Vi confesso una debolezza, o bassezza, come preferite. E’ la soddisfazione avvertita leggendo della decisione attribuita genericamente al governo, prima che il superministro dell’Economia Roberto Gualtieri smentisse o ne prendesse le distanze, di una stretta -si dice così- nella lotta all’evasione fiscale sulle cosiddette seconde case e successive. Che diventano magicamente prime case, esenti perciò dalla tassa conseguente, quando se le intestano altri membri della stessa famiglia fissando la loro residenza nei rispettivi Comuni. Dove in realtà vanno solo in vacanza, o vi mandano amici e simili, o le affittano.
Ho goduto all’annuncio un po’ perché circondato, nel mio piccolo, da furbi e furbetti nel posto dove risiedo in estate pagando al Comune il dovuto da solitario o quasi, e un po’ perché finalmente educato – o, magari, diseducato, secondo i gusti- dai tanti succedutisi nei governi, di ogni colore e durata, invitandomi direttamente e indirettamente a odiare gli evasori, all’ingrosso e al minuto, come nemici personali. Che mi obbligano a pagare i loro debiti effettivi o potenziali con la comunità nazionale, anche a costo di privarmi del necessario, con quel che mi resta della pensione -o mi restava dello stipendio negli anni passati- al netto delle imposte, delle trattenute assicurative, dei contributi di solidarietà per niente volontari, come dovrebbero essere con l’uso corretto di qualsiasi dizionario della lingua italiana, e quant’altro.
Chissà quante volte ho rischiato di sputare in faccia alla persona sbagliata fidandomi delle apparenze o delle casualità, come capitò -vi giuro- ad un collega che andò a prendere all’asilo il figliolo e vide prelevarne da una mamma in Porsche l’amichetto esente dalla retta per esiguità del reddito familiare.
Ebbene, il sogno consolatorio, e per qualcuno forse anche meschino, di vedere fatta giustizia coi furbi e furbetti delle prime, e non seconde, case fasulle è durato lo spazio di una notte. Perduti imperdonabilmente i telegiornali della sera, ho appreso dai quotidiani del giorno dopo che non se ne farà niente per uno scrupolo sopraggiunto nel titolatissimo ministro dell’Economia, fra uno scontro e l’altro con quegli insolenti o addirittura terroristi della Lega, e un po’ anche con quei rompiscatole dei grillini nostalgici dell’avventura gialloverde con Matteo Salvini. E’ stato, in particolare, lo scrupolo di fare un torto immeritato a quei coniugi che lavorano in Comuni diversi ed hanno avuto la sventatezza di volere abitare in appartamenti di loro proprietà, forse allergici all’idea di una casa in affitto, e magari con minori spese di manutenzione, o di aspirare magari a ricongiungersi il più rapidamente possibile anche nel luogo di lavoro.
Non so francamente, e non riesco neppure ad immaginare, quanti possano essere in Italia i coniugi così dannatamente sfortunati da lavorare in Comuni diversi e da permettersi di abitare in case di loro proprietà, magari di una soglia sotto il livello del lusso che li priverebbe dell’esenzione dall’Imu. So tuttavia che sono state valutate, temo in difetto, attorno alle 135 mila le abitazioni di false seconde case, promosse a prime con l’espediente della residenza finalizzata all’evasione fiscale. L’ammontare delle imposte evase sarebbe non inferiore ai duecento milioni di euro.
Non è un fenomeno da poco, specie per quei Comuni sistematicamente privati di risorse ogni anno, e da tempo, dal governo di turno, oltre che dagli sprechi dei loro amministratori.
Vedere tanta, improvvisa, direi pure sfacciata tolleranza, o generosità, o complicità coi furbetti dell’Imu, chiamiamoli così, fa una certa impressione, oltre che sorpresa. Non vorrei che, accorgendosene pure loro, specie se senza casa, le sardine sparse in questo periodo in tante piazze e strade
italiane, così inoffensive da essere piaciute anche a Francesca Pascale, la giovane e non certo indigente fidanzata di Silvio Berlusconi, cambiassero natura e imparassero improvvisamente a volare. Così potrebbero divorare nello spazio i frammenti delle cinque e tante altre stelle in caduta per il solo gusto poi di vomitarli, come una volta disse Beppe Grillo di noi giornalisti, forse prima di ravvedersi e di farsi venire la voglia di farlo anche o solo con Luigi Di Maio, stando a certi retroscena che impensieriscono, fra una smentita e l’altra, il così giovane e già ministro degli Esteri d’Italia.
Pubblicato su Il Dubbio
contraccettivo, la turbolenza ormai cronica della coalizione giallorossa. Che, finita ormai fra gli addobbi dell’albero di Natale confezionato personalmente da Giuseppe Conte nel suo ufficio di Palazzo Chigi col figliolo, pure al Fatto Quotidiano hanno smesso di chiamare pudicamente giallorosa. E’ ormai evidente che più a sinistra di questa coalizione di governo non c’è più niente di realmente visibile.
anche quando ne era alla guida, e contemporaneamente conduceva il governo: tanto cara da ridurlo alla irrilevanza procurata al partito socialista in Francia dal suo amico e punto di riferimento ideale Emmanuel Macron, arrivato tuttavia all’Eliseo con un sistema elettorale che in Italia ci sogniamo. E quando lo stesso Renzi, allora a Palazzo Chigi, cercò di piantarlo come un seme anche qui con la sua doppia riforma costituzionale ed elettorale, glielo bocciarono clamorosamente, come in una diabolica combinazione, gli elettori e i quindici potentissimi giudici della Corte Costituzionale.
non improbabile di un logoramento anzitempo del segretario in carica Nicola Zingaretti, ha eufemisticamente dichiarato in una intervista al Corriere della Sera che il governo, e con esso anche il suo partito che lo sostiene “con forte spirito zen”, tra una secchiata e l’altra di Luigi Di Maio, “beneficerebbe di un chiarimento all’interno del Movimento 5 Stelle”.
poi di persona per dimostrare di averli letti davvero, ha appena scritto nel suo appuntamento domenicale su Repubblica Eugenio Scalfari come di “un vero capo conforme a un Paese populista che sfoci inevitabilmente in una dittatura”, per quanto -al limite- “democratica” come fu quella di Napoleone, pur non volendo paragonare -ha poi precisato Scalfari- Renzi a quell’esemplare unico al mondo.
è l’uomo più odiato e temuto, tanto da avere mobilitato contro di lui, riempiendone le piazze come il “Mare nostro” dell’immaginifico titolo del manifesto, le pacifiche, solitamente inoffensive sardine, diventate loro malgrado un potenziale nuovo movimento politico capace di attrarre, secondo il sondaggio Demos commissionato da Repubblica, un elettore su quattro.
persino Francesca Pascale, la giovanissima e ancora adorante fidanzata dell’ultraottantenne Silvio Berlusconi. Cui la signorina ha consigliato di non ripetere, sottovalutando le sardine, l’errore fatto da tutti, anche da lui, alle prime comparse dei grillini. Che a questo punto potrebbero anche ringraziare la fidanzata di quello squalo che loro continuano a considerare il Cavaliere.
“retroscena” del quirinalista principe del giornalismo italiano, Marzio Breda, pubblicato dal Corriere della Sera chissà perché a pagina 6, e non in prima, magari come editoriale. Leggiamolo insieme, al netto di una prima parte in cui l’allarme al Quirinale era diventato altissimo di fronte ad un presidente del Consigilo che “esorcizzava” con
un ottimismo di maniera la crisi della sua maggioranza: “Il tormentato compromesso raggiunto l’altra sera sulla manovra ha tamponato quel pericolo, con un sospiro di sollievo del premier e pure di Mattarella, preoccupato per le conseguenze sullo spread. L’equilibrio resta però fragile ed esposto a tante incognite. Sul Colle le stanno valutando una per una, mentre a Palazzo Chigi si studia un cronoprogramma per la ripartenza dell’esecutivo, e mentre gli “artificieri” dei partiti dialoganti lavorano per disinnescare le mine più esplosive, quasi tutte con il timer fissato in gennaio”. Oltre quel mese, quindi, neppure Mattarella sembra riuscire a formulare previsioni.
all’uomo forte, e in fondo coerenti col 76 per cento che non si fidano più dei partiti, o col 90 per cento stufi di vederne
gli uomini o le donne in televisione, dove invece stazionano in ogni ora del giorno e persino della notte, siano stati registrati, diffusi e persino commentati un po’ da tutti i giornali più con
preoccupazione, soddisfazione o rassegnazione. E’ il sentimento, quest’ultimo, espresso senza tanto stupore persino nel titolo del manifesto, il quotidiano ancora orgogliosamente comunista, la cui cultura, storia, tradizione dovrebbero portare a inorridire degli
uomini forti: almeno di quelli non del proprio segno politico, visto che la storia del comunismo è stata ed è, dove sopravvive, una storia di uomini non forti ma fortissimi, diciamo pure feroci. Ormai siamo abbastanza “stressati”, hanno riconosciuto al manifesto, da poterci anche abituare all’idea di un altro dittatore, dopo Mussolini.
verso l’opposizione, che è naturalmente Renzi, anche lui Matteo. Già c’è chi -come Il Fatto Quotidiano col titolo e fotomontaggio di prima pagina- li vede o immagina insieme, probabilmente nella prossima legislatura ma forse anche prima, visto che il presidente del Consiglio Giuseppe Conte a Palazzo Chigi sembra proprio avere più bandiere alle spalle che futuro di governo davanti, pur cercando di ostentare ottimismo e di infonderne al presidente della Repubblica. Che, comprensibilmente preoccupato, a dir poco, lo ha appena voluto incontrare e ascoltare al Quirinale per capire che cosa stia diventando in Parlamento, tra modifiche, rinvii ed altro, la legge di bilancio e la cosiddetta manovra finanziaria da lui autorizzate, come prescrive ancora la Costituzione.
nel titolo principale di prima pagina da Repubblica, o più semplicemente, banalmente, infelicemente, ridicolmente, come preferite, a una maggiore tassazione delle vincite alle lotterie per rimediare ai tagli fiscali imposti nella maggioranza da Renzi minacciando di votare contro e far cadere il governo almeno al Senato. Dove i numeri sono già scarsi di loro e potrebbero anche diminuire ulteriormente per i parlamentari in partenza o fuga dal movimento grillino, che non vuole chiamarsi partito ma temo faccia parte di quelle forze politiche di cui il 76 per cento d’italiani non si fidano più.
ha
titolato Il Messaggero a Roma: fortuna al singolare, che è quella sognata dai poveri grattando i biglietti o giocando appunto al lotto, non certo le fortune, al plurale, che rimangono solitamente quasi intatte nelle mani di chi le possiede, anche quando sembrano essere in pericolo, o minacciate dagli annunci di turno di qualche patrimoniale.
esitato a concedere
la grazia al senatore Umberto Bossi, l’ormai vecchio -e malandato pure lui- fondatore della Lega, risparmiandogli l’anno e quindici giorni da scontare ai servizi sociali per la condanna definitiva rimediata nell’autunno scorso, avendo vilipeso l’allora capo dello Stato Giorgio Napolitano negli ultimi giorni del 2011. Allora gli aveva dato del “terrun” in un comizio nel Bergamasco, lasciando o addirittura incoraggiando l’uditorio a fischiare e spernacchiare il Presidente, con la maiuscola dovutagli anche per dettato costituzionale. La si ritrova infatti in tutti gli articoli della Costituzione in cui si parla di lui.
la grazia, senza stare lì a discutere dell’articolo del codice penale, contestato invece da altri, e forse qualche volta pure da lui, a tutela della onorabilità del capo dello Stato. Napolitano,
ormai presidente emerito della Repubblica e senatore pure lui, ma di diritto e a vita, si è affrettato a dare il suo consenso, non avendo motivo -ha detto- di risentimento per il fondatore ormai del più antico partito rappresentato in Parlamento. Lo è diventato dopo la scomparsa di tutti gli altri un po’ per suicidio -bisogna ammetterlo, visti gli errori compiuti- e un po’ perché ghigliottinati dalle Procure della Repubblica nella bufera di Tangentopoli. Dove pure la Lega, a dire la verità, lasciò qualche impronta, ma essendo ancora in culla fu risparmiata quanto meno dalla giustizia mediatica, a volte più feroce ancora di quella ordinaria, diciamo così. Forte anche di quella generosità, poi Bossi si sarebbe lasciato andare in una gestione un po’ troppo familistica del suo partito, con annesse e connesse complicazioni giudiziarie.
alla nostalgia o alla solidarietà di fronte ai cambiamenti intervenuti nella Lega sotto la guida di Matteo Salvini. Di cui si è appena appresa peraltro la decisione di improvvisare per il 21 dicembre, a vantaggio della Lega col suo nome, un congresso per commissariare e liquidare la vecchia Lega Nord di cui Bossi è presidente a vita, non si sa, a questo punto, se più sua -di vita- o del movimento ormai in liquidazione. A pensare male, diceva la buonanima di Giulio Andreotti, si fa peccato ma s’indovina.
che scatterà il 1° gennaio prossimo. I cui effetti, non riguardando i processi in corso ma quelli per i reati da compiere da quella data in poi, hanno reso il presidente del Consiglio Giuseppe Conte un po’ impermeabile alle proteste al pari del guardasigilli Alfonso Bonafede, convinti entrambi che vi sia tutto il tempo per interventi correttivi.
non avere il coraggio di contrastare davvero la posizione irremovibile del Movimento 5 Stelle, avendo contribuito a negare l’urgenza ad un intervento correttivo proposto dai forzisti, gioca come aggravante la qualità della persona delegata da Salvini nel governo gialloverde ad occuparsi di questa vicenda, E’ l’avvocato di grido e di grinta, allora ministra della funzione pubblica, Giulia Bongiorno. Che giustamente, con l’esperienza professionale che si ritrova, definì allora, e continua a definire oggi, “una bomba atomica” quella imposta dai grillini. Ma per lealtà o obbedienza politica anche lei dovette fare buon viso a cattivo gioco e scommettere -ahimè- sulla ragionevole e successiva disponibilità degli allora alleati di governo a disinnescare la bomba al momento giusto.
anniversario della sua fondazione, tra foto con l’amico Donald Trump e il principe ereditario di lunghissimo corso della Gran Bretagna, se riuscirà mai a sopravvivere alla madre, il presidente del Consiglio italiano Giuseppe Conte non deve avere accolto bene la notizia giuntagli da Roma del suo ex ministro degli Esteri Enzo Moavero Milanesi, che lo ha smentito sull’affare del Mes, o fondo europeo salva-Stati.
capitolino, l’ex ministro degli Esteri ha così risposto all’indiscreto direttore del Tempo Franco Bechis sulle discussioni e deliberazioni prese sul Mes e dintorni, secondo
l’informativa parlamentare di Conte, in Consiglio dei Ministri durante la stagione gialloverde della sua presenza a Palazzo Chigi: “Se per parlare intendano analisi approfondite, io non ne ricordo. Se intendiamo averlo menzionato di tanto in tanto, è stato menzionato”.
e il dibattito sul meccanismo europeo di stabilità- il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha detto che con Luigi Di Maio “si sente quotidianamente e non c’è alcuna divisione”: un Di Maio, si presume, in veste sia di ministro degli Esteri, sia di capo della “delegazione” grillina nell’esecutivo sia di capo, ancòra, del Movimento 5 Stelle. Che è -per chi lo avesse dimenticato consultando i risultati di tutte le elezioni parziali o locali svoltesi nell’ultimo anno in Italia- il maggiore partito della coalizione governativa e, più in generale, del Parlamento eletto il 4 marzo 2018 per la sua diciottesima edizione, o legislatura.
tanto critico sul cosiddetto fondo europeo salva-Stati da non averne condiviso e tanto meno applaudito la relazione informativa alla Camera. E deve essersi chiarito a tal punto da avergli già concesso -parole virgolettate nel titolo del giornale diretto da Marco Travaglio- di “lavorare per il rinvio sul Mes”. Che non è una marca di sigarette ma l’acronimo del già citato meccanismo europeo di stabilità.
speranze di implosione della maggioranza gialloverde nella Lega di Matteo Salvini e dintorni, ma ha provocato ulteriore allarme nel Pd. Il cui capogruppo alla Camera Graziano Delrio ha letteralmente gridato in una intervista a Repubblica: “Di Maio ci ricatta”.
E si riferiva anche ad altri contenziosi aperti nel governo, come quello della prescrizione, che il segretario del Pd in persona, Nicola Zingaretti, ha diffidato dall’abolire dal mese prossimo dopo la sentenza di primo grado, come stabilito dalla cosiddetta legge spazzacorrotti in vigore, senza avere prima concordato il modo di accelerare veramente i processi per evitare che un cittadino, magari anche assolto nel primo giudizio con una sentenza contestata in appello dall’accusa, rimanga o diventi un imputato a vita.
su tutta la prima pagina dal Quotidiano del Sud di Roberto Napoletano, né dal
troppo entusiastico bottino vantato dal Fatto Quotidiano di Marco Travaglio con quelle 26 reti che Giuseppe Conte avrebbe segnato contro Matteo Salvini “sbugiardandolo” sul cosidddetto Mes o fondo europeo salva-Stati, si può ben dire che per una volta tra Camera e Senato le facce hanno contato più delle parole.
Consiglio gode personalmente presso Beppe Grillo: il fondatore, il garante, l’”elevato” o elevatissimo del Movimento 5 Stelle. Dove Di Maio, per quanto supportato o minacciato -secondo i gusti- dalla promessa di stargli “più vicino” appena fattagli a Roma dal comico davanti ai Fori imperiali, si sente un po’ la foglia d’autunno sull’albero, come nella celebre rappresentazione ungarettiana del soldato allo stremo nella prima guerra mondiale.
dimissioni, è stata Giorgia Meloni.
Eppure Conte, come per volerla distinguere dal leader leghista assente in quell’aula e non perdere il filo di cordialità di una recente partecipazione ad una festa dei fratelli d’Italia, aveva manifestato “stupore” per essersi messa anche lei sulle posizioni d’attacco del Carroccio, risparmiandosi solo le sarcastiche risate opposte ai banchi del governo dal salviniano Claudio Borghi.
fra lo stesso Salvini e Matteo Renzi, che è un socio di maggioranza più temuto della stessa opposizione a Palazzo Chigi perché i suoi senatori basterebbero e avanzerebbero a far cadere il governo, se lo volessero. Essi sono sicuri che, nonostante il malumore crescente nel Pd e le minacce perduranti di Franceschini delle elezioni anticipate, questa tormentata legislatura potrebbe sopravvivere anche ad un’altra crisi ministeriale e, soprattutto, ad un altro presidente del Consiglio.
scontro diretto consentì il passaggio dalla maggioranza gialloverde alla maggioranza giallorossa, Salvini e Renzi si sono incrociati sorridendo e scambiandosi i pugni chiusi e l’appellativo di compagni. D’altronde, quel diavolo di comune amico e ammiratore Flavio Briatore, fuori e dentro i suoi locali, li ha già sognati insieme in un governo prossimo venturo.
tra Conte e Salvini”, nell’aula evidentemente del Senato, dove siede appunto il leader leghista oggi all’opposizione, si è consumato nel vertice di Palazzo Chigi uno scontro tutto interno, e ben più decisivo, alla coalizione giallorossa di governo. Che, nell’assenza esclusiva e non casuale dei renziani, ha raggiunto il massimo della tensione, e insieme della incoerenza, quando Luigi Di Maio- nella triplice e imbarazzante veste di capo ancora del movimento grillino, di capo della delegazione pentastellata nell’esecutivo e di ministro degli Esteri, le cui competenze non sono certamente estranee a trattative o iniziative a livello europeo- ha sostenuto che al punto in cui sono arrivate le cose il governo deve “tenersi fuori” dalla vicenda e rimettersi praticamente alla sorte di una mozione parlamentare pentastellata. Sulla quale potrebbe ricostituirsi sul piano formale -guarda caso- la convergenza con i leghisti critici della condotta di Conte e del contenuto sinora noto dell’intesa sul Mes, inteso come meccanismo europeo di stabilità.
con gli olandesi e i tedeschi, che avrebbero voluto regole potenzialmente più svantaggiose per l’Italia, Tria ha rivelato che “in Consiglio dei Ministri non se ne parlò mai perché non era quello il luogo”. Egli ha inoltre precisato di non averne parlato neppure con Salvini e Di Maio per il semplice fatto che i due non erano i suoi vice ministri, ma i vice del presidente del Consiglio Conte. Solo quest’ultimo quindi avrebbe potuto o dovuto sentirsi vincolato a informarli di ciò di cui egli era stato riferito dal ministro dell’Economia.