Non basta a Salvini quel fascicolo giudiziario ad Agrigento per la nave Jonio

             Costretto dalle circostanze politiche, più ancora dalle leggi, dai trattati internazionali ed altro ancora, ad autorizzare l’attracco della nave di Luca Casarini a Lampedusa e allo sbarco della cinquantina di migranti soccorsi a circa 45 miglia dalle coste libiche con un’operazione contestata anche da Tripoli, oltre che dal Viminale, Matteo Salvini non intende accontentarsi, almeno per ora, del sequestro “probatorio” del natante, effettuato dalla Guardia di Finanza, e del fascicolo aperto nella Procura di Agrigento, “contro ignoti” mentre scrivo, per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina.

            Il vice presidente leghista del Consiglio e ministro dell’Interno, diviso politicamente fra l’attesa del voto odierno al Senato sul processo chiesto contro di lui dalla magistratura di Catania per la vicenda del pattugliatore Diciotti, della Guardia Costiera, e le elezioni regionali di domenica prossima in Basilicata, dove spera di bissare i risultati abruzzesi e sardi, ha un enorme Luca Casarini.jpgbisogno di qualcosa in più. E di che cosa lo ha detto lui stesso, a dispetto   della separazione dei poteri e di tutte le altre cose scritte nella Costituzione, aspettandosi o reclamando, come preferite, le manette ai polsi di qualcuno: meglio forse se a quelli assai noti dello specialista della contestazione che è Casarini. Il quale sa bene di avere unito, diciamo così, l’utile al dilettevole con quel tipo di salvataggio sulla nave di cui è armatore con Beppe Caccia: l’utile del soccorso in mare e il dilettevole della sfida a Salvini, o viceversa, come preferite.

            Purtroppo per il ministro dell’Interno, il fascicolo giudiziario sulla vicenda della nave Mare Jonio, come si chiama quella ispezionata e poi sequestrata dai militari delle fiamme gialle, è nelle mani di un magistrato con cui Salvini ha avuto già problemi di una certa complessità. E il capo della Procura di Agrigento Luigi Patronaggio. Che l’anno scorso, con una competenza territoriale che considerava sua, poi non condivisa dai colleghi di Palermo, ispezionò, visitò o quant’altro il pattugliatore della Guardia Costiera fermo nel porto di Catania con 170 e più migranti a bordo, ne scese con la mascherina al naso per ragioni sanitarie, se non ricordo male, e pur non disponendo alcuno sbarco, come forse qualcuno si aspettava, si  Gazzetta.jpgmise o proseguì a studiare ben bene le carte. E, a vicenda conclusa, cioè a sbarco effettuato dei migranti, distribuiti fra vari paesi ed enti disposti a farsene carico, accusò Salvini di arresto arbitrario e altro ancora mandando il fascicolo a Palermo. Che, alquanto ridotto nella consistenza dei reati, fu a sua volta mandato a Catania. Dove la Procura chiese un’archiviazione negata dal cosiddetto tribunale dei ministri con l’avvio del procedimento approdato al Senato con l’imputazione di sequestro aggravato di persone.

            E’ al Patronaggio di Agrigento, senza voler fare alcuna ironia, che Salvini in qualche modo è quindi tornato con la nuova vicenda migratoria esplosagli fra le mani, o i piedi, o qualcos’altro, per fortuna al riparo da altre complicazioni, visto che i migranti sono ben al sicuro e le polemiche svelenite almeno sotto questo profilo.

 

 

 

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Il processo di Travaglio a Berlusconi per la modella marocchina avvelenata

Come in tutte le gare, per carità, bisogna mettere nel conto sconfitte e rivincite, sorpassi e recuperi. Non può pertanto stupire più di tanto il recupero di Marco Travaglio, e del suo Fatto Quotidiano, su Massimo Giannini, e la sua Repubblica, nella lettura politica della tragedia della povera Imane Fadil: l’ex modella di origine marocchina morta avvelenata, salvo clamorose sorprese dalle indagini in corso alla Procura di Milano, prima che tornasse a testimoniare contro Silvio Berlusconi per corruzione in atti giudiziari sulla vicenda delle olgettine.

Il Dubbio.jpg  Pentito, forse, di avere in qualche modo graziato il Cavaliere riconoscendogli nei giorni scorsi che non aveva certo interesse a riaccendere i riflettori, se mai erano stati spenti, sulle sue traversie penali invischiandosi nella morte di una sua accusatrice, o sostenitrice comunque dell’accusa di avere corrotto testimoni, Travaglio ha scritto che altri potrebbero avere ucciso o fatto uccidere la giovane per fargli un piacere. Come i fanatici o i servi di Mussolini fecero uccidendo Giacomo Matteotti. O la mafia uccidendo il giornalista Mino Pecorelli, che aveva la brutta abitudine di occuparsi criticamente, diciamo così, di Giulio Andreotti. O la stessa mafia cercando di uccidere Maurizio Costanzo quando si mise in testa di dissuadere l’amico editore Silvio Berlusconi dal progetto, evidentemente caro ai criminali di Cosa Nostra, di mettersi in politica. O di scendervi, come il Cavaliere preferiva dire adottando il linguaggio sportivo della squadra e del giocatore che scende, appunto, in campo.

Tutto questo, ed altro ancora, compreso l’interesse sanitario di Marcello Dell’Utri, naturalmente “pregiudicato”, per la clinica dove è morta Imane, e dove lui voleva essere trasferito dal carcere dove scontava la condanna per mafia, il direttore del Fatto Quotidiano lo ha scritto in un editoriale dal titolo “I delitti eleganti”. Eleganti, naturalmente, come le famose e controverse cene di Arcore, “forse per qualcuno un filino indigeste”, secondo un’allusiva vignetta pubblicata qualche giorno fa sulla prima pagina sempre del Fatto.

“Ci è voluta la morte terribile di quella povera ragazza per riportare l’attenzione sul versante criminale del berlusconismo”, ha scritto Travaglio per deplorare “la gran moda di rimpiangere il berlusconismo”, appunto, “e rifargli la verginità in funzione anti-“populista”, descrivendo l’attuale governo- il primo deberlusconizzato della storia repubblicana- come il peggiore mai visto”. E qui, puntuali e sonori, gli schiaffi di carta a Eugenio Scalfari, a Carlo De Benedetti, allo scrittore Sandro Veronesi e infine a Corrado Augias. Che “ancora l’altro giorno, su Repubblica, definiva il governo Conte -ha protestato Travaglio riferendone in corsivo le parole- il peggiore della storia repubblicana, perché, si, B. è amorale (sic), ma non ha scardinato le strutture dello Stato: cosa che invece stanno facendo questi homines novi”. Per cui “se la sola scelta possibile fosse tra un bandito consapevole e un fanatico ignaro di tutto sceglierei, tremando, il bandito”, ha rinfacciato Travaglio ad Augias.

Per fortuna dev’essere sfuggita al direttore del Fatto Quotidiano, o ai suoi brogliacci, una breve intervista della giornalista di origine marocchina ed ex deputata del Pdl Souad Sbai, oggi presidente dell’associazione donne marocchine in Italia: un’intervista forse aggravata dalla circostanza  di essere stata pubblicata lunedì 18 marzo dal giornale di Augias, e di Scalfari, oltre che di Massimo Giannini.

Memore, fra l’altro, di un “tentativo di avvelenamento con cristalli di acido” subìto nel 2010 “passando l’inferno”, l’ex parlamentare parlando proprio della morte di Imane Fedil ha raccontato che “purtroppo da noi non è una novità, succede spesso. Ti fanno fuori con molto poco. Ti fanno bere una cosa che contiene una sostanza particolare, una specie di mercurio, cristallo di acido, inodore, che ti avvelena. Sembra una malattia che ti distrugge gli organi e ti uccide”.

Sempre a proposito della morte di Imane, l’ex deputata del Pdl ha chiesto “alla magistratura italiana e anche al re del Marocco di fare chiarezza”.

Incalzata dall’intervistatrice Alessandra Ziniti, la signora Souad Sbai ha detto: “Ci sono delle responsabilità che vanno ricercate nell’ambiente dell’alta diplomazia marocchina con cui Imane lavorava. Io seguo queste storie dal 2010. Di ragazze marocchine bellissime, come Ruby, come lei, in questi anni in Italia ne sono arrivate tante ed è facile immaginare a fare cosa. Incontri, filmini, ricatti. Non è successo solo a Berlusconi. Lui è conosciuto e la sua storia è venuta fuori, ma di persone di alto livello ne sono state ricattate e minacciate tante. Probabilmente Imane si era tirata indietro, era diventata un problema e l’hanno eliminata. Ma non c’è solo lei”.

Non vorrei, francamente, che prima o dopo anche Souad Sbai, con queste idee che ha maturato sulla fine della povera Fadil, e con tutte le iniziative che ha raccontato di avere preso a livello giudiziario e diplomatico per vicende evidentemente analoghe a quella della povera Imane, finisse mediaticamente nel pentolone di quello che Travaglio ha definito “il versante criminale del berlusconismo”.

Nel nostro Paese, ormai ad alta orologeria e dietrologia, può accadere davvero di tutto.

Il fantasma civile della Diciotti di nuovo sulla rotta politica di Matteo Salvini

            Simpaticamente affetti da malizia di tipo andreottiano, con la quale notoriamente si pecca ma spesso s’indovina, sulla prima pagina del manifesto hanno definito “soccorso premeditato” quello compiuto in acque di competenza libica dalla nave italiana Mare Jonio di una organizzazione non governativa. Che dopo avere imbarcato una cinquantina di migranti che rischiavano di annegare sul solito gommone fatiscente, precedendo l’intervento di una motovedetta di Tripoli, ha fatto rotta verso le più lontane coste italiane per ragioni dichiarate di maltempo, preclusive della scelta di porti più vicini sulle coste africane.

            La premeditazione del soccorso, sempre per usare la felice espressione del giornale orgogliosamente comunista sopravvissuto per fortuna a tante crisi editoriali, nasce dalla diabolica coincidenza con la prova del fuoco politico, diciamo così, che aspetta il vice presidente leghista del Consiglio e ministro dell’Interno Matteo Salvini nell’aula del Senato. Dove domani si voterà in maniera definitiva sulla proposta della competente giunta di negare l’autorizzazione al processo contro di lui chiesta dal cosiddetto tribunale dei ministri di Catania per la vicenda della scorsa estate sul pattugliatore della Guardia Costiera “Diciotti”. Dove Salvini trattenne per alcuni giorni, nel porto etneo, più di 170 migranti soccorsi in alto mare, in attesa di poterne assicurare la distribuzione fra più paesi europei, ma procurandosi per questo le accuse di sequestro aggravato di persone, abuso d’ufficio e non ricordo cos’altro ancora.

            La nave “Diciotti” era al comando di un militare -Massimo Kothmar- che non creò problemi al ministro Salvini ritardando lo sbarco sino a quando non ne fossero maturate le condizioni. E sopportando -debbo aggiungere- con grande padronanza di nervi persino l’ispezione di un “garante” del trattamento dei detenuti, come se la sua nave si fosse davvero trasformata Luca Casarini.jpgin un carcere. La nave privata “Mare Jonio”, già avvicinatasi a Lampedusa mentre scrivo, ha invece come capo missione dei soccorsi un’autorità, a suo moydo, del mondo della contestazione. Si chiama Luca Casarini, protagonista peraltro delle proteste no global al G8 svoltosi a Genova nel 2001 non proprio nel massimo dell’ordine.

            Con un “capo missione” di questo tipo è prevedibile il clima in cui è destinato a svilupparsi il braccio di ferro già annunciato dal ministro dell’Interno, affrettatosi peraltro a stringere ulteriormente le maglie  dei portiDirettiva Salvini.jpg italiani per impedire sbarchi non autorizzati. Lo ha fatto con una direttiva di otto pagine alla cui attuazione dedicherà un’attenzione persino superiore-  credo, dato lo stile politico e personale ormai noto di Salvini- a quella destinata alle manovre politiche, esterne ma anche interne alla Particolari direttiva.jpgmaggioranza di governo, in corso per non risparmiargli o comunque per complicargli la pratica del processo penale per la vicenda “Diciotti”, per quanto già negato dalla giunta presieduta dal forzista Maurizio Gasparri. E negato -aggiungo-  col voto anche dei grillini dopo una consultazione digitale dei militanti. Che si concluse  col 59 per cento a favore di Salvini e il 41 contro, ma non si sa sino a che punto disarmato nel gruppo pentastellato di Palazzo Madama. Ci potrebbe essere pur sempre un soccorso forzista potenzialmente decisivo, ma si aprirebbe nella già sofferente maggioranza gialloverde di governo un’altra crepa dagli imprevedibili sviluppi.

            Saving Human.jpgSotto questi aspetti, oltre che il titolo del manifesto sul “soccorso premeditato”, Il Messaggero.jpgo ad orologeria, se preferite, non è sbagliato neppure quello del Messaggero sulla “sfida a Salvini” costituita dalla missione capeggiata da Luca Casarini sulla nave battente bandiera italiana della “Mediterranea Saving Humans”.

 

 

 

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Il veleno radioattivo di Imane Fadil contamina la solita politica italiana

Persino al Fatto Quotidiano hanno resistito in qualche modo, pur con abbondanza di vignette, “cattiverie” di giornata, in prima pagina, sul “lettone” regalato da Putin, grande abbastanza da poter contenere ragazze anche sconosciute ad un assatanato Cavaliere; persino Richiamo Dubbio.jpgal Fatto Quotidiano, dicevo, hanno resistito alla tentazione di leggere in chiave politica, diciamo così, la misera e inquietante fine della modella marocchina Imane Fadil. Che, dopo avere dimorato per un po’ in un locale infestato di topi, è morta di avvelenamento radioattivo prima di poter testimoniare, o tornare a testimoniare contro Silvio Berlusconi, imputato di corruzione in atti giudiziari -nonostante assolto in via definitiva dall’accusa di prostituzione minorile- per la vicenda delle olgettine. Ma così, a dire il vero, la povera Imane non voleva essere chiamata, non avendo mai usufruito dell’ospitalità offerta dal Cavaliere in un omonimo albergo, o residence, alle frequentatrici delle sue feste nella villa di Arcore.

Marco Travaglio in persona, bontà sua, al netto di ogni sua urticante e abituale ironia, ha riconosciuto l’insensatezza di coinvolgere Berlusconi nella tragica fine della giovane, che lui ritiene di non avere mai conosciuto ma che amici certamente suoi, come Emilio Fede e Lele Mora, hanno dichiarato di avere visto o addirittura portato ad Arcore, o ospitata in taxi per allontanarsene ad una certa ora. A far mettere in sicurezza Berlusconi da un avversario così dichiarato come Travaglio è stata “la logica del cui prodest”. E in effetti l’ex presidente del Consiglio non aveva nessun interesse a fare uscire così drammaticamente e ambiguamente dalle sue perduranti vicende giudiziarie sulle cene ad Arcore la povera Imane, espostasi peraltro prima di morire con dichiarazioni su presunte offerte e/o minacce di misteriosi personaggi perché ritirasse il contributo dato all’impianto accusatorio della Procura di Milano contro Berlusconi.

Alla Repubblica -quella di carta che di antiberlusconismo ha vissuto a lungo, sotto diverse direzioni, anche a dispetto del suo fondatore Eugenio Scalfari quando gli scappò di dire in un salotto televisivo di preferire Berlusconi al capo del movimento delle 5 stelle Luigi Di Maio-  hanno invece adottato una lettura tutta politica dell’avvelenamento della modella marocchina. Il cui assassino non sapeva, né poteva immaginare forse di liberare una delle firme più famose e autorevoli di quel giornale, Massimo Giannini, dall’ossessione -direi, a questo punto- di un Berlusconi ancora capace di condizionare la politica italiana. E chissà se basta parlare della politica italiana, e non anche di quella europea e persino mondiale, specie ora che il Cavaliere corre per l’elezione al Parlamento Europeo, non certo allo scopo di andarvi a fare il turista.

“Morto e sepolto con la povera Fadil, verrebbe da dire”, ha scritto testualmente Massimo Giannini in un commento domenicale dedicato formalmente, nel titolo, alla “Opa di Salvini sul centrodestra”. “Il veleno che l’ha uccisa- ha rivelato Giannini scrivendo della povera Imane- uccide anche le residue speranze del Cavaliere di resistere all’Opa salviniana sul suo partito e sul suo elettorato”.

Di questa “Opa di Salvini sul centrodestra” il commentatore di Repubblica ha una visione addirittura carnivora, avendone scritto come di una “cannibalizzazione “ che ,“già cominciata col voto di un anno fa, è andata avanti in questi mesi, rafforzata dalle regionali in Abruzzo e Sardegna e fotografata dai sondaggi che danno la Lega al 34% e Forza Italia all’8 per cento”.  Ma non è finita qui. “Ora -ha scritto ancora Giannini- l’offerta pubblica di acquisto dei consensi si completa. Salvini riflette lo Zeitgeist, Berlusconi non più”.

Che cosa sia questo  benedetto o maledetto, secondo i gusti, Zeitgeist che “Salvini riflette e Berlusconi non più”, ve lo dico subito. E’ “lo spirito culturale -spiega un dizionario telematico- che informa una determinata epoca, come si riflette nella letteratura, nella filosofia, nelle arti”. Qui insomma si vola alto, altissimo, mica come il Cavaliere precipitato in fondo al pozzo dantesco dell’Inferno, senza accorgersi che nella “condizione di patente minorità etico-politica” in cui si trova dopo la morte della modella marocchina “accampare pretese col Carroccio sulle alleanze future è puro velleitarismo”. Senza accorgersi, più in particolare, che “Salvini, semplicemente, non è più gestibile”, per cui quello di Arcore è diventato “il suo Cavalier Servente”. “E questo è tutto”, ha sanzionato la voce di Repubblica esortando gli sprovveduti seguaci di Berlusconi a togliersi dalla testa di poter scavalcare Salvini a destra o al centro, parlando bene di Mussolini fino agli sciagurati errori delle leggi razziali e dell’alleanza con Hitler, o precedendo il leader leghista nella contestazione della “Via della Seta” fatta percorrere velocemente al governo da Di Maio fra la sorprese, le proteste e anche qualche ritorsione degli alleati d’oltre Atlantico. “Salvini -ha ricordato Giannini- si è già riposizionato nel ruolo fasullo di garante dell’atlantismo filo-americano: proprio lui, che ha esordito al governo come maggiordomo di Putin”. Che poi è lo stesso, non un omonimo, del lettone regalato a Berlusconi e ricordato dalla “cattiveria” del Fatto Quotidiano ispirata alla povera Imane Fadil.

Quella di Giannini, di Repubblica e di tutto l’universo antiberlusconiano per “la morte e la sepoltura” del Cavaliere con la modella marocchina, peraltro ancora in attesa di sepoltura, è tuttavia una festa anch’essa tragica, come la fine della povera Imane. L’ossimoro nasce dal fatto, denunciato dallo stesso Giannini, che “con questa destra” ormai fatta a immagine e somiglianza di Salvini – e di un Salvini che va smarcandosi sempre di più dagli attuali alleati di governo proponendo, per esempio, le ricette economiche e fiscali liquidate come berlusconiane dai pentastellati- “prima e dopo le elezioni europee dovranno fare i conti Di Maio, ridotto a gregario in una coalizione asimmetrica, e Zingaretti, eletto segretario in un Pd convalescente”. Così ha scritto appunto Giannini, che ha confessato di trovarsi nella scomoda posizione di “piangere per le nefandezze” di Salvini “senza poter rimpiangere”, chissà poi perché, “le scelleratezze” di Berlusconi. Che evidentemente non è quel morto e sepolto di qualche capoverso precedente.

Ah, se si riflettesse un po’ di più prima di farsi scambiare per un necroforo, peraltro intempestivo.

 

 

 

Pubblicato su Il Dubbio

Tutti i rischi che corre alla guida del Pd Nicola Zingaretti, sudato e non

            Non credo proprio che sarà il sudore abbondante, versato insediandosi alla segreteria del Pd col discorso seguito alla proclamazione nell’assemblea nazionale, a portare sfortuna a Nicola Zingaretti. Non lo credo neppure vedendo le foto, comparse sul Corriere della Sera, di alcuni leader sudati prima di alcune clamorose sconfitte: per esempio, il Richard Nixon della campagna elettorale perduta negli Stati Uniti contro John Fitzgerald Kennedy e il Bettino Craxi dell’ultimo congresso nazionale socialista vissuto come segretario, a Bari nel 1991. Mancava solo un anno all’arresto del suo compagno di partito Mario Chiesa, a Milano, e all’esplosione di Tangentopoli.

            Le difficoltà e i rischi di Nicola Zingaretti derivano semmai da quel suo progetto dichiarato di trasformare il Pd in qualcosa di “diverso” mescolando ricordi e figure come quelle di Antonio Gramsci, di Aldo Moro e di Greta, la ragazza diventata simbolo delle manifestazioni ambientaliste Zingaretti 2 .jpgappena svoltesi con sintonia miracolosa in tutto il mondo. Ma il Pd nacque nel 2007, sotto la regìa e la guida di un uomo di grande fantasia e vocazione cinematografica come Water Veltroni, avendo come palla al piede proprio il progetto di assemblare ciò che non era e non è assemblabile. “Un amalgama mal riuscito”, lo definì poco dopo Massimo D’Alema. Che, in verità, avrebbe ripetuto dopo più di dieci anni la stessa cosa di “Liberi e uguali”, il movimento creato con Pier Luigi Bersani e gli allora presidenti del Senato e della Camera per uscire dalla gabbia che era diventata per lui il Pd guidato da Matteo Renzi.

            Il fatto è che i partiti per nascere davvero e soprattutto poi per vivere debbono avere una loro omogeneità, pur nella diversità delle idee e nella proliferazione delle correnti. Se non c’è questa omogeneità, come non c’è tra le figure di Antonio Gramsci e di Aldo Moro, accomunate solo dalla ferocia dei loro avversari, anche il Pd di Zingaretti rischia la fine di quelli che l’hanno preceduto.

            Le cose bisogna pensarle e dirle chiaramente, evitando possibilmente anche l’ironia, come quella sfuggita all’indubbiamente simpatico Paolo Gentiloni. Che ha festeggiato la sua elezione a presidente del Pd invitando i compagni di partito “al lavoro e alla lotta”. Che è un motto, come gli ha impietosamente ricordato Zingaretti e Gentiloni.jpgMaria Teresa Meli sul Corriere della Sera, abbastanza storico del Pci. Alla cui tradizione peraltro neppure appartiene il buon Gentiloni. Ma forse egli ha voluto con quelle parole sentirsi più di casa nell’assemblea che lo aveva eletto presidente. Ma è proprio in quell’aspirazione a sentirsi bene in quel tipo di casa che c’è il rischio che corre -ripeto- il Pd nuovo, diverso e quant’altro immaginato, annunciato, promesso da Zingaretti.

            Peggio comunque del nuovo segretario, che ha sicuramente da lavorare e lottare per rianimare, a dir poco, un partito che nelle ultime settimane ha continuato a perdere regioni che amministrava, pur recuperando qualcosa sulle devastanti elezioni politiche dell’anno scorso;  peggio di Zingaretti, dicevo, ha fatto Matteo Renzi disertando per imprecisati “motivi familiari” l’insediamento del nuovo segretario.

            Si stenta francamente a capire la logica del “segnale di responsabilità” avvertito in quell’assenza da un renziano di ferro e di autorità come il capogruppo del Pd al Senato Andrea Marcucci. Il quale peraltro ha annunciato al plurale, quindi a nome di Renzi e dintorni, che “giudicheremo la segreteria dopo le elezioni europee e amministrative” di fine maggio.

            Mi chiedo se non siano troppo pochi, o troppo interessatamente pochi, i due mesi e qualche giorno di tempo lasciati a Zingaretti per essere giudicato. O per farci capire se il fratello del commissario televisivo Montalbano è davvero scampato al lupo verso la cui bocca lo ha mandato Renzi in persona con un twet augurante. Che per fortuna è stato preferito a quell’altro, rivelatosi così infelice, da lui inviato all’allora presidente del Consiglio Letta poco prima di liquidarne come fresco segretario del partito  il governo: “Enrico, stai sereno”.

 

 

 

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La caccia a cavallo all’assassino della modella marocchina Imane Fadil

            Me l’aspettavo, naturalmente. Ma francamente le previsioni sono state superate dalla realtà della caccia all’assassino, o qualcosa di simile, di Imane Fadil, la modella marocchina morta a 34 anni perImane Fadil.jpg un misterioso avvelenamento da lei stessa denunciato nella clinica dove sarebbe poi spirata il primo marzo scorso. Sulla letale intossicazione da cobalto, a quanto pare, si stanno facendo le dovute indagini dall’epilogo -si è capito- né vicino né facile.

            Per fortuna Il Fatto Quotidiano, dove troneggia una vignetta di Riccardo Mannelli sulle “cene un filino indigeste”  ad Arcore, è ancora un giornale e non una Procura della Repubblica. Sennò Silvio Berlusconi avrebbe problemi seri a uscire indenne dalla vicenda, per quanto vada riconosciuto con onestà che lo stesso direttore Marco Travaglio in un editoriale dedicato interamente al caso ha scritto che la logica del “cui prodest” mette il Cavaliere in condizioni di sicurezza.

            La morte della modella nelle circostanze in cui è avvenuta non gli sarebbe convenuta -ha ammesso Travaglio-  con tutto il prevedibile sipario e siparietto sulle serate di Arcore che tanti guai gli hanno già procurato, nonostante un’assoluzione definitiva già portata a casa, e potrebbero ancora procurargli con i processi in corso per corruzione in atti giudiziari e simili.

            Eppure, “la cattiveria” intesa come il corsivo di prima pagina del giornale di Travaglio è stata quella più benevola col Cavaliere, preso in giro con la storia del lettone regalatogli una volta Cattiveria.jpgdall’amico Putin: tanto grande da rendere credibile l’assicurazione dichiarata da Berlusconi di non avere mai conosciuto la povera Imane. Della quale invece, oltre alle testimonianze rese in tribunale, si trovano nelle cronache dei giornali dalle sei alle otto tracce di sue presenze con Berlusconi a casa e fuori casa negli anni, mesi, settimane e giorni setacciati dalla Procura di Milano viaggiando sul confine fra i peccati e i reati contestabili all’allora presidente del Consiglio.

            Dalla ricostruzione della vita del Cavaliere fatta da Travaglio nel suo lungo editoriale sotto il titolo “Tutte coincidenze”, già allusivo Travaglio.jpgdi suo, viene fuori un Cavaliere a dir poco da non frequentare per tutte le cose spiacevoli, dalla morte in giù, capitate a chi ha avuto a che fare con lui. Che pure si considera -ve lo assicuro, avendolo conosciuto e frequentato- un portafortuna. Ho avuto un sobbalzo vedendo fra le sinistre “coincidenze”Il Giornale.jpg elencate da Travaglio con riferimento ai problemi e alla vita stessa del Cavaliere persino l’infarto di cui morì nel 2003 il famoso pubblico ministero di Firenze Gabriele Chelazzi, da tutti apprezzato per l’intuizione e al tempo stesso il rigore in cui seppe indagare su terrorismo e stragi. Fu una morte, se non ricordo male, avvenuta in una caserma della Guardia di Finanza, dove il magistrato alloggiava per ragioni di sicurezza. Tanto sicuro, evidentemente, non doveva essere considerato quell’alloggio.

Povero Moro, anche 41 anni dopo il suo tragico sequestro in via Fani

Quelle mascelle tirate di Giuseppe Conte su un corpo irrigidito, per quanto avvolto in un abito civile, e al solito elegante, anziché in una divisa magari felpata chiesta in prestito al suo vice presidente e ministro degli Interni, stracarico di mercanzie del genere, hanno dato la sensazione di un presidente del Consiglio davvero emozionato e preso dal suo ruolo davanti al monumento innalzato, e poi rinnovato, all’incrocio romano fra via Mario Fani e via Stresa.

            In quel posto la mattina del 16 marzo 1978, quarantuno anni fa, uno spietato commando delle brigate rosse assaltò l’automobile che trasportava Aldo Moro dalla vicina abitazione di via del Forte Via Fani.jpgTrionfale alla Camera dei Deputati, sterminò la scorta, anche quella che viaggiava su un’altra auto, e sequestrò lo statista per uccidere pure lui dopo 55 giorni di penosa e convulsa prigionia. Durante la quale, pur dietro la facciata di una linea della fermezza subito opposta ai terroristi dal governo su pressione soprattutto dei comunisti, che lo appoggiavano dall’esterno non essendo riusciti a farne parte neppure con una crisi appena conclusa, furono compiuti numerosi ma inutili tentativi di strapparlo alla morte.

           L’ultimo di quei tentativi fu dell’allora presidente della Repubblica Giovanni Leone, predispostosi a graziare una terrorista compresa nell’elenco di tredici detenuti con i quali le brigate rosse avevano preteso di scambiare l’ostaggio. Ma i criminali, già divisi sull’epilogo tragico del sequestro, evitarono ogni imbarazzo ulteriore uccidendo Moro di prima mattina il 9 maggio, proprio nel giorno in cui Leone avrebbe dovuto firmare la grazia. Che gli costò lo stesso la carica perché dopo più di un mese egli fu costretto alle dimissioni, pur con motivazioni diverse dalla tragedia finale che aveva cercato di evitare.

           Ma torniamo al volto di Giuseppe Conte davanti al monumento evocativo della strage di 41 anni fa. La sincerità di quella tensione ripresa dai fotografi è indubbia. Peraltro il presidente del Consiglio, sostenuto da un movimento la cui nascita l’allora presidente della Dc non poteva neppure immaginare, è il primo pugliesealdo moro.jpg succeduto allo stesso Moro a Palazzo Chigi. E in una delle sue prime dichiarazioni dopo la nomina a capo del governo gialloverde egli tenne a indicare proprio Moro come un modello al quale avrebbe voluto ispirarsi nella sua azione di governo e, più in generale, nel suo impegno politico. Lo disse non rendendosi conto -mi permetto di aggiungere- di quanto fosse esagerata, anzi smodata, quell’ambizione. I fatti lo avrebbero poi impietosamente dimostrato, perché francamente dubito assai, avendolo peraltro conosciuto, e non solo raccontato da giornalista, che Moro avrebbe mai permesso a un suo vice presidente di correre fra i gilet gialli francesi impegnati a mettere a ferro e fuoco  il loro Paese per rovesciarne il legittimo governo, e ad un altro vice presidente di alternare disinvoltamente le sue funzioni di ministro dell’Interno con quelle dei ministri regolarmente in carica degli Esteri, della Difesa, dell’Agricoltura.

            Anche in questo quarantunesimo anniversario del sequestro, e della morte  fra meno di due mesi, al povero Moro è stato fatto da alcune parti politiche il torto di essere ricordato politicamente per quello che non è stato, cioè il fautore di un governo a partecipazione comunista, in anni peraltro in cui il Pci aveva ancora legami consistenti con l’Unione Sovietica, e in un mondo ancora  bipolare, disegnato a Yalta dai vincitori alla conclusione della seconda guerra mondiale.

            Moro era stato solo il fautore e l’artefice di una tregua parlamentare fra la sua Dc e il Pci usciti dalle urne del 1976 come i più votati, ma incapaci di realizzare una maggioranza l’una contro l’altro, e viceversa. Fu la tregua della cosiddetta “solidarietà nazionale”, durante la quale il Pci di Enrico Berlinguer accettò di astenersi e poi di appoggiare con un regolare voto di fiducia un governo interamente democristiano presieduto dal democristianissimo Giulio Andreotti.

            Fu una tregua finalizzata, nei progetti di Moro, alla possibilità che ciascuno dei due partiti trovasse poi i numeri elettorali e /o parlamentari necessari a ripristinare la dialettica normale di una maggioranza e di un’opposizione. Quando Moro fu sequestrato già si avvertivano nel Psi, passato dalla guida di Francesco De Martino a quella dell’autonomista Bettino Craxi, tendenze a riprendere una piena libertà d’azione, sino a ripristinare in forme nuove la collaborazione organica con la Dc avviata negli anni Sessanta proprio da Moro col centro-sinistra.

            Mi è capitato di sentir dire al Tg 2, in occasione appunto del quarantunesimo anniversario del sequestro,Tg2.jpg che Moro stava realizzando “il compromesso storico”, cioè  la proposta ambiziosa e piena di governo avanzata dal Pci, non certo -credo- per sostenerlo dall’esterno. Eppure si dice che il direttore di questo telegiornale di Stato sia uno storico. Siamo messi bene.

 

 

 

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Pericolo scampato in Nuova Zelanda per la politica interna in Italia

            Per un giorno lasciatemi ignorare lo spettacolo, del resto assai noioso ormai, della politica italiana e delle sue baruffe più o memo serie, più o meno recitate, sui versanti sia della maggioranza gialloverde sia delle opposizioni di sinistra e di quel che del centrodestra è rimasto fuori dal governo un po’ perché rifiutato e un po’ per calcolo.

            Lasciatemi pure liquidare con una levatina di spalle la solita ossessione complottistica sull’altrettanto solito cavaliere, d’altronde già indagato per stragismo, avvertito a torto o Il Fatto.jpga ragione di fronte alla copertina del Fatto Quotidiano sull’olgettina avvelenata alla maniera dei dissidenti di Putin in Occidente. La giovane avrebbe saputo troppi segreti, par di capire, sull’ex presidente del Consiglio imputato di corruzione in atti giudiziari, o simili, per le sue vicende o abitudini erotiche.

            No. Oggi voglio riflettere sulla prima pagina de La Repubblica  e complimentarmi col nuovo direttore Carlo Verdelli per avere scelto come copertina la vignetta di Francesco Tullio Altan. Che ha opposto alla “speranza” dei tanti giovani festosamente scesi per strada chiedendo di proteggere il mondo dagli uomini che lo rovinano  “l’orrore” di quel disgraziato “suprematista” che ha assaltato a suo modo due moschee in Nuova Zelanda facendo 49 morti.

            Per fortuna quel disgraziato, avvolto idealmente nel suo “manifesto” contro gli immigrati, in una trasferta mentale a 19 mila chilometri di distanza, quanti separano la Nuova Zelanda dall’Italia, si è fermato a Macerata e all’ex candidato della Lega Luca Traini, che sparò all’impazzata, anche lui contro l’immigrazione, non facendo vittime, salvo sei feriti, tutti stranieri, ma riuscendo a cambiare in qualche modo il clima della campagna elettorale dell’anno scorso.

            Non voglio neppure immaginare se il disgraziato emulo in Nuova Zelanda dell’”infastidito” Traini, come si è autodefinto l’uomo di Macerata scoprendosi nodello di tanto orrore,  si fosse avventurato nel suo viaggio ideale sino a Roma  avvicinandosi festosamente al Viminale. Pericolo scampato, per il ministro dell’Interno, per i suoi infelici e rischiosi  slogan contro le “pacchie” e per l’Italia.

 

 

 

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Andreotti e Donat-Cattin: i due coetanei che si ritrovano nel loro centenario

A cento anni dalla nascita due campioni della Dc fra i più diversi, se non opposti, Giulio Andreotti e Carlo Donat-Cattin, si sono ritrovati nelle celebrazioni che ne hanno fatto al Senato, a poche settimane di distanza, storici e amici che li hanno studiati e frequentati. E li hanno ricordati con una nostalgia ben comprensibile, vista la qualità, francamente, di molti dei loro successori a livello partitico e di governo, come ha osservato il senatore ed ex presidente della Camera Pier Ferdinando Casini, democristiano doc.

I due coetanei ritrovati nel rimpianto dei colleghi di partito, ma forse anche al di fuori di quella he fu la Dc, sono peraltro accomunati da passaggi drammatici della loro lunga esperienza politica. A ricordare i quali viene un po’ la pelle d’oca.

Ad Andreotti capitò, dopo essere stato sette volte presidente del Consiglio e ancora più volte ministro in postazioni anche delicatissime come quelle della Difesa e degli Esteri, di essereAndreotti.jpg processato per omicidio e per mafia. E di uscirne assolto, per fortuna prima di morire, anche se sull’assoluzione per mafia il suo accanito accusatore, l’allora capo della Procura di Palermo Gian Carlo Caselli, gli rimprovera ancora una prescrizione parziale: quella riferita ai fatti, agli incontri, alle frequentazioni precedenti la primavera del 1980. Che la Corte d’Appello ritenne accertati, in riferimento al reato di associazione a delinquere, con argomentazioni e deduzioni ritenute però nella sentenza definitiva della Cassazione ragionevoli quanto quelle di segno opposto: cosa che gli avvocati difensori di Andreotti ricordano giustamente  ogni volta che al loro defunto cliente viene contestata dai suoi irriducibili avversari l’assoluzione.

Ma prima ancora di essere processato, ad Andreotti era capitato drammaticamente di gestire alla guida del governo nel 1978 la gestione di quella tragedia costituita dal sequestro di Aldo Moro. Che le brigate rosse rapirono fra il sangue della sua scorta, sterminata come in una macelleria -parola di una terrorista partecipe dell’operazione- a poche centinaia di metri da casa, per ucciderlo dopo 55 giorni di prigionia e di tentativi più o meno sinceri di trattarne il rilascio.

A Carlo Donat-Cattin, che visse quella tragedia con l’angoscia di un amico appena salvato proprio da Moro come ministro dell’Industria a conclusione di una crisi di governo in cui  aveva rischiato di non essere confermato per un veto posto dai comunisti, partecipi della maggioranza di cosiddetta solidarietà nazionale, sarebbe capitata due anni dopo la tragedia di scoprirsi padre di un terrorista. E questo proprio a lui che come ministro del Lavoro, a cavallo fra gli anni Sessanta e Settanta, con l’esperienza abbinata di sindacalista e di politico, aveva saputo spegnere i fuochi sociali nei quali covavano già le prime tentazioni della lotta armata.

La vicenda del figlio terrorista, per la quale l’allora presidente del Consiglio Francesco Cossiga rischiò il processo davanti alla Corte Costituzionale sotto l’accusa di avere aiutato l’imputato a scampare allora all’arresto, spezzò il cuore a Carlo Donat-Cattin. Che sarebbe stato colto dal primo infarto accompagnando la moglie dopo qualche anno a trovare il figliolo in carcere. E, tornato alla piena attività politica da protagonista, per esempio di un congresso della Dc destinato ad aprire la stagione del pentapartito a guida alternata fra socialisti e democristiani, di cuore sarebbe morto nel 1991, dopo un’operazione in cui i medici avevano cercato di ripararglielo.

So bene che la storia non si fa con i se. Ma lasciatemi sospettare che ben difficilmente Mino Martinazzoli sarebbe riuscito a tradurre la crisi della Dc sopraggiunta a Tangentopoli nella chiusura del partito se fosse stato ancora vivo Carlo Donat-Cattin. Glielo avrebbe fisicamente impedito. La morte di un uomo come lui fu il colpo di grazia alla Dc dopo la fine di Moro. Che della Democrazia Cristiana era stato il cervello, come Donat-Cattin avrebbe continuato per tredici anni ad esserne il cuore, purtoppo già segnato di suo per la tragedia ricordata del figlio.

Fra Aldo Moro e Carlo Donat-Cattin, come è stato ricordato dallo storico Francesco Malgeri nella Moro e Donat Cattin.jpgcerimonia celebrativa del centenario della nascita dello stesso Donat-Cattin, svoltasi nell’affollata Sala Koch del Senato alla presenza significativa del capo dello Stato Sergio Mattarella,  moroteo dichiarato nella storia della Dc, fu vero scambio costante di amicizia e stima, personale e politica, pur nella diversità dei loro temperamenti, pari se non superiore a quella di entrambi con Andreotti.

Della diversità fra Moro e Carlo Donat-Cattin ho ancora nitido un ricordo personale che risale al mese di dicembre del 1971, quando si cercava di eleggere a Montecitorio, a Camere naturalmente congiunte, il successore di Giuseppe Saragat al Quirinale.

Il candidato col quale la Dc si era presentata all’appuntamento, l’allora presidente del Senato Amintore Fanfani, era stato ormai messo fuori gioco dai cosiddetti franchi tiratori del suo partito. Dove tuttavia si stentava a trovare un’intesa fra le correnti su un altro candidato. Donat-Cattin spingeva per la designazione di Moro, allora ministro degli Esteri. E voleva che l’amico non si limitasse, come faceva, ad aspettare pazientemente che maturassero le condizioni di partito a lui favorevoli. Che in effetti non sarebbero mai arrivate, essendosi alla fine i gruppi parlamentari dello scudo crociato espressi a favore di Giovanni Leone, sia pure per una manciata di voti a scrutino segreto.

Donat-Cattin, peraltro già espostosi contro Leone sette anni prima, in occasione della successione anticipata ad Antonio Segni, impedito al Quirinale da un ictus nell’estate del 1964, chiese ad un certo punto che Moro si facesse votare in aula al primo scrutinio a portata di mano contando su mezza Dc e sui comunisti, pronti a sostenerlo dopo avere contribuito all’insuccesso di Fanfani, “l’altro cavallo di razza” del partito di maggioranza, come si diceva allora.

Ebbene, a Moro che si sottraeva alle sue sollecitazioni, ancora fiducioso che l’ormai sconfitto Fanfani Moro.jpgdesse via libera alla sua candidatura, l’insofferente Donat-Cattin, seduto su un divano nel “Transatlantico” di Montecitorio, mandò a dire tramite il fedelissimo Renato Dell’Andro, rosso in volto e ancora più minuto del solito per l’imbarazzo: “Si convinca che per fare i figli bisogna fottere”.

Moro, informato del messaggio nell’ufficio dell’amico Tullio Ancora, un funzionario della Camera curiosamente provvisto al centro della fronte di una frezza bianca simile a quella del leader democristiano, ne sorrise. E quando dai gruppi parlamentari uscì la candidatura di Leone, e il segretario del partito Arnaldo Forlani temeva, come confidava agli amici, di assistere a un “safari natalizio”, data la stagione, Moro chiamò personalmente anche Donat-Cattin per raccomandargli un voto disciplinato per l’uomo designato dalla maggioranza dei parlamentari dello scudo crociato.

Non so francamente se Donat-Cattin ubbidì a Moro e al suo partito, nei cui riguardi Andreotti soleva rimproverare il mio amico Carlo di comportarsi come “un anarchico”, neppure tanto simpatico, spintosi una volta a disertare per polemica proprio con lui una cerimonia di giuramento come ministro al Quirinale. Leone comunque fu eletto alla seconda delle due votazioni svoltesi in aula sulla sua candidatura. E sei anni e mezzo dopo fu tra i pochi, forse anche a costo di perdere la Presidenza della Repubblica, a prodigarsi davvero, per cercare di strappare Moro alla morte predisponendosi a graziare una terrorista contenuta nell’elenco dei tredici detenuti con i quali i brigatisti rossi avevano reclamato di scambiare l’ostaggio.

Donat-Cattin, parlandogliene una volta a Saint Vincent, dove ogni anno riuniva in autunno la sua corrente, mi confidò di essere anche lui convinto che Leone con quelle dimissioni impostegli nel mese di giugno del 1978,  sei mesi prima della scadenza del mandato e un mese dopo l’assassinio di Moro, avesse pagato proprio la colpa di quella grazia peraltro mancata. I terroristi infatti, informati chissà da chi, ma con tempestività a dir poco inquietante, l’avevano preceduta uccidendo il prigioniero.

 

 

 

 

Pubblicato su Il Dubbio

Salvini non ha digerito il piatto cinese servitogli a colazione al Quirinale

            A vederlo arrivare, sereno e sorridente, al convegno nella Sala Koch del Senato per la celebrazione del centenario della nascita di Carlo Donat-Cattin, il leader della sinistra sociale della Dc morto il 17 marzo 1991 dopo un’operazione al cuore, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella non sembrava proprio contrariato di quanto gli stava politicamente accadendo intorno di spiacevole, a dir poco. Che era lo strappo della tela tessuta in una colazione al Quirinale con mezzo governo a favore del memorandum d’intesa commerciale con la Cina preparato sulla cosiddetta Via della Seta. E che, nonostante le proteste, le preoccupazioni e persino le minacce levatesi dagli alleati al di qua e ancor più al di là dell’Atlantico, dovrebbe essere firmato la settimana prossima, in occasione di una lunga visita ufficiale del presidente della Cina in Italia.

            Il vice presidente leghista del Consiglio e ministro dell’Interno Matteo Salvini, pur avendo dato a Mattarella l’impressione, in quella colazione organizzata in vista del Consiglio Europeo, di avere rinunciato alle riserve espresse o attribuitegli sino al giorno prima, ha riaperto il caso cinese con tale vigore da avere imposto al presidente del Consiglio un altro, l’ennesimo vertice di maggioranza e di governo.

            Sembra che a fare sobbalzare di nuovo Salvini sia stata la lettura di un testo aggiornato del memorandum a causa delle modalità di accesso dei cinesi, in senso lato, ai porti di Trieste e di Genova. Ma del ripensamento di Salvini viene, a torto o a ragione, attribuita al suo omologo grillino Luigi Di Maio, dietro la facciata sempre meno convincente dei loro buoni rapporti personali e politici, una spiegazione da anni, diciamo così, della guerra fredda. Durante i quali politica interna e politica estera si intrecciavano tra sgambetti, complotti, doppi giochi, spionaggio camuffato da diplomazia e via mescolando.

            Dalle parti dei grillini, decisamente filocinesi in questa partita della cosiddetta Via della Seta immaginata a Pechino per penetrare -anche qui in senso lato- in Europa con la stessa forza usata in Africa, si leggono le resistenze di Salvini alla luce di un recente viaggio del sottosegretario leghista alla presidenza del Consiglio Giancarlo Giorgetti negli Stati Uniti, di un incontro successivo dello stesso Giorgetti con l’ambasciatore americano a Roma e dei contatti costanti di un altro sottosegretario dello stesso partito con quell’ambasciata. Sono passati evidentemente i tempi pur recenti dei rapporti privilegiati dei leghisti con la Russia di Putin, dove Salvini disse una volta di senirsi di casa.  

Quella che viene adesso avvertita fra i grillini è una tentazione del leader leghista di scalare Palazzo Chigi con l’aiuto non delle cinque stelle di casa, che ne sarebbero esautorate, ma delle stelle e strisce americane. Il che presupporrebbe la preparazione di una crisi di governo dopo le elezioni europee di fine maggio, e il prevedibile sorpasso dei leghisti sui pentastellati su tutto il territorio nazionale: non più ora in una regione e domani in un’altra, com’è avvenuto dall’anno scorso, cioè della formazione del governo. E come si ripeterà probabilmente domenica 24 marzo nella piccola ma significativa Basilicata.

            Vasto programma, avrebbe detto scherzando ma non troppo la buonanima del generale Charles De Gaulle. Vi lascio immaginare cosa potrebbe sfuggire di bocca e di testa a Beppe Grillo, che già non perde occasione nei teatri dove si esibisce col suo spettacolo vantandosi di avere chiesto alla madre di Salvini, passatagli una volta incautamente al telefono dal leader leghista in un aeroporto, perché mai non avesse usato la pillola piuttosto che concepire quel figlio.

            In questo Carnevale continuo, e quindi fuori stagione, che sembra essere il dibattito politico in Italia, con annessi e connessi riflessi nell’azione di governo, non si sa più neppure come rincorrere gli argomenti: dalla Via della Seta, percorsa a grande velocità da Luigi Di Maio con due visite in pochi mesi in Cina, giusto per dimostrare quanto lenti fossero stati su quella strada i precedenti governi di Matteo Renzi e di Paolo Gentiloni, al decreto legge reclamato da Salvini per sbloccare una trentina di cantieri, e persino al raduno veronese di fine mese sponsorizzato dai leghisti per valorizzare e aiutare le famiglie naturali, o normali. Che Di Maio ha preferito invece definire in un salotto televisivo “sfigate”, con tutto ciò che ne è conseguito, compresa la rimozione del simbolo di Palazzo Chigi dall’evento di Verona, adoperato dagli organizzatori scambiando il Ministero leghista della famiglia con la Presidenza del Consiglio. Sono cose che possono accadere, appunto, di Carnevale.

 

 

 

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