Tria irriducibile nella frenata sui rimborsi ai danneggiati dalle banche

            Privi di immagini in diretta perché le sedute del Consiglio dei Ministri sono riservate per fortuna a chi ne fa parte, a nessuno dei quali è venuta ancora l’idea di violare la riservatezza usando il telefonino come telecamera e trasmettendo l’arcano all’esterno, i giornali non hanno fatto grande fatica a corredare conIl Fatto.jpg materiale d’archivio, diciamo così, la notizia sull’ennesimo scontro consumatosi fra il ministro dell’Economia Giovanni Tria e praticamente tutto il resto del governo, ma in particolare col vice presidente leghista Luigi Di Maio. Che ad un certo punto, resistendo anche alle suppliche facciali del presidente Giuseppe Conte a calmarsi, avrebbe per l’ennesima volta annunciato di avere perduto la pazienza. Ma senza tuttavia riuscire con questo a cambiare la situazione di stallo creatasi sulla questione dei rimborsi ai danneggiati dalle banche fallite negli ultimi tempi.

            Escluso dal decreto sulla crescita, dove però è entrato il sostanziale salvataggio dell’amministrazione capitolina a cinque stelle dal debito che stava letteralmente travolgendola, il problema dei rimborsi è stato rinviato ancora.  Neppure Conte, con la sua dottrina di professore di dirittoRolli.jpg e con la sua esperienza di avvocato, ha trovato argomenti sufficienti a superare i dubbi e le resistenze di Tria. Che ha riproposto l’esigenza pur elementare di destinare i rimborsi solo a vittime accertate delle truffe, non anche a speculatori che vorrebbero approfittare dell’occasione per strappare, a spese della collettività, una specie di polizza d’assicurazione dai rischi della loro imprudente voracità, passata e futura.

            I giornali, dicevo, non hanno trovato difficoltà a corredare d’immagini -oltre che di vignette- le notizie provenienti dal governo perché gli archivi sono pieni di foto del ministro dell’Economia in evidente tensione e difficoltà Gazzetta.jpgcon i suoi colleghi e superiori nei banchi parlamentari destinati all’esecutivo. Sono foto che parlano da sole. Esse danno perfettamente l’idea di quanto sia stata sempre anomala e sofferta, a dir poco, la posizione di Tria nella compagine o “squadra”, come preferisce chiamarla Di Maio, formatasi dopo le elezioni politiche del 4 marzo 2018 per realizzare il famoso “contratto del cambiamento” gialloverde.

            Oltre alla pazienza del vice presidente grillino del Consiglio è ormai esaurita, nel tentativo di capire e spiegare natura e personalità di Tria, anche la fantasia del direttore del Fatto Quotidiano Marco Travaglio. Travaglio.jpgChe si è ispirato all’indimenticabile Ennio Flaiano per riproporre la favola di un marziano a Roma. Al quale il presidente della Repubblica affidò l’anno scorso il Tesoro, le Finanze e il Bilancio dello Stato pur di non darli al professore Paolo Savona, propostogli da Conte, e al tempo stesso per restituire la pazienza a Di Maio. Che l’aveva persa a tal punto da annunciare di notte urbi ed orbi, direbbero in Vaticano, il cosiddetto impeachment del capo dello Stato, cioè il tentativo di farlo mandare dal Parlamento in seduta comune, a maggioranza assoluta dei suoi membri, a processo davanti alla Corte Costituzionale per alto tradimento o attentato alla Costituzione.    

 

 

 

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I guai combinati a Zingaretti da Landini con la proposta della patrimoniale

Pur concepito, sotto sotto, in funzione anche anti-renziana, per bonificare il Nazareno, secondo la severa ironia di Stefano Folli su Repubblica, dell’ospitalità concessa a Silvio Berlusconi dall’allora sindaco di FirenzeNazareno.jpg, fresco di elezione a segretario del Pd e smanioso di andare a Palazzo Chigi per riformare Costituzione e legge elettorale, l’incontro di Nicola Zingaretti con i sindacati sembra essersi trasformato in un mezzo assist per il suo predecessore toscano.

A rovesciare la frittata al nuovo segretario del Pd è stato il segretario generale della Cgil Maurizio Landini, pure lui fresco di elezione, lanciandogli fra i piedi, e vantandosene in una intervista proprio a Repubblica, la proposta di un’imposta patrimoniale, pur chiamata da lui in altro modo nella consapevolezza, evidentemente, del suo carattere non proprio popolare, o digeribile. E ciò proprio in un momento come questo, in cui la pressione fiscale è già aumentata di suo, diciamo così, e tutti riconoscono, pure il capo dei grillini Luigi Di Maio, che bisogna decidersi a dare una mano a quello comunemente chiamato ceto medio. Di cui fanno parte -sarebbe il caso di ricordare- proprietari di seconde case spesso fatiscenti, ereditate controvoglia ma trattate fiscalmente come regge, o anziani dalle pensioni di presunto oro, o platino, che anche a novant’anni di età sono stati appena sottoposti al cosiddetto contributo di solidarietà della durata di cinque anni: una tassa per molti di loro quindi a vita, per quanto questa possa essersi allungata. E non parliamo di quel ceto molto poco medio che già con una cifra lorda mensile di poco più di 1500 euro hanno perduto il diritto al pieno adeguamento della loro pensione all’indice del costo della vita.

Zingaretti, in verità, consapevole del petardo lanciatogli fra i piedi a Carnevale già passato, e quindi in piena Quaresima, ha cercato di scansarsi. Il segretario del Pd prima ha tentato di far capire di non essere nemmeno sicuro che Landini avesse proposto la patrimoniale. Poi, quando lo stesso Landini.jpgLandini se n’è vantato, ripeto, pur protestando per avergliela i giornali chiamata così com’è, e non come lui avrebbe voluto per attutirne il rumore, il segretario del Pd gliene ha attribuito per intera la paternità, come per dissociarsene. Ma, appunto, come per dissociarsene, non potendosene davvero dissociare senza deludere qualche settore della vecchia sinistra rimasta nel partito dopo la scissione di due anni fa, o quelli che, usciti con Pier Luigi Bersani, Massimo D’Alema e amici, lui vorrebbe fare in qualche modo rientrare. E loro ne avrebbero anche un po’ voglia, essendosi accorti, di fronte ai risultati delle elezioni politiche dell’anno passato, di essersi tuffati in una piscina di qualche decina di centimetri, non metri d’acqua.

Gli sforzi del povero Zingaretti -o “poveraccio”, come direbbero a Trastevere- di svincolarsi dal petardo di Landini non sono stati certamente favoriti dalla tempestività felina con la quale si sono avventati sulla sua disavventura Luigi Di Maio da una parte e Matteo Renzi dall’altra. Che pure sono fra di loro agli antipodi: l’uno avendo trattato l’allora segretario del Pd durante la campagna elettorale per il rinnovo delle Camere come un nemico ancora più pericoloso dell’odiato Silvio Berlusconi, e l’altro avendone ricambiato l’ostilità sino a bloccare  dopo il voto con una intervista televisiva, senza neppure scomodarsi a raggiungere la direzione del partito, un’intesa quasi emergenziale di governo sognata da una parte consistente del movimento pentastellato per sottrarsi a quella con i leghisti ancora in cantiere. E poi tradottasi nel famoso “contratto”.

Di Maio ha “sparato” contro la patrimoniale “del Pd” nel salotto televisivo di Barbara Palombelli, senza lasciarsi trattenere dal tentativo della conduttrice di correggerne la proprietà, e proponendosi appunto, come accennavo, di difendere il ceto medio.

Renzi, complici il vice presidente della Camera Ettore Rosato e l’ex ministra Maria Elena Boschi, che lo avevano associato ad una conferenza stampa con i familiari delle sette giovani italiane morte tre anni fa in un incidente stradale a Ferinals, in terra spagnola, reclamando una giustizia sinora negata, ha attraversato baldanzoso e fiero il cosiddetto “transatlantico” di Montecitorio e corridoi annessi, quasi per dire: “Io sono qui. Toglietevi dalla testa di non vedermi più fra i piedi, o relegato solo a Palazzo Madama come senatore di Scandicci”.

Testimone della traversata, vi posso dire che mi ha colpito, coi tempi che corrono, e con la facilità con la quale si sale e si scende rapidamente per le scale della politica degli anni 2000, o 2.0 e frazioni, la corte nutrita e festosa che seguiva l’ex segretario del Pd nel ritorno a Montecitorio. E ho visto anche qualche volto impallidire a sinistra, come per un incubo.

Credo proprio che lo spettacolo sia assicurato: prima, durante e dopo le elezioni europee e amministrative di fine maggio, in aggiunta a quello che ci offrono in questi giorni retroscena e quant’altro sulla caccia, ormai, al ministro dell’Economia Giovanni Tria e sulla sua successione, anche al solito dispetto delle prerogative costituzionali del presidente del Consiglio, e ancor più del capo dello Stato.

 

 

 

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I grillini aprono il dopo-Tria offrendo la successione al leghista Giorgetti

            La notizia del giorno, stando alla lettura dei giornali, è la sostanziale apertura della stagione del dopo-Tria al vertice del Superministero dell’Economia. La sorte del professore sarebbe bella che segnata -a prescindere dalla sua resistenza alle dimissioni e dalle coperture sinora fornitegli dal Quirinale-  per la pazienza ormai esaurita dei grillini e del loro capo Luigi Il Fatto su Tria.jpgDi Maio. Il quale, stufo in particolare della mania del ministro di “fare come gli pare”, secondo la formula usata in un titolo di prima pagina dal Fatto Quotidiano a proposito dei rimborsi ai truffati o danneggiati dalle banche fallite, avrebbe deciso di rimuovere ogni ostacolo all’interno del governo offrendone la successione ad un leghista: in particolare, all’attuale sottosegretario alla presidenza del Consiglio Giancarlo Giorgetti, pur entrato parecchie volte anche lui nei mormorii, a dir poco, dei pentastellati per le presunte o reali resistenze opposte ai loro progetti e metodi.

            Polemiche aperte e stilettate contro Giorgetti potrebbero ben essere archiviate sotto le cinque stelle pur di liberarsi di Giovanni Tria, ma anche per prevenire e in qualche modo persino limitare leGiorgetti spomsorizzato.jpg richieste di riequilibrio delle forze nella compagine di governo da parte della Lega dopo i prevedibili guadagni nelle elezioni europee e amministrative di fine maggio. Peraltro, “i mercati tifano per Giorgetti”, ha assicurato, sempre in prima pagina, il sullodato Fatto Quotidiano respingendo a modo suo la sfida lanciata da Tria il giorno prima dalle colonne del Corriere della Sera a privarsi di lui e a vedere come avrebbero reagito, appunto, i mercati.

            A completare mediaticamente l’assedio, o la caccia, al ministro ormai uscente, a quanto pare, dell’Economia si è messo di proposito il giornale La Verità diretto da Maurizio Belpietro contestando a Tria non solo la consulente Claudia Bugno -della quale i grillini hanno reclamato la testa tirando in ballo incarichi in società a partecipazione statale e l’azienda del marito avventuratasi ad assumere il figlio della seconda moglie del professore- ma anche la Adriana Cerretelli.jpgportavoce Adriana Cerretelli. Che è una giornalista in pensione del giornale confindustriale 24 Ore, rimborsata delle spese dal Ministero ma stipendiata, o qualcosa del genere, per oltre 65 mila euro lordi l’anno dal gruppo petrolifero Moratti, facendo parte da tempo del Consiglio di amministrazione della Saras.

              Il giornale di Belpietro, forse giusto per incuriosire di più il vice presidente leghista del Consiglio e ministro dell’Interno Matteo Salvini, conoscendo il fastidio, a dir poco, che gli procurano queste vicende, ha sparato in prima pagina la foto di un figlio di Tria, Stefano Paolo, sulla barca a vela che ha recentemente fiancheggiato nei soccorsi dei migranti in acque libiche la nave di Luca Casarini e amici, tutti indagati dalla Procura di Agrigento per supporto al traffico clandestino di persone. Essi sono stati peraltro restituiti alla  loro nave dissequestrata dopo pochi giorni a Lampedusa. Potete immaginare, ripeto, il….sollievo che possono avere procurato e procurare tuttora simili notizie a Salvini, dopo avere peraltro saputo che Casarini, in attesa del dissequestro della sua nave, era stato invitato alla Camera, tra buvette e cortile attrezzato del palazzo di Montecitorio, da amici e sostenitori politici dell’accoglienza sostanzialmente incondizionata.

            Eppure, c’è un’altra notizia che può ben essere accompagnata, per la sua portata politica, a quelle su Tria. E’ il lungo corteo che ha accompagnato, festoso, il passaggio di Matteo Renzi nel cosiddetto transatlantico della Camera, reduce da una conferenza stampa col vice presidente Ettore Rosato e con l’ex ministra Maria Elena Boschi, indetta per sollecitare giustizia con i familiari delle sette giovani italiane morte tre anni fa nell’incidente stradale di Freginals, nella Spagna.

            Renzi ha attraversato impettito, sorridente e riverito i corridoi di Montecitorio, pago -lasciatemelo sospettare- dei guai in cui il giorno prima si era fatto mettere il suo successore alla guida Renzi.jpgdel Pd, Nicola Zingaretti, dal nuovo -pure lui- segretario generale della Cgil Maurizio Landini. Che si era vantato, alla fine di un incontro al Nazareno caricatissimo di significato, di avere proposto la patrimoniale per reperire fondi da destinare allo sviluppo, pur cercando di chiamarla in altro modo. Poi, in verità, Zingaretti aveva cercato di prenderne le distanze, ma fra le proteste e le critiche di chi nel Pd non ha paura di perdere voti cavalcando Landini.

            A godersi le difficoltà di Zingaretti su questo terreno insidiosissimo della patrimoniale è stato, sul versante decisamente opposto a Renzi, anche il vice presidente grillino del Consiglio Di Maio.  Che si è proposto come difensore dei risparmiatori.

 

 

 

 

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Il fortino assediato di Giovanni Tria al Ministero dell’Economia

            C’è un sospetto nei piani alti, e non solo in quelli bassi, dei palazzi della politica. Che il presidente uscente ma pur sempre operativo della Commissione europea  Jean-Claude Juncker nella missione compiuta a Roma, in particolare fra Palazzo Chigi e il Quirinale, abbia voluto alludere anche a quello dell’Economia Giovanni Tria parlando genericamente  di “alcuni ministri bugiardi” nel governo italiano.

            Il sospetto nasce, fra l’altro, dal fatto che con i suoi interlocutori il presidente della Commissione europea ha insistito a parlare delle difficoltà a dir poco contabili della pur “cara” Italia, e della necessità di farvi fronte con una certa urgenza. Eppure il ministro Tria ha pubblicamente assicurato che dall’Europa non sono arrivati e non arrivano richieste o manifestazioni d’interesse per manovre correttive nel nostro Paese.

            D’altronde, solo a parlare di manovre correttive, non a caso escluse da entrambi i vice presidenti del Consiglio per conto dei partiti che rappresentano nel governo, vengono i brividi nella maggioranza gialloverde per i temuti contraccolpi nella campagna elettorale in corso per il rinnovo a fine maggio del Parlamento europeo e di moltissime amministrazioni locali. Ai cui risultati sono appesi gli sviluppi della situazione politica, anche se il leader leghista Matteo Salvini assicura i suoi alleati grillini, timorosi di vedere confermata la curva discendente delle loro cinque stelle, che non ha alcuna intenzione di provocare una crisi di governo, evidentemente con richieste indigeribili per l’altra parte.

            Ma la crisi, sincere o non che siano le assicurazioni di Salvini, è un’ombra che ogni giorno si allunga di più sulla maggioranza e sullo stesso governo a causa dei conflitti che, anziché ridursi, aumentano. Fra i quali spicca in queste ore quello scoppiato attorno proprio al ministro Tria, che si sente bersaglio di attacchi da “spazzatura”, come ha confidato al Corriere della Sera, in particolare dai grillini. Che hanno chiesto e ottenuto dal presidente del Consiglio, con riserva di Tria e consiglierapg.jpgrivolgersi con più forza anche al capo dello Stato, un intervento sul ministro per “chiarire”, diciamo così, il ruolo della sua consigliera Claudia Bugno, aspettandosene una rimozione che il ministro ha negato. Le ha anzi confermato pubblicamente piena fiducia, rimediandosi dal Fatto Quotidiano, il più vicino fra i giornali al movimento delle 5 stelle, un ruvido trattamento, con annessa vignetta.

             Pure sul presidente del Consiglio Giuseppe Conte il giornale diretto da Marco Travaglio ha avuto da ridire per non essere stato Fatto su  Tria.jpgabbastanza esigente col ministro Tria, e con la vicenda, fra l’altro, di un figlio della seconda moglie  assunto dall’azienda del marito della sua consigliera. Alla quale -altra accusa dei grillini- Tria avrebbe tolto un incarico, diciamo così, suppletivo in una società a partecipazione statale solo per concederle un altro forse più vantaggioso, nel Consiglio di Amministrazione dell’Azienda Spaziale Italiana.

            Questa storia, francamente più da cortile che da palazzo, si sovrappone alla ben più politica contestazione delle resistenze opposte da Tria al provvedimento predisposto dal governo per liquidare i Repubblica.jpgdanneggiati dalle banche fallite. Alla fretta di entrambi i partiti della maggioranza di chiudere questa partita prima delle elezioni di fine maggio il ministro oppone, oltre alle perplessità espresse in sede comunitaria, il rischio suo personale e dei suoi dipendenti di rispondere dei danni contestabili dalla Corte dei Conti in assenza di truffe lamentate dai risparmiatori ma non comprovate sul piano giudiziario. E poi,  c’è la lunga storia dei rapporti mai felici fra Tria e i partiti che ne reclamavano già nella scorsa estate maggiori aperture a spese in deficit per realizzare il costoso contenuto del loro contratto di governo.

            Il livello della tensione nella maggioranza su quello che si può ormai chiamare l’affare Tria, pur con qualche differenza di tono fra grillini e leghisti, più incalzanti i primi e più cauti i secondi, emerge dalla nettezza con la quale il ministro dell’Economia, sentendosi probabilmente spalleggiato dal Quirinale, ha liquidato come “sciocchezze” le dimissioni che qualcuno si aspetta da lui. “Se andassi via -ha spiegato al Corriere della Sera, per  nulla “intimidito” dalla campagna in corso contro di lui- dovremmo vedere quale sarebbe la reazione dei mercati”, troppo snobbati evidentemente da chi gli sta facendo una guerra per niente nascosta.

 

 

 

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Mezzo secolo di governi litigarelli: da Moro a Conte, i pugliesi di Palazzo Chigi

Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte per una volta si è dunque mostrato insofferente sbottando contro la poca “sobrietà” dei suoi ministri, presi più dalla campagna elettorale per le europee e le amministrative di fine maggio che dai doveri della “generosità” operativa in un’alleanza per quanto anomala qual è quella fra i grillini e i leghisti. Che si accordarono l’anno scorso dopo esserle dette di tutti i colori sulle piazze fisiche e telematiche, come era già accaduto nelle elezioni politiche del 1976 ai democristiani e ai comunisti. Ma quelli si erano poi spinti a fare insieme una maggioranza di tregua, non un governo.

Erano altri tempi. E c’erano pure altri uomini, con ben altre esperienze e partiti alle spalle. Uno di quelli era Aldo Moro, l’ultimo pugliese passato per Palazzo Chigi prima di Conte, che non ha nascosto l’ambizione di ispirarvisi, almeno per conterraneità.

Ma, tutto sommato, è proprio a Moro, fra gli altri, che Conte potrebbe pensare se volesse consolarsi misurando la temperatura della sua compagine ministeriale.

Moro non aveva ancora formato il suo primo governo “organico” di centro-sinistra, col trattino, avendone Moro.jpgsolo prenotato la guida dopo le elezioni del 1963 affrontate e vinte come segretario della Dc, che già impensieriva l’allora presidente della Repubblica, e collega di partito, Antonio Segni. Il quale, nell’estate di quell’anno, prima volle che Giovanni Leone imbarcasse nel Antonio Segni.jpgsuo governo cosiddetto “balneare” come ministro del Tesoro il fedelissimo Emilio Colombo. Poi, dando a quest’ultimo un passaggio in auto dopo la partecipazione ai funerali di Giovanni XXIII, ne incoraggiò le ambizioni con questo ragionamento: alla fine dei bagni con Leone preferirei dare l’incarico di formare il governo a te, che sei giovane, piuttosto che a Moro. Il quale peraltro aveva 47 anni: solo quattro in più del neo-ministro del Tesoro.

            Colombo prese così sul serio Segni che, confermato dopo qualche mese al suo posto da Moro nel primo governo di alleanza vera e propria con i socialisti, trasformò il dicastero di via XX Settembre in una specie di fortino politico. Dove autorizzava le spese col contagocce, o quasi, preoccupato dalla “smania” dei socialisti, come avrebbe raccontato lui stesso dopo molti anni in una intervista, di allargare la borsa per fare avvertire laColombo.jpg svolta costituita dal loro arrivo al potere. E, poiché Moro fingeva di non capire o di non sentire, ad un certo punto gli scrisse una lettera per denunciare i rischi di una crisi economica e finanziaria continuando a soddisfare le richieste degli alleati.

Per un disguido dei suoi uffici, a sentire il racconto di Colombo, o apposta, come apparve a Moro o ai suoi più stretti collaboratori, quella lettera arrivò anche nella cassetta della posta di Cesare Zappulli al Messaggero, prossimo al Quirinale quanto a Palazzo Chigi. Scoppiò un finimondo politico che nell’estate del 1964 impedì a Segni, allo scoppio della crisi del primo governo Moro sul problema del finanziamento alla scuola privata, di mettere Colombo in pista per la successione alla presidenza del Consiglio. Fu una crisi rovente, con i “rumori di sciabole” riferite dal leader socialista e vice presidente del Consiglio Pietro Nenni nei suoi diari.Saragat.jpg A crisi risolta, ci fu una sfuriata del ministro socialdemocratico  degli Esteri Giuseppe Saragat a Segni, colto da ictus mentre il suo interlocutore, presente peraltro Moro, gli rimproverava di avere cercato di strozzare il centro-sinistra in culla con un aiuto militare.

Da quell’ictus Segni non si sarebbe più ripreso, sostituito a fine anno proprio da Saragat con un’operazione politica finalizzata da Moro alla cosiddetta stabilizzazione del centro-sinistra, ma subìta dai democristiani con disagio neppure tanto nascosto.

Proprio per coprirsi bene le spalle all’interno del suo insofferente partito Moro sostituì Saragat alla Farnesina con l’”altro cavallo di razza” della Dc, come veniva chiamato Amintore Fanfani accoppiandolo nella scuderia scudocrociata allo stesso Moro. Ma furono per il presidente del Consiglio più guai che sollievi.

Gli americani, abituati all’atlantismo ferreo di Saragat, non gradirono la svolta della politica estera tentata da Fanfani, scavalcando anche i socialisti, con iniziative di vario tipo in Estremo Oriente per porre fine al conflitto vietnamita. La più famosa e clamorosa di quelle iniziative fu un viaggio del sindaco fanfaniano, appunto, di Firenze Giuseppe La Pira ad Hanoi, la capitale del Vietnam comunista del Nord.

Di quel viaggio, come se non bastassero i sospetti pubblici e privati dei governanti americani, cercò di spiegare le buone Fanfani.jpgintenzioni e i possibili effetti positivi la stessa moglie di Fanfani in una intervista a Gianna Preda, firma di punta del settimanale di destra Il Borghese, che lo stesso marito definì “improvvida” dimettendosi da ministro. Ma non senza sottrarsi a un dibattito parlamentare nel quale si tolse qualche sassolino dalla scarpa, di fronte a un Moro a dir poco imbarazzato, accusando gli alleati americani di confondere praticamente il Ministero degli Esteri italiano per il Ministero delle Poste.

Difficoltà non mancarono durante la cosiddetta prima Repubblica neppure nei governi cosiddetti monocolori, composti interamente da democristiani, dove pure si presumeva che dovesse essere più facile andare d’accordo. In quello -il primo presieduto da Giulio Andreotti – che nel 1972 Andreotti.jpgche portò il Paese alle elezioni anticipate dopo l’interruzione del centro-sinistra con l’ascesa di Giovanni Leone al Quirinale per succedere a Saragat, il ministro del Lavoro Carlo Donat-Cattin si rifiutò di giurare, preferendo andare da un barbiere davanti a Montecitorio. Dovette intervenire il paziente amico Moro, ministro degli Esteri e mancato presidente della Repubblica, per convincerlo alla disciplina il giorno dopo.

In un altro dei monocolori di Andreotti, quelli appoggiati dai comunisti fra il 1976 e il 1978, lo stesso Donat-Cattin e Antonio Bisaglia crearono tanti di quei problemi al presidente del Consiglio da indurlo a cedere alla richiesta del Pci di Enrico Berlinguer di lasciarli fuori in occasione dell’ultima crisi, gestita come presidente della Dc da Moro. Che volle e seppe salvarli entrambi, pochi giorni prima che venisse sequestrato dalle brigate rosse fra il sangue della sua scorta per essere ucciso anche lui dopo 55 giorni. Durante i quali un altro ministro democristiano creò problemi ad Andreotti. Fu Arnaldo Forlani, che alla Farnesina, contravvenendo in qualche modo alla linea della fermezza presidiata dal Pci nella maggioranza di cosiddetta “solidarietà nazionale”, strappò al segretario generale delle Nazioni Unite un appello per la liberazione di Moro. Le brigate rosse, se avessero voluto, avrebbero potuto vendersi  quel fatto politicamente come un riconoscimento internazionale della loro formazione eversiva.

Quando si tornò ai governi di coalizione il buon Giovanni Spadolini, il primo al quale la Dc cedette il passo a Palazzo Chigi, dovette dimettersi nel 1982 per una incontenibile lite da “comari” scoppiata fra il ministroSpadolini.jpg democristiano del Tesoro Nino Andreatta e quello socialista delle Finanze Rino Formica, scambiato ad un certo punto addirittura per un “nazionalsocialista”. Il contrasto fu sul ruolo e sulle competenze della Banca d’Italia, che fino ad allora era stata costretta a garantire al Tesoro la collocazione di tutti i titoli del debito pubblico.

A Bettino Craxi, costretto nei quattro anni trascorsi a Palazzo Chigi, fra il 1983 e il 1987, a guardarsi spesso più dall’alleato segretario della Dc Ciriaco De Mita che dall’avversario Enrico Belinguer e dai suoi successori, toccò ad un certo punto di essere messo in difficoltà dal suo compagno di partito e ministro delle Partecipazioni Statali Gianni De Michelis. Che rifiutò le scuse reclamate dal capoCraxi e De Michelis.jpg dello Stato, il socialista Sandro Pertini, per avere incontrato a Parigi il rifugiato Oreste Scalzone, ricercato per terrorismo in Italia. Per protesta Pertini cominciò uno sciopero non dichiarato della firma, che in pochi giorni paralizzò a tal punto il governo da indurre Craxi a intimare a De Michelis le scuse.

Il sesto e penultimo governo pentapartitico di Andreotti sopravvisse fortunosamente nel 1990 alle dimissioni dei ministri della sinistra democristiana, fra i quali Sergio Mattarella, presentate per protesta contro la legge che aveva regolarizzato le televisioni private di Silvio Berlusconi. Il miracolo avvenne per la sostituzione repentina dei dimissionari consentita dal presidente della Repubblica Francesco Cossiga fra la sorpresa e le proteste persino del partito -il Pri- cui apparteneva l’autore della legge: il ministro delle Poste Oscar Mammì.

I governi litigarelli, chiamiamoli così, affollarono anche la cosiddetta seconda Repubblica, seguita alla prima grazie al combinato disposto delle inchieste giudiziarie su Tangentopoli e di una nuova legge elettorale per i tre quarti maggioritaria e solo per un quarto proporzionale. Pur forte, come riteneva per essersi proposto direttamente agli elettori come presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi durò la prima volta a Palazzo Chigi meno di una gravidanza per il fuoco amico dei leghisti. Che prima lo sconfessarono sul decreto legge, pur controfirmato immediatamente dal capo dello Stato Oscar Luigi Scalfaro, per limitare il ricorso alle manette durante le indagini preliminari e poi lo fecero cadere sullo scoglio della solita riforma delle pensioni. Intanto il Cavaliere entrava nell’interminabile tunnel giudiziario dove si sarebbe  abituato a viaggiare costantemente.

Tornato alla guida del governo nel 2001 grazie alla riconciliazione con la Lega di Umberto Bossi, il fondatore e leader del centrodestra dovette fare i conti con vice presidenti del ConsiglioBerlusconi e Fini.jpg insofferenti e ingombranti, secondo le occasioni, come Gianfranco Fini, Marco Follini e Giulio Tremonti, a volte talmente in conflitto fra di loro da eliminarsi. Tremonti, per esempio, dovette dimettersi dopo essersi sentito dire da Fini che Fin e Tremonti.jpgpoteva anche intendersi di economia, ma non certo di politica. Poi a Fini, nel frattempo passato dall’esperienza della Farnesina a quella di presidente della Camera, venne la tentazione di far fuori politicamente lo stesso Berlusconi, mancando l’obiettivo per poco.

Richiamato al Tesoro con una scelta che sembrò riparatrice da parte del Cavaliere, Tremonti divenne per Berlusconi nel 2011 un problema forse ancora più grande della crisi finanziaria importata da oltre Oceano. Nei giorni scorsi, commentando le rivelazioni fatte su quella torrida estate di otto anni fa da Fabrizio Cicchitto con la ricostruzione della storia di Forza Italia, Tremonti ha moltiplicato anziché ridurre i misteri delle tensioni e infine della rottura con Berlusconi. Egli ha detto, in particolare, che non è ancora arrivato il momento giusto per sentire la sua versione dei fatti.

Anche il governo tutto tecnico di Mario Monti, succeduto all’ultimo del Cavaliere, dovette perdersi per strada il ministro addirittura degli Esteri, Giulio Terzi di Sant’Agata, per un clamoroso dissenso sulla gestione dell’affare indiano dei militari italiani arrestati per un’operazione anti-pirateria. Ancora più clamorosa era stata la disavventura occorsa al governo tecnico di Lamberto Dini, succeduto a Berlusconi nel 1995, con la sfiducia praticamente imposta dal Quirinale contro il guardasigilli Filippo Mancuso, scontratosi con la Procura di Milano per una ispezione indesiderata.

Neppure i governi di centrosinistra, senza più il trattino delle prime, autentiche versioni morotee, se la sono cavata bene durante la seconda Repubblica. Romano Prodi non è mai riuscito a guidarli, come invecemastella e prodi.jpg è accaduto bene o male almeno una volta a Berlusconi, per una intera legislatura cadendo sempre per il cosiddetto fuoco amico. L’ultimo, nel 2018, solo formalmente cadde per la reazione del ministro della Giustizia Clemente Mastella all’arresto della moglie, con l’ennesimo intreccio fra politica e giustizia. In realtà, il guardasigilli aveva già liquidato il governo affacciandosi una mattina nella stanza del presidente del Consiglio per annunciargli che non si sarebbe lasciato “fottere” -testuale, secondo i suoi stessi racconti- dalla “vocazione maggioritaria” proclamata da Walter Veltroni fondando l’anno prima il Pd e assumendone la segreteria.

Non dimentichiamo infine il fuoco amico di Matteo Renzi contro il governo di Enrico Letta, nè quello dei vari Massimo D’Alema al governo Renzi e persino a quello di Paolo Gentiloni, durante il quale si consumò il suicidio della scissione del Pd.

 

 

Pubblicato su Il Dubbio

Quando la rivincita del presente e del futuro è in una semplice foto

           Una volta tanto non bisogna aspettare la storia, ma basta la cronaca per mettere cose, fatti e persone al loro posto e prendersi una rivincita, o qualcosa che le assomiglia, sulle apparenze.

            A sentire l’Ocse, che è l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, in Italia saremmoRepubblica.jpg fermi a 19 anni fa per tenore di vita, e per ciò che di solito ne consegue, debbo ritenere. O saremmo tornati “all’anno 2000”, come ha preferito titolare su tutta la prima pagina la Repubblica.

            Oltre che per tenore di vita saremmo fermi o rischieremmo di tornare a una ventina d’anni fa, o addirittura al Medio Evo, secondo la prevalente rappresentazione che è stata fatta del cosiddetto congresso mondiale della famiglia tradizionale appena svoltosi a Verona con la partecipazione del “competente” ministro Lorenzo Fontana e del suo “capitano” Matteo Salvini: entrambi contestati nello stesso governo da superiori o omologhi. Che hanno preferito organizzare in tutta fretta o accorrere a contro-manifestazioni per mettere in sicurezza il futuro.

            Eppure c’è una foto su molte delle prime pagine dei giornali che smentisce tutto questa rappresentazione o denuncia di fermo o ritorno al passato. E’ l’immagine festosa delle due donne -Lorella e Rosa Maria- in divisa militare, della Marina, che si sono sposate col rito naturalmente civile e, felici come la Pasqua che il calendario ci regalerà solo il 21 aprile, sono passate sotto l’arco di spade di un picchetto d’onore. Che, ad occhio e croce, non mi sembra abbia potuto formarsi ed esibirsi senza il permesso o il consenso del Comando di competenza, a La Spezia e forse anche ancora più su, o più giù pensando a Roma.

            Eppure il Giornale, quello fondato da Indro Montanelli e di ormai consolidata proprietà della famiglia Berlusconi, che peraltro ha appena deciso di mutilarlo della redazione romana per Il Giornale.jpgle solite ragioni di risparmio, ha annunciato “l’imbarazzo della Marina” per la celebrazione delle “prime nozze lesbiche” in divisa e della festa che le ha accompagnate. Sarebbe un imbarazzo, questo sì, indicativo di un fermo o di un ritorno al passato. Che mi auguro sinceramente fermo, a sua volta, solo nell’immaginazione o persino nell’auspicio di quel titolo d’antan.

 

 

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E’ tornata in qualche modo fra noi Lotta Continua, stavolta persino al governo

Fondata con l’omonima testata giornalistica il 1° novembre del 1969, festa di Ognissanti ma anche vigilia della festa dei defunti, Lotta Continua si sciolse come associazione Lotta Continua.jpgpolitica extraparlamentare di sinistra dopo avere tanto inutilmente di parlamentarizzarsi nelle elezioni politiche anticipate del 1976. E in tempo per non essere direttamente coinvolta nella lotta armata alla quale stavano aderendo a titolo personale alcuni dei suoi militanti, stufi di battersi contro il sistema solo con le parole.

           Essa sopravvisse come giornale quotidiano sino al 1982 incorrendo in clamorosi incidenti, a dir poco, come la campagna forsennata contro il commissario di Polizia Luigi Calabresi, assassinato sotto casa il 17 maggio 1972 dopo essere stato trattato mediaticamente, a dispetto di un verdetto giudiziario di segno opposto, come responsabile della morte di Giuseppe Pinelli nella Questura di Milano. Dove  l’anarchico, caduto o gettato nel cortile di quel fortilizio da una finestra, era trattenuto per interrogatori sulla strage avvenuta pochi giorni prima, il 12 dicembre 1969, nella Banca Nazionale dell’Agricoltura di Piazza Fontana.

            Ebbene, qualcosa di quanto meno omonimo a Lotta Continua è tornato dopo tanti anni fra noi. Ed è addirittura il governo, dove i due partiti che lo compongono, la Lega e il Movimento delle 5 stelle, lottano fra di loro attraverso i ministri così scompostamente ormai da aver fatto saltare la mosca sul naso persino al solitamente imperturbabile presidente del Consiglio Giuseppe Conte. Che solo qualche giorno fa aveva orgogliosamente attribuito alla sua “pugliesità”, in una intervista al Corriere del Mezzogiorno, il merito e la capacità di “sorridere alla vita” e di “conservarsi umile”.

            A fare perdere al professore e avvocato di terra foggiana il sorriso e la pazienza generalmente abbinata all’umiltà sono stati – almeno alla prima apparenza- entrambi i vice presidenti del Consiglio, il grillino Luigi Di Maio e il leghista Matteo Salvini, e i loro colleghi di governo, ministri o sottosegretari che siano, a furia di polemizzare, sgambettarsi o graffiarsi, scaricandosi peraltro le responsabilità dei ritardi, delle contraddizioni, della confusione e di quant’altro di negativo inevitabilmente procurato all’azione dell’esecutivo. E, più in generale, ad un Paese per giunta alle prese con una recessione che persino il ministro dell’Economia Giovanni Tria ha dovuto ammettere, dopo avere cercato tante volte di negarla o minimizzarla, parlando ad un convegno toscano. Dove ha colto l’occasione anche per difendere le banche dai sospetti e dagli attacchi pentastellati, sfociati peraltro nella legge su una commissione parlamentare d’inchiesta tipo anti-mafia promulgata dal capo dello Stati con tanto di preoccupazioni e moniti espressi in una lettera ai presidenti delle Camere.

            Il fatto che dopo avere chiesto, spazientito, ai suoi ministri “più sobrietà e generosità” il presidente del Consiglio abbia incontrato a Firenze, dove entrambi si trovavano, il vice presidente Conte e Salvini.jpgdel Consiglio Salvini, distraendolo da una visita alla sua nuova, presunta fidanzata Francesca Verdini, e famiglia, ha dato l’impressione, a torto o a ragione, che il professore ce l’avesse, in realtà, più col leader leghista che con quello grillino. E’ d’altronde un’impressione, quella di uno sbilanciamento dei rapporti a favore delle cinque stelle, che i leghisti hanno spesso rimproverato pubblicamente a Conte. E ciò specie dopo il suo intervento a  gamba abbastanza tesa contro la linea ferroviaria ad alta velocità per il trasporto delle merci da Lione a Torino, contestatissima dai grillini e appoggiatissima dalla Lega.

            Non parliamo poi delle polemiche sul cosiddetto congresso mondiale a favore delle famiglie tradizionali svoltosi a Verona. Che è stato sostenuto dai leghisti con la partecipazione attiva di Salvini, catalogato come medievale dai grillini e privato da Conte di quella specie di logo di Palazzo Chigi che il ministro leghista della famiglia Lorenzo Fontana aveva permesso. E così quel congresso, o raduno, da occasione di scontro all’interno della Chiesa, quale probabilmente aveva all’origine, come un segnale critico ad un Papa considerato troppo poco tradizionale, a dir poco, da una parte dello stesso clero e dell’associazionismo cattolico, è diventato l’ennesimo terreno di scontro all’interno della maggioranza gialloverde, e dello stesso governo. Dove alla fine sono risultate incerte anche le competenze istituzionali, prima ancora delle linee più o meno programmatiche riconducibili al famoso, o fumoso, “contratto” stipulato fra i due partiti alleatisi a sorpresa dopo le elezioni dell’anno scorso. Alle quali essi avevano partecipato dicendosene e facendosene di tutti i colori, senza rinunciare -come si è visto dopo- alle loro abitudini o attitudini, in una sostanziale prosecuzione della campagna elettorale: anch’essa continua. 

 

 

 

 

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Cambia l’ora, da solare a legale, ma non il clima fuori e dentro il governo

              “Alta tensione”, titola su tutta la prima pagina il Corriere della Sera riferendo della situazione politica, ma più in particolare dei rapporti fra i due partiti del governo gialloverde. Che “fanno prove di divorzio”, titola con evidenza ancora maggiore la Repubblica, promuovendo a test politico generale lo scontro verificatosi nella maggioranza, in particolare, sui temi della famiglia trattati a Verona nel contestassimo raduno dei tradizionalisti. Dove il vice presidente leghista del Consiglio e ministro dell’Interno è corso per chiedere, fra l’altro, al presidente del Consiglio, naturalmente assente, l’accelerazione delle procedure per le adozioni, forse pensando di spiazzare i suoi avversari ma rimediandosi una mezza bocciatura scolastica. Quale è stato l’invito rivoltogli a distanza per ripicca dallo stesso Conte a “studiare” le competenze in materia. Che spettano più al ministro leghista della famiglia, non a caso attivissimo a favore del raduno di Verona, che a Palazzo Chigi.

            Se si passa dai temi della famiglia ad altri, quelli per esempio dell’economia, della finanza e delle banche, la temperatura politica sale ulteriormente. Mentre la presidente forzista, cioè berlusconiana, del Senato ha confermato la sua “obbedienza” alla lettera di raccomandazioni inviatale dal capo dello Stato, assicurando che sceglierà con la dovuta accortezza i venti senatori della commissione d’inchiesta parlamentare sul sistema del credito istituita con una legge promulgata con non nascoste preoccupazioni al Quirinale, il presidente grillino della Camera ha fatto sapere che c’è ben poco da chiedergli, e da aspettarsi da lui, perché saranno i gruppi parlamentari a designare i loro rappresentanti. E Roberto Fico procederà praticamente a ratificarne le scelte con le nomine formali, salvo clamorose sorprese.

            E’ cambiata insomma l’ora, da solare a legale, ma non la conflittualità nella maggioranza di governo, e nelle sue derivazioni istituzionali e mediatiche.  Dove cresce, in particolare, l’insofferenza ora legale.jpgdei grillini verso Salvini, non a caso rappresentato sulla prima pagina di quella specie di sesta stella che è il Fatto Quotidiano, per il movimento capeggiato da Luigi Di Maio, come un feto abortito: di quelli rappresentati con assai poco gusto, in verità, anche negli articoli da cartoleria o gadget  distribuiti a Verona. Un feto abortito e pronto ad essere immerso nella formalina. C’è addirittura, sotto le cinque stelle, chi si diverte a suggerire vari modi in cui eliminare il Salvini adulto o a cercare con disperazione, fortunatamente solo ironica sinora, un killer.

            A dire il vero, neppure le opposizioni se la passano tanto meglio. Silvio Berlusconi, per esempio, nel venticinquesimo anniversario della sua prima vittoria elettorale ha radunato gli amici eletti a vari livelli -quelli che i grillini chiamano “portavoce”- in un palazzo romano destinato Berlusconi .jpgai congressi degli altri partiti, visto che di quelli veri della sua Forza Italia personalmente non ne ricordo nessuno, per avvertire malpancisti e critici, a cominciare naturalmente dal governatore della Liguria Giovanni Toti, già suo consigliere politico o addirittura delfino, che sta esaurendo la propria “pazienza”. E spero, almeno per lui, che il nervosismo non gli prenda la mano nella campagna elettorale per il Parlamento Europeo, al quale il Cavaliere si è riproposto col permesso -hanno assicurato i retroscenisti- anche dei familiari in apprensione per la sua salute, più ancora che per i voti e il personale in uscita verso la Lega.

            Il Pd da poco guidato da Nicola Zingaretti, dal canto suo, ha scoperto come una targa o un monumento il simbolo col quale parteciperà anch’esso, naturalmente, alle elezioni europee di fine Zingaretti e Calenda.jpgmaggio, per metà conservato per sé e per l’altra metà ceduto, o prestato, al logo del movimento “Siamo europei” dell’ex ministro Carlo Calenda. Fintamente a cavallo fra i due settori c’è la sigla del Partito Socialista Europeo: fintamente, perché in realtà essa è situata sul confine meridionale, diciamo così, e a destra, non a sinistra, almeno per chi vede, della metà superiore conservata dal Pd. Per cui, al limite, si potrebbe pensare che i calendiani, chiamiamoli così, non si sentano poi vincolati a partecipare, se eletti, al gruppo del Pse a Strasburgo.  

Una lettera dal Quirinale potrebbe non bastare a proteggere il sistema bancario

            L’”obbedisco” della presidente del Senato alla lettera mandata dal presidente della Repubblica a lei e al presidente della Camera perché vigilino, in pratica, sulla commissione parlamentare firma mattarella.jpgd’inchiesta sul sistema bancario istituita con una legge che lo ha molto impensierito, non credo che possa bastare davvero al capo dello Stato. Che comunque a questo punto dovrà farsela bastare per forza, avendo rinunciato all’unico, vero strumento a sua disposizione per cercare di evitare o limitare i danni di un’inchiesta politica, peraltro non la prima, foriera di molti rischi per il sistema creditizio. Mi riferisco naturalmente al “messaggio motivato alle Camere”, previsto dall’articolo 74 della Costituzione, col quale il presidente della Repubblica “può chiedere una nuova deliberazione” su una legge che non lo convince.

            Certo, quell’articolo obbliga il capo dello Stato a firmare e promulgare la legge da lui praticamente Sorgi.jpgcontestata se approvata “nuovamente” dalle Camere, cui spetta quindi l’ultima parola. Ma ognuno a quel punto avrà fatto per intero il suo compito tutelato dalla Costituzione. Ebbene, dubito che il presidente della Repubblica lo abbia fatto firmando quella lettera, come altre analoghe su altre leggi conflitto.jpgfirmate da lui e dai suoi predecessori, accomunati un po’ dalla paura di soccombere, diciamo così, in un confronto con le Camere e un po’ dal timore di aprire nella maggioranza di turno del governo una partita insanabile, con rischi di crisi di cui il vertice dello Stato non vorrebbe apparire o essere responsabile.

            Che poi questa maggioranza gialloverde, nata un anno fa solo a causa della indisponibilità o paura di entrambi i partiti che la compongono di affrontare davvero le elezioni anticipate Belpietro.jpgcui fingevano di essere pronti, sia ancora più divisa e anomala del solito, appesa alle elezioni europee e amministrative di fine maggio come a un cappio, avendo sotto i piedi il vuoto della recessione economica, non c’è dubbio. Per cui si potrebbe con una certa buona volontà anche comprendere la prudenza del presidente dellaSchermata 2019-03-30 alle 06.55.30.jpg Repubblica. Ma, appunto, occorrerebbe molta buona volontà, nella consapevolezza che non sempre producono effetti positivi i rimedi o addirittura le soluzioni dilatorie dei problemi sul tappeto.

            E questa di scrivere ai presidenti delle Camere perché praticamente vigilino su un’inchiesta parlamentare è stata una scelta dilatoria, un rimettersi ad altri. Che per giunta non sembrano proprio avere una visione comune del problema sollevato dal capo dello Stato.

            Il già ricordato “obbedisco” della volenterosa presidente del Senato Maria Elisabetta Alberti Casellati, proveniente Casellati.jpga dir poco dallo schieramento elettorale del centrodestra, stride col sostanziale ma a dir poco imbarazzato e imbarazzante silenzio del presidente della Camera Roberto Fico. Che non è solo proveniente ma partecipe attivo del movimento grillino delle cinque stelle, dove è un punto di riferimento -diciamolo francamente- della parte più sofferente o, se preferite, più insofferente verso i prezzi che un partito nato e cresciuto di protesta deve pagare alla realtà, e al Paese, nel momento in cui decide, o accetta, di governare.

            Come potrà finire anche questa storia Dio solo lo sa. Mi sembra francamente difficile che possa finire bene, fuori e dentro scudo Mattarella.jpgi palazzi bancari investiti da questa specie di emergenza politica, forse persino aggravata dalla posta del Quirinale, al di là e persino contro l’immagine dello “scudo” attribuita a torto o a ragione all’iniziativa del presidente della Repubblica. 

 

 

 

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Il compleanno di Roberto Formigoni nel carcere di Bollate

Mi associo molto volentieri agli auguri di Piero Sansonetti all’ex governatore della Lombardia Roberto Formigoni. Che compie oggi, 30 marzo, i suoi 72 anni, purtroppo in un carcere: quello di Bollate.  Dove sta scontando i 5 anni e 10 mesi di condanna definitiva per corruzione, senza diritto ai domiciliari, già negatigli, a servizi sociali e quant’altro per la stretta contemplata dalla legge cosiddetta “spazzacorrotti”, ancora fresca d’inchiostro, diciamo così, della Gazzetta Ufficiale  della Repubblica. E’ una legge della quale non si può lamentare e tanto meno denunciare l’applicazione retroattiva senza incorrere nella derisione, quanto meno, dei manettari in servizio permanente effettivo, come le tricoteuses che se la godevano sferruzzando davanti alla frequentatissima e calda ghigliottina della Rivoluzione francese del 1789.

Formigoni agli occhi di questo pubblico più o meno selezionato dell’indignazione ha aggravato la sua posizione scegliendosi con tempestività galeotta il carcere. Egli si costituì il mese scorso a Bollate, da lui scambiato secondo qualche magistrato per uno degli alberghi a 5 stelle -quanteFormigoni 2 .jpg quelle stampate peraltro nei manifesti e nei loghi dell’omonimo movimento politico-  che era solito frequentare da uomo libero, in vacanze e non, a spese sue e qualche volta, o spesso, di amici. Dai quali -riconosco- l’allora governatore avrebbe fatto meglio a non farsi pagare neppure un cappuccino al bar, figuriamoci case, barche e quant’altro, sapendoli interessati direttamente o indirettamente alle sue pur avvedute scelte o decisioni amministrative: avvedute, visto il funzionamento dei servizi, settori ed enti destinatari.

Ma per questo modo di fare e di essere del “Celeste”, con una corruzione da “utilità” più che da denaro, con questa confusione lamentata da Tiziana Maiolo tra peccato e reato, ritengo francamente, anche a costo di guadagnarmi improperi, che Formigoni abbia già molto pagato, da uomo ancora libero, con le macchiettizzazioni fattene da Maurizio Crozza: micidiali per sputtanamento, diciamo così, più di una valanga di avvisi di garanzia, di processi e di condanne. Ne sanno qualcosa, per i voti che Crozza è riuscito a portar via alle loro persone e ai loro partiti, il buon Pier Luigi Bersani -buono anche a riderne lui stesso, e di cuore- e il meno buono, per i miei gusti assai personali, Antonio Ingroia. Che da magistrato in aspettativa, avvolto nella leggenda di un epico scontro avuto più o meno direttamente con l’allora capo dello Stato in carica per le vicende processuali della famosa “trattativa” fra lo Stato e la mafia, si schiantò nella sua corsa elettorale a Palazzo Chigi, nel 2013, contro le imitazioni di Crozza, appunto, prima e più ancora che contro il verdetto degli elettori.

Ho letto da qualche parte che il carcere di Bollate, dove Formigoni -ripeto- sta scontando la sua pena in una cella, esattamente la numero 315, è provvisto ora non solo di un laboratorio di pasticceria e di uno di pelletteria, ma anche di un ristorante aperto in qualche modo al pubblico. Dove quella diavola del garantismo chiamata Annalisa Chirico, vezzeggiata come “Chirichessa” sul Chirico e Salvini.jpgFoglio dal fondatore Giuliano Ferrara, è riuscita a portare a cena addirittura il vice presidente leghista del Consiglio e ministro dell’Interno Matteo Salvini, non contenta dei guai mediatici già procuratigli con una iniziativa, sempre di ristoro, a Roma. A leggerne ho subito pensato non solo al magistrato certificatore delle 5 stelle del carcere di Bollate, ma anche al suo detenuto eccellente Formigoni. Che magari a quella stessa ora stava di nuovo contando i centimetri che mancano al suo letto per contenerne il corpo in tutta la sua lunghezza, che è da corazziere. Ma mi sono subito consolato apprendendo che, complice l’ambiente, la qualità e quant’altro del ristorante, la brava Annalisa era riuscita a strappare a Salvini, tra un piatto e l’altro, la promessa di non lasciarsi più scappare non dico dalla testa ma almeno dalla lingua il desiderio obiettivamente infelice di vedere “marcire in galera” chi vi finisce, magari a condanna definitiva emessa, escludendo almeno quelli in attesa di giudizio. Che notoriamente non mancano, specie nei penitenziari italiani.

L’idea che Salvini possa avere mai desiderato di vedere “marcire in galera” uno come Formigoni, dopo averlo peraltro conosciuto almeno come elettore lombardo e alleato politico del suo partito nella più importante regione d’Italia e altrove, a dire il vero, non mi è mai venuta davvero. Ma è ugualmente importante che “Chirichessa” sia riuscita a fare breccia nella testa o nel cuore del leader leghista parlando dei detenuti in genere, a prescindere da quello- ripeto- eccellente che era a così poca distanza da loro quella sera a cena.

C’è tuttavia dell’altro ancora che io vorrei evitare che marcisse nel posto in cui è finito, che è in questo caso il nostro codice penale. E’ la legge “spazzacorrotti” cui ho già accennato. E non solo per l’applicazione retroattiva che se ne sta già facendo, e che proverà sulla propria pelle Formigoni, ma anche per quella sostanziale soppressione della prescrizione infilatale all’ultimo momento come una supposta, tra polemiche esplose anche all’interno della maggioranza e dello stesso governo, per non parlare del parere negativo espresso dal Consiglio Superiore della Magistratura. Dove si sarebbe voluto qualcosa di più impegnativo di una promessa di riforma del processo penale per stabilire che dal primo gennaio dell’anno prossimo la prescrizione finirà con la sentenza di primo grado. Oltre la quale pertanto si potrà rischiare di rimanere imputati a vita.

Prima o poi questa legge arriverà alla Corte Costituzionale. E sono davvero curioso di vedere come ne uscirà, anche dopo averla vista uscire indenne dal palazzo dirimpettaio, che è quello del Quirinale. Dove il presidente della Repubblica, a mio modestissimo avviso di anziano giornalista ed elettore, avrebbe avuto più di un motivo per allungare i tempi della sua riflessione e rinviarla al Parlamento per una ulteriore “deliberazione”, come dice e consente l’articolo 74 della Costituzione. Che obbliga il capo dello Stato alla firma, e alla conseguente promulgazione, solo in seconda battuta, se la legge viene “nuovamente” approvata dalle Camere, sempre per espresso dettato di quell’articolo della Costituzione.

Un uccellino, diciamo così, mi informò dei dubbi che anche al presidente Sergio Mattarella, come al Consiglio Superiore da lui stesso presieduto,  erano venuti leggendo il testo di quella legge trasmessogli da Montecitorio nel testo definitivo approvato il 18 dicembre dello scorso anno.

Lo stesso uccellino mi informò non più tardi del giorno dopo che il capo dello Stato di fronte alle voci che cominciavano a circolare sui suoi dubbi o sulle sue esitazioni, e al malumore che queste voci provocavano in almeno una parte del governo, giù agitato per tante altre questioni, si era deciso a firmare la legge senza aspettare tutti i trenta giorni a sua disposizione per decidere. Ma l’uccellino per un certo verso è morto, non so se più di vergogna per avermi raccontato una balla o di pentimento per avere tradito l’obbligo al segreto, o alla discrezione. Cui sono tenuti gli uccellini che volano attorno al Quirinale.

 

 

 

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