita nei giorni scorsi all’esame e alla discussione del Copasir, l’acronimo del comitato parlamentare di sicurezza della Repubblica ed è attualmente presieduto da un deputato del Pd notoriamente amico di Matteo Renzi: Lorenzo Guerini, ben protetto peraltro, proprio per questa carica istituzionale, dal progetto di “derenzizzazione” attribuito al nuovo segretario del partito che sta per insediarsi, Nicola Zingaretti.

            Ciò di cui si è occupato, più in particolare, il, Copasir a proposito del memoramdum d’intesa commerciale con la Cina è l’ipotesi di un uso della tecnologia informatica G5 attraverso la Gazzetta.jpgsocietà cinese, appunto, Huawei, di cui è stato appena aperta un ufficio a Milano. E che gli americani sembra che vedano come il fumo negli occhi, tanto da avere minacciato o già programmato misure non si sa se più ritorsive o cautelari nei rapporti informatici e di sicurezza con l’Italia. Ma anche su questo il presidente della Repubblica ha maturato riflessioni, diciamo così, distensive.

            Quella dell’uso della tecnologia G5 attraverso la società cinese presente ora anche in Italia “è un’ipotesi separata dall’accordo e da approfondire”, ha scritto il quirinalista del Corriere riferendo delle notizie e delle opinioni maturate dal presidente della Repubblica, rimanendo sempre ferma -si presume- la competenza del governo.

            Di fronte a così abbondanti e consolanti informazioni passate in qualche modo attraverso il canale del Quirinale resta solo da capire -senza volere minimamente mancare di rispetto al capo Rolli.jpgdello Stato- i motivi per cui il governo, a parte la presenza di Conte alla riunione riservata del Copasir, non ha mai ritenuto né doveroso né opportuno prestarsi alle sollecitazioni giuntegli a riferire pubblicamente e preventivamente alle Camere, come si fa per tante altre cose e questioni. E perché mai i presidenti delle Camere, di solito così solerti a rappresentarne aspettative e umori, non si siano attivati. O lo hanno fatto con tale discrezione che nessuno davvero se n’è accorto, forse neppure nel governo.

 

 

 

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La gara davvero insolita al caos politico fra la Gran Bretagna e l’Italia

            Buone notizie da Londra per Roma. Dove sembra che, per quanto ridotti male fra rinvii, pasticci, stagnazione e campagne elettorali continue, siamo messi un po’ meglio degli inglesi. O competiamo abbastanza con loro.

             I titoli dei giornali italiani sulla nuova bocciatura rimediata in Parlamento dalla prima ministra Theresa May sulla strada della Brexit sono, a dir poco, allarmanti e allarmati, fatta Il Foglio.jpgeccezione per Il Foglio. Il cui fondatore e attivissimo editorialista Giuliano Ferrara non ha voluto tradireMessaggero.jpg la sua vocazione a stupire, o a cantare fuori dal coro, titolando in azzurro il suo commento “May una gioia”. Di fronte alla quale impallidisce il predecessore David Cameron, il collega di partitoIl Giornale.jpg che ebbe la grandissima idea di promuovere il referendum sulla permanenza nell’Unione Europea perdendolo. E ora si ha francamente la sensazione che molti oltre Manica vorrebbero tornare indietro non sapendo come farlo.

            La “zuffa inglese”, come ha più realisticamente e felicemente titolato il manifesto, si può ben tradurre in zuffa italiana quando si scorrono le notizie politiche di casa nostra, specie quelle Corriere 1.jpgprovenienti dalla maggioranza gialloverde e dal governo guidato ormai dal presidente del Consiglio Giuseppe Conte con tanta imperscrutabilità, pur ammantata di buone maniere, cheRepubblica.jpg un giornale come il Corriere della Sera ha messo in campo due giornalisti – non uno, e che giornalisti, lo stesso direttore Luciano Fontana e il notista politico Massimo Franco- per intervistarlo sulla grana di giornata. Che è naturalmente la cosiddetta “Via della Seta”, percorsa dal governo italiano per arrivare ad un accordo commerciale, di imminente firma a Roma, in occasione della visita del presidente della Cina, che ha messo in allarme i nostri alleati al di là e al di qua dell’Atlantico.

            Ma quale allarme? Quali preoccupazioni ? Ha praticamente chiesto Conte ai due interlocutori del Corriere immaginando dietro i loro volti quelli di Donald Trump, Jean-Claude Juncker e compagnia bella. Intanto -ha precisato il presidente del Consiglio con la sua competenza di professore universitario di diritto e di avvocato civilista- quello che sta per essere firmato è solo “un memorandum, senza vincoli giuridici”.Gazzetta.jpg E ciò avrebbe esonerato il governo dal dovere o dalla sola opportunità di riferirne prima al Parlamento, tenendone informato -se si è capito bene- solo il presidente della Repubblica. Il quale pertanto, specie considerando la visita ufficiale compiuta personalmente in Cina, non avrebbe ragione di nutrire quelle perplessità, apprensioni e quant’altro attribuitegli dai soliti giornali disinformati o, peggio ancora, ossessionati.

            Di “ossessione” il presidente del Consiglio ha parlato, in particolare, e con una certa insofferenza, quando i due intervistatori hanno osato mettere a confronto il suo passo deciso sulla “Via della Seta” e Corriere.jpgquello di segno opposto sulla Tav, cioè sulla linea d’alta velocità ferroviaria per il trasporto delle merci da Lione a Torino, indigesta al movimento delle cinque stelle. E della quale l’ex ministro dell’Economia Giulio Tremonti proprio sul Corriere della Sera ha perfidamente prospettato l’utilità che potrebbero avvertire i cinesi  in arrivo -in senso lato- nel porto di Genova.

            Un’altra “ossessione” dei giornali sarà diventata agli occhi e alle orecchie di Conte quella arrivata sulle prime pagine con le notizie, indiscrezioni, retroscena sulla frenata dei grillini al decreto legge reclamato dal leader leghista Matteo Salvini, vice presidente del Consiglio e ministro dell’Interno, per sbloccare i tantissimi, davvero troppi cantieri fermi in Italia: una frenata dietro la quale è stata vista la paura del ministro pentastellato Danilo Toninelli di perdere competenze proprio nel momento in cui pendono su di lui mozioni parlamentari di sfiducia.

            I giornali sono considerati ossessivi anche dal vice presidente del Consiglio e capo del movimento delle 5 stelle Luigi Di Maio, che se n’è appena doluto nel salotto televisivo di Giovanni Floris assicurando che i suoi rapporti personali e politici con l’omologo della Lega sono eccellenti. Incalzato da altri ospiti, che gli ricordavano giustamente dichiarazioni alquanto polemiche con Salvini, sino allo “sbigottimento” espresso per una sua presunta o reale minaccia di crisi per la Tav, Di Maio se l’è cavata vantando il diritto di mandare e ricevere messaggi “mediatici”. Ma che bisogno hanno, i due vice presidenti del Consiglio, di parlarsi e minacciarsi a distanza se hanno fra di loro, in realtà, rapporti diretti così buoni e frequenti? Ma forse anche questa è una domanda da ossessione.

 

 

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Nicola Zingaretti in fuga, tra nostalgie e paure, dalla sede del Nazareno

          Dalla sinistra, almeno da quella post-comunista, il nuovo segretario del Pd Nicola Zingaretti ha Nazareno.jpgsicuramente ereditato quella che al Fatto Quotidiano hanno giustamente chiamato “la sindrome dei traslochi”. Cui si ricorre quando si vuole fuggire da un passato diventato troppo scomodo, per quanta nostalgia si continui forse a colvitarne dentro di sé. E Nicola Zingaretti, sotto sotto, un po’ di nostalgia per la storica sede del Pci dei suoi anni giovanili, in via delle Botteghe Oscure, deve avvertirla ancora se, volendo portar via il Pd dall’attuale via del Nazareno verso una sede meno centrale, meno costosa dei 600 mila euro l’anno dell’affitto odierno e meno sfortunata, ne ha immaginata Bottegone.jpguna provvista al piano terra di un ampio spazio aperto al pubblico come una libreria. Fu proprio di una libreria al piano terra, chiamata come la storica rivista comunista da lui diretta, Rinascita, che Palmiro Togliatti volle attrezzare  la sede nazionale del Pci in via delle Botteghe Oscure, come di uno spazio aperto.

           Tra le sfortune dell’attuale sede del Pd, peraltro ereditata in qualche modo da un altro partito – quello de La Margherita post-democristiana di Francesco Rutelli, unificatosi nel 2007 con i Ds–ex Pci di Piero Fassino-  credo che Nicola Zingaretti includa, prima ancora della scoppola elettorale dell’anno scorso, la lunga segreteria di Matteo Renzi e il patto per le riforme che proprio in quella sede lo stesso Renzi volle stringere con Silvio Berlusconi. Che pure era stato da poco condannato in via definitiva per frode fiscale ed espulso conseguentemente dal Senato.

           Quel patto, in verità, durò poco più di un anno, naufragando nel 2015 per l’elezione di Sergio Mattarella al Quirinale. Dove Berlusconi aveva cercato di convincere l’allora presidente del Consiglio Renzi, oltre che segretario del partito, a mandare invece il giudice costituzionale Giuliano Amato, commettendo però l’imperdonabile errore di spendere a suo favore l’accordo di Massimo D’Alema da lui personalmente accertato. Fu una cosa che il Matteo di Firenze scambiò per una provocazione, tanto lui era convinto di avere ormai meritatamente rottamato quel pezzo grosso della nomenclatura comunista e post-comunista che era appunto D’Alema.

           Pur di breve durata, e così rovinosamente finito, con effetti pesanti sulla stessa sorte politica di Renzi, passato da una sconfitta all’altra,  quel patto chiamato “del Nazareno” è rimasto come una dannazione nella memoria del Pd. Dove Berlusconi non è meno inviso di Matteo Salvini, e forse persino di Beppe Grillo ed amici, per quanto ogni tanto si avvertano sospiri sotto le cinque stelle ricambiati da qualche volenteroso piddino.

           Eppure, c’è ancora del Nazareno, inteso come patto col centrodestra di conio berlusconiano, in qualche piega del Pd. Lo hanno scoperto e denunciato a Nicola Zingaretti nella redazione del Fatto Quotidiano con “la cattiveria” di giornata, sulla prima pagina, dedicata alle elezioni comunali siciliane Il Fatto.jpgdel mese prossimo. “Il Pd di Zingaretti -hanno scoperto dalle parti di Marco Travaglio- sostiene Forza Italia e altre liste di destra. E Montalbano muto”.  Ma va detto che il fratello del commissario televisivo Luca si insedierà alla segreteria del Pd solo domenica prossima, non so se in tempo per tagliare o far tagliare la coda nazarenica in Sicilia segnalatagli impazientemente dal Fatto.

Le solite coincidenze fra cronache giudiziarie e politiche

Per carità, non parliamo di orologi e orologiai. E neppure di calendari, e di chi si annota tutte le scadenze utili a fare gli auguri, o a rovinare la festa di turno. Anche questa volta le coincidenze sono state casuali, o incidentali. Ma, appunto, anche questa volta i passaggi politici si sono sovrapposti, o sono stati sottoposti, come preferite, a passaggi giudiziari, o paragiudiziari. In quest’ultimo modo possono essere chiamati quelli in cui i politici agiscono e decidono come magistrati per competenze loro conferite dalla Costituzione, e non ancora soppresse da chi forse non vedrebbe l’ora di farlo se disponesse in Parlamento dei numeri necessari allo scopo.

Il conflitto latente, a dir poco, sin dalla nascita del governo gialloverde sul progetto della linea ferroviaria ad alta velocità per il trasporto delle merci da Lione a Torino è alla fine esploso, con la     “minaccia di crisi” contestata dallo “sbigottito” vice presidente grillino del Consiglio al suo omologo leghista Matteo Salvini, nelle stesse ore della diffusione della notizia di indagini su Silvio Berlusconi per presunta corruzione in atti giudiziari.

Che cosa c’entrasse Berlusconi nei venti di crisi soffiati per un po’ sul governo gialloverde, sino alla sopraggiunta soluzione dilatoria dei bandi a lungo corso per gli appalti, lo avevano spiegato gli stessi grillini, volenti o nolenti, quando avevano contestato la posizione di Salvini a favore della Tav sfidandolo a “tornare” dal Cavaliere. Che Di Maio in persona aveva rappresentato, secondo i giorni o le ore dei suoi incubi, come il ministro degli Esteri, o dell’Economia, o della Giustizia di un governo di centrodestra, forse già prima e senza elezioni anticipate, presieduto da un Salvini tornato appunto all’ovile.

In verità, c’era già un’ampia letteratura retroscenista che dava Salvini contrario o quanto meno refrattario all’idea di rimettersi a livello nazionale con Berlusconi, relegato dopo le elezioni politiche dell’anno scorso ad alleato locale, o periferico. Ma evidentemente essa non era bastata a rasserenare Di Maio e a risparmiargli nelle riunioni con i compagni di partito inquieti, o addirittura smaniosi di rompere con Salvini, la rivendicazione del ruolo di “argine” attribuitosi rispetto al fantasma di un Cavaliere addirittura guardasigilli, con tutti i problemi, vecchi e nuovi, che costui ha con la giustizia.

Secondo Michele Serra, sulla Repubblica, Berlusconi sarebbe un uomo ormai chiaramente “al tramonto”, tanto che sarebbe praticamente caduta nel nulla la notizia sulle sue presunte manovre per strappare al Consiglio di Stato tre anni fa una sentenza a favore di una consistente partecipazione a Mediolanum, contestatagli invece dalla Banca d’Italia perché condannato per frode fiscale. Troppo ingenuo, direi, il buon Serra.

Era invece bastato e avanzato che la notizia delle indagini su Berlusconi per la sentenza del Consiglio di Stato comparisse sulle agenzie, sulle prime pagine dei giornali e nei titoli di testa dei telegiornali perché le cronache politiche sulla Tav e sull’avvicinamento alla crisi di governo si tingessero ulteriormente di giallo. E si moltiplicassero dietro l’angolo o nel “buco” della montagna tanto contestato in Val di Susa sospetti, congetture e quant’altro sul minore o maggiore potere contrattuale derivante a Salvini nella partita con Di Maio, e viceversa, dalla nuova  o rinnovata vicenda giudiziaria del Cavaliere. E si facessero spallucce alla convinzione espressa, magari a ragione, dai difensori di Berlusconi sull’esito delle indagini scontato a favore del loro assistito, tornato intanto alla piena agibilità politica tanto temuta dal vice presidente grillino del Consiglio guardando ben oltre la candidatura del presidente di Forza Italia al Parlamento Europeo nelle elezioni di fine maggio.

D’altronde, è appena fresco di stampa l’editoriale di Paolo Mieli sul Corriere della Sera in cui si immaginano elezioni anticipate, all’esaurimento della ennesima tregua, destinate a produrre “un quadro movimentato dalla ritrovata libertà d’azione dei 5 stelle nuovamente partito di lotta, da una sinistra che ha ritrovato la baldanza e da qualche inchiesta giudiziaria” capace di disturbare il centrodestra a trazione leghista destinato a uscire vincente dalle urne. Così “il nuovo quadro -ha scritto il nient’affatto sprovveduto Mieli- a fatica potrebbe presentarsi come più stabile di quello attuale”.

Nel culmine delle polemiche sulla “testa dura” rivendicata da Salvini contestando anche i “forti dubbi e perplessità” espressi pubblicamente dal presidente del Consiglio Giuseppe Conte sulla “convenienza” della Tav, o della sua versione maschile, Di Maio non  aveva soltanto commesso la gaffe istituzionale di anteporsi al capo del governo -“Io e Conte”- per definire minoritaria la posizione dello scomodo e cocciuto ministro dell’Interno. Egli aveva anche ricordato a quest’ultimo -casualmente, per carità, in attesa del voto del 20 marzo nell’aula del Senato sulla richiesta del cosiddetto tribunale dei ministri di Catania di processarlo per la vicenda della nave “Diciotti”, con l’accusa di sequestro aggravato di oltre 170 immigrati, abuso d’ufficio e non ricordo cos’altro ancora- che “avremo problemi in futuro”  insistendo a reclamare la Tav. ” Problemi in futuro”, ripeto.

Un no al processo a Salvini per l’affare “Diciotti” è stato già espresso dalla competente giunta del Senato, presieduta dal forzista Maurizio Gasparri, col concorso dei componenti grillini dopo una consultazione digitale dei militanti del movimento delle cinque stelle. Ma non è per niente scontata, nelle nuove condizioni politiche createsi con gli sviluppi delle polemiche sulla Tav,  neppure dopo la frenata sulla crisi compiuta ricorrendo all’espediente degli appalti con la clausola della dissolvenza incorporata, un’automatica ripetizione del voto e/o degli schieramenti della giunta  nell’assemblea di Palazzo Madama. Dove è richiesta la maggioranza assoluta, i numeri della coalizione gialloverde, già striminziti alla partenza del governo, si sono ulteriormente ridotti con alcune espulsioni di dissidenti dal gruppo pentastellato e permangono resistenze, sempre fra i grillini, alla linea contro il processo a Salvini espressa a pur larga maggioranza -59 per cento contro 41- dalle tastiere dei computer collegati con la “piattaforma Rousseau” di Davide Casaleggio.

Certo, Salvini potrà contare, sul piano personale come senatore e sul piano politico come leader leghista, anche sui voti dei gruppi che rappresentano in Parlamento i partiti di Berlusconi e di Giorgia Meloni, forse più che sufficienti a colmare i dissensi grillini combinati con l’opposizione targata  Pd. Che è pregiudizialmente schierata in tutte le sue anime o correnti con la richiesta della magistratura di turno. Pregiudizialmente, perché persino l’ex segretario del partito Matteo Salvini, il senatore di Scandicci che voleva una volta ripristinare il primato della politica sulla magistratura, ha avuto questo approccio dichiarato pubblicamente con la pratica Salvini: “Mi riservo di leggere bene le carte per votare sì al processo”. O, come imporranno le procedure, no alla proposta della giunta di rifiutare l’autorizzazione ai giudici di Catania.

Naturalmente nel caso di un no del Senato al processo a Salvini condizionato dai voti forzisti o, più in generale, di un centrodestra pienamente riesumato, avremmo un rovesciamento della maggioranza di governo, con tutte le conseguenze prevedibili, o magari senza conseguenze, come potrebbe anche accadere in una situazione politica così anomala e imprevedibile  quale è diventata da tempo quella italiana.

Ma ciò avverrebbe -questo è il punto accennato all’inizio di queste riflessioni- all’incrocio fra iniziative politiche e giudiziarie, o paragiudiziarie, com’è l’intervento del Senato attivato costituzionalmente dall’azione della magistratura. Se questa non è una patologia ormai del sistema, risalente a molti anni fa, persino a prima dello spartiacque comunemente considerato di Tangentopoli, o “Mani pulite”, ditemi voi come si debba o possa definire.

 

 

 

Pubblicato su Il Dubbio

Sotto le cinque stelle non se la bevono la vittoria contro la Tav

          Già disorientati e scettici di loro, i grillini non si sono lasciati incantare dalla rappresentazione anti-Tav tentata dai vertici del loro movimento con l’espediente dilatorio trovato a Palazzo Chigi. Dove hanno praticamente cambiato nome ai bandi per gli appalti della società italofrancese costituita per realizzare la linea d’alta velocità per il trasporto ferroviario delle merci da Lione a Torino. E hanno annunciato, sempre a Palazzo Chigi. contatti, incontri, negoziati e altro ancora fra Roma, Parigi e Bruxelles per cercare, fra l’altro, di ripartire diversamente gli oneri concordati nel trattato italo-francese maledettamente in vigore.

          A dare forse il colpo di grazia alle illusioni di una vittoria conseguita o alle porte nella lotta addirittura “identitaria” del movimento contro “il buco”, com’è chiamata la Tav con dileggio dal Fatto Quotidiano, è stato il perfido leader leghista Matteo Salvini. Che, di buon umore anche per la festa del suo 46.mo compleanno gustata in un importante albergo milanese durante la coda di rito ambrosiano del Carnevale, ha riempito di elogi e carinerie il suo omologo grillino al governo Luigi Di Maio. Che pure, “sbigottito”, gli aveva dato dell’”irresponsabile” per avere reclamato i bandi chiamandoli col loro nome e avere ostentato la propria “testa dura” a sostegno dell’opera tanto indigesta ai suoi alleati.

         Ma sì, al netto delle polemiche che tante volte apre o rilancia, il giocane capo del movimento delle cinque stesse -ha assicurato Salvini parlando appunto di Di Maio- “è serio, corretto, leale e coerente”. Chissà in quanti vorrebbero chiedere fra i grillini a Salvini se ci fa o ci è, come si dice in gergo popolare. E chiedere al tempo stesso a Di Maio che razza di partita stia veramente giocando con l’amico.

        Uno specialista, diciamo così, dei fatti e degli umori grillini, Ilario Lombardo, ha sottolineato sulla Stampa l’assenza di un anti-Tav come Alessandro Di Battista dal Villaggio Rousseau Villaggio Rousseau.jpgallestito a Milano da Davide Casaleggio nei giorni scorsi sul tema dell’Europa. E haLa Stampa.jpg così convintamente attribuito all’”ex eroe dei due mondi” del movimento pentastellato la convinzione di essere stato abbandonato, tradito e quant’altro per la sua intransigenza dal duttile Di Maio che nel titolo dell’articolo c’è finito uno “scaricato”.

         Non minore, di fronte a quanto è accaduto negli ultimi giorni sul fronte della Tav, sopra e sotto le cinque beppe grillo.jpgstelle, è il disincanto, a dir poco, di Beppe Grillo in persona. Che nel sommario, e poi nel testo, della nota sulla 56.ma settimana del suo blog ormai personale, distinto e distante da quello ufficiale del movimento di cui pure è “elevato garante”, dà l’impressione di voler includere anche la presunta vittoria contro la Tv, o la forse meno presunta sconfitta, nel “nulla cosmico cui stiamo assistendo”.

 

 

 

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Trovato nella coda ambrosiana del Carnevale l’espediente pro-Tav

         Il rumore stridente dei freni non si è sentito, e non si sono neppure viste le scintille sulle rotaie, semplicemente perché mancano i binari e il treno di presunta alta velocità ferroviaria per il trasporto delle merci da Lione a Torino. Ma il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, professore manifesto.jpgdi diritto, avvocato civilista  “del popolo”, per sua stessa definizione, e ora anche prestigiatore è riuscito frenare la corsa politica verso la crisi di governo. Che procederà ora a velocità ridotta, o addirittura a passo d’uomo, almeno sino alle elezioni europee di fine maggio.

         Il gioco di prestigio di Conte, condotto tra udienze, lettere e telefonate, si è concluso in tempo per non oltrepassare la coda di rito ambrosiano del Carnevale. Che, come si sa, è finito martedì scorso 5 marzo nel resto Salvini.jpgd’Italia, ma  a mezzanotte di sabato 9 a Milano . Dove il vice presidente leghista del Consiglio Matteo Salvini, deciso a salvare la Tav con “la testa dura” che si è vantato di avere contrapponendosi all’omologo grillino Luigi Di Maio, si era ritirato qualche giorno fa per festeggiare proprio sabato con familiari e amici i suoi 46 anni.

         In particolare, Conte ha strappato alla società italo-francese incaricata di realizzare il progetto ferroviario tanto contestato dai grillini il consenso a indire sì i bandi per i lavori previsti oltr’Alpe ma con una cosiddetta clausola Messaggero.jpgdi dissolvenza che si presume non possa compromettere la prenotazione dei contributi dell’Unione Europea, versabili ad opera realizzata. Le imprese rispondono ai bandi solo per prenotare la loro partecipazione alle gare, in attesa delle quali sarò tentato un negoziato tecnico e politico fra Italia e Francia per rivedere il trattato in vigore sul progetto e sulla ripartizione degli oneri. 

         Grazie a questo espediente ciascuno dei due partiti del governo gialloverde potrà far credere, o tentare di far credere ai suoi elettori, in vista delle urne europee  di fine maggio e delle altre consultazioni locali che le precederanno e accompagneranno, di avere tenuto il punto contro o a favore della Tav, oRolli.jpg della versione maschile -il Tav- preferita in particolare dai grillini. Su questo effetto a dir poco ambiguo, basato sulla speranza delle due parti che gli elettori abbiano l’anello al naso, come si dice in gergo popolare, e non si arrabbino, o solo non si insospettiscano, si sono naturalmente sprecati titoli e vignette sulle prime pagine dei giornali.Libero.jpg Che potrebbero iscriversi a loro volta ad un’altra gara, organizzata da qualche volenterosa associazione di buontemponi, per aggiudicare dopo le elezioni europee di fine maggio, e le conseguenze politiche dei loro risultati, fra e all’interno dei due partiti della maggioranza gialloverde, uno o più  premi di attendibilità o preveggenza.

         Ora naturalmente può proseguire la Quaresima, in tutti i sensi, e a livello questa volta davvero nazionale, anche a Milano e dintorni.  

 

 

 

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Quelle cose sulla Tav, e sul governo, al sen sfuggite a Luigi Di Maio…

            Se la Tav, o il Tav in versione maschilista, non fosse quella cosa seria che è sempre stata, e che è aumentata di consistenza con i venti di crisi non tanto e non solo sul governo gialloverde quanto su un Paese già in recessione di suo, si potrebbe anche condividere l’ironia di Vauro Senesi. Che sul Fatto Quotidiano, lodevolmente e per niente condizionato dalla linea politica del giornale favorevole al no di Luigi Di Maio, prende in giro il capo del movimento delle cinque stelle e vice presidente del Consiglio accomunandolo nella sua vignetta di prima pagina all’omologo leghista Matteo Salvini: l’uno impegnato a rimettere nel contestatissimo buco in Val di Susa la terra rimossa dall’altro scavando la montagna. E ridiamoci su per un attimo anche noi.

            Ma la Tav, o il Tav, è appunto una cosa persino drammaticamente seria, per cui limitarsi a ridere non è possibile. Bisogna ragionarci sopra. Di Maio raccomanda di farlo con criteri addirittura “scientifici”. Peccato che mentre parlava così, alludendo chiaramente ai costi e ai benefici calcolati dal professore Marco Ponti, si scopriva che questo specialista di calcoli ne ha fatti altri sulla stessa opera assai diversi, anzi opposti a quelli commissionatigli dal ministro grillino delle Infrastrutture Danilo Toninelli. Gli altri calcoli di Ponti, commissionatigli a Bruxelles e a Berna, sono favorevoli alla realizzazione dell’opera contestata invece sotto le cinque stelle.

            Si ha insomma la sensazione, a torto o a ragione, che il professore Ponti, quasi omonimo di Monti, sia quello che la buonanima di Bettino Craxi disse una volta del suo ex braccio destro a Palazzo Chigi Giuliano Amato, dal quale si sentì poi tradito: “un professionista a contratto”. E si sa quanto importante sia per i grillini un contratto, non a caso adottato come formula giuridica e politica per definire quello che una volta si chiamava programma quando due o più partiti di governo lo concordavano per allestire un governo, e relativa maggioranza.

            Ma al senno di Di Maio è scappata anche un’altra affermazione che lo mette francamente in serie difficoltà, al plurale. Per spiegare e al tempo stesso denunciare la pretesa, secondo lui, di manifesto.jpgMatteo Salvini di dettare ad ogni costo la linea al governo, anche a costo di farlo cadere, egli ha detto, testualmente: “Quando su tre, due la pensano in un modo, io e Conte, poi non decide solo uno. Altrimenti avremo problemi in futuro”.

            Vi raccomando quell’”io e Conte”, quanto meno irriguardoso sul piano personale e costituzionale nei riguardi del presidente del Consiglio, ma anche del capo dello Stato che li ha nominati mettendo Conte prima e sopra Di Maio. Ma vi raccomando anche quei problemi accennati, o minacciati, “in futuro”.

            Quale futuro, di grazia? Non vorrei che fosse quello abbastanza vicino di mercoledì 20 marzo, quando in Senato si dovrà votare sul no espresso e proposto dalla competente giunta al processo a Matteo Salvini, chiesto dal cosiddetto tribunale dei ministri di Catania, fra l’altro, per sequestro aggravato dei 170 e più  immigrati trattenuti l’anno scorso per alcuni giorni sul pattugliatore “Diciotti” della Guardia Costiera italiana nel porto etneo.

             Al no della giunta senatoriale delle autorizzazioni, e alla relativa proiezione nell’aula di Palazzo Madama, i grillini sono arrivati il mese scorso dopo una tormentata consultazione Rolli.jpgdigitale dei militanti non ritenuta vincolante da tutti i parlamentari pentastellati. Alla cui disciplina nei piani alti del movimento, diciamo così, potrebbero non tenere più tanto dopo i problemi creati da Salvini sul versante della Tav, o del Tav, anche se -a dire il vero- il leader leghista nella sua vicenda giudiziaria può ancora contare sulla riserva del centrodestra, sufficiente a metterlo al riparo dai voti grillini combinati con quelli del Pd. Ma sarebbe la nascita di una nuova maggioranza, o di una nuova opposizione, come si preferisce.

Ad alta velocità ormai solo la corsa verso la crisi del governo Conte

           Di alta velocità a questo punto, dopo i “dubbi”, anzi “forti dubbi e perplessità”, espressi pubblicamente dal presidente grillino del Consiglio Giuseppe Conte sulla “convenienza” della Tav, la nuova linea ferroviaria progettata per il trasporto delle merci da Lione a Torino, è rimasta solo quella con la quale il governo gialloverde viaggia ormai verso la crisi.

          Sarà ben difficile che il vice presidente del Consiglio e leader della Lega Matteo Salvini possa cavarsela cambiando l’abbigliamento col quale ha risposto alla sfida lanciatagli dai grillini con queste parole: “Vediamo chi ha la testa più dura. Sono cocciuto e pronto ad andare fino in fondo”.

          A questa dichiarazione del ministro dell’Interno l’altro vice presidente del Consiglio Luigi Di Maio, dopo un incontro con i parlamentari pentastellati in cui aveva scaldato il loro cuore anti-Tav, ha  reagito denunciando, ”sbalordito”, davanti a una telecamera mobile appostata di notte davanti a un’uscita secondaria della Camera, “una “minaccia incredibile di crisi di governo”. E’ proprio vero il vecchio proverbio che fa dare del cornuto all’asino dal bue.

           Potrebbe avere contribuito a incoraggiare la durezza a Di Maio la scommessa sui problemi che, in caso di crisi, incontrerebbe Salvini nei suoi rapporti con un alleato forse non meno scomodo dei grillini Rolli.jpgcom’è nel centrodestra Silvio Berlusconi. Che, immaginato qualche giorno fa proprio da Di Maio come il ministro degli Esteri, o dell’Economia, o della Giustizia di un governo Salvini di centrodestra, è appena entrato in un’altra avventura giudiziaria come indagato per corruzione in atti giudiziari. E ciò a seguito di una sentenza sospetta del Consiglio di Stato che tre anni fa gli salvò la partecipazione a Mediolanum, precusagli invece dalla Banca d’Italia dopo la condanna in via definitiva per frode fiscale nell’estate del 2013.

            Un altro elemento di debolezza di Salvini su cui potrebbe avere giocato Di Maio chiedendo e ottenendo dal presidente del Consiglio, con tanto di pubblico ringraziamento, la manifestazione dei suoi “forti dubbi” sulla linea ferroviaria ad alta velocità da Lione a Torino sostenuta dai leghisti Diciotti.jpgpotrebbe essere individuato nel fatto che manca ancora il no definitivo del Senato, programmato in aula solo il 20 marzo, al processo al ministro dell’Interno per sequestro aggravato di persona. Che sarebbe stato commesso sulla nave Diciotti della Guardia Costiera italiana nel porto di Catania a metà agosto dell’anno scorso.

            Certo, la disinvoltura istituzionale dei protagonisti di questa curiosa vicenda della Tav, senza precedenti nella storia ultrasettantennale della Repubblica, fa impressione. La sfida grillina alla crisi e il rilancio leghista sono arrivate poche ore dopo che i due partiti avevano affrontato un dibatttito al Senato proprio sulla Tav proponendo e facendo approvare dai Senato su Tav.jpgloro gruppi, con 139 voti favorevoli e 105 contrari, una mozione dilatoria praticamente copiata dal “contratto” di governo stipulato l’anno scorso. Che prevedeva non di rinunciare alla Tav ma di “ridiscuterne integralmente il progetto”. E ciò “nell’applicazione dell’accordo fra Italia e Francia”, secondo la precisazione contenuta nel documento votato nell’aula di Palazzo Madama.

             Come si possa applicare un accordo internazionale, tradotto peraltro in una legge, decidendo a questo punto di disattenderlo, sia pure dietro la facciata di una richiesta di rinegoziarlo, non si può dire che lo sappia solo Dio. Lo sa, a sorpresa, anche il professore e avvocato Conte. Che avrà la cortesia -si spera- di spiegarlo all’illustrissimo signor presidente della Repubblica Sergio Mattarella:  suo collega, per quanto “in pensione”, d’insegnamento di diritto all’università, come ha precisato qualche giorno fa lo stesso Mattarella parlando del suo “mestiere” ad alcune scolaresche ricevute al Quirinale.  

             Il capo dello Stato ha parlato agli studenti il 4 marzo scorso anche della politica e di chi, ad un certo punto della sua vita, si trova a praticarla. “La politica -ha detto Mattarella- è un’attività fortemente impegnativa, che richiede una dedizione alle volte completa perché le scelte politiche in un grande Paese come l’Italia sono complesse, non possono essere adottate in maniera approssimativa, senza approfondita preparazione e studio. Non possono essere prese per sentito dire”.

 

 

 

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Il governo inghiottito nel “buco” ferroviario della Val di Susa

          La galleria, il traforo, il tunnel, il buco, chiamatelo come volete parlando e scrivendo del progetto della linea ferroviaria ad alta velocità per il trasporto delle merci da Lione a Torino, ha politicamente inghiottito il governo gialloverde di Giuseppe Conte, e dei suoi due vice Luigi Di Maio e Matteo Salvini.

        Era stato ottimista Il Fatto Quotidiano di Marco Travaglio, notoriamente ostile al progetto e pronto a sbertucciareIl fatto.jpg i grillini se dovessero cedere a Salvini come hanno fatto risparmiandogli il processo per sequestro aggravato di persona sulla nave Diciotti nella scorsa estate, a presentare il governo “appeso al buco”, prima che cominciasse l’ennesimo vertice a Palazzo Chigi sulla Tav. O sulla sua versione maschile, opposta anche alla pronuncia -pensate un po’- dell’Accademia della Crusca. Atro che appeso al buco ferroviario. Il governo vi è stato inghiottito, ripeto.

         Si è rivelata più difficile del previsto anche per uno specialista come il professore di diritto, avvocato civilista e uomo di relazioni Giuseppe Conte la caccia al cavillo, ancora in corso mentre scrivo, per cercare di conciliare l’inconciliabile. Il tentativo è di sbloccare o bloccare i cantieri facendo credere il contrario, in entrambi i casi, perché leghisti e grillini possano cercare di salvare la faccia con i loro tifosi sugli spalti opposti dello stadio dove si svolge il campionato elettorale di questo 2019. Che peraltro non è proprio l’anno “bellissimo” previsto o promesso dal presidente del Consiglio, anche se lo stesso Conte e Di Maio stanno festeggiando l’ordine riscontrato negli uffici postali, e analoghi, dove sono state presentate le prime decine di migliaia di domande per il cosiddetto reddito di cittadinanza.

          Pensate, vi è stato ordine anche alle Poste di Ostia, dove i cronisti del Messaggero hanno visto o comunque riferito dellaMessaggero.jpg partecipazione degli Spada -si, proprio loro, quelli delle capocciate e altro ancora- alle file degli aspiranti alla misura inventata dai grillini per vincere finalmente la povertà, almeno in Italia. Gli Spada evidentemente hanno buoni motivi per ritenersi dotati dei requisiti richiesti dalla legge voluta sotto le cinque stelle e sperare, visto che ci sono, di trovare prima o dopo il navigator adatto a far loro ottenere un lavoro più stabile e meno avventuroso di quelli praticati o tentati sinora.

        salvini.jpgSarà un modo come un altro anche per aiutare il ministro leghista dell’Interno a ristabilire davvero un po’ d’ordine in quello sfortunato litorale di Roma, senza bisogno di irrompere anche lì con qualche ruspa, e giubbotto d’ordinanzaSalvini in cantiere.jpg della Polizia, o corpo similare.  Quei giubbotti, si sa, sono la tentazione irresistibile di Salvini. Ne ha di tutti i tipi e ordini. Vi rinuncia assai malvolentieri, come ha fatto raggiungendo Palazzo Chigi in giacca e camicia, ma senza cravatta, per il lungo vertice sul buco ferroviario da lui visitato di recente in Val di Susa per dimostrare quanto ci tengano lui personalmente e il suo partito.

 

 

 

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Anche il governo gialloverde di Conte ha imboccato la Quaresima

            Finita, almeno formalmente, l’allegra stagione del Carnevale e riposte maschere, coriandoli e quant’altro nei cassetti, o cassonetti, anche il governo dovrebbe sentirsi da oggi in Quaresima. Dopo la quale verrà la Resurrezione, disse una volta con feroce sarcasmo Amintore Fanfani da una tribuna congressuale della Dc licenziando dalla segreteria del partito il suo ormai ex pupillo Arnaldo Forlani. Se mai Fanfani ebbe davvero un pupillo nella sua lunga esperienza politica.

           In effetti Forlani, toltasi la soddisfazione da quella stessa tribuna, nel 1973, di accomiatarsi da Fanfani con una disquisizione sulla natura trasformistica del diavolo, riuscì poi a risorgere: prima come ministro della Difesa negli ultimi due governi di Aldo Moro, poi come ministro degli Esteri di Giulio Andreotti negli anni della cosiddetta solidarietà nazionale, poi come presidente del Consiglio passando successivamente la mano a Giovanni Spadolini, poi ancora come vice presidente del Consiglio di Bettino Craxi e presidente della Dc, infine come segretario, nuovamente, del partito tentando da quella postazione, non ho mai capito con quanta voglia e convinzione davvero, di scalare il Quirinale nella primavera del 1992. Gli toccò invece di lasciare a Mino Martinazzoli l’infelice, direi anzi drammatico compito di chiudere la Dc “con un telegramma”, come avrebbe scherzato Umberto Bossi. Che aveva intanto cominciato a raccogliere come leader della Lega l’elettorato democristiano nelle valli della sua Padania.

          Giuseppe Conte non so francamente se e quante possibilità abbia di garantirsi una resurrezione politica dopo la crisi generalmente prevista all’indomani delle elezioni europee di fine maggio, quando diventerà un po’ preistorica la prevalenza del movimento delle cinque stelle sulla Lega di Matteo Salvini uscita dalle urne del 4 marzo dell’anno scorso. E non vi potrà più essere ragionevolmente compromesso capace di rinviare ulteriormente l’appuntamento appunto di una crisi.

           In compenso, il presidente del Consiglio è in condizioni, in questo inizio di Quaresima, di realizzare il sogno dei vignettisti -a cominciare da quello del Corriere della Sera- che gli attribuisconoSchermata 2019-03-06 alle 06.55.13.jpg la capacità di fare ingoiare qualche altro rospo ancora sia ai grillini sia ai leghisti per non rompere  il contratto gialloverde già adesso sulla controversa questione della Tav. O del Tav, al maschile, come il pericolante ministro pentastellato delle Infrasttutture, Danilo Toninelli, chiama non la linea ferroviaria ma il treno ad alta velocità per il trasporto delle merci da Lione a Torino, e viceversa.

             Inchiodato da un anno il problema sulla croce dei costi e dei benefici dell’opera, senza peraltro fissare bene in anticipo i criteri con i quali calcolare gli uni e gli altri, per cui ciascuno ha continuato a sparare le sue cifre a salve, Conte sta forse facendo fare ai tecnici di Palazzo Chigi e dintorni in queste ore, con tutti gli indici economici in tale discesa da un bel po’ di mesi a questa parte da trovarsi in recessione, il conto di una crisi di governo in tempi così ravvicinati. E potrebbe essere forse proprio questo costo, economico e politico insieme, a fare trovare ai contendenti un nuovo espediente di uscita, con la cenere cosparsa sulle teste. Come da rito quaresimale, d’altronde.

 

 

 

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