Salvini non ha digerito il piatto cinese servitogli a colazione al Quirinale

            A vederlo arrivare, sereno e sorridente, al convegno nella Sala Koch del Senato per la celebrazione del centenario della nascita di Carlo Donat-Cattin, il leader della sinistra sociale della Dc morto il 17 marzo 1991 dopo un’operazione al cuore, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella non sembrava proprio contrariato di quanto gli stava politicamente accadendo intorno di spiacevole, a dir poco. Che era lo strappo della tela tessuta in una colazione al Quirinale con mezzo governo a favore del memorandum d’intesa commerciale con la Cina preparato sulla cosiddetta Via della Seta. E che, nonostante le proteste, le preoccupazioni e persino le minacce levatesi dagli alleati al di qua e ancor più al di là dell’Atlantico, dovrebbe essere firmato la settimana prossima, in occasione di una lunga visita ufficiale del presidente della Cina in Italia.

            Il vice presidente leghista del Consiglio e ministro dell’Interno Matteo Salvini, pur avendo dato a Mattarella l’impressione, in quella colazione organizzata in vista del Consiglio Europeo, di avere rinunciato alle riserve espresse o attribuitegli sino al giorno prima, ha riaperto il caso cinese con tale vigore da avere imposto al presidente del Consiglio un altro, l’ennesimo vertice di maggioranza e di governo.

            Sembra che a fare sobbalzare di nuovo Salvini sia stata la lettura di un testo aggiornato del memorandum a causa delle modalità di accesso dei cinesi, in senso lato, ai porti di Trieste e di Genova. Ma del ripensamento di Salvini viene, a torto o a ragione, attribuita al suo omologo grillino Luigi Di Maio, dietro la facciata sempre meno convincente dei loro buoni rapporti personali e politici, una spiegazione da anni, diciamo così, della guerra fredda. Durante i quali politica interna e politica estera si intrecciavano tra sgambetti, complotti, doppi giochi, spionaggio camuffato da diplomazia e via mescolando.

            Dalle parti dei grillini, decisamente filocinesi in questa partita della cosiddetta Via della Seta immaginata a Pechino per penetrare -anche qui in senso lato- in Europa con la stessa forza usata in Africa, si leggono le resistenze di Salvini alla luce di un recente viaggio del sottosegretario leghista alla presidenza del Consiglio Giancarlo Giorgetti negli Stati Uniti, di un incontro successivo dello stesso Giorgetti con l’ambasciatore americano a Roma e dei contatti costanti di un altro sottosegretario dello stesso partito con quell’ambasciata. Sono passati evidentemente i tempi pur recenti dei rapporti privilegiati dei leghisti con la Russia di Putin, dove Salvini disse una volta di senirsi di casa.  

Quella che viene adesso avvertita fra i grillini è una tentazione del leader leghista di scalare Palazzo Chigi con l’aiuto non delle cinque stelle di casa, che ne sarebbero esautorate, ma delle stelle e strisce americane. Il che presupporrebbe la preparazione di una crisi di governo dopo le elezioni europee di fine maggio, e il prevedibile sorpasso dei leghisti sui pentastellati su tutto il territorio nazionale: non più ora in una regione e domani in un’altra, com’è avvenuto dall’anno scorso, cioè della formazione del governo. E come si ripeterà probabilmente domenica 24 marzo nella piccola ma significativa Basilicata.

            Vasto programma, avrebbe detto scherzando ma non troppo la buonanima del generale Charles De Gaulle. Vi lascio immaginare cosa potrebbe sfuggire di bocca e di testa a Beppe Grillo, che già non perde occasione nei teatri dove si esibisce col suo spettacolo vantandosi di avere chiesto alla madre di Salvini, passatagli una volta incautamente al telefono dal leader leghista in un aeroporto, perché mai non avesse usato la pillola piuttosto che concepire quel figlio.

            In questo Carnevale continuo, e quindi fuori stagione, che sembra essere il dibattito politico in Italia, con annessi e connessi riflessi nell’azione di governo, non si sa più neppure come rincorrere gli argomenti: dalla Via della Seta, percorsa a grande velocità da Luigi Di Maio con due visite in pochi mesi in Cina, giusto per dimostrare quanto lenti fossero stati su quella strada i precedenti governi di Matteo Renzi e di Paolo Gentiloni, al decreto legge reclamato da Salvini per sbloccare una trentina di cantieri, e persino al raduno veronese di fine mese sponsorizzato dai leghisti per valorizzare e aiutare le famiglie naturali, o normali. Che Di Maio ha preferito invece definire in un salotto televisivo “sfigate”, con tutto ciò che ne è conseguito, compresa la rimozione del simbolo di Palazzo Chigi dall’evento di Verona, adoperato dagli organizzatori scambiando il Ministero leghista della famiglia con la Presidenza del Consiglio. Sono cose che possono accadere, appunto, di Carnevale.

 

 

 

Ripreso da http://www.startmag.it policymakermag.it

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Blog su WordPress.com.

Su ↑

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: