Il dritto e rovescio del ricovero in ospedale di Silvio Berlusconi contagiato virale

            “Dritto e rovescio” non è solo il titolo di una fortunata trasmissione delle televisioni del Biscione condotta da uno -Paolo Del Debbio- lasciatosi persino andare qualche tempo fa a parlare di quante possibilità avesse di diventare il delfino politico del suo editore, dopo tutti i delfini ridotti a trote dal Cavaliere di Arcore. “Dritto e rovescio” è anche lo spettacolo in cui si tra traducendo il contagio virale di Berlusconi, cautelativamente ricoverato in ospedale per essere meglio curato, essendo un paziente “a rischio” per definizione del suo medico, su cui hanno titolato quelli di Repubblica.

            Il rovescio dello spettacolo è naturalmente il ricovero ospedaliero. Che, unito all’annuncio di una polmonite bilaterale, allunga comunque un segno o un’ombra di debolezza sull’ex presidente del Consiglio, e capo assoluto di un partito interessato, come tutti gli altri, in una campagna elettorale in cui non sono in gioco solo sette consigli regionali e un migliaio di consigli comunali, né solo la sorte referendaria dei tagli dei seggi parlamentari. Cui i gruppi del Cavaliere alle Camere hanno concorso, sia pure con qualche sofferenza cresciuta per strada, man mano che la voglia o la tentazione del no è cresciuta e la partita è diventata a suo modo anch’essa decisiva, o comunque di rilevanza, per la sorte del governo. Berlusconi ne è un oppositore, considerandone la maggioranza “la più a sinistra” nella storia d’Italia, ma ha anche permesso che il suo gruppo al Senato gli desse un  aiuto con qualche assenza provvidenziale in votazioni a rischio. Ed ha partecipato a un dibattito politico e mediatico sulla possibilità di soccorrerlo nel caso di una compromissione degli interessi generali del Paese.

            Il dritto dello spettacolo di Berlusconi “tamponato” dal virus, secondo un titolo felicemente ironico della Gazzetta del Mezzogiorno, e infine ricoverato è l’insperata -da lui stesso- gara agli auguri e agli incoraggiamenti sviluppatasi fra i politici, anche i più impensabili, come quel Luigi Di Maio che all’inizio di questa legislatura, mentre trattava la formazione del governo con Matteo Salvini, pur sapendo che il negoziato dipendeva dal grado di tolleranza del Cavaliere verso l’alleato leghista sotto sotto autorizzato ad una temporanea infedeltà, disse che con “quello là” non avrebbe potuto avere nessun rapporto, né facendo né ricevendo telefonate. “Quello là” era  naturalmente Berlusconi: un “uomo delle istituzioni”, lo ha invece appena definito Matteo Renzi nell’aula del Senato, mentre Carlo De Benedetti dalla lontana Dogliani gli dava dell”imbroglione nocivo”, rimediandosi del “disperato” dalla figlia Marina.

            Non so se per convinta analisi o per un’amicizia pubblicamente dichiarata per “l’amor nostro”, come Berlusconi viene ancora chiamato ogni tanto da brillanti corsivisti  in quel giornale che gli deve in fondo la nascita  e la crescita, prima di trovarsi un altro editore, il direttore del Foglio Claudio Cerasa ha cercato di costruire sulla malattia del Cavaliere nuovi scenari politici. Che sarebbero opportuni in una legislatura prigioniera della crisi del partito maggiormente rappresentato in Parlamento: il movimento grillino.

           L’asintomaticità di Berlusconi, anche se nel frattempo superata da sintomi di una certa rilevanza,  è stata tradotta da Cerasa, dopo tutti gli auguri rivoltigli anche da avversari, in “progressiva, graduale e decisa” asintomaticità dell’”antiberlusconismo”. Ma bisogna anche qui fare i conti o scommettere su un vaccino, non potendo bastare le aspirine verbali dei no-vax.

 

 

 

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Già passata da solida a liquida, la situazione politica si fa ora gassosa

            Da solida, come era stata prospettata alla nascita del secondo governo di Giuseppe Conte dai partiti che lo compongono, decisi a portare a termine insieme tutto il resto della legislatura, fino al 2023, provvedendo anche all’elezione del successore di Sergio Mattarella al Quirinale, nel 2022, la situazione politica si è fatta via via sempre più liquida, con tensioni e divisioni nella maggioranza giallorossa che non sono state sopite neppure dall’emergenza virale. Ma a leggere i giornali di oggi l’impressione che si ricava è di una situazione neppure più liquida, bensì gassosa.

            Su Libero, per esempio, il direttore Piero Senaldi ha annunciato su tutta la prima pagina, con un articolo dove non si riescono a vedere bene i confini tra notizie, indiscrezioni, intuizioni, fantasie e quant’altro, la gestazione di un partito personale del presidente del Consiglio. Che sarebbe una specie di riedizione “ambientalista” della Democrazia Cristiana, valutabile fra il 10 per il 15 per cento dei voti.

            Già corso l’anno passato in un teatro campano a commemorare il democristiano Fiorentino Sullo su invito e alla presenza di democristiani mai pentiti, orgogliosi anzi di esserlo ancora anche senza più l’esistenza di quel partito, Conte si ritroverà il mese prossimo con gli stessi e altri scudocrociati a Saint Vincent, dove una volta Carlo Donat-Cattin riuniva i suoi amici di corrente, sempre in autunno, e  ospiti importanti di altre formazioni politiche. Sarebbe proprio a Saint Vincent, dove peraltro è stato invitato anche Silvio Berlusconi, augurabilmente uscito nel frattempo dal contagio virale, che Conte -secondo Sinaldi- si propone di dare finalmente qualche indicazione sui suoi progetti partitici, avendo ormai alle spalle i risultati insidiosi delle elezioni regionali e comunali e del referendum del 20 settembre sui tagli dei seggi parlamentari. Staremo a vedere.

            Certo, se veramente  Conte avesse voglia, come già altre volte si è scritto da qualche parte rimediando però smentite, di mettersi in proprio con un partito, lo si potrebbe anche capire per il continuo logoramento che stanno avendo i suoi rapporti col movimento 5 Stelle, che pure lo ha designato due volte a Palazzo Chigi, e con il Pd. Il cui segretario Nicola Zingaretti dopo l’intesa di governo lo aveva promosso, corteggiandolo, come leader di un’area progressista non meglio identificata.

            Ora il presidente del Consiglio non solo deve ancora più frequentemente di prima compattare la maggioranza con ricorsi alla fiducia nominale nelle aule parlamentari, ma è costretto a vedere cambiarne i numeri da un giorno all’altro. Sul decreto-legge di proroga dell’emergenza virale, per esempio, i 276 voti raccolti a Montecitorio per evitare l’emendamento dei dissidenti grillini contro la proroga anche dei vertici dei servizi di sicurezza, sono scesi l’indomani a 219, cioè 57 in meno, nello scrutinio finale sul provvedimento.

            Non è tuttavia soltanto Conte ad essere o sembrare tentato da imprese e calcoli solitari. Il Foglio, per esempio,  riferisce di una “opzione Di Maio”, attribuendo al ministro degli Esteri la convinzione di poter rappresentare da solo un 10 per cento dell’elettorato italiano. Ma c’è sotto le 5 stelle, e sempre sul Foglio, anche una “opzione Dibba”, sigla di Alessandro Di Battista, che vorrebbe fare del movimento, se gli riuscisse di conquistarne la guida, ciò che Matteo Salvini ha fatto della Lega, magari per rimettersi assieme al “capitano”. C’è da rimediare un mal di testa, quanto meno.  

 

 

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Le distanze di Ainis da Repubblica sulle forbici grilline in Parlamento

Michele Ainis è fra i più brillanti costituzionalisti italiani, capace come pochi  di divertire gli studenti all’università e i lettori sui giornali, ora su Repubblica e l’Espresso, anche quando dice e scrive cose che possono non essere condivise sul piano dottrinario o politico: due piani dai confini molto labili quando si discute della Costituzione o perché non se ne condivide l’interpretazione o l’applicazione, o entrambe, o perché si è alle prese con qualche tentativo di riformarla. E’ ciò che sta avvenendo in vista del referendum confermativo sui tagli dei seggi parlamentari disposto da una legge fortemente voluta dai grillini ma approvata nell’ultimo passaggio parlamentare, alla Camera, con soli 14 voti contrari.

Quei pochissimi no a Montecitorio avrebbero dovuto far prevedere in un passaggio referendario una valanga di sì difficilmente riscontrabile invece in questi giorni per l’opposizione fiorita tra costituzionalisti, giuristi, politologi e fette consistenti di partiti battutisi per l’approvazione parlamentare sin dal primo momento o all’ultimo istante. E’ accaduto, in quest’ultimo caso, al Pd per rispettare  l’anno scorso il repentino accordo di governo stipulato col movimento 5 Stelle pur di evitare elezioni anticipate dall’esito allora scontato a favore  del  centrodestra a trazione salviniana. Che peraltro è ancora in testa nella maggioranza dei sondaggi, pur se i leghisti sono in calo rispetto all’exploit delle elezioni europee del 2019.

Combattuto forse fra il no decisamente scelto dalle testate dei giornali su cui scrive e un sì atteso da chi lo ha voluto o accettato all’Autorità garante della concorrenza e del mercato, e non volendo associarsi al ni, da lui giustamente irriso, dei partiti e rispettivi segretari che lasciano -bontà loro- liberi i proseliti di votare come vogliono, Ainis si è simpaticamente limitato a chiedere ai lettori che il 20 settembre andranno a votare anche per il rinnovo di sette Consigli regionali e di un migliaio di Consigli comunali di non confondere le schede nell’incauto abbinamento elettorale disposto dal governo, almeno in questo meritevole di una censura.

Per il resto il professore Ainis, come dice un corretto titolo applicato dai colleghi di Repubblica al suo intervento nel dibattito referendario, ha raccomandato “un voto per la Costituzione”. Ma “per la Costituzione” in che senso? In quello del sì annunciato dal professore e presidente emerito della Corte Costituzionale Valerio Onida, pur inorridito dalle motivazioni anti-casta e anti-parlamentariste date ai tagli dei seggi dai grillini, o in quello del no annunciato dal professore e presidente emerito, anche lui, della Corte Costituzionale, e già ministro della Giustizia, Giovanni Flick? Che si è rifiutato giustamente -secondo me- di separare le cattive motivazioni grilline dagli effetti dei loro tagli, avulsi da altre modifiche della Costituzione necessarie invece a garantire davvero un migliore funzionamento delle Camere. Esse conservando le stesse, ripetitive competenze attuali, difese da Luigi Di Maio in una intervista al Corriere della Sera, continueranno a viaggiare, diciamo così, come una carrozza a cavallo in autostrada. Eppure la compianta ex presidente della Camera Nilde Jotti, recentemente scoperta dallo stesso Di Maio come portabandiera di un Parlamento con meno deputati e senatori, segnalò già nel 1979, dopo essere stata eletta al vertice di Montecitorio, difetti e guasti del bicameralismo paritario, o perfetto, da superare quindi in un intervento riformatore sulla composizione del Parlamento.

Secondo Ainis, di una riforma costituzionale, a prescindere dalla sua ampiezza, deve valere “il testo e non il contesto”, inteso quest’ultimo come il clima politico nel quale matura e i “sentimenti o risentimenti” che può alimentare, i danni o i vantaggi per il governo di turno ed altri accidenti della competizione fra partiti, leader, coalizioni e quant’altro.

Non so se il professore Giovanni Guzzetta, intervenuto ieri sul Dubbio nel dibattito referendario con la competenza accumulata su questo terreno in una trentina d’anni di lavoro, fra gli altri, con Mariotto Segni e Marco Pannella, volesse riferirsi proprio a Michele Ainis e al suo recentissimo articolo su Repubblica, che ha stimolato le riflessioni di questo mio articolo. Ma queste sue parole si prestano benissimo come risposta, forse troppo rude per i gusti o le abitudini dello stesso Guzzetta, al costituzionalista dissidente -credo- del giornale diretto da Maurizio Molinari: “Quando voterete, qualsiasi cosa voterete, sappiate che chi vi dice di limitarvi a considerare il merito, il merito e basta, mente sapendo di mentire. Ognuno degli attori in gioco, sui palchi dei comizi, reali o virtuali, ha la sua agenda e il taglio dei parlamentari è un tassello di questa agenda”.

Concordo pienamente, anche se in passato ho dissentito da Guzzetta per il contributo da lui dato ai cosiddetti referendum “manipolativi”, variante di quelli “abrogativi” previsti dalla Costituzione: per esempio, in tema di legge elettorale, snaturabile e non abrogabile se si interviene su un articolo col bisturi di un chirurgo, togliendo una virgola qua e un aggettivo là.

Pubblicato sul Dubbio

Ripreso da http://www.startmag.it il 6 settembre

 

Il presidente del Consiglio ormai maturo per l’Ordine (inglese) della Giarrettiera

            Per fortuna del presidente del Consiglio Giuseppe Conte il pur asintomatico Silvio Berlusconi si è preso il virus Covid 19, per giunta in famiglia, e ha fatto incetta di prime pagine rimediandosi Oò Giornale.jpeggli auguri di pronta guarigione delle testate amiche -a cominciare, naturalmente, dal “forza Silvio” del Giornale del fratello- e anche di quelle solitamente ostili. Qualcuna ci ha anche scherzato sopra titolando sul “tamponamento” del Cavaliere. Per fortuna di Conte, dicevo, perché così sulle prime Gazzetta su Berlusconipagine è stato minore l’impatto dell’infortunio del governo nell’aula di Montecitorio. Dove esso ha ottenuto, per carità, la scontata fiducia posta sul decreto legge di proroga non solo dello stato di emergenza virale sino al 15 ottobre ma anche dei comandi dei servizi segreti per quattro anni, al prezzo tuttavia di un aggravamento della crisi all’interno del principale gruppo della maggioranza: quello grillino.

            Sono stati ben 28 i deputati 5 Stelle che si sono sottratti alla fiducia, naturalmente palese, con assenze delle quali “solo sette” -si sono affrettati a precisare i vertici del Movimento- “ingiustificate”. Gli altri forse si erano affrettati a trovare giustificazioni che li mettessero al riparo da misure disciplinari, comunque compromettenti per una ricandidatura alle elezioni. Una Piera Aiello.jpegdeputata, tuttavia, la siciliana Piera Aiello, già testimone di giustizia contro la mafia, ha votato contro la fiducia e lasciato il gruppo sbattendo la porta, sino a dare dell’incompetente al capo ”reggente” del movimento, Vito Crimi, e criticare severamente il capo della delegazione al governo : il guardasigilli Alfonso Bonafede.

            Partita da una cinquantina di deputati -quanti erano i firmatari di un emendamento contro la proroga dei mandati dei vertici dei servizi segreti, quasi nascosta tra i commi del decreto di proroga dell’emergenza virale, per sottrarsi al quale Conte aveva fatto porre la cosiddetta questione di fiducia sul provvedimento- la dissidenza grillina è rimasta consistente con quei 28 assenti. Ma anche con alcune presenze e risposte sofferte all’appello nominale, come quella disciplinata del sì di Federica Dieni, che il giorno prima aveva rivelato le pressioni esercitate dai “capi” su di lei e altri per il ritiro spontaneo della proposta soppressiva di quel comma sulla proroga quadriennale dei capi dei servizi segreti.

            La Stampa ha appena dato notizia di una convocazione di Conte disposta dall’ufficio di presidenza deStampa su 007.jpegriservate sulle procedure e ragioni Il Foglio su conte e oo7.jpegadottate per sfuggire agli incarichi di breve durata ai  vertici degli 007 previsti da una riforma recente. Che sarebbe stata poco gradita agli interessati, alle cui “insistenze, pressioni, raccomandazioni”, secondo Il Foglio, avrebbe ceduto il presidente del Consiglio con quel comma introdotto in un decreto-legge di tutt’altro contenuto.

           A questo punto, senza prendersela più di tanto per il titolo della Verità sul “colpo di mano” che La Verità su Conte.jpegne farebbe “tremare il trono”, Conte Giarrettiera.jpegpotrebbe aspirare all’antichissimo Ordine inglese della Giarrettiera, il cui motto notoriamente è francese e dice: “Honi soit qui mal y pense”. “Sia vituperato chi ne pensa male”, si traduce in italiano.

 

 

 

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Giuseppe Conte nei panni inediti del piromane nei boschi parlamentari

            Il mese già trascorso dei due messi a disposizione delle Camere dalla Costituzione per “convertire” i decreti-legge del governo, evitandone la decadenza, poteva anche spiegare con molto buona volontà il ricorso alla fiducia ancora una volta annunciato a Montecitorio dal ministro dei rapporti col Parlamento per accorciare i tempi d’esame e approvare in tempo la proroga dello stato di emergenza virale al 15 ottobre, disposto dall’esecutivo prima delle vacanze. Ma il governo ha avuto la dabbenaggine di mettere la fiducia sul provvedimento, facendo decadere tutte le proposte di modifica, dopo un inutile pressing -rivelato dagli interessati, a cominciare da Federica Dieni- su Federica Dieni.jpeguna cinquantina di deputati grillini perché rinunciassero spontaneamente ad un emendamento soppressivo neppure di un articolo ma di un suo comma, il sesto, voluto personalmente dal presidente del Consiglio per poter prorogare di quattro anni i mandati in scadenza dei responsabili dei servizi segreti: anche quelli non prorogabili per altre disposizioni legislative.

            Una volta evidente, sfacciatamente evidente, il collegamento fra l’annuncio della fiducia e lCorrire su 007’emendamento dei grillini, presentato dai giornali come “fronda”, “agguato” e quant’altro, tuttoAgguato di Repubblica.jpeg è stato possibile scrivere e immaginare di questo passaggio politico quanto meno increscioso per il governo e la sua complessa, anomala e tormentata maggioranza: Repubblica su Conte e Di Maio.jpeganche “i sospetti” Repubblica su 007.jpegattribuiti da Repubblica a Conte sul ministro degli Esteri e già capo del movimento 5 Stelle Luigi Di Maio, affrettatosi a smentire da Tripoli di avere ispirato, suggerito, coperto “giochini di palazzo che non mi appartengono”.

            Sul merito dell’articolo, o del comma galeotto, contestato dai circa 50 grillini, ma prima di loro dal Pd quando il Corriere della Sera ne rivelò per primo l’introduzione come una supposta nel decreto-legge sul Covid, il presidente del Consiglio ben difficilmente potrà mai spiegare al cittadino comune come si possa usare una proroga di un mese e mezzo, quanto dura quella dello stato di emergenza virale decisa a fine luglio, per avere il diritto di prorogare di quattro anni mandati peraltro così delicati come quelli dei vertici dei servizi di sicurezza. E stupisce, francamente, che una cosa del genere sia stata permessa dal Quirinale con la firma di convalida e pubblicazione apposta dal presidente della Repubblica, peraltro già vice presidente del Consiglio, ministro della Difesa e giudice costituzionale.

            Per quanto riguarda invece ciò che è accaduto alla Camera, compresa la bagarre in aula, prima e dopo l’annuncio LaVerità su Contedel ricorso alla fiducia anche o soprattutto per  decapitare una libera e legittima iniziativa parlamentare, non è certamente forzato esprimere l’opinione che si sia consumato all’interno della maggioranza giallorossa di governo un altro strappo che non giova alla sua salute politica e alla sua credibilità.

            E’ curioso che un presidente del Consiglio con ormai più di due anni di esperienza sulle spalle, in un contesto per lui già così rischioso come la campagna elettorale in corso per il rinnovo di sette Consigli regionali e di circa mille Consigli comunali, e per il referendum sul taglio di 345 dei 945 seggi elettivi fra Camera e Senato, si sia avventurato in una prova di forza su un terreno così impervio. Egli ha finito per moltiplicare, anziché diradare, critiche, riserve e sospetti sulla gestione, addirittura, dei servizi segreti del cui controllo ha voluto mantenere la cosiddetta delega.  Più che un tessitore di accordi, compromessi e rinvii, egli è apparso un piromane, anche di fine stagione, visto che l’estate sta passando.

 

 

 

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Paolo Mieli sente aria di elezioni anticipate e dà del pazzo a Zingaretti

              Forse perché si sentiva più libero dai condizionamenti di un’orchestra come il Corriere della Sera, che proprio oggi ha fatto suonare il sì ad Antonio Polito e il no ad Angelo Panebianco Si e no sul Corriere.jpegper il referendum del 20 settembre sui  tagli ai seggi parlamentari, Paolo Mieli si è lasciatoMieli su stagione caotica andare in una intervista alla Verità. L’ex direttore del Corriere ha rinunciato ad ogni cautela nel commentare questa stagione politica “molto caotica”, contrassegnata da una “forte debolezza di tutti gli assetti”.

              Abitualmente paziente e fiducioso, Mieli ha liquidato come “pazzi” quanti -a cominciare dal Zi garetti a Repubblica.jpegsegretario del Pd Nicola Zingaretti, ospite oggi di Repubblica– anziché “affrontare con tutte le energie necessarie il problema della riapertura delle scuole, hanno un’unica ansia: reintrodurre il sistema proporzionale” accelerandone alla Camera iMieli sui pazzi.jpegl percorso per rendere più digeribile il consistente taglio dei seggi parlamentari. Pazzi, anche perché -sia detto per inciso, pur se Mieli se l’è risparmiato- l’accelerazione reclamata da Zingaretti non potrà materialmente tradursi entro il 20 settembre nel primo degli almeno due passaggi parlamentari necessari. Pertanto la conferma eventuale dei tagli sarebbe destinata a rimanere come lo stesso Mieli lMieli su sputo al Parlamento.jpeg’ha definita: “uno sputo sul Parlamento”, senza “un contesto di riscrittura e redistribuzione dei poteri dello Stato”. Che peraltro è cosa diversa e di più di una riforma della legge elettorale per tornare al sistema proporzionale, considerato da Zingaretti -ma non da Mieli- la prima e principale garanzia correttrice di un Parlamento ridotto da 945 a 600 seggi, fra una Camera di 400 deputati e un Senato di 200 eletti.

              Mieli preferirebbe il sistema maggioritario della cosiddetta seconda Repubblica: quella del bipolarismo segnato dall’avvicendamento a Palazzo Chigi fra Silvio Berlusconi e Romano Prodi, sia pure con le deviazioni, diciamo così, dei politici Massimo D’Alema, Giuliano Amato, Enrico Letta, Matteo Renzi e Paolo Gentiloni e dei tecnici, almeno in prima istanza, Lamberto Dini e Mario Monti. E’ una sequenza, questa, che pure dovrebbe consigliare al mio amico Paolo di non scambiare per oro colato il sistema maggioritario e il “bipolarismo” che avrebbe prodotto, addirittura ripristinabile -dopo questa effimera “terza Repubblica” in corso- con la conversione a sinistra dei grillini, o di quel che ne rimarrà seguendo le risate e i desideri attribuiti al comico genovese fondatore, garante, “elevato” e quant’altro del Movimento 5 Stelle.

              Mentre dissento dalla santificazione del sistema maggioritario e dalla demonizzazione del sistema proporzionale, che invece nella cosiddetta prima Repubblica consentì un sostanziale bipolarismo costituito dai poli potenziali di governo attorno alla Dc e al Pci, condivido Mieli su eleioni anticipate.jpeg“l’aria di elezioni anticipate” avvertita da Mieli. Che ha detto: “In autunno bisognerà decidere: tentare di portare a termine la legislatura e arrivare all’elezione del presidente della Repubblica oppure andare alle urne in primavera. In questo momento  sento parecchi scricchiolii” della maggioranza giallorossa, per cui “crescono le probabilità di andare a elezioni anticipate”, appunto.

            Giuseppe Conte, peraltro alle prese con quel quasi 13 per cento di pil rovinosamente in meno, avrà fatto gli scongiuri a Palazzo Chigi leggendo Mieli. Ma gli scongiuri non sono obiettivamente la soluzione dei problemi che ha il governo, per quanto il guardasigilli e capo delegazione grillina, Alfonso Bonafede, abbia appena definito “fantascientifica” una crisi.  

 

 

 

 

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Chi troppo rapidamente sale, cade sovente precipitevolissimevolmente

I picchi, non gli uccelli che con i loro becchi duri riescono a rompere la corteccia dell’albero, ma i picchi intesi come impennate, in particolare quelle dei partiti nelle loro competizioni elettorali producono a chi li consegue più problemi che altro. Quando sono troppo repentini i successi procurano vertigini e confermano il proverbio ricavato dal verso di un’opera burlesca del 1734 che dice: “Chi troppo in alto sal, cade sovente precipitevolissimevolmente”. Lo conferma il raffronto fatto da Anna Ghisleri fra un sondaggio appena effettuato con la sua Euromedia Research e i risultati elettorali precedenti a cominciare dal voto europeo del 2014, distante non più di sei anni. Durante i quali gli equilibri sono cambiati forse più profondamente di quanto non ci siamo accorti inseguendo le cronache giornaliere.

Quel 40,82 per cento di voti improvvisamente raccolto nelle elezioni europee del 2014 procurò a Matteo Renzi un’ebbrezza quasi fatale sia come segretario del Pd sia come presidente del Consiglio. Prima Renzi.jpegegli perse il governo, nel 2016, sopravvalutando la propria forza sino a personalizzare il referendum confermativo sulla riforma costituzionale che si era orgogliosamente intestato. Poi perse l’unità del partito con la scissione cui spavaldamente sfidò i vari Bersani e D’Alema nel 2017, mentre altri gli consigliavano, anche dal Colle, di evitarla. Infine perse la segreteria del partito, nel 2018, facendolo uscire dalle urne per il rinnovo delle Camere col 18,76 per cento dei voti.

Ora Renzi è ridotto a giocare una sua personale partita, col movimento improvvisato l’anno scorso, annunciando un giorno sì e l’altro pure mosse da cavallo sulla scacchiera politica senza scollare la sua Italia Viva da percentuali più frequentemente sotto che sopra il 3 per cento dei voti nei sondaggi di ogni marca o targa.  Egli si è proposto di sorprendere critici ed avversari nelle elezioni regionali, suppletive e comunali del 20 e 21 settembre, nell’ambito delle quali ha scelto, per esempio in Puglia, o in Liguria, o a Sassari per la sostituzione di una senatrice grillina defunta, di contrapporsi alle scelte del Pd. Vedremo.

Un altro picco elettorale di grande clamore è stato quello dei grillini due anni fa, con quel 32,68 per cento di voti che, pur inferiore al 35,70 per cento del centrodestra uscito dalle urne a trazione Grilloleghista, consentì ai pentastellati di realizzare un mezzo bingo politico alleandosi al governo con i leghisti di Matteo Salvini, e imponendo loro come presidente del Consiglio Giuseppe Conte. Che gli stessi grillini prima delle elezioni avevano valutato all’altezza solo di un buon ministro, l’ennesimo, della riforma burocratica o della pubblica amministrazione, nella lista del governo monocolore a 5 stelle depositata con grandissima euforia nelle mani del Segretario Generale del Quirinale.

Meno di un anno dopo, nelle elezioni europee del 2019, quel 32,68 per cento sarebbe già sceso al 17,07. E a tutto vantaggio di Salvini, salito nello stesso arco di tempo dal 17,35 al 34,33.

Ma anche a Salvini quel picco improvviso è stato non dico fatale  ma quasi, lasciandogli il margine di movimento lasciatogli dal fatto  che il centrodestra, dove “il capitano” è rientrato senza mai esserne uscito in sede locale, nel sondaggio della Ghisleri del 28 agosto di questo 2020 supera il cosiddetto centrosinistra e i grillini insieme.

Adesso comunque il leader leghista , sceso al 25,2 per cento dei voti, deve guardarsi nella coalizione da quel 14,3 Salvini.jpegraggiunto da Giorgia Meloni con i suoi fratelli d’Italia partendo dal 3,67 delle elezioni europee del 2014, in una progressione mai interrotta, diversamente dalla Lega, salita anch’essa dal solo 6,6 delle elezioni europee del 2014 ma alla fine costretta a scendere da quel punto troppo alto toccato nel 2019.

Quale insegnamento occorrerebbe trarre da questi dati l’ho un po’ anticipato con quel proverbio ricavato da un’opera buffa del lontano 1700. E’ pericoloso montarsi la testa con successi così troppo rapidamente conseguiti in un contesto politico a dir poco liquido, dove tutto cambia rapidamente da un giorno all’altro, e nello stesso arco di una giornata.

Invece vedo che tutti sfidano tutti, e tutto, in una gara infinita che toglie il fiato a ogni leader e partito: una gara nella quale c’è chi – si vedrà se più coraggiosamente o imprudentemente- all’interno dell’anomala maggioranza di governo creatasi l’anno scorso contro un Salvini forse troppo sopravvalutato, visto ciò che poi gli sarebbe successo, scommette sul superamento delle difficili elezioni regionali del mese prossimo, del referendum confermativo sui tagli ai seggi parlamentari, per quanto stia crescendo la voglia del no, e delle elezioni comunali della primavera del 2021. E tutto ciò per arrivare indenni, senza elezioni anticipate, al riparo del semestre  ultimo e bianco del mandato di Sergio Mattarella al Quirinale, e poi all’elezione parlamentare del successore, nel 2022. E infine alla scadenza ordinaria della legislatura, nel 2023.

Mi chiedo se non ci sia troppa ambizione in questo tipo di scenario, o troppa avventatezza. Mi chiedo Zingaretti e Di Maio.jpegse i vari Zingaretti e Di Maio non stiano facendo come la Rosalina della filastrocca che baldanzosamente portava sulla testa la ricotta per venderla al mercato e realizzare progressivamente chissà quanti e quali guadagni in una fantasia interrotta dalla rovinosa caduta della cesta a terra.

 

 

Pubblicato sul Dubbio

Ripreso da http://www.startmag.it il 5 settembre

 

La campagna referendaria di Di Maio, fra bagni e argomenti che fanno acqua

            Al netto delle polemiche sulla foto del settimanale Oggi che lo ritrae in tutt’altre faccende affaccendato, in acqua con la sua fidanzata, Luigi Di Maio ce la sta mettendo tutta nella campagna referendaria sui tagli ai seggi parlamentari per riprendersi davvero il ruolo di capo del movimento grillino, dopo la rinuncia all’incarico e alla cravatta a favore di Vito Crimi. Fra gli argomenti che va usando c’è quello secondo cui, dopo il fallimento di tutti i tentativi precedenti di far dimagrire le Camere, un no adesso seppellirebbe la questione. Non se ne parlerebbe più perché mai più i grillini -ha evitato di spiegare il ministro degli Esteri- avrebbero in Parlamento, per riprovarci, la forza di cui hanno disposto e dispongono in questa legislatura a dir poco anomala.

             Un altro argomento cui ricorre Di Maio è la deplorazione dell’antigrillismo pregiudiziale dei no ai tagli,  come se i grillini non avessero contestato altre riforme costituzionali per Di Maio.jpegavversione persino fisica, con Renzi.jpeginsulti veri e propri ai loro promotori. Mi riferisco naturalmente alla partecipazione pentastellata alla campagna referendaria del no nel 2016 alla riforma costituzionale varata dal governo e dalla maggioranza di Matteo Renzi. Che pure, oltre a un taglio di seggi parlamentari, prevedeva molte altre cose di cui si è ritoccata con mano la necessità nella pandemia virale: la revisione, per esempio, dei rapporti fra Stato e regioni dopo il riconoscimento generale, anche dei loro promotori, della riforma del titolo quinto della Costituzione improvvisata dal centrosinistra ulivista nel 2001. Essa era stata allora concepita al solo scopo, peraltro fallito, di strappare Umberto Bossi alla tentazione di rimettersi con Silvio Berlusconi dopo la rottura di fine 1994.

               Di Maio ha cercato recentemente di far credere che il no grillino alla riforma costituzionale targata Renzi, tesa anche a diversificare competenze e ruoli delle due Camere, fosse stato motivato quattro anni fa dalla volontà di difendere il bicameralismo paritario o “perfetto”. Ma questa è solo tattica, nella illusione di poter nobilitare il carattere esclusivo e anti-castale del taglio grillino dei seggi parlamentari. Che da solo basterebbe ed avanzerebbe per rivitalizzare un Parlamento dequalificatosi solo per il suo carattere pletorico, non per il cattivo funzionamento determinato anche dalle competenze ripetitive delle due Camere. E’ risibile pensare che qualcuno davvero creda a questa rappresentazione.

               Se c’è dell’antigrillismo, come onestamente in parte più o meno consistente c’è nella campagna del no, esso è pari -ripeto- all’antirenzismo che motivò moltissimo il no dei pentastellati nel 2016, anche a costo di ritrovarsi in compagnia del già allora odiatissimo Silvio Berlusconi. Così come l’antiberlusconismo aveva motivato nel 2001  il no del centrosinistra ulivista alla riforma costituzionale del centrodestra, anch’essa organica come quella successiva di Renzi: tanto organica da essere definita “federalista”.

            Lo stesso Berlusconi, d’altronde, quattro Berlusconianni fa concorse al no alla riforma di Renzi, dopo averla assecondata per buona parte del tragitto parlamentare, solo perché egli aveva rotto nel frattempo col presidente del Consiglio sulla scelta del successore di Giorgio Napolitano al Quirinale.

           Le riforme costituzionali risentono inevitabilmente del clima politico in cui maturano. Estranearle dal contesto è illusorio, o ingenuo.

 

 

 

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Conte ha spaccato la Repubblica, per fortuna solo quella di carta, per ora

            Con la sua “carta del silenzio”, come l’ha definita Claudio Tito commentando la frenata del presidente del Consiglio sulla strada delle esternazioni quotidiane, Giuseppe Conte ha spaccato la Repubblica di carta.

             Al severo giudizio di Tito, che gli contesta di non volere “sporcarsi le mani” lasciando praticamente imputridire i problemi per intervenire solo in condizioni di emergenza, all’ultimo Tito su Conte.jpegmomento e nella logica andreottiana del “tirare a campare per non tirare le cuoia”, il vecchio fondatore Eugenio Scalfari ha contrapposto un giudizio indulgente, “sostanzialmente positivo” su Conte. Che, non avendo alle spalle “un partito del quale sia il principale esponente”, data la condizione quanto meno caotica del movimento grillino che lo ha portato a Palazzo Chigi, si trova spesso in “gravi difficoltà”. Dalle quali si difende come può guidando così un “governo discreto”. Ce ne sono stati sì di “migliori” nella Scalfari su Contestoria “moderna” d’Italia “ma soprattutto di peggiori”, come si dovrebbe continuare a insegnare nelle scuole, se riusciranno davvero a riaprire nei tempi promessi dalla ministra competente Lucia Azzolina. Che -sia detto per inciso- a vederla e sentirla nei salotti televisivi  mi fa pensare più a una imitatrice che alla ministra vera, autentica della Pubblica Istruzione.

             Purtroppo la lettura dei giornali non mi ha dato notizie, o impressioni, più consolanti sulla Repubblica: quella vera, non di carta, presieduta al Quirinale da Sergio Mattarella. Al qualeMagri sul Colle.jpeg Ugo Magri sulla Stampa ha attribuito la convinzione -che mi permetto di non condividere- di un Parlamento non minacciato di delegittimazione da una vittoria del sì al referendum confermativo del 20 e 21 settembre sul taglio di 345 dei suoi attuali 945 seggi elettivi.

              Diversamente dal predecessore, e collega di partito, Oscar Luigi Scalfaro, che nel 1994 sciolse le Camere, pur elette meno di due anni prima, per l’intervenuto cambiamento della legge elettorale sotto la spinta referendaria del 1993, Mattarella questa volta si risparmierebbe uno scioglimento anticipato per la perdurante presenza di una maggioranza di governo, che sarebbe l’attuale, per quanto malmessa secondo la rappresentazione della Repubblica di carta. 

            Sul piano storico, diciamo così, contesto il ricordo attribuito a Mattarella perché nel 1994 una maggioranza a favore della prosecuzione della legislatura col governo di Carlo Azeglio Ciampi c’era, allertata ogni mattina dal povero Marco Pannella con assemblee di parlamentari contrari alle elezioni anticipate. Ma Scalfaro non volle sentir ragioni e spinse Ciampi alle dimissioni per il ricorso immediato alle urne reclamato soprattutto dal Pds-ex Pci di Achille Occhetto, illuso di vincere nonostante la “discesa in campo” annunciata da Silvio Berlusconi.

            Sul piano non storico ma pienamente politico sarebbe il caso di segnalare a Mattarella la delegittimazione del Parlamento attuale risultante dal giudizio che ne dà sulla prima pagina il giornale più contiano e grllino fra tutti Il Fatto sul Parlamento.jpegquelli che si stampano in Italia: Il Fatto Quotidiano diretto da Marco Travaglio. Che, ancora entusiasta delle forbici e delle sagome Travaglio su Prodi.jpegdelle poltrone da tagliare esposte davanti a Montecitorio dai pentastellati dopo l’approvazione della loro riforma, ha liquidato le Camere attuali come un Parlamento dove “un terzo è di troppo”, composto da “assenti, peones e fannulloni”.  A chi, come Romano Prodi, si è schierato per il no al referendum Travaglio ha prescritto addirittura la Tac. 

 

 

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La notizia buona ma scomoda di cui Zingaretti non può vantarsi nel Pd e fuori

             Impegnato in una edizione inusuale e difficile delle feste dell’Unità, alle prese contemporaneamente con le paure del Covid, delle elezioni regionali del 20 settembre e del contemporaneo referendum nazionale sulla riduzione dei seggi parlamentari, che vede i militanti del Pd molto divisi ma tentati più dal no che dal sì dovuto agli alleati grillini, Nicola Zingaretti ha una buona notizia di cui però non può vantarsi, né fuori né dentro il partito.

              La notizia, fornitagli sul Corriere della Sera da Nando Pagnoncelli con una certa evidenza in prima pagina, è quella della ormai certa vittoria elettorale in Campania, che è una delle sette regioni Pagnoncelli su Campania.jpegin cui si voterà fra meno di un mese. Il “governatore” uscente e piddino Vincenzo De Luca nel sondaggio appena effettuato da Ipsos per il Corriere      ha ben 21 punti di vantaggio sul candidato del centrodestra Stefano Caldoro e più di 34 sulla candidata grillina Valeria Ciarambino. Che non potrà certo sperare in chissà quale aiuto da visite, telefonate, incontri e persino qualche comizio promessole dal corregionale ministro degli Esteri Di MaioLuigi Di Maio, pubblicamente impegnatosi a sostenere le donne e gli uomini del suo movimento che corrono da soli, pur essendosi anche lui convertito negli ultimi tempi alle nuove simpatie per il Pd coltivate da Beppe Grillo in persona. Che cominciò la sua avventura politica -non dimentichiamolo- 11 anni fa in terra sarda iscrivendosi alla sezione del Pd di Arzachena, nel cui territorio il comico genovese ha una casa di vacanza. Vi si iscrisse puntando dichiaratamente a concorrere alle primarie per la successione al dimissionario Walter Veltroni dalla carica di segretario.

            Il rifiuto oppostogli dall’allora reggente Dario Franceschini, adesso capo della delegazione del Pd nel secondo governo Conte, fece andare su tutte le furie Grillo. Che se la legò al dito e organizzò in tutta fretta Grillo.jpega Bologna un comizio per “vaffanculare” -parola sua- il Pd e tutti gli altri partiti e seminare in piazza un suo movimento. Col quale adesso Zingaretti, dopo avere fatto un accordo di emergenza l’anno scorso per evitare elezioni anticipate a sicura vittoria del centrodestra a forte trazione leghista, vorrebbe farne altri non più di emergenza e forzati, ma ordinari, di prospettiva nazionale e periferica.

            Il forte vantaggio di De Luca sui concorrenti dipenderà, come scrive Nando Pagnoncelli sul Corriere della Vincdenzo De LucaSera, dalla sua “prorompente personalità”, in edizione originaria e in versione imitata da Maurizio Crozza in televisione, ma anche dalla sua dichiarata, netta contrarietà alla linea politica di Zingaretti. Che lui ha sfidato a sottoporre ad una verifica congressuale dopo l’imminente turno elettorale di settembre, e prima di quello dell’anno prossimo riguardante un bel po’ di Comuni italiani importanti, fra i quali Napoli.

            Grazie a De Luca, che è riuscito a raccogliere attorno alla propria candidatura ben 15 liste, rappresentative -ha scritto sempre Nando Pagnoncelli- di “segmenti sociali e politici molto variegati e trasversali”, il Pd ha conservato praticamente intatta la sua consistenza elettorale del 19 per cento tornando in testa alla graduatoria regionale e ricacciando i grillini dal 33,8 per cento delle elezioni europee dell’anno scorso al 17,2 valutato oggi. Non parliamo poi della Lega, scesa dal 19,2 delle europee di un anno fa al 3,3 per cento. Ma quel 19 per cento del Pd salirebbe addirittura al 31 col 12 per cento dei voti accreditati alla sola lista personale di De Luca, cresciuta di 7 punti e mezzo rispetto alle precedenti elezioni regionali.

 

 

 

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