Giuseppe Conte si appende pure lui all’antica “verifica” della maggioranza

              Dopo l’impeto di generosità più o meno natalizia condiviso col suo ministro dell’Economia risparmiando ai furbetti dell’Imu sulle seconde case truccate come prime, e perciò esenti dall’imposta, grazie a cambi di residenza sostanzialmente fittizi, il presidente del Consiglio Giuseppe Cionte.jpgConte ha avuto impeti d’orgoglio, di ottimismo, di forza, direi quasi muscolari –suggeriti al sempre immaginifico manifesto nel titolone di copertina dalla vicenda olimpica di Putin e dei suoi atleti russi- annunciando al Corriere della Sera che non rimarrà “appeso” alle tensioni, contraddizioni e quant’altro dei suoi alleati di governo perché -ha assicurato- “non è nel mio carattere”.

            Allora il professore -avrà pensato qualcuno- ha deciso di dimettersi non appena avrà assolto al dovere istituzionale, ricordatogli continuamente dal preoccupato presidente della Repubblica, di fare approvare entro l’anno in corso, ormai ex “bellissimo”, come lo aveva preannunciato, il bilancio dello Stato e la connessa manovra finanziaria. E ciò sia pure a colpi di voti di fiducia che stanno impensierendo i presidenti delle Camere per lo strozzamento derivante al dibattito parlamentare garantito dalla Costituzione, oltre che dal buon senso.

            No, per niente. A dispetto della “maggioranza senza bussola” appena contestagli anche nel titolo dell’editoriale Maggioranza senza bussola.jpgdal giornale La Repubblica, Conte sembra deciso a restare al suo posto appendendosi -è proprio il caso di dire per i precedenti della prima, seconda e non so se davvero cominciata terza Repubblica, quella vera, non di carta- ad una “verifica” per “il rilancio”, o tentativo di rilancio, del suo governo dopo i primi cento giorni di vita. Che pure, di solito, sono o dovrebbero essere i migliori, nella logica o nell’abitudine americana della “luna di miele” del presidente appena eletto, ma che nel caso del secondo governo Conte sembrano essere stati un po’ al di sotto, diciamo così, delle aspettative.

            Molti dei presidenti del Consiglio che mi è capitato di conoscere facevano le corna ogni volta che erano costretti dalle non facili circostanze politiche a chiedere o subire “verifiche”, sapendo bene che di solito si moriva, non si viveva di quei riti, un po’ paragonabili alle estreme unzioni per gli effetti che potevano produrre, quasi sistematicamente opposti a quelli desiderati. Al massimo, cioè nella migliore delle ipotesi, se ne usciva col rinvio delle questioni più spinose e con qualche fragile, fragilissima tregua.

            Va detto tuttavia con onestà che i presidenti delle Camere non stanno meglio del presidente del Consiglio. Quello di Montecitorio, il grillino Roberto Fico, se n’è appena uscito con una filippica Fico.jpgche poteva francamente risparmiarsi, viste le sue funzioni studiate più per la loro neutralità che per la partigianeria politica, sul tema fortemente divisivo, fuori e dentro la stessa maggioranza, della sostanziale abolizione della prescrizione con la sentenza di primo grado. Che è stata introdotta l’anno scorso nel codice, ma a decorrere dal 1° gennaio prossimo, nella speranza o in attesa di una riforma del processo penale che non è invece sopraggiunta, per cui ora si rischia di rimanere imputati a vita anche se assolti in primo grado con sentenza contestata dall’accusa.

            La filippica del presidente della Camera è stata contro i ricchi e i loro altrettanto ricchi ma anche bravi avvocati che avrebbero saputo tirare alla lunga i processi fino alla decadenza dei reati. E’ una convinzione, questa, che Mattia Feltri ha definito sulla Stampa e giornali collegati “una scemenza”, ricordando a Fico gli ultimi dati del Ministero della Giustizia, guidato dal suo collega di partito Alfonso Buonafede, secondo i quali dei 129 mila processi prescritti nel 2017, quasi centomila non sono neppure arrivati in un’aula di giustizia perché estinti negli uffici e tra le scartoffie delle Procure, dove gli avvocati di solito non toccano neppure palla.

            Visto poi che si trovava, il mio amico Mattia ha anche ricordato a Fico che, stando alle statistiche dei processi e dei loro esiti, quando si riesce a farli svolgere, e dei danni risarciti dallo Stato agli innocenti, “ogni otto ore uno Ogni otto ore.jpgdi noi va in galera anche se non ha fatto nulla”.  Dovrebbe essere roba da brividi anche per un uomo così olimpico e serafico come appare di solito, con i suoi modi generalmente gentili e un  filo di sorriso costante sulle labbra, il presidente della Camera.

            La presidente del Senato Maria Elisabetta Alberti Casellati -spero di non avere dimenticato o storpiato nulla del suo lungo nome- è invece riuscita a sua insaputa nel miracolo di farmi trovareIl Fatto.jpg d’accordo con Marco Travaglio. Che sul Fatto Quotidiano, pur col solito montaggio fotografico in prima pagina che ha del forzato già di suo, le ha contestato le lettere che fa recapitare dagli avvocati di Padova di sua conoscenza e frequentazione a casa dei giornalisti di quella testata che l’hanno criticata. Le missive  annunciano o minacciano, secondo la sensibilità di chi le riceve, cause civili per le critiche formulate alle iniziative o scelte dell’eletta.

            Travaglio le ha definite “lettere minatorie” protestando anche perché a lui arrivano al giornale e non a casa. Io le definirei perniciose, per il Lettera minatoria.jpgdanno che producono non solo ai destinatari ma anche all’immagine della presidente. Alla quale non potrà sfuggire la sproporzione oggettiva e imbarazzante esistente, anche contro la volontà dei magistrati eventualmente incaricati di occuparsene, fra lei, seconda carica dello Stato, e i giornalisti che le hanno dedicato la loro pur critica attenzione.  Via, signora Presidente, lasci perdere dall’alto della Sua, con la maiuscola, carica o funzione.

 

 

 

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