Finalmente l’Europa si è svegliata nella guerra del Coronavirus

            Non chiamatemi cinico o, all’opposto, ingenuo se fra le notizie della guerra al Coronavirus -in cui l’Italia si trova in prima linea, più avanti addirittura della Cina dove è cominciata, per il primato dei morti che ci è stato imposto dalla sorte- oggi ne scelgo una per consolarmi e per sperare che anche questa volta, come d’altronde è già accaduto a tanti e in tante parti del mondo, dal male possa derivare un bene.

            Mi riferisco alla svolta -mi auguro finalmente decisiva e permanente- registratasi nei rapporti di forza non economica, di certo, ma tutta politica all’interno dell’Unione Europea. La cui stessa concezione fu l’unico lascito positivo di quell’orrenda carneficina, altro che virale, della seconda guerra mondiale, anche se poi il processo d’integrazione del vecchio continente è andato progressivamente allontanandosi dallo spirito di generosità dei cosiddetti padri fondatori. E ciò, paradossalmente, è accaduto specie dopo la caduta del comunismo e la liberazione di tante energie che potevano essere positive.

            L’Europa, al di fuori della cui Unione vera, non verbale e saltuaria, o a corrente alternata, non potrà esserci salvezza per nessuno dei paesi che la compongono, sopravvivendo anche alla guerra del Coronavirus e ai suoi effetti, ha dato un segno d’inversione di rotta impersonata quasi fisicamente dalla presidente francese della Banca Centrale Christine Lagarde. Le cui “maniche rimboccate” davanti allo specchio sono state disegnate da Emilio Giannelli sulla prima pagina del Corriere della Sera, con le mani sotto “il rubinetto BCE”. Che, chiuso recentemente dalla stessa Lagarde scrollando le spalle davanti al cosiddetto spread, fra le proteste levatesi per prime proprio dal Quirinale, in Italia, ha  anche liberato -come la presidente della Banca Europea ha scritto personalmente in un articolo suLagarde su Repubblica.jpeg Repubblica o 3000miliardi di Lagardeillustrando le decisioni appena adottate a Francoforte- “fino a 3000 miliardi di euro di liquidità tramite le nostre operazioni di rifinanziamento”. Per gli speculatori sarà più duro giocare con i titoli degli Stati europei più deboli o indebitati  profittando cinicamente anche dell’emergenza bellica del Coronavirus.

            Permarrà pure, come ha scritto sul Fubini sull'Europa.jpegCorriere della Sera Federico Fubini, “la lotta segreta delle due Europe”, con i francesi e gli italiani questa volta da una parte, e i tedeschi e gli olandesi I fronti di Fubini.jpegdall’altra, ma già il fatto che i francesi si siano ritrovati con gli italiani e non con i tedeschi, come in quasi tutte le precedenti occasioni, è una svolta di cui compiacersi. Che può preparare Le radio con Mameli.jpegla strada ad un altro evento emblematico dopo quello odierno e tutto nazionale, o persino “sovranista”, delle radio italiane che trasmettono contemporaneamente l’inno nazionale di Mameli.

             Aspettiamo fiduciosi il giorno in cui tutte le radio del vecchio continente suoneranno contemporaneamente il solenne e insieme gaudioso brano del movimento finale della nona sinfonia di Beethoven scelto come inno dell’Unione Europea. Altro che accontentarsi, come hanno preferito Il Fatto su criminalità.jpegal Fatto Quotidiano, di quell’altro effetto indotto, diciamo così, dell’emergenza virale, con “l’80 per cento in meno di rapine, furti e spaccio” e “le mafie in difficoltà”. Che per fortuna erano già messe male prima dello sbarco del Coronavirus in Italia, grazie anche all’azione di generali e altri fedeli servitori dello Stato condannati in primo grado per la cosiddetta “trattativa” e, in fondo, le stesse stragi che quel negoziato doveva prevenire o limitare fra il 1992 e il 1994.  

 

 

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Se per uscire bisogna farsi accompagnare e assistere sul posto dall’avvocato

Il prolifico e saggio Sabino Cassese ha un bel dire, o scrivere, sul Corriere della Sera che “lo Stato non chiude per malattia”, “non può fermarsi” neppure in quelle che lui chiama “giunture critiche”. Fra le quali può ben iscriversi la guerra che ci sta facendo questo maledetto Coronavirus, per giuntaCassese sul Corriere.jpeg senza avercela neppure dichiarata. E ha un bel ricordare, il professor Cassese, questa realtà al Parlamento. Che è alle prese in questi giorni, anche sotto lo stimolo allarmato del presidente della Repubblica, con la “difficile ricerca  di un modo per conseguire il rispetto del diritto alla salute dei suoi membri e il dovere di far sentire la voce della società civile nelle istituzioni”.

E che voce, aggiungerei ricordando che il governo in carica, alle prese ogni giorno, ogni ora, ogni minuto con l’emergenza virale, sfornando decreti di varia natura e grandezza, avrà pure conquistato nell’ultimo sondaggio Demos, per Repubblica, un gradimento del 71 per cento, il più alto negli ultimi dieci anni, come ha sottolineato Ivo Diamanti, ma continua a dipendere dalle Camere. Dove gli hanno concesso la fiducia, certo, confermandogliela anche nelle varie occasioni in cui Conte vi ha fatto ricorso per rimuovere ostacoli di vario tipo a leggi in difficoltà, ma potrebbero revocargliela in qualsiasi momento, secondo le procedure stabilite dall’articolo 94 della Costituzione.

Cassese, dicevo, ha un bel dire, o scrivere, di uno Stato sempre all’erta, ma penso che anche lui si sarà posto qualche domanda su ciò che accade in questi giorni perigliosi in qualche ufficio giudiziario che pure rappresenta a tutti gli effetti lo Stato nelle sue articolazioni, e persino sottotetti, dove a volte sono confinati -spero non a Genova, che è la città di cui sto scrivendo- magistrati alle prese con il loro lavoro.

A Genova, appunto, è accaduto che il procuratore aggiunto, come ha raccontato ai lettori del Dubbio con dovizia di particolari e aspetti tecnici Giovanni M. Jacobazzi, ha dovuto occuparsi, per poi archiviarle, cioè bocciarle, di molte denunce pervenute alla Procura dalle forze dell’ordine per “inosservanza dei provvedimenti dell’Autorità e falsa attestazione in relazione all’emergenza” da coronavirus. Insomma, “il reato di passeggio”, come efficacemente indicato nel titolo del pezzo, “non esiste”, o non esiste in gran parte delle volte in cui se lo sono visti praticamente contestare i genovesi. Che -detto per inciso- ai problemi di mobilità, di ogni tipo, sono diventati particolarmente sensibili per le condizioni in cui si trovano da tempo la loro città e dintorni.

Capisco che la fretta può avere provocato pasticci e incidenti nella formulazione dei vari provvedimenti, legislativi e non, usciti dagli uffici dello Stato -per tornare a Cassese- in questi giorni di grandi paure e confusione, ma converrete che di fronte a ciò che è accaduto a Genova gli italiani, a piedi o in automobile, avranno ancora più dubbi di quanti già non ne avessero per conto loro su come comportarsi, e fronteggiare eventuali controlli.

Nel seguire il bravo Jacobazzi lungo lo slalom che ha fatto fra gli articoli 483, 495 e 650 del codice penale, tutti in qualche modo investiti o coinvolti -come si dice per le indagini- nelle misure adottate per prevenire la diffusione del contagio, anzi della pandemìa ormai ufficialmente dichiarata dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, mi è venuto un terribile sospetto, spero infondato. E’ quello che a qualcuno possa davvero venire in testa la tentazione, presumendo addirittura di interpretare o prevenire  sorprese da qualche Procura della Repubblica, di stringere ulteriormente la rete di protezione sino a richiamare su qualcuno dei moduli che continuamente siamo invitati a stampare o a riprodurre sui nostri telefonini l’articolo 438 del codice penale.

E’ una norma che laconicamente dice, minacciandoci di mandarci davanti a una Corte d’Assise: “Chiunque cagiona un’epidemia mediante la diffusione di germi patogeni è punito con l’ergastolo”. E finisce in galera, o “custodia cautelare”, senza aspettare il processo.

Mi è andato di traverso, di fronte a questo scenario, anche il gusto procuratomi dall’articolo erudito e divertente di Antonella Rampino, fra citazioni di Umberto Eco, Remo Bodel, Emile Zola e persino Montesquieu, sul cane che in questi giorni porta a spasso il padrone, o sul carrello che al supermercato, dopo la debita fila, accompagna la cliente, anziché esserne spinto.

Cerchiamo anche nella tragedia, e negli arresti domiciliari ai quali sono tornato dopo quelli comminatimi ingiustamente dalla magistratura nel 1985 addirittura per violazione del segreto di Stato, di non perdere un minimo di buon umore.

 

 

 

Pubblicato sul Dubbio

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Si impenna il gradimento del governo, e Berlusconi ne prende le distanze

            Non si impennano solo i dati dei contagiati e dei morti  in questa guerra del Coronavirus che ha investito paradossalmente l’Italia più della stessa Cina, da dove si è mosso questo mostro invisibile. Si impennano, a consolazione di Giuseppe Conte e del modo in cui sta fronteggiando l’emergenza, anche i dati di Repubblica.jpeggradimento del suo secondo governo: “il più alto” – 71 per cento- fra quelli succedutisi negli ultimi dieci anni. Lo ha precisato Ivo Diamanti illustrando i risultati del sondaggio appena effettuato da Demos per il giornale La Repubblica. Che lo ha diffuso, in verità, con evidenza misurata, dando l’impressione di esserne rimasta per primo sorpreso.

            Ma ancora più sorprese debbono essere rimaste le opposizioni di centrodestra, questa volta senza distinzioni fra le sue componenti. Si deve forse anche a questa notizia, anticipatagli in tempo per tenerne conto, se Silvio Berlusconi dal suo rifugio in Provenza in una lunga intervista telefonica al direttore del Giornale di famiglia, Alessandro Sallusti, ha un po’ ridimensionato gli apprezzamenti della prima ora -o addirittura i ringraziamenti dello stesso Sallusti, formulati in una diretta televisiva su una rete di Mediaset–  per il voluminoso decreto legge approvato dal Consiglio dei Ministri e chiamato “Cura Italia” da Conte in persona.

            “Così Berlusconi al Giornale.jpegnon va” ha titolato oggi il Giornale su tutta la prima pagina riportando all’interno questo “appello” del presidente e fondatore di Forza Italia al capo del governo, già duramente contestato a caldo nel centrodestra da Matteo Salvini Brlusconi 2 .jpegper la Lega e da Giorgia Meloni per i Fratelli d’Italia: “Ascolti le nostre proposte. Il decreto appena varato ne percepisce purtroppo solo alcune, ma è ancora largamente insufficiente per le categorie economiche. Bisogna fare molto di più soprattutto per le piccole e medie imprese, per il lavoro autonomo, i professionisti, gli artigiani, le partite Iva. In Parlamento deve essere ampiamente modificato e migliorato perché possa avere il nostro appoggio”.

            Nessun rilievo tuttavia è stato espresso da Berlusconi sulle restrizioni personali imposte a più Il Foglio.jpegriprese dal governo, e non ancora terminate, per contenere il contagio: restrizioni peraltro sollecitate, e non sempre del tutto esaudite, dai governatori di centrodestra delle regioni del Nord più colpite dalla diffusione del coronavirus. E dove, come in altre parti del Paese, sono in molti a lamentare – come da vignetta sul Foglio- che siano ancora in troppi a non starsene in casa, abusando delle necessità di spesa, assistenza e quant’altro ammesse per muoversi. Il capo di Forza Italia ha riconosciuto che siamo ormai come in una guerra vera e propria, che non ammette leggerezze e comportamenti pericolosi.

            Su questo fronte dell’emergenza le sorprese sono arrivate invece a Conte e al suo governo da qualche Procura della Repubblica: in particolare, da quella di Genova. Il cui aggiunto Paolo D’Ovidio ha diffuso una circolare alle forze dell’ordine in cui si contestano praticamente i riferimenti al codice penale contenuti nei vari moduli elettronicamente disposti dal Ministero dell’Interno, cioè dalla Polizia, per l’uso da parte di chi si muove da casa e viene fermato per giustificarne i motivi. Si profilano pertanto complicazioni di carattere anche giudiziario, e non solo burocratiche, a meno che non si voglia ricorrere -ma forse a rischio di ulteriori complicazioni- al reato, già ventilato d’altronde da qualche parte, di diffusione di epidemia. Che è contemplato in due righe dall’articolo 438 del codice penale, con arresto obbligatorio e pena dell’ergastolo.

 

 

 

 

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Al Foglio di Giuliano Ferrara sfottono l'”amor loro” Silvio Berlusconi

         Oddio, anche Silvio Berlusconi, “l’amor nostro”, come continuano a chiamarlo in redazione per senso di doverosa riconoscenza ricordando la generosità dalla quale deriva la nascita della loro testata, è incorso nella ironia neppure tanto leggera del Foglio, fondato da Giuliano Ferrara e da qualche anno diretto da Claudio Cerasa. Il quale, quando ne scrive o lo intervista, non nasconde di certo un’empatia inferiore al suo predecessore per l’uomo di Arcore, anche quando questi non si attiene ai consigli “foglianti”, come fece nel 2016 battendosi contro la riforma costituzionale di Matteo Renzi. 

            Il Cavaliere è incorso nello sfottò, diciamo così, del vignettista Marco D’Ambrosio, in arte Makkox, guadagnatosi di recente sul Corriere della Sera una citazione d’oro di Walter Veltroni per il Coronavirus affamato e furente in giro per le strade vuote della città.

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E’ stato un bel gesto -ha commentato in francese il vignettista- ma quei dieci milioni di euro, che pure non sono bruscolini,  offerti e già versati dall’ex presidente del Consiglio per l’allestimento di un nuovo ospedale a Milano standosene prudentemente lontano, ad una trentina di chilometri da Nizza, con la sua nuova e onorevole fidanzata, ospiti entrambi della figlia Marina in una villa assolata e coi fiocchi, hanno fatto storcere il muso, o il naso, a D’Ambrosio. E a chi ne ha collocato la vignetta bene in vista in prima pagina, a colori.

            Per una volta al Fatto Quotidiano di Marco Travaglio, forse non estraneo al cambiamento di fidanzata del Cavaliere, essendosene la precedente  -Francesca Pascale- guadagnata una benevola attenzione con tanto di intervista, debbono avere invidiato quelli del Foglio. Che sono solitamente declassati dal “Fattaccio”, come lo chiamano gli intimi di Berlusconi, a redattori e collaboratori più o meno parassiti, diciamo così, di un giornale “clandestino” e sostenuto da un finanziamento anche pubblico. 

Mattarella chiede, anzi reclama di tenere aperte le Camere anche nell’emergenza

            E’ a dir poco curioso che si sia dovuto cercare col classico lanternino, pur sulla prima pagina del più diffuso giornale italiano, che è notoriamente e giustamente il Corriere della Sera, generalmente il più pacato ed equilibrato fra i quotidiani del nostro Paese, la notizia istituzionale e politica più importante in questi giorni di Coronavirus. Si trova solo in quello che tecnicamente Corriere.jpegsi chiama “occhiello” del titolo di apertura del giornale l’annuncio della raccomandazione, chiamiamola così, del presidente della Repubblica di tenere aperto il Parlamento, dove peraltro sta arrivando per la necessaria conversione nei sessanta giorni prescritti dalla Costituzione il decreto legge anti-virus o “Cura Italia”. Così ha preferito chiamarlo personalmente il presidente del Consiglio Giuseppe Conte esponendone il contenuto in una rarefatta ed emergenziale conferenza stampa mentre gli uffici di Palazzo Chigi e attigui ancora ne perfezionavano il voluminoso testo per mandarlo alla firma del capo dello Stato.

            Il carattere per niente formale del richiamo, appello e quant’altro del presidente della Repubblica Breda dal Colle.jpegalle Camere, peraltro nel giorno in cui le loro facciate venivano illuminate di tricolore per la celebrazione dei 159 anni trascorsi dall’unità d’Italia, è così spiegato, fra l’altro, proprio sul Corriere dal quirinalista Marzio Breda: “Mentre qualcuno teorizza l’opportunità di “chiudere” il Parlamento e ricorrere all’informatica sia per il dibattito sia per eventuali voti a distanza, è chiaro che il Capo dello Stato non può essere favorevole a ipotesi del genere”.

            Non vorrei esagerare e scivolare sul qualunquismo, ma temo proprio che i parlamentari tentati dalla voglia di confondersi con tutti gli altri italiani esortati dall’emergenza, e persino obbligati, a restare a casa per non partecipare alla diffusione del contagio, possano ben essere paragonati a quei 250 medici “malati immaginari” di Napoli Il Fatto.jpegliquidati giustamente come “disertori” dal Fatto Quotidiano: medici, a parole, che disonorano i loro tanti colleghi e collaboratori che stanno dando anche la vita in altre parti d’Italia per assistere i pazienti e fronteggiare quella che ormai è anche ufficialmente una pandemìa. Le cui vittime nel nostro Paese hanno raggiunto un record che Libero su Conte.jpegnon può essere dignitosamente rinfacciato al presidente del Consiglio, come con polemica avventata cerca di fare in un titolo il giornale Libero confutandogli il merito rivendicato di avere intrapreso un percorso di lotta al coronavirus avvertito come “modello” in altri paesi, pur con tutti i limiti, le contraddizioni e le improvvisazioni via via rivelatesi e corrette, in una successione che non è di certo finita.

         Quel Gazzetta.jpegcarro funebre che il vignettista della Gazzetta del Mezzogiorno si è inventato per le strade d’Italia per diffondere il richiamo a “stare chiusi in casa” anche “contro l’interesse” delle pompe funebri, non può certamente passare metaforicamente anche davanti a Montecitorio e a Palazzo Madama per tutelarne, al rovescio, formale o sostanziale che sia, il vuoto.

 

 

 

 

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Il velleitario inseguimento della figura davvero irripetibile di Aldo Moro

Marco Follini, che peraltro ben lo conobbe guadagnandosene anche l’appoggio ma efficace ai vertici del partito quando fu eletto a 23 anni Marco Follini.jpegsegretario del Movimento Giovanile della Democrazia Cristiana, nel 1977, ha ricordato da par suo Aldo Moro a 48 anni dal tragico sequestro del 16 marzo 1978: una ricorrenza penalizzata mediaticamente, come tante altre cose, dallo tsumani sanitario, sociale e politico del coronavirus.

Giustamente Follini ha sottolineato dello statista democristiano, ucciso 55 giorni dopo il rapimento avvenuto fra il sangue della scorta, l’unicità, irripetibilità e quant’altro di fronte ai tanti, ricorrenti tentativi di imitarlo o di paragonarlo agli uomini politici dei nostri tempi. L’ultimo, di questi tentativi, è stato compiuto domenica scorsa su Repubblica. Dove il fondatore Eugenio Scalfari.jpegEugenio Scalfari, elegantemente o rispettosamente ignorato da Follini, ha riproposto l’immagine di un Giuseppe Conte quasi erede politico di Moro. Che in comune col presidente del Consiglio in carica ha soltanto una parte della terra pugliese d’origine, essendo nato Moro a Maglie, in provincia di Lecce, dove gli hanno peraltro innalzato una statua con una curiosa copia dell’Unità del Pci in tasca, e non del Popolo, il quotidiano ufficiale della Dc, e Conte a Volturara Appula, in provincia di Foggia: un borgo di 400 abitanti, più che un paese.

Di Conte come erede, emulo e chissà cos’altro di Moro si sono in qualche modo invaghiti anche altri, e persino in quella che fu la Dc e poi si è sparsa in tanti rivoli o schegge. Ricordo ancora con un certo sgomento l’entusiasmo col quale qualche mese fa -in un teatro campano dove il presidente del Consiglio aveva accettato di commemorare Fiorentino Sullo su invito e alla presenza di tanti reduci dello scudocrociato, fra i quali l’ex segretario del partito Ciriaco De Mita, che peraltro al povero Sullo in vita aveva creato più problemi che altro, pur avendolo politicamente allevato- l’immaginifico Gianfranco Rotondi Gianfranco Rotondi.jpegiscrisse idealmente Conte alla Dc. E si scusò di non potergli consegnare materialmente la tessera perché con la fine del partito nel 1992 avevano finito di stamparne. E a Silvio Berlusconi, nelle cui file Rotondi è approdato e rimasto con licenza di fare e disfare formazioni personali sempre riconducibili a Forza Italia, non è mai venuta in mente l’idea, almeno sino a questo momento, di fare stampare in qualche tipografia amica tessere quanto meno simboliche di un partito del quale pure il Cavaliere si vanta ancora di avere affisso da ragazzo sui muri di Milano i manifesti nella storica campagna elettorale del 1948.

Eppure, grazie ai capricci del tempo, nonostante la unicità o irripetibilità -ripeto- che Follini giustamente attribuisce ad Aldo Moro, a Conte sta accadendo da qualche tempo di seguire il metodo Giuseppe Conte.jpegtutto moroteo di affrontare i passaggi politici più aggrovigliati con la formula dello “scomporre per ricomporre” le parti in gioco. Moro però lo faceva col suo stile Aldo Moro.jpeginconfondibile, studiato per produrre effetti a distanza, non immediati, per cui riusciva a produrre cambiamenti e  consenso vero. Lo dimostrò  la costruzione che egli fece, oltre che delle varie maggioranze all’interno del suo partito, delle maggioranze di governo: dal centro-sinistra alla cosiddetta solidarietà nazionale. Conte lo fa con l’immediatezza e l’improvvisazione che potrebbero prima o poi complicargli, anziché facilitargli la partita personale che sta giocando in politica, non avendo un vero e proprio partito alle spalle, o avendone dichiaratamente uno -quello delle 5 Stelle- ridotto in uno stato a dir poco confusionale.

Nella scorsa estate Conte scompose e ricompose gli schieramenti parlamentari per passare, praticamente dalla mattina alla sera, da una maggioranza gialloverde ad una maggioranza giallorossa, o rossogialla, per avere rispetto dei colori calcistici della Roma. Poi la gestì  in modo così poco accorto da fare esplodere una crisi nel maggiore partito della coalizione, con le dimissioni di Luigi Di Maio da capo del Movimento e la rimozione da capo della delegazione al governo, e quasi contemporaneamente uno stato di sostanziale belligeranza di Matteo Renzi ed amici.

Ora, con la storia del decreto legge chiamato “Cura Italia” o “anti-virus”, è riuscito a scomporre l’opposizione di centrodestra, divisasi fra le contestazioni dello stesso titolo del provvedimento da parte di Giorgia Meloni, l’insufficienza subito lamentata da Matteo Salvini gustando la spesa fatta il giorno prima con la fidanzata nel centro di Roma, con tanto di scorta in quasi assembramento pro-virus, e un ringraziamento in diretta televisiva, su una rete Mediaset, del direttore Berlusconi.jpegin persona del Giornale della famiglia Berlusconi, Alessandro Sallusti. Che probabilmente ha notizie del Cavaliere più dirette e sicure dei parlamentari forzisti che dovranno poi votare nelle commissioni e nelle aule, peraltro con modalità diventate anch’esse incerte per gli inconvenienti da contagio.

Il terzo governo di Conte, anticipato come “battuta”, formalmente, dal suo portavoce Rocco Casalino, sembrava rientrato nel deposito ferroviario non so di che stazione di Roma ma potrebbe essere rimesso sui binari. se e non appena il coronavirus si deciderà a mollare il monopolio della sinistra attenzione che si è procurato.

 

 

Pubblicato sul Dubbio

Berlusconi manda a ringraziare Conte per il suo decreto anti-virus

            Al di là del tono quasi dimesso con cui ha dovuto annunciarlo, in modalità comunicative quasi spettrali, collegato con una sala stampa fatta di assenze e distanze imposte dalla paura del contagio, il presidente del Consiglio è riuscito alla fine non solo a varare il decreto legge di difesa, chiamiamola così, dal coronavirus ma anche a dividere ulteriormente, se non a spaccare, l’opposizione di centrodestra.

La Verità di Maurizio Belpietro -che per difendere o sostenere pregiudizialmente Matteo Salvini aveva alla fine rinunciato alla prestigiosa collaborazione di  Giampaolo Pansa, restituendolo al Corriere della Sera nell’ultimissima fase della sua lunga avventura professionale- ha liquidato La Verità.jpegsu tutta la prima pagina come “un decretino” il corposo provvedimento del governo. Che, liquidato prontamente dai leghisti e contestato come “cura” dai Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni, avrà  i suoi limiti quantitativi e qualitativi, per carità, Il Fatto.jpegnon sarà l’”antivirus” sparato trionfalisticamente sulla prima pagina del Fatto Quotidiano di un Marco Travaglio una volta tanto dalla bocca buona e dallo stomaco sazio, ma comporta pur sempre l’impiego di 25 miliardi di euro. Di  cui il Giornale della Il Gornale.jpegfamiglia Berlusconi ha preferito spiegare sobriamente e concretamente “a chi vanno”, nel contesto peraltro di un titolo -sempre di prima pagina- impostato all’ottimismo con quel grido “Dai che rallenta” al virus che ci sta conducendo una guerra infame e insidiosa.

           Nell’editoriale di giornata il direttore Alessandro Sallusti ha riconosciuto Sallusti.jpegal governo Conte il merito di avere  compiuto “un grande sforzo” e il coraggio di “avere sparato in un colpo solo tutte le munizioni che aveva a disposizione”, senza usarle gradualmente, per cui “o il nemico inizia a retrocedere velocemente oppure non ci resterà che affidarci a qualche santo”. Che non mi sembra identificabile in Salvini, a dispetto delle corone, dei crocifissi e Salvini e fdanzata a Roma .jpegdelle immaginette che esibisce nei comizi. Benedett’uomo, egli non si lascia scappare occasione per procurarsi polemiche a dir poco fastidiose, come quelle tiratesi addosso con una vera o presunta corsa alla spesa con la fidanzata Francesca Verdini e scorta nel centro di Roma. E ciò, per  somma sfortuna del leader leghista, nella stessa domenica in cui il Papa se ne andava a piedi per chiese a pregare.

          Oltre a scrivere il suo morigerato editoriale sulle misure disposte dal governo, il direttore del Giornale ha partecipato, collegato da casa allo studio televisivo improvvisato su una rete Mediaset da Paolo Del Debbio per sostituire il convalescente da virus Nicola Porro, rivolgendo a Conte un “grazie” esplicito. Che penso rispecchi più delle dichiarazioni di tanti uomini e donne di Forza Italia il pensiero e gli umori di un Silvio Berlusconi appartatosi in questo periodo in Provenza un po’ per proteggersi meglio dal rischio di contagio e un po’ per godersi, secondo le cronache rosa, il nuovo legame sentimentale sopraggiunto a quello con Francesca Pascale.

           Almeno sul piano politico, la strada del presidente del Consiglio sembra essere quindi diventata in discesa, nel senso buono della parola, nonostante la perdurante confusione esistente nella maggioranza giallorossa per i guai interni dei grillini, la perdurante agitazione di Matteo Renzi e la complessità un po’ genetica del Pd, liquidato già poco dopo la nascita  da Massimo D’Alema come un amalgama mal riuscito di sinistra democristiana, cespugli laici e soprattutto resti del Pci.

 

 

 

 

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Più che il governo potrà forse il miracolo chiesto a piedi dal Papa

 

            Per come temo che si stiano mettendo le cose ancora una volta in politica, con decreti che vanno e vengono sull’emergenza da coronavirus, spesso non per completarsi ma per contraddirsi, con poteri che confliggono fra loro più che coordinarsi, e con una informazione che attizza il fuoco più che spegnerlo, privilegiando il retroscena malizioso rispetto ad una seria e documentata comunicazione, viene davvero voglia di mettersi più nelle mani del Papa che del governo.

             Viene voglia cioè di sperare soprattutto nel miracolo che il Pontefice è andato fisicamente a chiedere Il Papa a San Marclino.jpegprima alla Madonna, nella Basilica di Santa Maria Maggiore, e poi al Crocifisso venerato dai tempi della peste di cinque secoli fa ed esposto nella Chiesa di San Marcellino al Corso. Che Papa Francesco ha voluto raggiungere a piedi, con la sua scorta, in una Roma disciplinatamente deserta. La foto ha naturalmente e giustamente fatto immediatamente il giro del mondo.

            Non deve dolersi di queste considerazioni, anche perché è uomo notoriamente devoto a Padre Pio, santificato per i suoi miracoli, il presidente del Consiglio Giuseppe Conte. Che sta cercando di fare del suo meglio, per carità, ma è irrimediabilmente prigioniero di questi tempi di politica troppo improvvisata. In cui gli  è capitato di poter e voler cambiare alleanze politiche con una certa disinvoltura, chiamiamola così. In più, egli fa buon viso, con generose interviste e sorrisi in salotti televisivi, a chi lo elogia aizzandolo curiosamente non a governare ma a sgovernare, non a comporre contrasti ma a crearli.

            L’esempio è di giornata, costituito da un confronto a distanza fra lo stesso Conte e il suo maggiore sostenitore mediatico, che è il direttore del Fatto Quotidiano Marco Travaglio, sulla figura di Guido Bertolaso: il medico già capo della Protezione Civile inutilmente proposto dalle opposizioni, ma anche da Matteo Renzi nella maggioranza, come commissario per l’emergenza antivirale e chiamato infine dal governatore della Lombardia Attilio Fontana a collaborare come consigliere per l’allestimento rapido di un nuovo ospedale di 500 posti letto a Milano. Dove potrebbero essere curati  anche pazienti di altre regioni investite o minacciate dalla ormai pandemìa del coronavirus.

            Intervistato dal Corriere della Sera, pur avendo scartato a livello nazionale la soluzione propostagli Conte su Bertolso.jpegdalle opposizioni e da Renzi, liquidandola frettolosamente come “una bandiera” evidentemente di altri, Conte ha testualmente e responsabilmente dichiarato: “Bertolaso non lo conosco di persona, ma giudico positivo che la Regione Lombardia sia affiancata da una persona che conosce la macchina organizzativa della Protezione Civile. Ne uscirà agevolato il dialogo con la centrale che opera a Roma, sotto la direzione di Borrelli e Arcuri”.

            Il contianissimo, diciamo così, direttore del Fatto Quotidiano, il cui sostegno al presidente del Consiglio non è né casuale né ininfluente considerando l’area politica che copre sopra, sotto Travaglio su Bertolaso.jpege accanto alle cinque stelle, con una evidenza che può essere negata solo con una quantità industriale di ingenuità o malafede, in un editoriale intitolato come ogni lunedì  “Ma mi faccia il piacere…” ha appena scritto con stile epigrafico: “Il compenso del mio  nuovo consulente Guido Bertolaso sarà di un solo euro” (Attilio Fontana, Lega, presidente della Regione Lombardia). Io ne offro due per farlo stare a casa”.

            Con questo tipo di sostegni Conte ha ben poco da vincere le sue partite. E altri ben poco da sperare in lui.

 

 

 

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La politica annaspa nell’acqua del bicchiere di Guido Bertolaso

             Il coronavirus continua a fare il suo sporco ma naturale gioco, diffondendosi, mietendo vittime e facendo paura persino a Donald Trump: quello spaccone del presidente degli Stati Uniti d’America che l’aveva liquidato come un “raffreddore” ed ora ha messo la mascherina alla La Gazzetta.jpegstorica statua della Libertà, secondo la felice rappresentazione fattane dal vignettista della Gazzetta del Mezzogiorno. Ma anche la politica italiana ha ripreso il vecchio, consunto gioco cui aveva dato per qualche ora l’impressione di volere rinunciare di fronte all’emergenza sanitaria scoppiatale  fra le mani e i piedi.

            Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, con una certa furbizia di palazzo che poteva forse risparmiarsi, aveva liquidato nell’incontro con i rappresentanti del centrodestra a Palazzo Chigi la proposta più o meno esplicita di mettere in pista contro questa emergenza come una specie di commissario straordinario l’ex capo della Protezione Civile Guido Bertolaso, liquidandolo come “una bandiera” dell’opposizione, e preferendogli Domenico Arcuri.  Che peraltro non si è ancora insediato nel nuovo ruolo, destinato ad aggiungersi a quelli che già svolge nella pubblica amministrazione. Ebbene, a distanza di poco più di 24 ore il governatore leghista della Regione Lombardia, la più investita dall’emergenza sanitaria, ha contestato forniture e metodi della Protezione Civile e nominato proprio Guido Bertolaso consulente speciale, e a titolo completamente gratuito, per velocizzare forniture di mascherine che non siano “carta igienica”, come quelle denunciate all’arrivo dall’assessore alla Sanità, ma soprattutto per realizzare in quattro e quattr’otto un progetto già finanziato sul posto, ma contestato o addirittura boicottato a Roma, di un nuovo ospedale con 400 posti letto nei padiglioni della vecchia Fiera di Milano.

            Ne è nato il solito casino -scusate la parola- di polemiche, sospetti, accuse, intimidazioni, in cui si è distinto il giornale più caro ai grillini, diciamo così, Il Fatto Quotidiano, con un editoriale del suo direttore che traduce la “normalità” di cui avrebbe bisogno l’Italia in uno Stato il più accentrato possibile. In cui dovrebbero scomparire dalla scena quei “satrapi e mitomani” che sarebbero diventati i governatori regionali, pericolosamente eletti direttamente dalle loro popolazioni, e gli uomini tipo Bertolaso. Cui, non potendosene scrivere come di un medico d’infimo ordine né come di un pregiudicato, essendo uscito indenne da tutte le vicende giudiziarie che ha dovuto fronteggiare, Il Fatto ha dedicato sopra la testata Il Fatto su Bertolosa.jpegquesta specie di epigrafe: “Sfumata la poltrona di supercommissario, martedì diceva: “No grazie, resto in Africa”. Ora invece: “Non potevo dire no”. Come si è permesso insomma, questo Bertolaso, di fare le cose  per le quali il giornale di Michele Travaglio, più ancora o come Conte, non lo ritiene adatto e degno?

            Il problema di questo Paese, gratta gratta, rimane sempre lo stesso: coniugare la democrazia con l’esercizio del comando. Il vecchio Eugenio Scalfari lo ha a suo modo avvertito Scalfari sul dopo Mattarella.jpegoccupandosi in una giornata come questa sulla sua Repubblica di chi dovrà prendere nel 2022 al Quirinale il posto di Sergio Mattarella, dandone per scontata al tempo stesso la centralità e l’indisponibilità alla rielezione, se gliela dovessero offrire. In veste di grande consigliere della Politica, con la maiuscola, egli ha candidato “Mario Draghi, Walter Veltroni, Giuseppe Conte ma anche Paolo Gentiloni”, che “forse -ha aggiunto- sarebbe il più adatto”. “Si vedrà”, ha concluso Scalfari pensando probabilmente anche all’emergenza un po’ più concreta e pesante del coronavirus.  

 

 

 

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Von der Leyen rassicura Mattarella e smentisce l’improvvida Lagarre

            Immagino il sorriso di Sergio Mattarella, sotto i baffi che non ha, all’anticipazione dell’annuncio in arrivo dalla presidente della Commissione Europea, conforme alle sollecitazioni levatesi il giorno prima con stizza insolita dal Quirinale che l’Italia avrà dall’Unione “tutto quello di cui ha bisogno e chiederà”. “Il prossimo Paese ad averne bisogno potrebbe essere un altro Stato membro” della stessa Unione Europea, ha aggiunto Ursula Von der Leyen parlando della galoppante crisi da coronavirus.

            Con questo annuncio, conforme d’altronde ad un’altra presa di posizione della presidente della Commissione di Bruxelles, proclamatasi italiana come il presidente americano John Fitzgerald Kennedy fece con i  berlinesi davanti al muro che odiosamente li divideva ben oltre gli accordi internazionali conclusivi della seconda guerra mondiale, Ursula ha metaforicamente steso al tappeto l’altra signora dell’Unione: la presidente francese della Banca Centrale Europea Christine Lagarde. Che aveva appena affondato i mercati finanziari, con particolare danno per i titoli italiani, dichiarandosi estranea al problema prevalentemente speculativo del cosiddetto spread, fronteggiato invece con costante vigore dal suo predecessore Mario Draghi.

            Al compiacimento del presidente della Repubblica dovrebbe corrispondere lo scorno – invece Giannelli su Lagarde.jpegmancato, salvo le eccezioni di Emilio Giannelli sul Corriere della Sera e di Giuseppe Tesauro e Osvaldo De Paolini Tesauro su Lagarde.jpegsui giornali del gruppo Caltagirone- di un’informazione supponente e superficiale. Che, pur di giustificare, coprire e quant’altro la presidente Osvaldo De Paolini su Lagarde.jpegfrancese della Banca Europea l’aveva paradossalmente degradata a portavoce o porta-ordini, come preferite, di una consigliera, con tanto di nome e cognome, che rappresenterebbe nell’Istituto di Francoforte gli interessi della Germania.

            Ora, delle due l’una: o la tedesca Von der Layen, già ministra della Difesa di Angela Merkel, ha davvero cambiato nazionalità diventando italiana, o la cancelliera di Berlino ha cambiato idea, stando alle informazioni dei giornali italiani che passano per i più autorevoli del nostro Paese. O -ipotesi forse più credibile ancora delle altre due- quelle informazioni sulle direttive impartite da Berlino-  valevano quanto la carta su cui sono state stampate, che d’altronde diventa il giorno dopo carta da macero.

            Certo, la situazione politica tedesca da qualche tempo è diventata non dico complicata come quella italiana ma avviata su di una strada simile, per cui nei palazzi germanici del potere sì intrecciano e si confondono più linee. Ma pensare che i tedeschi ci abbiano addirittura già raggiunti e superati, con l’aggravante di non disporre di un Conte da prestare a Berlino, mi sembra francamente esagerato.

            Cerchiamo di non giocare con notizie, retroscena e simili come il coronavirus cerca di fare con i nostri incolpevoli polmoni, specie se già compromessi di loro. O come la sindaca grillina di Roma, Virginia La Raggi.jpegRaggi, sta facendo a sua volta col coronavirus avvolgendosi sul balconcino del suo ufficio capitolino in una specie di bandiera dell’ottimismo e della buona fine anche della sua disastrosa gestione politica della Capitale. Le cui strade, piazze e linee di trasporto, pur svuotate da chi rimane prudentemente a casa, salvo indossare lo scafandro per scaricare nei cassonetti i rifiuti di cui non può liberarsi diversamente, smentiscono da sole quel lenzuolo steso sui Fori.

 

 

 

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