Ciò che resta di più del passaggio della cosiddetta manovra fiscale al Senato, e relativo aggiornamento della cosiddetta nota di bilancio, nonostante la fiducia incassata dal governo giallorosso di Giuseppe Conte con 166 sì contro i 128 no al solito maxi-emendamento dei 958 commi lamentati con rassegnazione dal professore Sabino Cassese, è l’occhiolino di Matteo Renzi, dai banchi della maggioranza, all’altro Matteo, Salvini, sui banchi dell’opposizione.
Eppure fu proprio contro Salvini e la sua scontata vittoria in caso di elezioni anticipate – e non per evitare un aumento dell’Iva che, diciamoci la verità, anche il centrodestra a trazione leghista avrebbe evitato, una volta al governo- che Renzi spalancò in agosto le porte ai grillini smettendola di mangiare pop-corn e portandosi appresso anche il segretario del Pd, cui ancòra apparteneva.
Senza le aperture improvvise di Renzi il prudente Nicola Zingaretti, la cui propensione per le elezioni anticipate aveva praticamente incoraggiato Salvini a provocare la crisi del governo gialloverde, mai o assai difficilmente avrebbe seguito sulla strada dell’intesa con i grillini i
l pur attivissimo e ostinato Dario Franceschini. Che magari, secondo retroscena poi contraddetti dagli sviluppi delle trattative, avrebbe preferito il nuovo governo presieduto dal pentastellato Roberto Fico, e non dal “continuista” Conte, per prenderne il posto alla presidenza della Camera.
Il vertice di Montecitorio era, ed è forse rimasto, il vecchio desiderio dell’attuale ministro della Cultura, arrivato a sfiorare già nel 2013 l’obiettivo coltivato dai tempi della presidenza del gruppo del Pd. Ma l’allora segretario del partito e candidato a Palazzo Chigi, Pier Luigi Bersani, lo sorprese preferendogli l’ancòra vendolina Laura Boldrini. Vecchie storie, d’accordo, che sembrano addirittura preistoria con tutto quello che sarebbe poi accaduto, compresa l’irruzione di Renzi al Nazareno e subito dopo anche a Palazzo Chigi, ma sono sempre utili da ricordare per capire uomini e situazioni.
Per tornare proprio a Renzi, nel frattempo colpito dal solito “fuoco amico”, perduti Palazzo Chigi, Nazareno ed elezioni nel 2018, e infine uscito dal Pd per tentare l’avventura ancora più personale di Italia Viva, nel momento in cui ha avvertito, fra le difficoltà del nuovo governo Conte, il rischio di ridursi ad una semplice e dichiaratamente temuta “sopravvivenza” pur cercando di distinguersi continuamente all’interno della maggioranza giallorossa, egli ha annunciato, promesso, ventilato -come preferite- l’”approfondimento” del comitato di salute nazionale proposto da Salvini per risolvere i problemi più urgenti, e nel frattempo aggravatisi, del Paese.
Sarà pure una “simpatica tarantella”, come lo stesso Renzi l’ha definita facendo credere di prenderne le distanze,
anche nella versione di una specie di governissimo costituente, o qualcosa del genere, di Mario Draghi prospettato con varie interviste dall’ex sottosegretario a Palazzo Chigi e ora solo vice segretario della Lega Giancarlo Giorgetti, ma evidentemente vale la pena parteciparvi a livello dialettico, diciamo così.
E’ peraltro una partecipazione, questa alla “tarantella” salviniana, che Renzi preferisce alla pratica frequente dei “vertici” della maggioranza giallorossa che Conte ha adottato più ancora di quanto non si facesse già ai tempi della tanto lontana e bistrattata “Prima Repubblica”: vertici ai quali il leader di Italia Viva preferisce mandare abitualmente i suoi vice e simili. Da uomo rancoroso quale viene abitualmente descritto da chi lo scruta, Renzi sta forse profittando delle occasioni offerte dai problemi da cui Conte è costretto sempre più frequentemente a difendersi anche per vendicarsi del proposito attribuito, a torto o a ragione, al presidente del Consiglio nel momento della scissione del Pd di non coinvolgere mai direttamente e personalmente nella gestione della maggioranza il capo della nuova formazione politica, quasi per solidarietà con chi aveva subìto la scissione e stava più a cuore al professore.
Alla pratica dei “vertici” si sta un pò disaffezionando, in verità, anche il capo ancòra del movimento delle cinque stelle, Luigi Di Maio. Che, dopo una certa indifferenza o addirittura insofferenza al ruolo di ministro degli Eteri, sta cominciando ad apprezzarne le occasioni preziose ch’esso gli offr
e di allontanarsi da Roma. Ora, per esempio, mentre scrivo, è in Libia: altro che l’Albania preferita qualche giorno fa ad un pur difficile appuntamento del governo col Senato sulla questione controversa del fondo europeo salva-Stati, o Mes.
Non vorrei tuttavia che nella tormentatissima Libia Di Maio trovasse qualche pur lontana analogia, pur senza armi al collo, con la situazione interna al suo movimento, per niente chiarita e sedata dalla pratica appena definita, anche col solito sistema digitale, dei facilitatori e simili. Che non a caso ha suggerito a Beppe Grillo un’altra incursione a Roma per vedere e sentire gente ancòra agitata e tentata dal seguire chi ha già abbandonato le 5 stelle per passare con i leghisti.
Ripreso da http://www.startmag.it e http://www.policymakermag.it
sinistra occupata qualche mese fa dal centrodestra a trazione leghista, lo abbiano fatto solo per un dispetto a Mario Ajello. Che sul Messaggero li aveva appena sfottuti come “ragazzi d’ordine”, figli o nipoti della sinistra imborghesita che ormai da tempo prende più voti nei quartieri centrali delle città, quelli a traffico limitato, che nelle periferie. Dove vanno invece alla grande Matteo Salvini e Giorgia Meloni, appena paragonati addirittura a Hitler da un Michele Santoro
tanto affascinato dalle sardine da offrirsi ad aiutarle in qualche modo, semmai la Rai o altre aziende televisive gliene dessero l’occasione restituendogli la conduzione di qualche trasmissione delle sue. Così potrebbe peraltro fare concorrenza a Riccardo Formigli, l’ex allievo che lo ha superato con Piazzapulita: tutta una parola, naturalmente.
c’è un modo per dare una mano a Salvini e, più in generale, alla destra è quello di battersi
per le occupazioni abusive e contro gli sgomberi, con la e. Lo ha riconosciuto persino il capo ancora dei grillini, Luigi Di Maio, reduce dall’insediamento dei suoi sei “facilitatori” e dall’ingoio anche del decreto legge di salvataggio della Banca Popolare di Bari, parlando di “una falsa partenza” delle sardine proprio con quella scelta di ospitalità nell’edificio occupato.
di panni moderati chiedendo per il salvataggio del Paese un “comitato di salvezza nazionale”, tradotto dal suo vice Giancarlo Giorgetti in un governo
di “tutti, da Leu a Fratelli d’Italia”, non guidato da Giuseppe Conte, neppure nella versione “Figo” sarcasticamente esposta sulla prima pagina dal Tempo, ma magari da quel “disoccupato” provvidenziale e di lusso che è Mario Draghi; per quanto spiazzate da tutto questo, dicevo, le sardine italiane radunatesi nella piazza romana di San Giovanni si sono riproposte nella versione emergenziale contro la destra incombente sul Paese.
diventare un manifesto negli appuntamenti successivi di questo “mare di sardine” promosso sul
campo ad “oceano” dal Fatto Quotidiano: sardine dipinte di rosso dagli stessi che le hanno sventolate in una piazza carissima del resto alla sinistra, per quanto violata ogni tanto dalla destra prima a trazione berlusconiana e ora a trazione leghista.
di resistenza alla destra” al suono e al canto, non a caso, della famosissima “Bella ciao”: una sinistra -ha precisato tuttavia l’editorialista del maggiore giornale italiano- al netto dei “rovesci elettorali, divisioni politiche, incertezze programmatiche” o equivoci, come quello appena lamentato, scusandosene, dallo stesso presidente del Consiglio. Che ha così spiegato, con la solita disinvoltura, il pasticcio di una seduta del governo contestata e disertata polemicamente dalla maggioranza dei ministri per il varo di un decreto legge di salvataggio della Banca Popolare di Bari. “Scuse accettate”, ha immediatamente risposto Matteo Renzi, che dall’esterno del governo era riuscito a portarsi appresso nella protesta i grillini reclamando più chiarezza e/o meno improvvisazione nella gestione di vicende delicate come quelle delle banche, affrontate pure da lui quando era a Palazzo Chigi, e non certamente senza polemiche.
supplicava Massimo D’Alema di dire “finalmente qualcosa di sinistra”, o ammoniva che la stessa sinistra, con i capi che si trovava ad avere, non sarebbe mai più tornata a vincere. “Invece vinse”, gli ha appena rinfacciato D’Alema in una lunga intervista attribuendosi il merito della sconfitta elettorale subita nel 2006 da Berlusconi. Che però-va ricordato anche questo- si prese dopo soli due anni la rivincita, per quanto l’ultima del centrodestra a sua conduzione.
premier inglese e del suo partito conseguita per la voglia di lasciare finalmente e davvero l’Unione Europea, si è dovuto affrettare ad assicurare che “noi non abbiamo progetti per uscire dall’euro”. Dove d’altronde neppure gli inglesi erano mai entrati tenendosi ben stretta in tasca la loro sterlina.
inglesi per allertare di più il nostro Bel Paese dai rischi che corre. Sarà per loro una ragione in più per augurare lunga vita al secondo governo di Giuseppe Conte e alla legislatura già salvata in extremis nella scorsa estate dal presidente della Repubblica, grazie all’improvvisa convergenza fra i grillini, abbandonati dai leghisti, e la sinistra di vario colore di cui sotto le cinque stelle avevano detto sino al giorno prima tutto il male possibile.
piaciuti nemmeno quei banchi del governo completamente deserti, o disertati, come se all’esecutivo non dovessero e non debbano per principio interessare temi come quelli all’esame dell’aula. Una simile estraneità o neutralità, del resto, era stata smentita nei giorni precedenti dalle critiche formulate dal ministro della Giustizia, in sintonia col Consiglio Superiore della Magistratura, alle reazioni di Renzi alle inchieste che lo riguardano, almeno per ora, indirettamente.
prima della scadenza del suo mandato al Quirinale, dell’uso politico che di essi si decise di fare dai partiti, compreso quello dello stesso Leone: la Dc. Che non volle o non seppe resistere, priva com’era rimasta di una guida come quella di Moro, alle pressioni del Pci, componente allora decisiva della maggioranza di cosiddetta solidarietà nazionale.
al segretario della Dc Benigno Zaccagnini in un colloquio al Quirinale, né la maniera -tra l’atroce e l’ambiguo- in cui veniva applicata. Egli poi cercò personalmente, per quanto inutilmente a causa di fughe di notizie rivelatesi funzionali solo ai giochi interni alle brigate rosse, di scongiurare l’uccisione di Moro predisponendo la grazia per Paola Besuschio, scelta personalmente dal capo dello Stato fra i 13 “prigionieri”, cioè detenuti per reati di terrorismo, con i quali gli aguzzini del presidente della Dc avevano reclamato di scambiare il loro ostaggio.
partecipato da protagonista, circondato dai suoi nei banchi della nuova Italia Viva, ha pagato pegno, diciamo così. La presidenza della seduta, nonostante la sontuosità del tema, é stata assunta non dalla presidente stessa del Senato ma dalla vice grillina Paola Taverna: obiettivamente la più lontana, per stile e convinzioni, dallo spirito col quale il dibattito era stato voluto da Renzi, per quanto egli sia da qualche mese partecipe, come ho accennato, della stessa maggioranza in cui si riconosce l’esponente pentastellata. La quale è incline più al giustizialismo che al garantismo, almeno per il significato corrente attribuito, a torto o a ragione, ai due fenomeni o sentimenti.
contro il “vuoto” orrendo e pericoloso che la magistratura stava creando già nel 1992. Allora il finanziamento della politica fu liquidato sommariamente come una questione giudiziaria, e di malavita. Sarebbe stato forse più saggio da parte di Renzi ricordarsi di Craxi e delle sue preoccupazioni per la discrezionalità della magistratura quando contribuì da Palazzo Chigi alla diffusione giurisdizionale di quella curiosa fattispecie del traffico d’influenze che potrebbe adesso creare problemi anche ai suoi passati, presenti e futuri finanziatori. Le leggi vanno maneggiate con cura già quando si fanno e si lasciano applicare in modo distorto.
tragico sequestro contro la pretesa di processare “sulle piazze” gli avversari politici di turno. Meno scontato e pertinente mi è apparso invece il richiamo di Renzi alla pur dolorosa e ingiusta avventura di Giovanni Leone. Che il senatore di Scandicci crede sia stato davvero costretto alle dimissioni da presidente della Repubblica nel 1978 per la campagna scandalistica cavalcata persino dai radicali, scusatisi vent’anni dopo, sugli apparecchi militari di trasporto dell’americana Loocheed venduti con mazzette o simili all’Italia.
allora bimbo di soli tre anni, che Leone fu messo in croce e costretto alla ritirata semplicemente per essersi messo di traverso sulla strada della cosiddetta linea della fermezza durante il sequestro di Aldo Moro. Per il cui salvataggio, o tentativo di salvataggio, il capo dello Stato aveva predisposto, con l’appoggio -guarda caso- solo o soprattutto di Craxi, a concedere la grazia a Paola Besuschio. Che era nell’elenco dei 13 “prigionieri”, cioè detenuti per reati di terrorismo, con i quali le brigate rosse avevano reclamato di scambiare il povero Moro, condannato a morte dal loro presunto “tribunale del popolo”.
dibattito e le votazioni, ha dovuto parlare il presidente del Consiglio Giuseppe Conte per chiedere e alla fine ottenere, bene o male, il mandato dalla sua maggioranza gialloverde a trattare al pur interlocutorio vertice europeo il controverso problema del Mes o fondo salva-Stati. Su cui il discorso si farà più stringente e decisivo solo fra qualche mese, salvo altri rinvii.
partecipare ad un appuntamento in Giappone con i suoi omologhi del G20, Di Maio ha commentato le vicende romane dei suoi senatori denunciando un “mercato delle vacche”, attribuendone la regia alla Lega del suo ex alleato e amico Matteo Salvini e auspicando, chiedendo e quant’altro un intervento della solita magistratura, sulla falsariga di altre transumanze parlamentari, chiamiamole così, avvenute in anni passati da sinistra a destra, a vantaggio del partito di Silvio Berlusconi.
del Consiglio, ora capo dell’opposizione perché leader del maggiore partito dello schieramento antigovernativo, ha potuto riconquistare col fotomontaggio di un ricercato, o qualcosa del genere, la prima pagina del solito e festoso Fatto Quotidiano. Che così ha potuto anche consolare giornalisticamente i lettori delle delusioni o preoccupazioni -immagino- procurate dalle cronache grilline.
una trasmissione televisiva su Nilde Jotti, un articolo in cui si era sottolineato quanto fosse, da donna e da emiliana, “brava a letto”, oltre che in cucina. Tanto brava, evidentemente, da aver saputo conquistare da giovane deputata comunista dell’Assemblea Costituente il segretario del partito Palmiro Togliatti.
sottrarsi alla decisione, suggerita al dittatore sovietico da certi compagni a Roma, di trattenervelo praticamente per lasciare il Pci nelle mani dell’ala dura, tipo Pietro Secchia. Che sognava la rivoluzione e considerava un po’ tradita la lotta di liberazione dal nazifascismo per l’esito democratico che aveva avuto in Italia.
al vertice di Montecitorio noi giovani cronisti le davamo un po’ malevolmente della “zarina”, finendo però per pentircene subito perché scoprimmo che, dai modi in cui sapeva muoversi e guidare la Camera, spesso e volentieri mandando di traverso la saliva ai compagni di partito e di gruppo, era una regina vera, non appezzata ma ammirata da tutti.
impressionare più dal “vizio di un Paese che non sa decidere” messo sulle spalle del presidente del Consiglio da Repubblica, o dalla “fattura” rinfacciatagli dal Giornale della famiglia
Berlusconi, che lo inguaierebbe nei rapporti col vecchio amico e maestro Guido Alpa ai fini della sua carriera universitaria, o dai “conti di “Giuseppi” che secondo Il Tempo
fanno a pugni con la realtà”, o dalla colpa attribuitagli in blu dal Foglio, che pure
spesso supera persino Il Fatto Quotidiano nell’elogiarlo, di essersi “consegnato col Pd alle parole morte della politica per attestare un’illusione di sistema”, o dalla fulminante e rossa bocciatura,
sempre da parte del Foglio, della versione grillina della verifica, chiamata “cronoprogramma“ e liquidata brutalmente come “una boiata pazzesca”, alla maniera fantozziana del compianto Paolo Villaggio.
tutti i guai che lo assediano. Almeno in questo Conte ha finito per essere fortunato, dopo tutti i problemi creatigli dal portavoce quando si lasciò scappare, per esempio, tra mille proteste e richieste di destituzione, la minaccia di una mezza epurazione al Ministero dell’Economia. allora guidato da Giovanni Tria, per le resistenze alla guerra alla povertà. La cui presunta vittoria fu celebrata lo stesso sul balcone di Palazzo Chigi con Luigi Di Maio sventolando una sera il 2,4 per cento del deficit, prima che a Bruxelles lo riportassero al 2,04.
Conte ha avuto impeti d’orgoglio, di ottimismo, di forza, direi quasi muscolari –suggeriti al sempre immaginifico manifesto nel titolone di copertina dalla vicenda olimpica di Putin e dei suoi atleti russi- annunciando al Corriere della Sera che non rimarrà “appeso” alle tensioni, contraddizioni e quant’altro dei suoi alleati di governo perché -ha assicurato- “non è nel mio carattere”.
dal giornale La Repubblica, Conte sembra deciso a restare al suo posto appendendosi -è proprio il caso di dire per i precedenti della prima, seconda e non so se davvero cominciata terza Repubblica, quella vera, non di carta- ad una “verifica” per “il rilancio”, o tentativo di rilancio, del suo governo dopo i primi cento giorni di vita. Che pure, di solito, sono o dovrebbero essere i migliori, nella logica o nell’abitudine americana della “luna di miele” del presidente appena eletto, ma che nel caso del secondo governo Conte sembrano essere stati un po’ al di sotto, diciamo così, delle aspettative.
che poteva francamente risparmiarsi, viste le sue funzioni studiate più per la loro neutralità che per la partigianeria politica, sul tema fortemente divisivo, fuori e dentro la stessa maggioranza, della sostanziale abolizione della prescrizione con la sentenza di primo grado. Che è stata introdotta l’anno scorso nel codice, ma a decorrere dal 1° gennaio prossimo, nella speranza o in attesa di una riforma del processo penale che non è invece sopraggiunta, per cui ora si rischia di rimanere imputati a vita anche se assolti in primo grado con sentenza contestata dall’accusa.
di noi va in galera anche se non ha fatto nulla”. Dovrebbe essere roba da brividi anche per un uomo così olimpico e serafico come appare di solito, con i suoi modi generalmente gentili e un filo di sorriso costante sulle labbra, il presidente della Camera.
d’accordo con Marco Travaglio. Che sul Fatto Quotidiano, pur col solito montaggio fotografico in prima pagina che ha del forzato già di suo, le ha contestato le lettere che fa recapitare dagli avvocati di Padova di sua conoscenza e frequentazione a casa dei giornalisti di quella testata che l’hanno criticata. Le missive annunciano o minacciano, secondo la sensibilità di chi le riceve, cause civili per le critiche formulate alle iniziative o scelte dell’eletta.
danno che producono non solo ai destinatari ma anche all’immagine della presidente. Alla quale non potrà sfuggire la sproporzione oggettiva e imbarazzante esistente, anche contro la volontà dei magistrati eventualmente incaricati di occuparsene, fra lei, seconda carica dello Stato, e i giornalisti che le hanno dedicato la loro pur critica attenzione. Via, signora Presidente, lasci perdere dall’alto della Sua, con la maiuscola, carica o funzione.