In un articolo dedicato sul Foglio dalla meticolosa Marianna Rizzini alla ripresa dei talk-show e simili dopo la pausa estiva, che non è stata però di riposo -va detto- per tutte le emittenti, alcune delle quali hanno coperto anche in agosto lo spazio dell’informazione non necessariamente confinata nei telegiornali, mi ha colpito il proposito annunciato dalla conduttrice di Unomattina, Monica Giandotti, di “mantenersi in una prospettiva di ascolto”. Che sarebbe “la scommessa più grande” in questa stagione dove abbondano, in effetti, certezze presuntuose.
Mi sono chiesto tuttavia se non c’è stato un eccesso di “ascolto” nella ripresa di uno di questi talk-show quando all’ospite politico di turno, Matteo Renzi, è stata risparmiata una interruzione doverosa al richiamo da lui fatto al dovere di votare “ogni cinque anni”, alla scadenza ordinaria delle Camere. Della cui sopravvivenza alla crisi ministeriale dell’estate dell’anno scorso l’ex presidente del Consiglio, ora leader del movimento Italia Viva, si è vantato avendo promosso la maggioranza giallorossa che sostiene, pur tra molte sofferenze, il secondo governo di Giuseppe Conte.
Sia chiaro, a scanso di equivoci, che l’interruzione non è mancata nello spazio di Unomattina. Né ho intenzione di nominare la trasmissione nella quale è avvenuta l’omissione perché mi interessa il peccato, non il peccatore: in questo caso il conduttore, ma anche un altro giornalista ospite della puntata insieme col senatore di Scandicci. Che, secondo me, avrebbe dovuto essere invitato, naturalmente con tutta la cortesia del caso, e pure con un pizzico di ironia, a non fare lo smemorato di Collegno rivendicando il merito di aver fatto nascere nell’estate dell’anno scorso la maggioranza giallorossa.
Lo smemorato di Collegno, un po’ Bruneri e un po’ Canella, fu protagonista fra il 1927 e il 1931 di un famoso caso giudiziario. Nel 1962 ne sarebbe stato riproposto il ricordo con un film celebre anche per la partecipazione di Totò, diretto da Sergio Corbucci.
Renzi dimentica, nella foga antisalviniana che conserva anche ora che sulla Lega dell’ex ministro dell’Interno non soffiano più i venti dei sondaggi di un anno fa, che alla fine del 2016 fu proprio lui, sconfitto nel referendum sulla riforma costituzionale che ne portava il nome, a reclamare le elezioni anticipate. Anticipate, in particolare, di poco più di un anno. E per ragioni niente affatto peregrine.
La legislatura cominciata nel 2013 col naufragio del progetto di Pier Luigi Bersani di un governo insieme “di minoranza e di combattimento”, appeso alla benevolenza dei grillini, acquistò un senso e un contenuto, dopo una breve esperienza di Enrico Letta a Palazzo Chigi ispirato alle cosiddette “larghe intese”, con la riforma costituzionale promessa appunto dal governo Renzi. E benedetta al Quirinale da un Giorgio Napolitano lasciatosi confermare alla scadenza del suo primo mandato presidenziale su richiesta quasi supplichevole di quasi tutti i partiti e delle Regioni. Che non erano riusciti a trovargli un successore impallinando a scrutinio segreto i vari candidati che esprimevano i loro parlamentari o delegati.
Una volta bocciata con lo strumento referendario la riforma costituzionale, forte anche del 40 per cento dei consensi che era riuscito ugualmente a raccogliere attorno al suo progetto, Renzi ritenne non a torto esaurito di fatto il programma di lavoro di quella legislatura. E chiese, con i dovuti modi riservati ma chiari, lo scioglimento anticipato delle Camere a Sergio Mattarella, nel frattempo succeduto ad un Napolitano davvero stanco: non della stanchezza preventiva, diciamo così, attribuita recentemente da Giuseppe Conte a un Mario Draghi da tanti desiderato e immaginato al suo posto a Palazzo Chigi.
Mattarella nell’esercizio insindacabile delle sue prerogative costituzionali, preoccupato di un vuoto che si sarebbe potuto creare in un contesto europeo denso di timori e preoccupazioni, non aderì alla richiesta di Renzi, che l’anno dopo se ne sarebbe pubblicamente doluto. Seguirono a quel rifiuto, con incontrovertibile sequenza di fatti, la conferma di Renzi alla segreteria del Pd amputato però della della sinistra dei vari Bersani, D’Alema e infine Pietro Grasso ancora presidente del Senato, la mobilitazione di piazza dei grillini e le elezioni ordinarie del 2018. Che segnarono la disfatta del Pd ancora renziano e il successo formale del centrodestra a trazione leghista ma sostanziale del Movimento 5 Stelle. Attorno ai cui problemi, più che alla cui forza, sta ruotando questa diciottesima legislatura repubblicana. Che è anch’essa ingessata, come la precedente dopo la bocciatura referendaria della riforma costituzionale, con quali effetti si potrà valutare solo alla fine, d’accordo. Ma saranno prevedibilmente abbastanza alti, anche per la combinazione con i risultati del referendum del 20 settembre sui 345 seggi tagliati alle Camere con le forbici grilline.
Pubblicato sul Dubbio
in prima pagina le foto quasi tessere dei tre commercialisti accusati di peculato e sottrazione di beni al fisco. L’affare, chiamiamolo così, ammonterebbe a 800 mila euro, incassati vendendo alla regione governata dal leghista Attilio Fontana la sede della Lombardia Film Commission, a Cormano, in provincia di Milano.
Di rinforzo c’è anche il richiamo di un articolo di Carlo Bonini dedicato a “un’ombra su Salvini” e sulla sua campagna elettorale per strappare col centrodestra al Pd qualche altra regione il 20 e 21 settembre.
col richiamo “Agli arresti commercialisti
vicini alla Lega” e a Roma Il Messaggero col richiamo “Choc Lega, i fiscalisti agli arresti domiciliari” per “peculato e turbativa”.
brillante costituzionalista di Repubblica, il giornale decisamente schieratosi per il No referendario ai tagli dei seggi delle Camere, si è infine unito al fronte del Sì. E ne ha spiegato la ragione in un commento onestamente ospitato dal suo quotidiano con la dignità e l’evidenza di tutti i suoi interventi, fatta eccezione per un mancato richiamo, stavolta, in prima pagina.
s’indovina, ma ho l’impressione che il Sì referendario appena pronunciato pubblicamente dal presidente del Consiglio abbia messo in difficoltà Ainis come componente di un’Autorità di Garanzia: quella del mercato. In ogni caso egli ha riconosciuto
e della camicia strappatagli addosso in Toscana da una congolese che ha evidentemente preso sul serio la rappresentazione, di sinistra appunto, del leader leghista come del pericolo numero uno della democrazia italiana. A difesa dal quale, per quanto la sua Lega sia in calo nei sondaggi, il Parlamento è stato ingessato con tutti i guai identitari e politici del principale partito che vi è rappresentato: il movimento 5 Stelle.
alla fine negare un certo spazio, con repliche stizzite del direttore in persona, e un po’ l’irruzione nella campagna di pezzi da novanta, o da ottantanove, ottantotto e qualcosa ancora in meno della sinistra. L’ultimo, in ordine di arrivo, è stato Roberto Saviano, che ha mandato addirittura a “cagare” -mi scuso anche per lui con chi legge- il segretario del Pd Nicola Zingaretti e quasi tutto il resto di quel “vapore acqueo” che a causa dell’alleanza con i grillini sarebbe ormai il partito comprensivo dei resti del Pci e della sinistra democristiana, ma forse più di quest’ultima che dell’altro. Lo desumo da questa apodittica conclusione dei ragionamenti e delle proteste dello scrittore anti-camorra: “Meglio morire da piccoli che democristiani”.
parlamentari, come comprensiva di ben quattro sinistre, e perciò “la più a sinistra nella storia d’Italia”.
e fare bene i conti, al manifesto hanno rappresentato come ben riuscito “il battesimo del popolo dem” a Giuseppe Conte alla festa nazionale dell’Unità, a Modena. Dove peraltro una signora, incurante anche del marito che le era accanto, ha salutato il presidente del Consiglio dandogli entusiasticamente del “bello”, e lui ha ricambiato, compiaciuto, dandole della “buongustaia”.
Repubblica, che gli ha fatto “aprire al Mes” su tutta la prima pagina, e del Mattino, che gli ha fatto aprire pure lui “ma non sul Mes”. Potenza dell’ambiguità, verrebbe da dire per non spingersi a paragonare il presidente del Consiglio, giocando col suo nome, al “Conte zio” di manzoniana memoria.
il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri. Che non è un tecnico finanziario, essendo di professione uno storico, particolarmente di Palmiro Togliatti e dintorni, ma un esponente ora anche senatore del Pd, ritenuto da Nicola Zingaretti forse non a torto, salvo sorprese, d’accordo col partito nel ritenere necessario e vantaggioso il ricorso al credito europeo, immediatamente disponibile, per il potenziamento del servizio sanitario, e indotto.
una intervista del vecchio e sempre urticante Rino Formica alla Verità. E’ un Conte che fa a Zingaretti la cortesia di accettare l’invito a Modena, peraltro scegliendo giorno e ora tali da non permettere al padrone di casa di accoglierlo, trattenuto da impegni elettorali in Calabria, ma gli fa anche la scortesia di annettersi politicamente il ministro dell’Economia.
sarà più che altro una gara di furbizia”, in attesa di scoprire quale “delle due volpi in commedia”, fra il presidente del Consiglio e il segretario del Pd, sia “molto più ingenua dell’altra”. Una volpe “ingenua” è un ossimoro perfettamente calzante in questa stagione politica d’Italia.
mattina del 9 maggio 1978 di avere lasciato in via Caetani, fra le sedi nazionali del Pci e della Dc, chiuso nel bagagliaio di un’auto, il cadavere dello statista rapito il 16 marzo fra il sangue della sua scorta decimata, e trattenuto per 55 giorni in una “prigione del popolo”. A Rana invece Moro aveva fatto recapitare le sue prime lettere da recluso, fra le quali quella rivolta al ministro dell’Interno Francesco Cossiga, e l’ultima: il tragico, toccante commiato dalla moglie “Noretta”.
che ancora sgorgava dal volto dell’autista freddato insieme a Leonardi, che Rana pensò -come avrebbe confessato quarant’anni dopo in una intervista a Famiglia Cristiana- che ben difficilmente la ferocia di quegli assassini avrebbe risparmiato l’ostaggio che erano riusciti a portare via, caricandolo su un’altra auto, per innalzare la sfida allo Stato. Essa si materializzò reclamando il riconoscimento di controparte politica e lo scambio con tredici “prigionieri”, cioè detenuti per reati di terrorismo.
ben consapevole dello stato di impotenza in cui si trovava il Pci di Enrico Berlinguer. E cercò di convincere con le lettere ai colleghi ed amici democristiani di salvargli la vita, o quanto meno di cercare di salvargliela, prescindendo dai comunisti, anche a costo di una crisi di governo, pur mai evocata o invocata esplicitamente. Ma nella Dc -diciamo la verità- sulla ragione di Moro, per quanto fondata sulla visione cristiana della vita, finì per prevalere la ragione politica intesa come difesa degli equilibri allora esistenti, per quanto il Psi di Bettino Craxi avesse cercato di smarcarla dalla chiusura procurandosene una fastidiosa reazione.
conosciuto e definito, il Papa sarebbe morto il 6 agosto, poco dopo la fine di Moro e quel grido disperato a Dio che non aveva voluto ascoltare le sue preghiere: un grido lanciato partecipando ai funerali celebrati nella Basilica di San Giovanni senza il feretro del defunto, sottratto alle cerimonie pubbliche per disposizione testamentaria dello stesso Moro.
contro il finanziamento pubblico superato cosi faticosamente dai partiti da avere indotto i comunisti a chiedere ai democristiani, e ottenere, il sacrificio delle dimissioni del capo dello Stato, a sei mesi dalla scadenza del mandato. Doveva essere una scossa per la riabilitazione di una classe politica in odore, o puzza, di discredito.
Leone, carissimo Paolo, fu allontanato dal Quirinale per avere osato dissociarsi o distinguersi dalla linea della fermezza durante il sequestro del presidente della Dc. Era diventato un uomo, e un presidente, troppo scomodo da lasciare al suo posto, senza farlo uscire dalla scena in tono a dir poco dimesso. Se gli storici di oggi faticano ancora a riconoscerglielo, spero che vi provvedano quelli del futuro, magari con l’aiuto di qualche documento finalmente desecretato.
Senato. Ma la prima pagina del Corriere è quella che obiettivamente fa clamore. E denota, a mio avviso, una certa distanza da una notizia non so se di più controversa o
inutile lettura. Che sulla prima pagina della Stampa si è tradotta con la firma dell’ex direttore Marcello Sorgi in un “sì controvoglia”, o sulla prima pagina della Verità con la firma di Luca Telese, pur schieratosi sugli schermi della 7 a favore delle Camere sforbiciate dai grillini, in “un sì poco convinto”.
riferire dei 188 voti favorevoli e 13 contrari ottenuti nella direzione del Pd dal documento dedicato all’appuntamento referendario ha assicurato: “niente fratture”. Ma è una rappresentazione quanto meno ottimistica di una realtà che in altre circostanze, e su altri problemi, il giornale di Marco Travaglio avrebbe trovato diversa.
annunciato e motivato da un robusto gruppo di ex presidenti del partito ed esponenti autorevoli, tutti finiti -con gli editori dei giornali critici– in foto da pregiudicati, ricercati e quant’altro nei giorni scorsi sulle prime pagine del Fatto Quotidiano.
ha dato a Zingaretti “un consiglio”. “Il Pd -ha scritto- potrebbe fare campagna per il Sì raccogliendo contemporaneamente”, nei meno di quattordici giorni residui di campagna referendaria, ”firme su una proposta costituzionale di iniziativa popolare per il bicameralismo differenziato”. Cioè, per assegnare competenze diverse alle due Camere e lasciare solo all’assemblea di Montecitorio la fiducia e la sfiducia al governo.
sul giornale di Marco Travagli, ma la sua nobile proposta, data la prevedibilità della vittoria del sì da lui stesso messa nel conto, equivarrebbe alla costruzione di una casa cominciando dal tetto anziché dalle fondamenta. Il taglio dei parlamentari potrà essere pulito, ed accettabile, solo come ultima tappa di un processo riformatore, non come la prima e forse anche unica.
Fatto Quotidiano: “Oggi i Cinque Stelle non sono di nessuno, non hanno certezze e rotta certa. Così nel M5S tutti fanno la guerra a tutti: anche perché fiutano il sangue, cioè un rimpasto dopo le Regionali”.
una maggioranza e l’altro per quella opposta che stava nascendo ed è poi nata l’anno scorso, ma non col dovere di non intromettersi per niente nelle elezioni di un Paese peraltro alleato: il nostro principale alleato. Non vorrei scomodare la memoria di Antonio Gramsci per sottolineare il valore negativo dell’indifferenza. E per ricordare che è preferibile tacere piuttosto che parlare imprudentemente, in un verso o in quello opposto, o più semplicemente ambiguo, come il richiamo -in un’altra circostanza- alla provvidenziale “stanchezza” confessata da Mario Draghi a Conte che voleva candidarlo un anno fa alla improbabile presidenza della nuova Commissione europea prenotata dai tedeschi, mica da un passante. Stavolta il presidente del Consiglio è stato pizzicato dal vignettista Emilio Giannelli sulla prima pagina del Corriere della Sera.