I retropensieri di Mattarella sul palco reale della Scala allo spettacolo della Tosca

            Chissà se Sergio Mattarella, godendosi sul palco reale della Scala, a Milano, sia lo spettacolo della Tosca sia l’accoglienza entusiastica, direi persino affettuosa, riservatagli dal pubblico, si sarà chiesto, sgomento, che tipo d’Italia sia questa, di cui gli è capitato in sorte di rappresentare “l’unità nazionale” scolpita nell’articolo 87 della Costituzione, ma sempre più indecifrabile, incerta, contraddittoria, in uno scenario sociale e persino politico appena descritto dal Censis con quel 48 per cento di persone tanto stremate dalla crisi e dalla confusione da desiderare “l’uomo forte”. Nei cui panni, magari, molti vorrebbero che si mettesse proprio lui, il capo dello Stato, allargando al massimo, nell’applicazione delle sue prerogative, quella fisarmonica che è stata definita la Costituzione da fior di giuristi alla luce dell’uso che ne hanno fatto gli inquilini succedutisi al Quirinale. Ma Mattarella impallidirebbe, e s’ingobbirebbe ancora più di quanto gli capiti assomigliando al compianto Giulio Andreotti, solo a sentir parlare di sè come dell’uomo finalmente e salvificamente forte.

            Eppure, nonostante la fiducia in qualche modo impostagli dal ruolo sia per praticarla sia per diffonderla, evitando che la situazione  peggiori e che quel 48 per cento salga addirittura al 76 già attribuito dal Censis a chi è deluso e persino stufo dei partiti, Mattarella è preoccupato, seriamente preoccupato, del quadro politico.  Non so, francamente, se sia anche un po’ pentito, vista la prova che sta dando la maggioranza giallorossa improvvisatasi qualche mese fa col suo consenso, di non avere sciolto le Camere, pur a poco più di un anno dalla loro elezione, dove i partiti sono aumentati e quello centrale, in quanto provvisto della maggioranza dei seggi, cioè il Movimento 5 Stelle, non si sa bene da chi sia davvero diretto: se da Beppe Grillo dietro i cancelli delle sue ville, difficili da violare come una volta il Muro di Berlino, o dal suo delegato Luigi Di Maio, con tutti gli scatti e gli scarti che riserva al presidente del Consiglio Giuseppe Conte in curiosa, sconcertante concorrenza col capo dell’opposizione e suo ex alleato Matteo Salvini e, all’interno della stessa maggioranza, con l’altro Matteo. Che è naturalmente Renzi.

            Di quest’ultimo, conosciuto e frequentato bene quando era insieme segretario del Pd e presidente del Consiglio, sino a suggerirgli come un vecchio e paziente maestro i libri su cui formarsi, riferendogliene Scalfari 1 .jpgpoi di persona per dimostrare di averli letti davvero, ha appena scritto nel suo appuntamento domenicale su Repubblica Eugenio Scalfari come  di “un vero capo conforme a un Paese populista che sfoci inevitabilmente in una dittatura”, per quanto -al limite- “democratica” come fu quella di Napoleone, pur non volendo paragonare -ha poi precisato Scalfari- Renzi a quell’esemplare unico al mondo.

            Come dittatore, comunque, l’uomo di Rignano, o il senatore di Scandicci, o il leader della neonata Italia Viva, sarebbe per Scalfari più  adatto a questa Italia persino di Salvini.  Che pure a sinistra manifesto e sardine.jpgè l’uomo più odiato e temuto, tanto da avere mobilitato contro di lui, riempiendone le piazze come il “Mare nostro” dell’immaginifico titolo del manifesto, le pacifiche, solitamente inoffensive sardine, diventate loro malgrado un potenziale nuovo movimento politico capace di attrarre, secondo il sondaggio Demos commissionato da Repubblica, un elettore su quattro.

           E’ un mare, quello delle sardine, nel quale si è in qualche modo tuffata, tra sorpresa, ilarità e quant’altro, Pascale.jpgpersino Francesca Pascale, la giovanissima e ancora adorante fidanzata dell’ultraottantenne Silvio Berlusconi. Cui la signorina ha consigliato di non ripetere, sottovalutando le sardine, l’errore fatto da tutti, anche da lui, alle prime comparse dei grillini. Che a questo punto potrebbero anche ringraziare la fidanzata di quello squalo che loro continuano a considerare il Cavaliere.

            Per tornare alle preoccupazioni di Mattarella, sopra e dietro il palco reale della Scala a Milano, basterà leggere un Titolo Breda.jpg“retroscena” del quirinalista principe del giornalismo italiano, Marzio Breda, pubblicato dal Corriere della Sera chissà  perché a pagina 6, e non in prima, magari come editoriale. Leggiamolo insieme, al netto di una prima parte in cui l’allarme al Quirinale era diventato altissimo di fronte ad un presidente del Consigilo che “esorcizzava” con Breda.jpgun ottimismo di maniera la crisi della sua maggioranza: “Il tormentato compromesso raggiunto l’altra sera sulla manovra ha tamponato quel pericolo, con un sospiro di sollievo del premier e pure di Mattarella, preoccupato per le conseguenze sullo spread. L’equilibrio resta però fragile ed esposto a tante incognite. Sul Colle le stanno valutando una per una, mentre a Palazzo Chigi si studia un cronoprogramma per la ripartenza dell’esecutivo, e mentre gli “artificieri” dei partiti dialoganti lavorano per disinnescare le mine più esplosive, quasi tutte con il timer fissato in gennaio”. Oltre quel mese, quindi, neppure Mattarella sembra riuscire a formulare previsioni.

 

 

 

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