I grillini disertano l'”armeria” festeggiata al Senato dai leghisti

            Ministri e sottosegretari grillini si sono tenuti lontani dai banchi del governo quando il Senato ha approvato in via definitiva la riforma della legittima difesa. Essi hanno voluto lasciare la festa Votazione.jpgtutta o sola ai leghisti. Il cui leader Matteo Salvini, vice presidente del Consiglio e ministro dell’Interno, orgoglioso del risultato, si è diviso festante tra le postazioni governative e i banchi del gruppo leghista, con una gestione degli spazi già sperimentata nella sedutafestaSalvini 2 .jpg conclusiva, sempre al Senato, del fallito tentativo della magistratura di Catania di processarlo per sequestro aggravato di oltre 170 immigrati: quelli regolarmente soccorsi in alto mare nella scorsa estate dal pattugliatore della Guardia Costiera  “Diciotti” ma trattenuti a bordo per alcuni giorni, e in porto, allo scopo di distribuirli fra vari paesi europei ed enti disponibili all’accoglienza. Con la riforma della legittima difesa, come con l’epilogo della vicenda “Diciotti” , va comunque detto che Salvini si è ritrovato, quanto a presenze e appoggi, col o nel centrodestra. 

            Banchi del governo e banchi leghisti nell’aula pur “bomboniera” di Palazzo Madama debbono essere stati scambiati dagli alleati a cinque stelle del Carroccio per quelle armerie che i critici della nuova legge immaginano destinate ad andare controcorrente rispetto alla recessione in corso. Rolli.jpgEsse potrebbero essere sommerse da richieste di acquisti di pistole, fucili e quant’altro occorrente a chi intende stendere secchi i ladri dentro o davanti a casa. E poi ad appuntarsi sulla camicia da notte, o di giorno, una bella stella da sceriffo da opporre al primo magistrato ancora convinto di poter indagare sull’accaduto, visto che neppure la nuova legge, per fortuna, glielo vieta.

            Ironia e vignette a parte, che certamente non sono mancate sui giornali, le distanze -chiamiamole così- che i pentastellati hanno voluto prendere fisicamente e politicamente da una legge pur contemplata nel famoso “contratto” di governo stipulato con i leghisti l’anno scorso, al pari di quelle che i leghisti a loro volta prendono da altre leggi di stampo maggiormente grillino, danno la misura peraltro crescente di una situazione a dir poco anomala. Che si trascinerà sicuramente sino alle elezioni europee ed amministrative di fine maggio, ma potrebbe anche scavalcarle se risultassero veri, e non solo tattici, i propositi manifestati sia da Salvini sia Giannelli.jpgdal suo omologo Luigi Di Maio di andare avanti così sino alla fine ordinaria della legislatura, fra quattro anni, scambiandosi graffi -come dice lo stesso Di Maio- o sgambetti o dispetti o minacce, o tutte queste cose insieme ogni volta. E ciò persino nei passaggi a dir poco drammatici che aspettano i due partiti, e i loro uomini e donne, sul percorso ineludibile della cosiddetta manovra correttiva di bilancio e della prossima legge ex finanziaria sotto le stelle -si fa per dire- di una recessione più forte delle parole che la smentiscono, o cercano inutilmente di ridurne dimensioni ed effetti.

            Qualche giorno fa il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, parlando nella sua terra, ha spiegato che “la pugliesità è sorridere alla vita e conservarsi umili, non farsi girare la testa per l’ambizione e il successo”. Ma, tornato a Roma, deve avere parlato con qualche persona sbagliata se il più diffuso giornale italiano ha raccontato di suoi malumori per i comportamenti dei leghisti nel governo e nella maggioranza e di sue tentazioni, o addirittura propositi, di ricambiarli della stessa moneta spalleggiando più di quanto non abbia già fatto sinora il suo vice presidente a cinque stelle. Un esempio per tutti: la gestione della pratica Tav, intesa come linea ferroviaria ad alta ma contestatissima velocità per il trasporto delle merci da Lione a Torino, e viceversa.

            Durante la cosiddetta prima Repubblica c’erano gli autunni politicamente caldi. In questa terza, incipiente Repubblica, promessa agli italiani da grillini e leghisti firmando il loro contratto di governo, potremmo essere già arrivati sulla soglia di una estate gelida, per le sorprese che potrebbe riservarci. O torrida, all’opposto, se preferite essere più tradizionalmente stagionali.

 

 

 

 

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La curiosa caccia al Salvini intimo nel pieno delle sue lotte politiche

            Il gossip è gossip, per carità. E lo scoop è scoop, naturalmente. Ma c’è qualcosa di troppo strano o curioso, e anche di sospetto, diciamo la verità, in questa faccenda della caccia in corso al Matteo Salvini intimo, alle sue frequentazioni femminili in un momento in cui continua a salire la sua esposizione politica, con tutti i voti che il vice presidente leghista del Consiglio e ministro dell’Interno riesce a rastrellare nelle urne e i problemi che crea agli alleati di governo attuali e a quelli potenziali, che adesso lo sono soltanto a livello locale ma vorrebbero tornare ad esserlo anche a livello nazionale. E temono, questi ultimi, ch’egli abbia poca o nessuna voglia di farlo, almeno fino a quando non avrà finito di spolpare ben bene l’osso grillino regalatogli dalle circostanze più o meno astrali di un anno fa.

              Le elezioni politiche del 4 marzo 2018 avevano regalato notoriamente a Salvini da una parte il sorpasso su Silvio Berlusconi all’interno di un centrodestra non autosufficiente nel nuovo Parlamento, e dall’altra una vittoria inutile del movimento delle cinque stelle. Che era uscito dalle urne col maggior numero di voti rispetto a ciascuno di tutti gli altri partiti ma insufficienti a realizzare il sogno di governare da solo. Esso fu infine costretto a scegliere come alleato la forte Lega di Salvini piuttosto che un Pd debole ma non abbastanza da cedere alla tentazione di governare con chi ne aveva determinato il tracollo elettorale.

            Ora Salvini è costretto a muoversi fra l’insofferenza, la paura e quant’altro  sia dei grillini-  che non potendo o non volendo rompere con lui per non provocare elezioni anticipate che ne dimezzerebbero forse la consistenza parlamentare, come sta accadendo nelle elezioni regionali, hanno deciso di tentarne il logoramento con una guerriglia mediatica e politica, fatta di scavalcamenti e sgambetti, d’altronde ampiamente ricambiati- sia degli alleati locali, particolarmente i forzisti di Berlusconi. Fra i quali è diffusa la convinzione, neppure tanto nascosta, che il tempo non lavori per loro e per il loro leader in marcia inarrestabile verso gli 83 anni. Che sono obiettivamente tanti rispetto ai 46 di Salvini, compiuti da poco.

            In questo contesto a dir poco difficile e a due mesi dalle forse decisive elezioni europee di fine maggio, mentre la recessione continua a battere alla porta e richiede interventi socialmente e finanziariamente indigeribili che egli commette l’errore, già fatto da Berlusconi a Palazzo Chigi nel 2011, di esorcizzare liquidando i critici e i preoccupati come “gufi”, Salvini irrompe sulle prime pagine con le sue vere o presunte nuove fidanzate. L’ultima delle quali sembra essere Salvini e Francesca 2 .jpgFrancesca Verdini, per uno sfortunato caso politico figlia di Denis. Che nella scorsa legislatura mollò Berlusconi per aiutare il Pd di Matteo Renzi a sopravvivere all’opposizione leghista ricongiuntasi ad un certo punto con quella forzista. Siamo a un pasticcio politico pari a quello familiare e di più vasta immagine che deriva dalla mobilità sentimentale di un Salvini contemporaneamente schierato sul versante di tutt’altro tipo di famiglia celebrato nel raduno di Verona, liquidato dal grillino Di Maio come quello degli “sfigati” nella loro antica concezione dei rapporti indissolubili.

            Si dà il caso che il settimanale dello scoop sul Salvini intimo -il famosissimo e specializzatissino Chi, in edicola dal lontano 1995, diretto da Alfonso Signorini- sia di proprietà del gruppo Mondadori. Cioè riconducibile a Berlusconi. E’ una coincidenza non so se più diabolica o sfortunata per entrambi, cioè per lo stesso Berlusconi, che ha già avuto grossi problemi in passato con alleati a tempo pieno e non, tipo Gianfranco Fini,  per il tipo di attenzione riservata loro dai giornali di famiglia del Cavaliere, e per Salvini. Che intanto, sempre alle prese Casarini.jpgcoi problemi dei migranti e delle navi che li soccorrono, non è ancora riuscito a smaltire l’arrabbiatura, a dir poco, procuratagli dalla notizia e dalla foto di Luca Casarini indagato per traffico clandestino di migranti, appunto, e orgogliosamente ospitato alla Camera, tra la buvette, il cosiddetto transatlantico e il cortile del Palazzo di Montecitorio, dalla sinistra antileghista. Alla visita è peraltro seguito il ritorno di Casarini sulla nave Mare Jonio nel frattempo dissequestrata a Lampedusa e pronta probabilmente ad altre sfide alla linea del Viminale sui soccorsi in mare e sugli sbarchi.

 

 

 

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Un Salvini inedito che fa intristire solo il povero Berlusconi

            Ha sicuramente dell’inedito, del sorprendente, ma anche del vecchio o dell’abituale se pensiamo alla capacità che egli ha dimostrato di cambiare in pochi anni il suo stesso partito, il Matteo Salvini “buonista” degli ultimi giorni, o delle ultime ore.

            E’ il Salvini che, ospite televisivo di Maurizio Costanzo, si arruola tra gli ammiratori del vincitore italiano di origini egiziane dell’ultimo festival canoro di Sanremo, Mahmood. Il cui merito maggiore, però, non sembra essere agli occhi del leader leghista di saper cantare, viste le reazioni del ministro dell’Interno a quella vittoria,  ma di essere piaciuto e di piacere “a mio figlio”, ha spiegato lo stesso Salvini con disarmante sincerità.

            E’ il Salvini che prima dice no, mandandolo quasi a quel paese con la sfida a farsi eleggere fra qualche anno al Parlamento, o a qualcosa del genere, e poi dice sì alla cittadinanza italiana al tredicenne Ramy.jpgegiziano Ramy Sheata.  Senza la cui astuzia e il cui coraggio i Carabinieri non sarebbero riusciti probabilmente a salvare dal sequestro una cinquantina di ragazzi su un autobus a San Donato Milanese. “E’ come se fosse mio figlio”, ha commentato, orgoglioso e pentito allo stesso tempo, oppure orgogliosamente pentito, il potente ministro ostinatamente chiamato “Truce”, che fa peraltro rima col Duce, da quello strano buonista che è Giuliano Ferrara, sbrigativo e duro come pochi altri quando mira contro qualcuno o qualcosa.

            E’ il Salvini plurifamiliare, diciamo così, che non solo promette la cittadinanza a Ramy ma lo invita al Viminale praticamente per festeggiarla, senza aspettare il lungo percorso burocratico della pratica, che deve passare, fra le tante scrivanie, anche per quella del presidente della Repubblica. Dove sicuramente non troverà ostacoli, ma vi deve pur sempre arrivare.

            E’ il Salvini che riconosce di non poter premiare Ramy senza premiare anche il coetaneo e ugualmente coraggioso Adam El Hamami, di famiglia marocchina, prezioso pure lui su quell’autobus dove stava per consumarsi un’autentica, orribile tragedia.

            E’ il Salvini che per quieto vivere politico, cioè per opportunità, o opportunismo, come preferite, visto che si è impegnato a salvare il governo da ogni tentazione di “incassare” i guadagni elettorali che va accumulando da un anno a spese dell’alleato grillino, che ne è in qualche modo diventato prigioniero, lascia per un pò che l’omologo pentastellato a Palazzo Chigi Luigi Di Maio e il guardasigilli anche lui a cinque stelle Alfonso Bonafede si vantino pubblicamente di averlo convinto, una volta tanto, alla generosità. Poi però ci ripensa anche su questo e precisa che ha cambiato idea da solo, senza farsi condizionare dai colleghi gialli di governo, bastandogli e avanzandogli evidentemente la consapevolezza della impopolarità del diniego.

           Silvio Berlusconi, che ai protagonisti del salvataggio della scolaresca di Crema avrebbe dato e darebbe anche di più, è l’unico che avrebbe paradossalmente motivo di dolersi del Salvini inedito di questi giorni o di queste ore: tanto buono e aperto con gli altri, quanto chiuso politicamente a lui. Con cui “il capitano” della Lega vince puntualmente tutte le elezioni locali, facendo incetta di regioni e comuni, ma non ha nessuna voglia di tornare, o di cercare di tornare a governare, a livello nazionale separandosi dai grillini. Con i quali “la relazione”, peraltro autorizzata dallo stesso Berlusconi l’anno scorso per evitare un ritorno troppo ravvicinato alle urne, è stata appena definita “occasionale” dalla pentastellata di rango Roberta Lombardi.

           Ma oltre che “occasionale”, non proprio il massimo nella scala dei valori per questo tipo di rapporti, la relazione con i leghisti deve intendersi anche poco onorevolmente “obbligata”, ha spiegato la capogruppo grillina alla RegioneLombardi.jpg Lazio, dove svolge peraltro un’opposizione assai moderata o, costruttiva, al governatore e nuovo segretario del Pd Nicola Zingaretti, aiutandolo a suo modo a tenere anche il doppio incarico. Obbligata, ha spiegato ancora la signora, dopo il mancato e più desiderato accordo, l’anno scorso, col Pd uscito a pezzi dalle urne, e quindi senza tante pretese da poter avanzare.

 

 

 

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Matteo Salvini non rinuncia all'”incasso”. Lo rinvia alzando la posta

Con o senza lo specchietto che Emilio Giannelli gli ha messo in mano sulla prima pagina del Corriere della Sera per farlo narcisisticamente ammirare nella “Potenza”, sotto tutti i sensi, dei risultati elettorali in Lucania, dove in un anno è riuscito a triplicare i voti della sua Lega e a ridurre a meno della metà quelli del Movimento delle cinque stelle, con cui governa a livello nazionale, Matteo Salvini non si rende forse conto di assomigliare al suo quasi omonimo Renzi. Di cui pure egli si è vantato una volta di avere sistemato un ritratto sul comodino, o dintorni, a titolo di monito, cioè per ricordarsi dei suoi errori e non condividerne la sorte.

            Le assicurazioni di lunga vita al governo anche dopo la nuova batosta presa dai grillini e l’apprezzamento del primo posto nella graduatoria dei partiti in Basilicata vantato da Luigi Di Maio Di Maio e Salvini.jpg“nonostante  c’erano” -ha detto testualmente il vice presidente pentastellato del Consiglio travolgendo anche la lingua italiana- tante altre liste in gara, anche unite contro quella solitaria della propria parte politica, fanno tornare alla memoria i messaggi e messaggini con cui Matteo Renzi, arrivato alla segreteria del Pd nel 2013, esortava l’amico e compagno di partito Enrico Letta Rolli.jpga “stare sereno” a Palazzo Chigi. Sereno un corno, naturalmente, come l’allora presidente del Consiglio scoprì rapidamente, e così sinceramente da passare con ostentato fastidio proprio a Renzi la campanella del governo nella cerimonia di passaggio delle consegne al vertice dell’esecutivo.

            Salvini non ha per niente rinunciato all’”incasso” – per ripetere il termine da lui adoperato- di quello che sta raccogliendo elettoralmente da un anno a questa parte. Lo ha solo rinviato a tempi migliori, quando potrà aumentare ancora di più la posta. Il che potrà accadere già dopo le elezioni europee ed amministrative di fine maggio o ancora più in là, magari davvero fra quattro anni, alla fine ordinaria della legislatura, come lui stesso dice, se i grillini continueranno a farsi Amaro Lucano.jpgspolpare dalla Lega pur di sfruttare sino all’ultimo i vantaggi, di potere ed altro ancora, derivanti dalla loro attuale consistenza parlamentare. E sempre che, naturalmente, il governo in carica, o rimaneggiato, si mostri davvero in grado di affrontare la recessione economica e di varare manovra correttiva, legge finanziaria e quant’altro, non limitandosi a sognare i miliardi di euro che camminano nella immaginazione di Di Maio sulla cosiddetta Via della Seta.

Speculare alla linea apparentemente tranquilla, rasserenante e altro ancora di Salvini è quella del presidente del Consiglio Giuseppe Conte, ben rappresentato nella vignetta di Vauro Senesi sulla prima prima pagina dell’insospettabile Fatto Quotidiano. Che ha praticamente riso dell’olimpica attesaVauro.jpg della “valanga” leghista da parte del professore e “avvocato del popolo”, appena espostosi tuttavia ad un’offerta, o disponibilità, negata dopo averne accennato nella conferenza stampa di fine anno: la verifica, revisione, aggiornamento del famoso “contratto” di governo stipulato circa un anno fa. Di cui ogni giorno sono sempre più evidenti le carenze, le ambiguità e le contraddizioni.

            E’ obiettivamente impagabile l’umorismo di Vauro, che ha avuto così modo di rifarsi anche della brutta sorpresa appena riservatagli da quella specie di vittima del sistema giudiziario italiano che gli era sembrato per tanti anni Cesare Battisti. Il quale, invece, una volta finito in carcere e interrogato dai magistrati, curiosi non di verificare le sue responsabilità di terrorista, già accertate con sentenze definitive, ma di conoscere solo gli aiuti di cui ha potuto disporre per sfuggire così a lungo alla giustizia del suo Paese, ha confessato i quattro omicidi per i quali fu a suo tempo condannato: tutti commessi naturalmente, secondo lui, nella convinzione di partecipare ad una “guerra civile”. Che aveva il torto di essere stata dichiarata e condotta solo da una parte: quella naturalmente dei terroristi.

            Stanco di scambiare il diavolo per l’acqua santa, il buon Vauro si è reso prudente. E, fatte naturalmente le debite ed enormi differenze, ha pensato di non cadere nelle trappole della indifferenza e della tranquillità di un presidente del Consiglio che, d’altronde, sembra così poco contento pure lui di come gli vadano le cose da avere avvertito che quella in corso è la sua prima e ultima, quindi unica, esperienza politica.

 

 

 

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I generosi tentativi di Sandro Fontana di sottrarre il centrodestra al populismo

In queste settimane di rievocazioni di grandi personaggi della Dc, fra centenari della nascita e anniversari della morte, mi è toccata la fortuna di assistere e partecipare anche al ricordo di Sandro Fontana. Che fu tra i pochi a muoversi costantemente nella Democrazia Cristiana combinando la professione dello storico e la passione del politico. Fu, fra l’altro, assessore alla Fontana.jpgCultura della Regione Lombardia, senatore, direttore del quotidiano ufficiale del partito, Il Popolo, e ministro dell’Università, Ricerca Scientifica e Tecnologica nel primo governo di Giuliano Amato, o penultimo -se preferite- della cosiddetta Prima Repubblica. Venne poi il governo della sua formale liquidazione, che fu presieduto nel 1993 da Carlo Azeglio Ciampi con il compito, assegnatogli dall’allora capo dello Stato Oscar Luigi Scalfaro, di gestire il cammino parlamentare della legge elettorale  con la quale nel 1994 si sarebbe rinnovato in anticipo il Parlamento. Ciò avvenne con un sistema misto, per tre quarti maggioritario e per un quarto ancora proporzionale: un sistema di fatto concepito in un referendum riguardante solo il Senato e promosso dai radicali e dal democristiano Mario Segni.

Quella legge prese il nome di chi ne fu relatore alla Camera: l’attuale presidente della Repubblica Sergio Mattarella. “Mattarellum”, la chiamò Giovanni Sartori, che si divertiva a latinizzare tutto ciò che gli capitava di analizzare come politologo.  Essa diede agli italiani negli anni della cosiddetta Seconda Repubblica, con modifiche apportate lungo la strada, la possibilità che sarebbe stato e sarebbe più corretto definire illusione di eleggere contemporaneamente il Parlamento e il governo: con tanto di candidato a Palazzo Chigi indicato sulla scheda elettorale dalle coalizioni o partiti in corsa. Illusione, perché in realtà si alternarono in quel periodo presidenti del Consiglio proposti agli elettori ma anche scelti dai partiti durante crisi di governo non sfociate, come avrebbero dovuto in uno spirito autenticamente maggioritario, in nuove elezioni per restituire la parola e la scelta ai cittadini. Lamberto Dini, Massimo D’Alema, lo stesso Amato nella sua seconda esperienza di capo del governo, Mario Monti, Enrico Letta, Matteo Renzi, Paolo Gentiloni e Giuseppe Conte, il primo della cosiddetta terza Repubblica, sono approdati tutti a Palazzo Chigi senza una designazione elettorale.

Sandro Fontana, rimasto sostenitore convinto del sistema proporzionale sino alle morte, nel 2013, e orfano della Dc quando il suo ultimo segretario, e conterraneo di Brescia, Mino Martinazzoli decise di scioglierla, tra la fine del 1993 e l’inizio del 1994, dietro la facciata di un ritorno al Partito Popolare di memoria sturziana, visse con grande sofferenza, persino fisica, quegli anni all’interno della coalizione di centrodestra. Dove cercò con una generosità pari, secondo me, alla irriconoscenza altrui di evitare gli errori che ne avrebbero poi determinato la curiosa crisi  nella quale ora si dibatte a livello nazionale, pur avendo conseguito nelle ultime elezioni politiche, l’anno scorso, il maggior numero di voti rispetto a tutti gli altri concorrenti al governo. E pur vincendo sistematicamente tutte le elezioni locali, comprese le regionali della Basilicata fresche ancora di risultati.

Sandro Fontana, pur non facendone parte per avere preferito le formazioni derivate direttamente dalla disciolta Dc e dalla tradizione culturale, sociale e politica del popolarismo cristiano di Luigi Sturzo, fu decisivo negli anni vissuti come europarlamentare per l’approdo di Forza Italia, e del suo amico Silvio Berlusconi, nel Partito Popolare Europeo.

Nel ricordare il compianto  Bertoldo -come lui amava firmare nel Popolo corrosivi e brillantissimi commenti politici- ne è stata giustamente sottolineata la profonda affinità con Carlo Donat-Cattin. Che fu il leader Donat-Cattin e Fontana.jpgdella sinistra sociale democristiana. Della cui corrente denominata Forze Nuove Sandro fu animatore infaticabile. Carlo Donat-Cattin gli faceva aprire tutte le edizioni degli storici convegni autunnali a Saint Vincent, che lui poi concludeva. E nel 1983, quando fu costretto ad una pausa da un infarto sopraggiunto alla tragedia della scoperta di un figlio terrorista di Prima Linea, Carlo affidò proprio a Sandro la conduzione anche organizzativa della corrente, tanto se ne fidava, e tale era la loro simbiosi politica.

Furono loro a sostenere per primi e a far maturare quella svolta politica che si tradusse nel famoso “preambolo” scritto dallo stesso Donat-Cattin e approvato dal congresso nazionale della Dc nel 1980. Fu il documento che segnò davvero la fine della stagione della cosiddetta solidarietà nazionale apertasi nel 1976, dopo le elezioni anticipate conclusesi -come disse Aldo Moro sostenendo la necessità di una tregua politica- con “due vincitori”, la Dc e il Pci, impossibilitati a tradurre il loro carattere alternativo in una maggioranza parlamentare dell’una contro l’altro, o viceversa.

Il Pci di Enrico Berlinguer, a dire il vero, si era ritirato autonomamente dalla maggioranza di solidarietà nazionale all’inizio del 1979, non riuscendo a reggere al logoramento elettorale subìto nella sua esperienza di appoggio esterno ad un governo di soli democristiani. Nell’ultimo dei quali, formato da Giulio Andreotti come quello precedente, Moro aveva peraltro impedito -pochi giorni prima che i brigatisti rossi riuscissero a rapirlo fra il sangue della sua scorta per uccidere anche lui dopo 55 giorni di prigionia- che fossero rimossi due ministri contro i quali i comunisti avevano cercato di imporre un veto politico: proprio Carlo Donat-Cattin, al dicastero dell’Industria, e Antonio Bisaglia, alle Partecipazioni Statali.

Forti tuttavia rimasero, dopo il ritiro del Pci dalla maggioranza, le speranze fra gli stessi comunisti e nella sinistra politica democristiana chiamata Base per una ripresa dei rapporti fra i due maggiori partiti dopo il passaggio elettorale anticipato di quel 1979. E ciò anche o soprattutto a dispetto della svolta fortemente autonomistica realizzatasi nel Psi con l’avvento e il consolidamento della segreteria di Bettino Craxi. Fu pertanto necessario un chiarimento congressuale della linea dello scudo crociato per chiudere, come dicevo, una stagione ed aprirne un’altra. Che fu quella del cosiddetto pentapartito, in cui si ritrovarono insieme con la Dc le forze liberali e socialiste incompatibili nelle esperienze degasperiane di centro e morotee di centro-sinistra.

Nella nuova stagione, maturata politicamente anche per effetto dell’indebolimento subìto con la sconfitta nel referendum sul divorzio gestito da Amintore Fanfani, la Dc pagò agli alleati il prezzo molto alto della guida di alcuni dei governi di coalizione, presieduti nel 1981 dal repubblicano Giovanni Spadolini e nel 1983 da Craxi. Che si insediò a Palazzo Chigi dopo unaForlani.jpg trattativa condotta per i democristiani da un segretario, Ciriaco De Mita, che pure si era assunto pubblicamente il ruolo di contenimento, se non di respingimento del nuovo leader socialista, troppo anticomunista per le abitudini o le visioni politiche e culturali della corrente di Base.

In occasione della presentazione di un pregevole libro su Sandro Fontana curato  con devozione dalla figlia Angelica e recentemente pubblicato da Marsilio -in cui il professore Renato Cristin, l’ex deputato del Pd Giorgio Merlo, già componente pure lui della corrente democristiana di Forze Nuove, e il giornalista bresciano Tonino Zana hanno ripercorso la vicenda umana, culturale e politica dell’indimenticabile Bertoldo- la bresciana Maria Stella Gelmini, presidente del gruppo di Forza Italia alla Camera, si è chiesta con spirito onestamente anche autocritico perché mai il centrodestra non abbia saputo o potuto evitare che la maggioranza del Paese slittasse dal popolarismo, così caro e così ben rappresentato dal suo conterraneo, al populismo oggi esondante.

La dirigente forzista ha cercato di coinvolgere nel suo spirito autocritico anche il presente Pier Ferdinando Casini chiedendogli se le cose non avessero potuto prendere un’altra piega rimanendo lui nel centrodestra, anziché uscirne e tornare al Senato, per la sua Bologna, candidandosi col Pd. Da cui tuttavia Casini aveva appena dissentito nell’aula di Palazzo Madama votando contro il processo al vice presidente leghista del Consiglio e ministro dell’Interno Matteo Salvini, accusato dalla magistratura di Catania di sequestro aggravato di  170 e più immigrati, trattenuti l’anno scorso per alcuni giorni sul pattugliatore della Guardia Costiera italiana Diciotti, in attesa che ne fosse concordata la distribuzione fra vari paesi e la Conferenza episcopale italiana.

La capogruppo di Forza Italia a Montecitorio ha ricevuto come risposta da Casini, seduto in prima fila nella suggestiva sala dell’Istituto Luigi Sturzo che ospitava la presentazione del libro sul comune amico Fontana, un sorriso silente, e non credo autocritico. Egli aveva, in realtà, rotto politicamente con Berlusconi anni fa contestando proprio il forte peso nel centrodestra di una Lega che già conteneva, ai tempi di Umberto Bossi, tentazioni che oggi definiremmo populistiche. E che Salvini ha indubbiamente saputo tradurre di più in voti, tanto da toglierne anche agli attuali partner di governo grillini ridimensionandone rapidamente la consistenza, sia pure non ancora a livello parlamentare.

Un altro interrogativo tuttavia mi stimolano la storia e il ricordo dell’amico Sandro Fontana, andando ancora più indietro di Maria Stella Gelmini negli anni. Mi chiedo che cosa sarebbe accaduto della corrente Forze Nuove e poi della stessa Dc se nel 1991 la successione a Carlo Donat-Cattin, morto Martinazzoli.jpgper complicazioni subentrate a un intervento sul cuore, fosse caduta su Sandro, che già lo aveva sostituito temporaneamente nel 1983. Dubito, francamente, che Martinazzoli, indimenticabile anche lui con la sua ironia e cultura, avrebbe potuto resistere alla contrarietà di un Sandro Fontana capocorrente della sinistra sociale a quello scioglimento improvvisato, a dir poco, nel pieno di una tragica e strumentale offensiva moralistica, oltre che giudiziaria, contro la Dc e gli altri partiti protagonisti di mezzo secolo di democrazia italiana.

 

 

 

Pubblicato su Il Dubbio

Dalle altezze della Grande Muraglia alle alture infelici della Basilicata

            Smaltita l’euforia, o la sbornia, della visita del presidente Xi Jiping in Italia e dei due miliardi e mezzo di euro d’affari concordati, diventati nell’immaginazione di Luigi Di Maio più di venti miliardi, non si è ben capito in quanti anni, il movimento delle cinque stelle è costretto a tornare ai conti elettorali in casa. Che continuano ad essere in perdita, essendosi più che dimezzati i voti grillini anche in Basilicata, dove solo un anno fa erano stati superiori al 44 per cento e sono precipitati, nelle urne regionali appena svuotate delle schede, a poco più del 20 per cento. Anche in Lucania, quindi, come in Abruzzo a febbraio e poi in Sardegna, truppe ed elettori di Di Maio sono passati dalle stelle alle stalle.

            Ha vinto in Basilicata il centrodestra con ben oltre il 42 per cento dei voti e una decina di punti di distacco dal centrosinistra, che ha perso così dopo più di 20 anni ininterrotti di potere il governo della regione, consolandosi solo con la sconfitta nettissima dei grillini. Che avevano umiliato il Pd anche in quella regione l’anno scorso aprendo le cosiddette praterie alla prospettiva di un nuovo bipolarismo fra loro stessi e i leghisti, alleatisi a livello nazionale proprio per giocarsi la partita decisiva in un momento successivo. Ormai è tutta acqua già passata sotto i ponti, e non solo quelli della Basilicata.

            Il vice presidente leghista del Consiglio e ministro dell’Interno Matteo Salvini è stato il primo ad esultare per la nuova vittoria regionale del centrodestra, che egli tuttavia continua a non avere molta voglia di riesumare a livello nazionale, come invece lo sollecita a fare Silvio Berlusconi. Il quale ora è pronto a quelle elezioni anticipate rifiutate l’anno scorso, dopo il sorpasso leghista sulla sua Forza Italia: rifiutate a tal punto, forse volendo avere il tempo per tentare un recupero sui leghisti, da autorizzare o addirittura incoraggiare Salvini a “provare” -come lo stesso Salvini ricorda spesso e volentieri- un’alleanza temporanea di governo con i grillini.

            Anche se pure in Basilicata i leghisti hanno preso più voti dei forzisti, in un trend nazionale quindi ormai consolidato pure in questo, Berlusconi può vantare di avere lasciato sulla vittoria del centrodestra un segno più visibile della Lega per avere scelto lui il candidato alla presidenza della regione. generale Bardi.jpgChe è il generale in pensione della Guardia di Finanza Vito Bardi, superiore anche di grado al metaforico “capitano”, come i leghisti chiamano affettuosamente il loro leader, ben felice peraltro di sentirsi definire così e smanioso di entrare nel ruolo indossando giubbotti, felpe, berretti e caschi militari. L’ultimo col quale Salvini si è lasciato fotografare e riprendere dalle telecamere è quello dei Vigili del Fuoco.

            Ma più che spegnere fiamme, a dispetto di quel casco e delle parole che continua a spendere a favore di una lunga durata del governo, Salvini sembra destinato ad accenderne nella maggioranza gialloverde, specie dopo le elezioni europee, regionali e comunali di fine maggio, col trend appena confermato dagli elettori lucani.

            Non vi è ormai argomento o problema su cui i due vice presidenti del Consiglio, e i rispettivi partiti, non mandino segnali opposti: dalla Tav alle altre grandi opere bloccate, dalle autonomie regionali alla famiglia, dalla riforma fiscale alla stessa materia della sicurezza, che sembrava sino a poco tempo fa delegata interamente al non a caso ministro dell’Interno, e infine ai rapporti con la Cina. Giannelli.jpgA proposito dei quali Di Maio ha appena voluto vantarsi di essere l’uomo dei “fatti” lasciando al suo omologo il compito di “parlare”, peraltro a sorpresa, cambiando interlocutore privilegiato a livello internazionale: da Putin a Trump. Delle cui preoccupazioni, e anche minacce, per i tipi di affari in cantiere con la Cina Salvini si è fatto carico sino a starsene lontano da Roma nei giorni della visita di Xi Jiping e seguito nella Capitale d’Italia, degli incontri, delle cene e delle firme orgogliosamente apposte da Di Maio alle intese commerciali con gli emissari di Pechino sotto lo sguardo compiaciuto e protettivo del presidente del Consiglio Giuseppe Conte. A proposito del quale si ha tuttavia motivo di ritenere che, dietro la facciata del solito ottimismo, e  della solita sicurezza di durare -come diceva sino a qualche settimana fa- per l’intera durata ordinaria della legislatura, di cinque anni, stia maturando una lettura o visione più realistica della situazione politica.

            In particolare, dalla sua terra pugliese, che lo fece sentire all’arrivo a Palazzo Chigi in una certa continuità addirittura con Aldo Moro, l’ultimo di quella regione a precederlo alla guida di un governo Schermata 2019-03-25 alle 06.18.18.jpgin Italia, Conte ha avvertito amici ed avversari -ma non so francamente se più gli uni o gli altri- che si sente così in prestito alla politica da escludere repliche nel ruolo attuale, o in qualcosa che gli possa somigliare.

             Evidentemente il professore di diritto e avvocato civilista, abituato peraltro a guadagni ben superiori di quelli di un presidente del Consiglio, si sta stancando del gran daffare che gli procurano i due vice, e dintorni, e guarda ad una crisi di governo con spirito di sollievo, più che di apprensione. E non gli si potrebbe francamente dare torto, specie se si pensa a quel che potrebbe costargli, a tutti gli effetti, la preparazione della prossima legge finanziaria, con tutti gli obblighi già sottoscritti non con la lontana Cina, ma con la ben più vicina e stringente Unione Europea. Di cui egli ha avuto il tempo di conoscere meccanismi e uomini, destinati forse a non cambiare, almeno nella misura immaginata dai grillini, e un po’ anche dai leghisti, scambiando le lucciole elettorali italiane dell’anno scorso con le lanterne d’Europa.

 

 

 

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Il governo una volta tanto più giallo che verde festeggiato da Di Maio con Xi Jiping

Beh, va riconosciuto al capo del movimento delle 5 stelle Luigi Di Maio, nonché vice presidente del Consiglio e superministro dello Sviluppo Economico e del Lavoro, di essere riuscito in questi giorni, particolarmente nelle ultime 24 ore, a tingere più di giallo, il colore del suo partito, che di verde, il colore firme Villa Madama.jpginvece dell’alleato leghista Matteo Salvini, il governo del cosiddetto cambiamento in carica da quasi nove mesi. Quelle firme apposte a Villa Madama al memorandum d’intesa con la Cina, sotto gli sguardi compiaciuti di Xi Jiping alla sua destra e di Giuseppe Conte a sinistra, e nella totale, voluta e polemica assenza di Salvini, più preso dalla campagna elettorale in Basilicata e da altro, rovescia un po’ l’immagine data a lungo di un governo a trazione sostanzialmente leghista.

            Resta naturalmente da vedere, a cominciare proprio dai risultati delle elezioni regionali in corso in Basilicata per finire con quelli delle elezioni europee di fine maggio, ma anche delle contemporanee elezioni regionali Villa Madamajpg.jpgpiemontesi, e comunali in molte parti del Paese, se la trazione una volta tanto grillina del governo non premierà lo stesso il dissenso ostentato da Salvini, continuando a fargli guadagnare voti, o non fermerà, o addirittura invertirà, la corsa in precipitosa discesa delle cinque stelle verificatasi costantemente dopo l’exploit delle elezioni politiche dell’anno scorso.

            Certo, fa riflettere quel murale dell’ormai noto Tv Boy trovato in questi giorni dai romani in via della Torretta, a due passi dalla Camera dei Deputati, ma anche da Palazzo Chigi, in cui il presidente del Consiglio Giuseppe Conte è rappresentato come Pinocchio fra il gatto Di Maio e la volpe Salvini, una volta dipinti avvinghiati in un bacio, e senza le orecchie dei due animali così cari alla fantasia di Salvatore Benintende, come si chiama con previdenza, a dir poco, l’artista di strada  che sta accompagnando la vita del primo e non so ancora se unico governo di questa legislatura.

            Un altro indice della salute e delle prospettive del governo in carica si trova nei titoli che ne accompagnano il percorso sul Fatto Quotidiano. Che non nasconde mai le sue preoccupazioni per le sorti politiche dei grillini quando le sente minacciate dall’invadenza, sotto tutti i punti di vista, degli alleati leghisti. Ai quali d’altronde il giornale diretto da Marco Travaglio avrebbe preferito dopo le elezioni del 4 marzo 2010, come supporto alle cinque stelle, il debolissimo Pd uscito davvero malconcio dalle urne. E ci sarebbe pure riuscito, Travaglio, a vedere realizzato il suo sogno se non fosse intervenuto a gamba tesa il non a caso da lui odiatissimo Matteo Renzi a bloccare l’operazione con una semplice intervista televisiva, senza neppure il bisogno di partecipare il giorno dopo alla riunione della direzione del Pd convocata per aprire appunto ai grillini, dopo un’esplorazione affidata dal capo dello Stato al presidente della Camera Roberto Fico.

            Ebbene, dello scontro consumatosi nel governo alla luce del sole, con pubbliche e incontrovertibili dichiarazioni, con un Di Maio orgoglioso di “fare” e contrapposto a un Salvini impegnato a “parlare”Il Fatto.jpg contro i presunti buoni affari con i cinesi, Il Fatto Quotidiano ha offerto nel titolo di apertura questa rappresentazione che vale un commento alla cosiddetta Via della Seta: “La Cina non piace a Trump, Macron e Salvini: infatti conviene all’Italia”. Dove i grillini, anche se il giornale di Travaglio si risparmia di dirlo, sperano di essere aiutati dai cinesi a superare la recessione in corso e a piazzare i titoli dell’ingente debito pubblico, se e quando diventeranno carta straccia, rifiutata dagli investitori occidentali col declassamento in cantiere nelle agenzie internazionali di rating.

            Per adesso il valore degli accordi commerciali stipulati con la Cina di quel grande ossimoro che è il capitalismo comunista, o il  comunismo capitalista,  è stato indicato in due miliardi e mezzo di euro da Di Mauro. Che però si è già proposto di portarli ad oltre 20, compresi quelli che il presidente cinese si propone forse di assecondare dopo la sua visita a Palermo. Il cui porto, sulla rotta peraltro di quello di Genova già studiato a dovere dai connazionali di Xi Jiping, potrebbe emulare quello del Pireo, ormai conquistato commercialmente e finanziariamente dai cinesi. E poi dicono, dalle parti dei grillini ma anche del Quirinale, dove si alternano Tremonti.jpgmomenti di preoccupazione e di pur contenuta euforia, che l’ex ministro dell’Economia Giulio Tremonti, con una certa esperienza sulle spalle, e nella testa, esagera quando dice, come ha fatto in una intervista al Messaggero, che si è appena celebrato a Roma, più o meno, “il trionfo geopolitico di Pechino nel Mediterraneo”. Dove in effetti i cinesi non hanno bisogno di muoversi con i miserabili barconi o gommoni libici dei trafficanti di carne umana.

 

 

 

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Enfasi e gaffe attorno alla visita del presidente della Cina a Roma

            E’ un vero peccato che Ennio Flaiano non sia più con noi, e dall’ormai lontano 1972. Dalla visita del presidente della Cina Xi Jinping a Roma, e di tutto ciò che se ne sta scrivendo e dicendo, anche ai margini degli accordi commerciali Gazzetta.jpgche la condiscono, Flaiano avrebbe saputo trarre ispirazione per replicare  con “Un cinese a Roma” il successo del suo “marziano”, sempre a Roma. Che fu raccontato in modo satirico e fantascientifico nel 1954, tradotto in una fortunata commedia teatrale nel 1960 e infine in un film per la televisione nel 1983, quando già Flaiano non c’era più.

            Quel “doppio senso” sfuggito al presidente della Repubblica Sergio Mattarella col suo ospite, parlando del memorandum d’intesa con i cinesi che tanto ha insospettito i nostri alleati al di quaMattarella e Xi.jpg e al di là dell’Atlantico, ha rappresentato al meglio il quadro tanto enfatico quanto ambiguo di questo evento che ha blindato la Capitale italiana. “Doppio senso” davvero, e non solo inteso col codice stradale in mano. Non so, francamente, se alla Casa Bianca il presidente americano Donald Trump Rolli.jpge i suoi consiglieri, assistenti, amici e quant’altri, di cui sono arcinoti i sospetti sia sui cinesi sia sugli italiani nella versione gialloverde maturata dopo un avvio apparso incoraggiante l’anno scorso all’ambasciatore degli Stati Uniti a Roma, avranno più riso o inveito.

            Purtroppo non migliori, sul conto dell’Italia, del suo governo e dei suoi rapporti con gli alleati, sono le notizie giunte dal summit europeo con la partecipazione del presidente del Consiglio Giuseppe Conte. Il quale ha profittato dell’occasione per il preannunciato, atteso approccio col Macron e Conte.jpgpresidente della Repubblica francese Emmanuel Macron sulla vicenda della Tav, o della sua versione maschile preferita dai tecnici. Che parlano del treno, anziché della linea ferroviaria ad alta velocità per il trasporto delle merci da Lione a Torino: una grande opera infrastrutturale negoziata con trattati regolarmente ratificati dall’Italia e che i grillini invece contestano, in un confitto permanente con la componente leghista della maggioranza, sostenendo che i benefici siano inferiori ai costi. E ciò per calcoli effettuati dallo stesso specialista che ha tratto convinzioni opposte in esami commissionati da altri, a Bruxelles e a Berna.

            Anche se Conte ha fatto finta di non capire o di non sentire, o ha comunque fornito alla stampa informazioni prive di aspetti problematici, Macron ha detto a brutto muso al presidente del Consiglio italiano che non intende prestarsi ad essere il terminale o lo strumento delle polemiche politiche che dividono la maggioranza italiana di governo. Gli accordi per la realizzazione della Tav sono quelli che sono e lui non intende cambiarli per fare prevalere in Italia l’una parte sull’altra della coalizione gialloverde.

            “Macron fa il furbo”, haIl Fatto.jpg titolato astiosamente il giornale più vicino in Italia alle posizioni ipercritiche dei grillini, che pretendono dai francesi quanto meno una diversa distribuzione degli oneri finanziari fra i due paesi regolarmente negoziata -ripeto- a suo tempo: Il Fatto Quotidiano, diretto da Marco Travaglio. Il quale forse ritiene che Macron debba prestarsi ai giochi politici e finanziari dei grillini in Italia per avere perduto consenso in Francia con le settimanali e rovinose rivolte dei cosiddetti gilet gialli. Cui non a caso il capo del movimento grillino, che  è il vice presidente del Consiglio e superministro dello Sviluppo Economico e del Lavoro Luigi Di Maio, si è pubblicamente collegato, in compagnia del suo amico e compagno di partito Alessandro Di Battista, provocando un clamoroso incidente diplomatico con la Francia. Ci sono volute le proverbiali sette camicie sudate del presidente della Repubblica Mattarella per fare rientrare almeno in parte il clamoroso incidente nei rapporti fra i due Paesi limitrofi e cofondatori dell’Unione Europea.

            Per una spietata ironia della sorte i maggiori affari con la Cina sostenuti dai grillini con gli accordi di cui si è intestato il merito maggiore proprio Di Maio sono destinati a rendere ancora più necessaria la realizzazione della Tav per garantire il trasporto delle merci che, grazie ai cinesi, più abbondantemente passeranno per il porto di Genova, caro agli interessi di Pechino quanto quello di Trieste, sull’altro versante italiano proiettato oltr’Alpe.

 

 

 

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Il presidente della Cina fra le buche di Roma e i guai dei sostenitori grillini

               In una Roma blindatissima, pur nelle sue buche, per proteggere l’ illustre e ricco ospite cinese, con cui fare affari e di cui guadagnarsi il maggiore interesse possibile per i titoli del nostro debito, che Presidente cinese a Roma.jpgstanno rischiando un tale declassamento da parte delle agenzie di rating internazionali da non poter essere più acquistabili dai maggiori investitori finanziari che non siano mossi da finalità politiche ma esclusivamente economiche, la posizione della maggiore forza di governo interessata a questo aspetto dei rapporti con Pechino è in crescenti difficoltà.

            Parlo naturalmente del movimento delle 5 Stelle, che  ha salvato dalle due mozioni di sfiducia delle opposizioni nell’aula del Senato il suo ministro delle Infrastrutture Danilo Toninelli, fermo come un paracarro contro la realizzazione della linea ad alta velocità commerciale per il trasporto delle merci, prevedibilmente anche cinesi, fra l’Italia e la Francia, cioè l’Europa. Ma lo ha salvato  con un massimo di 159 voti contro 102. Che parlano da soli, per esprimere la loro debolezza, se confrontati con i 237 voti contro 61 ottenuti il giorno prima dal vice presidente leghista del Consiglio e ministro dell’Interno Matteo Salvini per uscire, anzi per non entrare neppure nel processo per sequestro aggravato di persone al quale avrebbe voluto sottoporlo la magistratura di Catania per la gestione dei 170 immigrati e più salvati in mare nella scorsa estate dal naufragio ma poi trattenuti su una nave della Guardia Costiera per alcuni giorni: il tempo necessario per negoziarne la distribuzione a terra fra diversi paesi europei e la Chiesa italiana.

            Solo un generoso regolamento parlamentare consente da sempre alle votazioni di fiducia di risolversi positivamente con una maggioranza inferiore a quella assoluta dei componenti l’assemblea, prescritta invece per votazioni del tipo di quella su Salvini.  Al Senato la maggioranza assoluta è di 161 voti, due in meno di quelli ottenuti da Toninelli. Cui è bastata la maggioranza dei presenti e partecipanti alla votazione.

             Lo stesso Toninelli ha dovuto sorridere della obiettiva debolezza della sua posizione ricevendo con ironia, dai banchi del governo, uno dei cartelli che erano sati sollevati contro di lui dai banchi dell’opposizione berlusconiana, dove erano convinti di avere cercato di bocciarlo e di farlo decadere dal governo nel suo stesso “interesse”, viste le impietose gaffe accumulate nel suo percorso ministeriale e l’imbarazzo palpabile nei suoi riguardi anche all’interno del movimento che lo ha portato così in alto.  

              Ancora più difficile è la situazione del movimento grillino nella gestione della principale città che amministra. Che naturalmente è Roma, con la sindaca Virginia Raggi, pur eletta direttamente un po’ meno di tre anni fa con una larghissima maggioranza.

             Nel giro di 48 ore la “ditta” grillina del Campidoglio, avvolta a parole nelle bandiere dell’onestà proclamata tre volte in ogni occasione possibile e immaginabili,  ha perso per ragioni giudiziarie il presidente del Consiglioassessore.jpg Comunale Marcello De Vito, arrestato, e l’assessore allo sport e già vice sindaco Daniele Frongia, non arrestato per fortuna ma ugualmente indagato e perciò autosospesosi dagli incarichi. Essi sono coinvolti, pur in due fronti giudiziari diversi, per rapporti con imprenditori interessati alla realizzazione di importanti progetti edilizi e urbanistici, fra cui il nuovo stadio della società sportiva Roma.

             Non più tardi di domenica prossima si voterà per il rinnovo del Consiglio regionale della Basilicata. E due mesi dopo si voterà in tutta Italia per il rinnovo del Parlamento europeo, ma anche del Consiglio regionale del Piemonte e di numerose amministrazioni comunali. E’ un’attesa a dir poco angosciata, e angosciante, per un movimento come quello grillino. Che meno di un anno fa uscì dal rinnovamento del Parlamento italiano come il primo partito, col 32 per cento dei voti, e punte di quasi il 50 per cento in alcune zone, ma ora risulta  sorpassata nei sondaggi, e da alcune consultazioni locali già svoltesi, dal partito col quale ha preferito allearsi con un contratto per governare: la Lega.

 

 

 

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Matteo Salvini sale alle stelle e le cinque stelle cadono nelle stalle

Matteo Salvini è salito dalla pur improbabile gabbia degli imputati alle stelle e i suoi alleati di governo, i grillini, sono precipitati dalle stelle del loro movimento alle stalle. Dove li ha sprofondati, in particolare, l’arresto del presidente del Consiglio Comunale di Roma, Marcello De Vito. Che, pur espulso immediatamente Gazzetta.jpgdal capo del movimento Luigi Di Maio col plauso del presidente del Consiglio Giuseppe Conte, ammirato della “forza” e della “prontezza” del suo vice a Palazzo Chigi, resta lo stesso appiccicato alla storia del partito. Così come vi rimase nel 1992 al partito socialista Mario Chiesa, pur espulso dopo l’arresto per Tangentopoli e liquidato in piazza personalmente da Bettino Craxi come “un mariuolo”.

            Va detto tuttavia che Chiesa era stato arrestato in flagranza di reato, dopo avere intascato banconote per tangenti segnate personalmente dall’allora sostituto procuratore della Repubblica Antonio Di Pietro perché potessero essere incontrovertibilmente riconosciute. De VitoDe Vito 2 .jpg è stato arrestato, e tradotto in tuta verso il carcere, per prove o indizi di corruzione ricavate da intercettazioni e tracce di due bonifici da un conto bancario in comune, al minuscolo, con un socio avvocato coinvolto nelle indagini su una serie di lavori e progetti edilizi nella Capitale riconducibili al costruttore Luca Parnasi. Che fu a suo tempo arrestato pure lui trascinandosi appresso, fra gli altri, l’allora presidente dell’Acea Luca Alfredo Lanzalone: un avvocato genovese praticamente mandato a Roma dai grillini per assistere l’amministrazione comunale guidata con parecchie complicazioni da Virginia Raggi.

            Le difficoltà mediatiche ma anche politiche dei grillini a causa della bomba pur metaforica esplosa in Campidoglio, a poche centinaia di metri da Palazzo Chigi, sono inevitabilmente destinate ad avvantaggiare ulteriormente all’interno della maggioranza gialloverde di governo il vice il manifesto.jpgpresidente leghista del Consiglio e ministro dell’Interno, già forte di suo per temperamento, per esposizione mediatica e per il raddoppio dei voti che va collezionando dall’anno scorso a livello locale e sondaggistico: un raddoppio destinato molto probabilmente ad essere confermato domenica prossima nella regione Basilicata e, soprattutto, a fine maggio in tutto il territorio nazionale con le elezioni per il rinnovo del Parlamento Europeo.

            La ciliegina, chiamiamola così, su questa torta di Salvini è stata appena messa dal Senato, in contemporanea con l’esplosione della bomba capitolina, con quella schiacciante maggioranza -237 voti favorevoli e 61 contrari, e tre sole dissidenze all’interno del gruppo grillino- che ha convalidato il no della competente giunta al processo per sequestro aggravato di persona chiesto dalla magistratura contro il ministro dell’Interno per la vicenda della nave “Diciotti”. Che è il pattugliatore della Guardia Costiera italiana attraccato nell’estate scorsa nel porto di Catania, dove il ministro fece ritardare di qualche giorno lo sbarco dei 170 migranti soccorsi in alto mare per avere il tempo di trattare e ottenerne la distribuzione fra vari paesi paesi europei e comunità come quelle religiose a disposizione, in Italia, della Conferenza Episcopale nazionale.

            Salvini ha ringraziato alla sua maniera, con un cartello esposto in maniche di camicia dall’ufficio di ministro dell’Interno, non tanto i senatori che lo avevano appena “assolto” o “salvato”, per dirla con i suoi avversari, quanto gli elettori e, più in generale, il “popolo” leghista col quale lui si sente in sintonia e in collegamento continuo grazie ai mezzi moderni dell’elettronica.

            Nell’aula del Senato invece Salvini si era presentato in abito completo, e scuro, distribuendosi accortamente Salvini.jpgtra i banchi del governo e quelli del suo gruppo, dove aveva preferito spostarsi per pronunciare il discorso di autodifesa al termine della discussione generale. Di quella “sceneggiatura” si era inutilmente lamentato con ironia l’ex presidente del Senato Pietro Grasso.

            Un’altra ciliegina sulla torta di Salvini, in verità, l’ha messa l’insospettabile Procura della Repubblica di Agrigento, che era stata col ministro molto severa nella vicenda Diciotti. Ora essa ha confermato il sequestro della nave Mare Jonio, effettuato nel porto di Lampedusa dalla Guardia di Finanza dopo il soccorso in acque libiche e lo sbarco in terra italiana di una cinquantina di migranti sottratti fraudolentemente, secondo Salvini, alle competenze delle motovedette e delle autorità di Tripoli.

            Le indagini in corso, col sequestro della nave e gli interrogatori dell’equipaggio, sono per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Come possano svilupparsi e concludersi è difficile dire in questo momento. Di certo Salvini è andato giù duro sin dal primo momento auspicando senza mezzi termini le manette ai polsi dei responsabili del soccorso, fra i quali c’è uno specialista della contestazione globale come Luca Casarini.  Di cui il ministro dell’Interno ha ricordato i precedenti penali anche per sospettarlo di avere tentato un’operazione politica grazie alla coincidenza fra il clamoroso soccorso in acque libiche, e con una nave battente bandiera italiana, e le sedute del Senato sul processo ormai mancato per la vicenda Diciotti.

 

 

 

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