Signore e signori del teatrino della politica italiana, in assenza degli spettacoli di Beppe Grillo, fermi un po’ per l’estate e un po’ per precauzione virale, ecco a voi il Parlamento bonsay che ha partorito Luigi Di Maio in una intervista al Corriere della Sera. Che pure sembrava dettata dalla buona intenzione di svelenire almeno un po’ il taglio dei seggi parlamentari sottoposto a verifica referendaria.
Perché -ha chiesto il ministro degli Esteri già capo del Movimento 5 Stelle ma obiettivamente più visibile del “reggente” Vito Crimi- dovremmo tacere dei “risparmi” che deriveranno da 345 seggi parlamentari in meno nelle nuove Camere grazie alla riforma così fortemente voluta da noi? Già, perché? A dire il vero, come ha appena confermato l’ex presidente del Consiglio Romano Prodi, che un po’ di conti li sa fare, almeno meglio di Di Maio, il risparmio sarebbe appena dello 0,007 per cento della spesa pubblica. Che sarebbe pari -hanno calcolato altri refrattari alle enfatiche calcolatrici grilline- ad un caffè al giorno per ogni italiano. Ma sempre di un risparmio si tratta, sostiene Di Maio.
Diamoglielo pure per buono a Di Maio e al suo movimento questo risparmio pur simbolico, più da tromboni che da trombe. Poi, magari, verranno altri risparmi tagliando, per esempio, le attuali indennità parlamentari, in una partita già annunciata dal ministro degli Esteri ma che forse si poteva giocare prima della riduzione dei seggi, e magari anche con effetto immediato, senza aspettare le Camere successive a quelle attuali. Ma sarebbe stata forse una partita più difficile. E’ più facile giocare contro quelli che non sono in campo, come è avvenuto con gli ex parlamentari ai quali sono stati tagliati i cosiddetti vitalizi, anch’essi con tanto di forbici esibite trionfalmente in piazza.
Ma più dei risparmi, che fanno storcere il naso a professori come Valerio Onida, deciso a votare sì ai tagli nel referendum del 20 settembre ma convinto anche che non si debba risparmiare sulle istituzioni, vale per Di Maio il fatto che con meno deputati e senatori potrà diventare finalmente efficiente e virtuoso il cosiddetto bicameralismo perfetto stabilito dall’articolo 72 della Costituzione. Che fu avventatamente messo in discussione, secondo lui, dalla riforma voluta nel 2016 dall’allora presidente del Consiglio Matteo Renzi e fortunatamente bocciata nel referendum per niente confermativo che gli costò la guida del governo.
Se due Camere sovrapposte e ripetitive, con le stesse funzioni, in grado di palleggiarsi all’infinito ogni legge o leggina, non hanno funzionato bene e si guadagnarono già nel 1979 le critiche di Nilde Jotti, appena eletta al vertice di Montecitorio, ciò è avvenuto secondo Di Maio per il loro sovraffollamento. Una volta dimagrite, esse funzioneranno alla perfezione, alla faccia della buonanima della Jotti, dalla quale comunque Di Maio ha preso la parte del discorso di quasi 40 anni fa ancora comodo per lui: quella in cui si parlava anche della possibilità di ridurre il numero dei parlamentari, sia pure in un diverso contesto.
Ciò che a Di Maio sembra essere sfuggito, pur essendo egli stato vice presidente della Camera per l’intera legislatura scorsa ed essendo al governo ormai da due anni, è che il bicameralismo “perfetto” pensato dai costituenti nel 1947 si è letteralmente perso per strada in questa legislatura così orgogliosamente segnata dai grillini al sostanziale comando dell’esecutivo con Giuseppe Conte. Si è perso per strada perché per varie ragioni, o con vari pretesti, come preferite, prima per i tempi imposti dalle scadenze comunitarie a proposito delle leggi finanziarie o di bilancio e poi per le emergenze virali, il bicameralismo si è fatto via via meno perfetto, o più virtuale, se non addirittura finto.
Con frequenza sempre maggiore, fra le doglianze e infine proteste soltanto della presidente del Senato Maria Elisabetta Alberti Casellati, messa perciò alla berlina dal Fatto Quotidiano come una Regina Elisabetta all’italiana, il governo è ricorso alla cosiddetta questione di fiducia, decapitando emendamenti e dibattiti, per non far toccare palla ad uno dei due rami del Parlamento, costretto così ad approvare le leggi nel testo ricevuto dall’altro.
“Non far toccare palla” è esattamente l’espressione usata dalla presidente del Senato, giustamente insofferente della versione mini o bonsay del Parlamento che stiamo già sperimentando senza i tagli. Figuriamoci che cose ne sarà o potrà essere dopo, se il referendum del mese prossimo lo permetterà.
Pubblicato sul Dubbio
dovrebbe invitare il comandante dei vigili urbani della sua Benevento a fargli notificare una multa di 400 euro, giusto per essere seri ed equanimi. Non credo proprio che i due fiancheggiatori del sindaco ripresi nella foto siano suoi congiunti, nelle varie accezioni dei decreti del signor presidente del Consiglio dei Ministri, fortunatamente fermatesi sulla soglia dei congiuntivi.
e unanimemente apprezzata presidente della Camera, presidente di una delle commissioni bicamerali impegnatesi in una riforma non occasionale ma organica della Costituzione dopo decenni di applicazione rivelatori anche dei difetti, e non solo dei pregi, proprio insediandosi al vertice di Montecitorio nel 1979 sorprese anche il suo partito, un po’ troppo conservatore nel campo istituzionale, parlando del numero eccessivo dei parlamentari italiani. Ma lo fece senza sbandierare sagome e forbici, come avrebbe fatto dopo molti anni davanti al portone di Montecitorio Di Maio. Lo fece parlando nel contesto di una riforma ben più ampia della Costituzione e del Parlamento denunciando i danni sperimentati dalla sovrapposizione e ripetitività di due Camere aventi le stesse funzioni.
dall’articolo 72 della Costituzione, le inefficienze di una classe politica frammentata”. Che pertanto diventerebbe d’incanto efficiente e non frammentata disponendo di 600 seggi parlamentari elettivi anziché 945: elettivi, poi, per modo di dire perché, abolita anche la preferenza unica voluta dagli elettori nel referendum del 1991 contro le preferenze plurime, e bloccando ormai a doppia mandata le liste dei candidati, i seggi sono in realtà nella disponibilità delle segreterie dei partiti o dei movimenti, come preferiscono chiamarsi quelli che si sentono più dotati e innovativi. E, ridotti, sarebbero ancora più controllabili e disciplinati.
improvvisazioni, della nostra pazienza, come chiese ai suoi tempi Marco Tullio Cicerone a Lucio Sergio Catilina. Intanto essi incassano il no referendario ai tagli parlamentari anche di Romano Prodi: un falso “voltagabbana”, per stare al linguaggio del Fatto, non avendo egli votato la sforbiciata nel Parlamento di cui non fa parte.
loro risparmiato di “morire da sovranisti”, impedendo l’anno scorso le elezioni anticipate a sicura vittoria del centrodestra a trazione leghista, ora è impegnato di giorno e di notte a non condannarli a “vivere da grillini”. Con i quali, smettendo all’improvviso di mangiare
le riserve di pop-corn acquistati dopo la batosta elettorale del 2018 per godersi lo spettacolo della loro partita con Matteo Salvini, spinse l’anno scorso il Pd di cui faceva ancora parte ad allearsi al governo appunto per evitare le elezioni anticipate e il ricorso alle urne. Cui diversamente il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, anche a costo di strappare con qualche consigliere, non avrebbe potuto sottrarsi, salvo forse guadagnare qualche altro mese con un governo tecnico, o giù di lì, magari affidato a Carlo Cottarelli, essendo ancora Mario Draghi impegnato al vertice della Banca Centrale Europea, per allestire o improvvisare la legge di bilancio imposta dalle scadenze costituzionali e dalla paura dei mercati finanziari.
Grillo, rimasto a corto di spettacoli anche per la paura dei contagi virali; per quanto insomma malmessi, i pentastellati conducono il gioco in Italia. Hanno imposto le loro “riforme”, prima a Salvini e poi al Pd, dalla prescrizione breve al taglio di 345 seggi parlamentari su 945 elettivi, e non hanno permesso nessuna delle misure compensative concordate: dalla riforma del processo penale, per renderne certi i tempi ed evitare che un imputato resti tale a vita, anche dopo essere stato paradossalmente assolto in primo grado, a quella dei regolamenti parlamentari, della legge elettorale e delle maggioranze qualificate per le cariche di garanzia, a cominciare da quella per la scelta del capo dello Stato.
autorevole senatore piddino come Luigi Zanda, già capogruppo a Palazzo Madama e tesoriere del partito, di votare per il No, come ha già annunciato di essere “orientato” a fare, senza con questo violare una indicazione o direttiva di partito. “Non l’ho mai fatto”, ha spiegato Zanda ottenendo subito da Zingaretti la pratica autorizzazione a farlo per la cornice ambigua -ripeto- della posizione da indicare alla direzione, visti gli adempimenti
Giuseppe De Tommaso ha felicemente definito sulla Gazzetta del Mezzogiorno “il fascino indiscreto del no”, ignori il principale vulnus politico e istituzionale di questa riforma fortemente voluta dai grillini. Che in Parlamento l’hanno imposta prima ai leghisti e poi, nel cambio della maggioranza di governo, al Pd che aveva votato contro nei primi tre dei quattro passaggi necessari fra Camera e Senato.
preventivamente da Mattarella la disponibilità a farsi rieleggere con l’impegno di dimettersi alla nascita del nuovo Parlamento, l’anno dopo, perché possa essere il nuovo a scegliere il successore. Ma neppure ci provano a questo passaggio i disinvolti grillini, decisi con i voti di cui dispongono oggi a Montecitorio e a Palazzo Madana ad eleggere un presidente alla cui scelta potrebbero contribuire ben più modestamente dopo le prossime elezioni, quando essi sono i primi a sapere di non poter tornare con le generose percentuali del 2018.
salvarsi l’anima col rifiuto
delle motivazioni della riforma addotte dai grillini. Egli infatti “odia” addirittura “il taglio” vantato dai pentastellati e trova “fasulla” la ragione del “risparmio” perché giustamente “non si risparmia sulle istituzioni”. In un certo senso il fronte fascinoso del no dovrebbe essere grato a Onida per gli ottimi argomenti che gli ha fornito dal fronte del sì parlandone a Repubblica.
sulla ricandidatura di Virginia Raggi a sindaca di Roma. Della quale invece il segretario del Pd non vuole neppure sentir parlare ritenendola improponibile dopo avere ridotto la Capitale come sa chi ci vive davvero in condizioni ordinarie: senza scorta, senza auto di servizio, prendendo l’autobus, o la metropolitana, e cercando di buttare di persona i rifiuti nei cassonetti prossimi alla propria abitazione.
ad aiutarli a capire che cosa vogliano “fare da grandi”, come si è lasciato scappare lo stesso Di Maio parlandone al Fatto Quotidiano; persino Bettini, dicevo, ha trovato esagerata, al limite della provocazione, la pretesa sotto le cinque stelle di aspettarsi una mano nella conferma della Raggi. E per smentire il retropensiero attribuitogli di resistere per finta alla sindaca uscente, pronto in realtà ad aiutarla per forza maggiore, in funzione anti-centrodestra salviniano, nel caso in cui fosse lei a contrastarne il candidato nel ballottaggio, ha quasi scommesso con i giornalisti de la 7 che ai tempi supplementari contro il o la candidata di Salvini e alleati andrà un uomo o una donna del Pd.
in Campidoglio l’allora radical-piddino Roberto Giachetti, che già vi era stato come collaboratore del sindaco post-radicale Francesco Rutelli. Curiosi, a proposito, anche gli elettori romani di centrodestra, bisogna ammetterlo, che nel primo turno quella volta ne avevano un po’ combinate di tutti i colori sgambettando Giorgia Meloni e Guido Bertolaso e mandando poi allo sbaraglio Alfio Marchini, di famiglia peraltro storicamente comunista.
come candidato della sinistra al Campidoglio l’ormai “vecchio” e “inadeguato” Massimo D’Alema rottamato proprio da Renzi. Altra cosa curiosa, anzi curiosissima, questa dell’inadeguatezza come sindaco di uno che è stato segretario di partito, presidente del Consiglio e ministro degli Esteri.
Vito Crimi, oltre al presidente del Consiglio, ha preso a gestire in proprio il rapporto col principale alleato di governo, cioè il Pd. Al quale ha appena proposto, in una intervista al Fatto Quotidiano giustamente lanciata su tutta la prima pagina, “un tavolo nazionale per ragionare delle elezioni comunali del 2021”. Che riguarderanno città, fra le altre, come Torino, Milano, Roma e Napoli.
se nel Pd cresce la tentazione di
cavalli del Pd provenienti -come vedremo- dalla scuderia comunista, abbia fatto un buon servizio all’alleanza attuale di governo, che gli sta tanto a cuore, paragonandola ad un’alleanza “a tre gambe”, come ha scritto sul Foglio in un saggio, memoriale o com’altro si preferisce chiamarlo. I tavoli a tre gambe, peraltro, non ispirano il massimo della stabilità. E si prestano più a una seduta spiritica che ad un pranzo.
però come “sinistra”, comprensiva dei “liberi e uguali” dei vari Bersani, D’Alema e Speranza usciti dal partito allora guidato da Renzi, nel 2007. E’ un Pd quindi, quello coltivato -ripeto- da Bettini, tutto sbilanciato a sinistra, senza più la “vocazione maggioritaria” del fondatore e primo segretario Walter Veltroni: un partito insomma più erede del Pci che della Dc, da cui invece proviene buona parte
di chi adesso ne fa parte. Penso, ad esempio, a Dario Franceschini, capo della delegazione piddina al governo. O ad Andrea Marcucci, capogruppo del Pd al Senato, o a Giuseppe Fioroni. I quali -guarda caso- si sono affrettati, usando proprio Il Foglio, ad annunciare e spiegare il loro dissenso da Bettini. Che nell’articolazione
dell’alleanza di governo ora guidata da Giuseppe Conte ha affidato la terza gamba, quella “moderata”, a Matteo Renzi rivalutandone la figura e augurandogli di uscire presto dalle ristrettezze, chiamiamole così, dei sondaggi che gli danno solo il 2 o il 3 per cento, e non il 10 di cui avrebbe bisogno per diventare una gamba vera dell’alleanza, e non uno stecchino.
nel Pd pensando che potesse e dovesse continuare a rappresentare anche i moderati, nella visione veltroniana e rutelliana di un partito nato dalla fusione fra i Ds-ex Pci e la Margherita, si trovano malissimo nell’orto di Bettini. E potrebbero togliere il disturbo non per rafforzare la gamba di Renzi ma per far cadere il tavolo a tre gambe, con tutto quello che vi è stato nel frattempo apparecchiato sopra.