“Dritto e rovescio” non è solo il titolo di una fortunata trasmissione delle televisioni del Biscione condotta da uno -Paolo Del Debbio- lasciatosi persino andare qualche tempo fa a parlare di quante possibilità avesse di diventare il delfino politico del suo editore, dopo tutti i delfini ridotti a trote dal
Cavaliere di Arcore. “Dritto e rovescio” è anche lo spettacolo in cui si tra traducendo il contagio virale di Berlusconi, cautelativamente ricoverato in ospedale per essere meglio curato, essendo un paziente “a rischio” per definizione del suo medico, su cui hanno titolato quelli di Repubblica.
Il rovescio dello spettacolo è naturalmente il ricovero ospedaliero. Che, unito all’annuncio di una polmonite bilaterale, allunga comunque un segno o un’ombra di debolezza sull’ex presidente del Consiglio, e capo assoluto di un partito interessato, come tutti gli altri, in una campagna elettorale in cui non sono in gioco solo sette consigli regionali e un migliaio di consigli comunali, né solo la sorte referendaria dei tagli dei seggi parlamentari. Cui i gruppi del Cavaliere alle Camere hanno concorso, sia pure con qualche sofferenza cresciuta per strada, man mano che la voglia o la tentazione del no è cresciuta e la partita è diventata a suo modo anch’essa decisiva, o comunque di rilevanza, per la sorte del governo. Berlusconi ne è un oppositore, considerandone la maggioranza “la più a sinistra” nella storia d’Italia, ma ha anche permesso che il suo gruppo al Senato gli desse un aiuto con qualche assenza provvidenziale in votazioni a rischio. Ed ha partecipato a un dibattito politico e mediatico sulla possibilità di soccorrerlo nel caso di una compromissione degli interessi generali del Paese.
Il dritto dello spettacolo di Berlusconi “tamponato” dal virus, secondo un titolo felicemente ironico della Gazzetta del Mezzogiorno, e infine ricoverato è l’insperata -da lui stesso- gara agli auguri e agli incoraggiamenti sviluppatasi fra i politici, anche i più impensabili, come quel Luigi Di Maio che all’inizio di questa legislatura, mentre trattava la formazione del governo con Matteo Salvini, pur sapendo che il negoziato dipendeva dal grado di tolleranza del Cavaliere verso l’alleato leghista sotto sotto autorizzato ad una temporanea
infedeltà, disse che con “quello là” non avrebbe potuto avere nessun rapporto, né facendo né ricevendo telefonate. “Quello là” era naturalmente Berlusconi: un “uomo delle istituzioni”, lo ha invece appena definito Matteo Renzi nell’aula del Senato, mentre Carlo De Benedetti dalla lontana Dogliani gli dava dell”imbroglione nocivo”, rimediandosi del “disperato” dalla figlia Marina.
Non so se per convinta analisi o per un’amicizia pubblicamente dichiarata per “l’amor nostro”, come Berlusconi viene ancora chiamato ogni tanto da brillanti corsivisti in quel giornale che gli deve in fondo la nascita e la crescita, prima di trovarsi un altro editore, il direttore del Foglio Claudio Cerasa ha cercato di costruire sulla malattia del Cavaliere nuovi scenari politici. Che sarebbero opportuni in una legislatura prigioniera della crisi del partito maggiormente rappresentato in Parlamento: il movimento grillino.
L’asintomaticità di Berlusconi, anche se nel frattempo superata da sintomi di una certa rilevanza, è stata tradotta
da Cerasa, dopo tutti gli auguri rivoltigli anche da avversari, in “progressiva, graduale e decisa” asintomaticità dell’”antiberlusconismo”. Ma bisogna anche qui fare i conti o scommettere su un vaccino, non potendo bastare le aspirine verbali dei no-vax.
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non si riescono a vedere bene i confini tra notizie, indiscrezioni, intuizioni, fantasie e quant’altro, la gestazione di un partito personale del presidente del Consiglio. Che sarebbe una specie di riedizione “ambientalista” della Democrazia Cristiana, valutabile fra il 10 per il 15 per cento dei voti.
una “opzione Di Maio”, attribuendo al ministro degli Esteri la convinzione di poter rappresentare da solo un 10 per cento dell’elettorato italiano. Ma
c’è sotto le 5 stelle, e sempre sul Foglio, anche una “opzione Dibba”, sigla di Alessandro Di Battista, che vorrebbe fare del movimento, se gli riuscisse di conquistarne la guida, ciò che Matteo Salvini ha fatto della Lega, magari per rimettersi assieme al “capitano”. C’è da rimediare un mal di testa, quanto meno.
Costituzionale Valerio Onida, pur inorridito dalle motivazioni anti-casta e anti-parlamentariste date ai tagli dei seggi dai grillini, o in quello del no annunciato dal professore e presidente emerito, anche lui, della Corte Costituzionale, e già ministro della Giustizia, Giovanni Flick? Che
si è rifiutato giustamente -secondo me- di separare le cattive motivazioni grilline dagli effetti dei loro tagli, avulsi da altre modifiche della Costituzione necessarie invece a garantire davvero un migliore funzionamento delle Camere. Esse conservando le stesse, ripetitive competenze attuali, difese da Luigi Di Maio in una intervista al Corriere della Sera, continueranno a viaggiare, diciamo così, come una carrozza a cavallo in autostrada. Eppure la compianta ex presidente della Camera Nilde Jotti, recentemente scoperta dallo stesso Di Maio come portabandiera di un Parlamento con meno deputati e senatori, segnalò già nel 1979, dopo essere stata eletta al vertice di Montecitorio, difetti e guasti del bicameralismo paritario, o perfetto, da superare quindi in un intervento riformatore sulla composizione del Parlamento.
quest’ultimo come il clima politico nel quale matura e i “sentimenti o risentimenti” che può alimentare, i danni o i vantaggi per il governo di turno ed altri accidenti della competizione fra partiti, leader, coalizioni e quant’altro.
troppo rude per i gusti o le abitudini dello stesso Guzzetta, al costituzionalista dissidente -credo- del giornale diretto da Maurizio Molinari: “Quando voterete, qualsiasi cosa voterete, sappiate che chi vi dice di limitarvi a considerare il merito, il merito e basta, mente sapendo di mentire. Ognuno degli attori in gioco, sui palchi dei comizi, reali o virtuali, ha la sua agenda e il taglio dei parlamentari è un tassello di questa agenda”.
deputata, tuttavia, la siciliana Piera Aiello, già testimone di giustizia contro la mafia, ha votato contro la fiducia e lasciato il gruppo sbattendo la porta, sino a dare dell’incompetente al capo ”reggente” del movimento, Vito Crimi, e criticare severamente il capo della delegazione al governo : il guardasigilli Alfonso Bonafede.
adottate per sfuggire agli incarichi di breve durata ai vertici degli 007 previsti da una riforma recente. Che sarebbe stata poco gradita agli interessati, alle cui “insistenze, pressioni, raccomandazioni”, secondo Il Foglio, avrebbe ceduto il presidente del Consiglio con quel comma introdotto in un decreto-legge di tutt’altro contenuto.
potrebbe aspirare all’antichissimo Ordine inglese della Giarrettiera, il cui motto notoriamente è francese e dice: “Honi soit qui mal y pense”. “Sia vituperato chi ne pensa male”, si traduce in italiano.
una cinquantina di deputati grillini perché rinunciassero spontaneamente ad un emendamento soppressivo neppure di un articolo ma di un suo comma, il sesto, voluto personalmente dal presidente del Consiglio per poter prorogare di quattro anni i mandati in scadenza dei responsabili dei servizi segreti: anche quelli non prorogabili per altre disposizioni legislative.
del ricorso alla fiducia anche o soprattutto per decapitare una libera e legittima iniziativa parlamentare, non è certamente forzato esprimere l’opinione che si sia consumato all’interno della maggioranza giallorossa di governo un altro strappo che non giova alla sua salute politica e alla sua credibilità.
per il referendum del 20 settembre sui tagli ai seggi parlamentari, Paolo Mieli si è lasciato
andare in una intervista alla Verità. L’ex direttore del Corriere ha rinunciato ad ogni cautela nel commentare questa stagione politica “molto caotica”, contrassegnata da una “forte debolezza di tutti gli assetti”.
segretario del Pd Nicola Zingaretti, ospite oggi di Repubblica– anziché “affrontare con tutte le energie necessarie il problema della riapertura delle scuole, hanno un’unica ansia: reintrodurre il sistema proporzionale” accelerandone alla Camera i
l percorso per rendere più digeribile il consistente taglio dei seggi parlamentari. Pazzi, anche perché -sia detto per inciso, pur se Mieli se l’è risparmiato- l’accelerazione reclamata da Zingaretti non potrà materialmente tradursi entro il 20 settembre nel primo degli almeno due passaggi parlamentari necessari. Pertanto la conferma eventuale dei tagli sarebbe destinata a rimanere come lo stesso Mieli l
’ha definita: “uno sputo sul Parlamento”, senza “un contesto di riscrittura e redistribuzione dei poteri dello Stato”. Che peraltro è cosa diversa e di più di una riforma della legge elettorale per tornare al sistema proporzionale, considerato da Zingaretti -ma non da Mieli- la prima e principale garanzia correttrice di un Parlamento ridotto da 945 a 600 seggi, fra una Camera di 400 deputati e un Senato di 200 eletti.
“l’aria di elezioni anticipate” avvertita da Mieli. Che ha detto: “In autunno bisognerà decidere: tentare di portare a termine la legislatura e arrivare all’elezione del presidente della Repubblica oppure andare alle urne in primavera. In questo momento sento parecchi scricchiolii” della maggioranza giallorossa, per cui “crescono le probabilità di andare a elezioni anticipate”, appunto.
egli perse il governo, nel 2016, sopravvalutando la propria forza sino a personalizzare il referendum confermativo sulla riforma costituzionale che si era orgogliosamente intestato. Poi perse l’unità del partito con la scissione cui spavaldamente sfidò i vari Bersani e D’Alema nel 2017, mentre altri gli consigliavano, anche dal Colle, di evitarla. Infine perse la segreteria del partito, nel 2018, facendolo uscire dalle urne per il rinnovo delle Camere col 18,76 per cento dei voti.
leghista, consentì ai pentastellati di realizzare un mezzo bingo politico alleandosi al governo con i leghisti di Matteo Salvini, e imponendo loro come presidente del Consiglio Giuseppe Conte. Che gli stessi grillini prima delle elezioni avevano valutato all’altezza solo di un buon ministro, l’ennesimo, della riforma burocratica o della pubblica amministrazione, nella lista del governo monocolore a 5 stelle depositata con grandissima euforia nelle mani del Segretario Generale del Quirinale.
raggiunto da Giorgia Meloni con i suoi fratelli d’Italia partendo dal 3,67 delle elezioni europee del 2014, in una progressione mai interrotta, diversamente dalla Lega, salita anch’essa dal solo 6,6 delle elezioni europee del 2014 ma alla fine costretta a scendere da quel punto troppo alto toccato nel 2019.
se i vari Zingaretti e Di Maio non stiano facendo come la Rosalina della filastrocca che baldanzosamente portava sulla testa la ricotta per venderla al mercato e realizzare progressivamente chissà quanti e quali guadagni in una fantasia interrotta dalla rovinosa caduta della cesta a terra.
avversione persino fisica, con
insulti veri e propri ai loro promotori. Mi riferisco naturalmente alla partecipazione pentastellata alla campagna referendaria del no nel 2016 alla riforma costituzionale varata dal governo e dalla maggioranza di Matteo Renzi. Che pure, oltre a un taglio di seggi parlamentari, prevedeva molte altre cose di cui si è ritoccata con mano la necessità nella pandemia virale: la revisione, per esempio, dei rapporti fra Stato e regioni dopo il riconoscimento generale, anche dei loro promotori, della riforma del titolo quinto della Costituzione improvvisata dal centrosinistra ulivista nel 2001. Essa era stata allora concepita al solo scopo, peraltro fallito, di strappare Umberto Bossi alla tentazione di rimettersi con Silvio Berlusconi dopo la rottura di fine 1994.
anni fa concorse al no alla riforma di Renzi, dopo averla assecondata per buona parte del tragitto parlamentare, solo perché egli aveva rotto nel frattempo col presidente del Consiglio sulla scelta del successore di Giorgio Napolitano al Quirinale.
momento e nella logica andreottiana del “tirare a campare per non tirare le cuoia”, il vecchio fondatore Eugenio Scalfari ha contrapposto un giudizio indulgente, “sostanzialmente positivo” su Conte. Che, non avendo alle spalle “un partito del quale sia il principale esponente”, data la condizione quanto meno caotica del movimento grillino che lo ha portato a Palazzo Chigi, si trova spesso in “gravi difficoltà”. Dalle quali si difende come può guidando così un “governo discreto”. Ce ne sono stati sì di “migliori” nella
storia “moderna” d’Italia “ma soprattutto di peggiori”, come si dovrebbe continuare a insegnare nelle scuole, se riusciranno davvero a riaprire nei tempi promessi dalla ministra competente Lucia Azzolina. Che -sia detto per inciso- a vederla e sentirla nei salotti televisivi mi fa pensare più a una imitatrice che alla ministra vera, autentica della Pubblica Istruzione.
quelli che si stampano in Italia: Il Fatto Quotidiano diretto da Marco Travaglio. Che, ancora entusiasta delle forbici e delle sagome
delle poltrone da tagliare esposte davanti a Montecitorio dai pentastellati dopo l’approvazione della loro riforma, ha liquidato le Camere attuali come un Parlamento dove “un terzo è di troppo”, composto da “assenti, peones e fannulloni”. A chi, come Romano Prodi, si è schierato per il no al referendum Travaglio ha prescritto addirittura la Tac.
in cui si voterà fra meno di un mese. Il “governatore” uscente e piddino Vincenzo De Luca nel sondaggio appena effettuato da Ipsos per il Corriere ha ben 21 punti di vantaggio sul candidato del centrodestra Stefano Caldoro e più di 34 sulla candidata grillina Valeria Ciarambino. Che non potrà certo sperare in chissà quale aiuto da visite, telefonate, incontri e persino qualche comizio promessole dal corregionale ministro degli Esteri
Luigi Di Maio, pubblicamente impegnatosi a sostenere le donne e gli uomini del suo movimento che corrono da soli, pur essendosi anche lui convertito negli ultimi tempi alle nuove simpatie per il Pd coltivate da Beppe Grillo in persona. Che cominciò la sua avventura politica -non dimentichiamolo- 11 anni fa in terra sarda iscrivendosi alla sezione del Pd di Arzachena, nel cui territorio il comico genovese ha una casa di vacanza. Vi si iscrisse puntando dichiaratamente a concorrere alle primarie per la successione al dimissionario Walter Veltroni dalla carica di segretario.
a Bologna un comizio per “vaffanculare” -parola sua- il Pd e tutti gli altri partiti e seminare in piazza un suo movimento. Col quale adesso Zingaretti, dopo avere fatto un accordo di emergenza l’anno scorso per evitare elezioni anticipate a sicura vittoria del centrodestra a forte trazione leghista, vorrebbe farne altri non più di emergenza e forzati, ma ordinari, di prospettiva nazionale e periferica.
Sera, dalla sua “prorompente personalità”, in edizione originaria e in versione imitata da Maurizio Crozza in televisione, ma anche dalla sua dichiarata, netta contrarietà alla linea politica di Zingaretti. Che lui ha sfidato a sottoporre ad una verifica congressuale dopo l’imminente turno elettorale di settembre, e prima di quello dell’anno prossimo riguardante un bel po’ di Comuni italiani importanti, fra i quali Napoli.