Più passano i giorni, più si avvicina la scadenza elettorale del 20 settembre e più il tarlo rosicchia il referendum sul taglio dei seggi parlamentari che i grillini ritenevano di poter vincere alla grande, commiserando i parlamentari che lo hanno promosso. Il che è avvenuto raccogliendo firme anche fra quanti avevano approvato tra Camera e Senato la riforma per motivi di opportunità politica non di convinzione, essendo stato quel sì in quarta ed ultima lettura solo un prezzo da pagare ai grillini per la formazione del secondo governo Conte. La cui unica e dichiarata ragion d’essere era stata la paura di elezioni anticipate destinate ad essere non vinte ma stravinte da Matteo Salvini: una paura che permane anche dopo che il leader leghista ha perso quota.
Questo referendum confermativo ormai tarlato, di fronte al quale la voglia del no è cresciuta a dismisura nel Pd, nella sinistra dei liberi e uguali, fra i renziani e nel centrodestra già divisosi nel percorso parlamentare della riforma, specie nella componente forzista, potrebbe diventare per i grillini la disgrazia che fu per i comunisti nel 1985 il referendum abrogativo reclamato da Enrico Berlinguer quasi in punto di morte, l’anno prima, contro i tagli apportati alla scala mobile dei salari dal governo di Bettino Craxi. Erano stati tagli imposti da un’inflazione ormai a due cifre, che svuotava il valore dei salari.
Volete che i lavoratori – chiesero allora i comunisti silenziando il dissenso persino del segretario generale della Cgil Luciano Lama, rassegnatosi addirittura a promuovere il referendum reclamato dal suo partito- vadano a votare per dire no all’abrogazione dei tagli che hanno subìto nelle loro buste-paga? Che è il rovescio della domanda opposta ora dai grillini ai promotori del referendum confermativo del 20 settembre: volete che gli italiani dicano no ai tagli dei seggi di un Parlamento screditato, di cui abbiamo smascherato, abolito e ridotto privilegi odiosi come i vitalizi? E’ d’altronde un Parlamento così mal ridotto anche dall’uso che ne hanno fatto e fanno i grillini, governando prima con i leghisti e poi con la sinistra a forza di decreti-legge ed espedienti per sottrarsi il più possibile a scelte e votazioni di verifica o controllo, da meritarsi al raduno annuale di Comunione e Liberazione a Rimini una giornata di dibattito a dir poco preoccupato sulla utilità ormai delle Camere.
Persino le sardine di Mattia Santori, rimaste senz’acqua nelle piazze svuotate dal Covid dopo che esse le avevano riempite per sconfiggere in Emilia-Romagna il “populismo”, “sovranismo” e quant’altro di Matteo Salvini, sono tornate a farsi sentire contro il “populismo” questa volta di un taglio dei seggi parlamentari fine a se stesso, non nel contesto di una riforma organica delle Camere e delle loro competenze ripetitive. Il cui costo per il sistema, sotto tutti i punti di vista, è ben superiore a quello dei 345 seggi tagliati dalla riforma sotto procedura referendaria.
Come i comunisti nel 1985, trentacinque anni fa, così i grillini in questo 2020 virale potrebbero ricevere una solenne lezione da un elettorato molto meno sprovveduto del previsto o dello sperato. Ed accontentarsi, nella migliore delle ipotesi, di un risultato stentato, per niente plebiscitario, reso possibile solo dal fatto che il referendum confermativo non ha lo sbarramento della partecipazione del referendum abrogativo, per la cui validità bisogna che vada a votare la metà più uno degli elettori chiamati alle urne. Col referendum confermativo basta avventatamente qualunque affluenza.
Nel 1985 la stragrande maggioranza degli italiani pari al 77,9 per cento del corpo elettorale, non solo accorse alle urne ma lo fece per far prevalere nettamente e responsabilmente la conferma dei tagli ai salari sulla proposta di abolirli. Quindici milioni e trecentomila elettori votarono contro i tagli e diciotto milioni e trecentomila a favore.
Fra quelli che avevano scommesso sull’abolizione dei tagli, e sulla conseguente sconfitta del governo Craxi, che aveva legato esplicitamente la propria sorte all’esito del referendum, si era distinto addirittura il segretario della Dc Ciriaco De Mita, cioè il principale alleato di governo del presidente socialista del Consiglio. Nell’unica manifestazione scudocrociata svoltasi a favore della posizione del governo il capo della Dc aveva mandato il suo vice segretario Vincenzo Scotti. Ma a soddisfare le previsioni o attese, o speranze di De Mita furono solo gli elettori della sua Nusco, dove prevalse il sì all’abrogazione dei tagli. A rivelarlo fu poi perfidamente lo stesso Craxi.
Molta acqua è passata di certo sotto i ponti dal 1985. I partiti protagonisti di quello scontro referendario non esistono più, sostituiti da loro pallide ombre o da movimenti nuovi di zecca. Ma la lezione potrebbe ripetersi contro la presunzione -ripeto- di considerare l’elettorato più sprovveduto di quanto non si sia rivelato inseguendo in questi ultimi tempi il Masaniello di turno.
Pubblicato sul Dubbio
settembre: “Fallisce l’intesa Pd-5S. La coalizione divisa ovunque”. Ovunque, in verità, ad eccezione della Liguria, dove però l’appoggio del Pd alla candidatura del giornalista del Fatto Quotidiano Ferruccio Sansa ha rafforzato la possibilità della conferma del governatore uscente di centrodestra Giovanni Toti con l’aiuto dei dissidenti di sinistra.
centrodestra a trazione leghista, o Di Maio e Zingaretti insieme sono stati fregati dal “reggente” pentastellato Vito Crimi. Il cui nome proprio ha ispirato la vignetta di Emilio Giannelli sulla prima pagina del Corriere, che lo propone ai lettori come una vite che gira su se stessa smentendo le attese, gli auspici e quant’altro persino del presidente del Consiglio Giuseppe Conte e addirittura di Beppe Grillo: il fondatore, il “garante”, l’elevato” e chissà cos’altro del movimento 5 Stelle.
rivitalizza, diciamo così, la figura politica di Crimi, facendone non più un reggente ma un capo vero, finalmente riscattatosi non solo dalla provvisorietà statutaria del suo mandato, dopo le dimissioni di Di Maio, ma anche o soprattutto da quella maledetta e vecchia foto al Senato che lo inchioda ad un sonno non certo di marca massonica.
dell’anno prossimo. Allora si si voterà per il rinnovo, fra le altre, delle amministrazioni comunali di Roma e Torino, dove sono in uscita sindachesse grilline una delle quali -Virginia Raggi in Campidoglio- già prenotatasi per la ricandidatura, e smaniosa quindi di essere liberata dal vincolo dei due, e non più di due, mandati elettivi da lei già consumati prima come consigliere comunale e poi come prima cittadina.
molti avvertita che a incontrarsi siano solo due crisi d’identità o “due trasformismi”, come li ha
impietosamente definiti oggi Ernesto Galli della Loggia in un editoriale sul Corriere della Sera. Dove, dall’altra parte della prima pagina, a destra, campeggia la secchiata d’acqua del reggente grillino Vito Crimi a Conte con la resa alle forti resistenze pentastellate nelle Marche e nella Puglia dello stesso Conte all’intesa elettorale col partito di Zingaretti.
rimane solo la soddisfazione dell’esperimento già citato e assai incerto della Liguria, del modestissimo e personalissimo accordo di Di Maio col Pd per fare eleggere sindaco della sua Pomigliano d’Arco il professore di papirologia Gianluca Del Mastro, sfuggito chissà a quale delle tante nomine sponsorizzate e gestite nel sottogoverno in questi anni dall’ex capo del movimento ed ora ministro degli Esteri, e dell’operazione Sassari. Dove il Pd erede della Dc di Antonio Segni e Francesco Cossiga, e del Pci di Enrico Berlinguer, ha rinunciato a sostenere un proprio candidato al Senato per eleggere -sempre il 20 settembre- un altro grillino al posto della senatrice defunta a 5 stelle Vittoria Bogo Deledda.
la scelta del no sulle prime pagine di Repubblica, con la firma del direttore Maurizio Molinari, e del
quotidiano orgogliosamente comunista manifesto. Persino sul Fatto Quotidiano, per quanto contrastato dal direttore in persona, è comparso un sì in testa alla colonna degli editoriali. Neppure la demagogia anti-casta, con un taglio fine a stesso, fuori dal contesto di una riforma organica che garantisca davvero un migliore funzionamento delle Camere, riesce giustamente a tirare più di tanto.
illudere che basti la politica dei “sussidi” a fare uscire il Paese dalla crisi aggravatasi con l’epidemia virale, Il Fatto Quotidiano ha difeso il presidente del Consiglio Giuseppe Conte come peggio non poteva. Marco Travaglio è stato l’unico dei direttori di giornale a titolare sul “vago” cui si sarebbe tenuto Draghi e sulla delusione ch’egli avrebbe procurato perciò ai “tifosi” che smaniano di vederlo a Palazzo Chigi o al Quirinale, o prima in un posto e poi nell’altro entro pochissimi anni.
alla blasfemia, titolando il suo editoriale “Draghi da Nazareth”, come Gesù contraffatto da Brian dei Monty Pyton, Travaglio ha
letteralmente scritto che “Supermario ha parlato e non ha detto assolutamente nulla, anche se l’ha detto benissimo”. Direi
certamente meglio di Conte, che quelli di Libero hanno persino sorpreso, non ricordo in quale località o circostanza, a parlare sbagliando i congiuntivi come un Di Maio qualsiasi.
l’allora suo partito, eccitati dall’idea di poterne abbattere la leadership, così Nicola Zingaretti e Luigi Di Maio hanno commesso in questi giorni, volenti o nolenti, l’errore di trasformare in un referendum sulla loro alleanza di governo quello che doveva riguardare il 20 settembre soltanto la riduzione del numero dei seggi parlamentari. Sono due errori, diciamo così, paralleli.
coscienza la chiusura definitiva dell’Unità dopo averne affidato la direzione proprio a Staino. Che neppure con la sua popolarità di generoso e geniale militante riuscì a convincere i vecchi lettori a tornare ad acquistarlo nelle edicole, o ad abbonarvisi, ma trovò sbarrate anche le casse del partito una volta generose- ai tempi delle Botteghe Oscure- con la storica testata fondata da Antonio Gramsci.
Marcucci, un vecchio sostenitore di Renzi rimasto nel Pd non credo soltanto per conservare il suo posto, né per fare l’infiltrato e seguire in un altro momento il suo amico e conterraneo, ha annunciato in una intervista al Corriere della Sera che continuerà a “contrastare gli haters”, cioè gli odiatori, “anche legalmente, di qualsiasi parte siano. Ci sono accuse infamanti che sono state fatte al Pd -ha detto Marcucci- difficilmente archiviabili senza che qualcuno avverta di avere sbagliato”.
ha consegnato alla Camera con tutto l’archivio dell’ex presidente della Repubblica, o di quella parte ritenuta forse utile alla comprensione delle vicende politiche di cui lui fu protagonista nelle varie funzioni svolte durante la sua lunga carriera pubblica.
e dell’assassinio di Moro. Cui Cossiga doveva la sua crescita politica, essendo stato da lui promosso nel suo ultimo governo da ministro della riforma burocratica a ministro dell’Interno. “Si sentiva responsabile di quella morte. Capitava che di notte si svegliasse dicendo: l’ho ucciso io”, ha raccontato la figlia.
per posta, ridotta in coriandoli in una busta, la ricevuta di ritorno di una lettera raccomandata scrittagli dalla moglie del magistrato in difesa del marito che l’allora presidente della Repubblica soleva criticare pubblicamente, forse non dimentico di quella vicenda del 1980.
pensione ha commentato alcune lettere inedite dell’ex presidente della Repubblica accusandolo di avere fornito ai brigatisti rossi il riconoscimento di controparte dello Stato da essi inutilmente rivendicato durante i 55 giorni drammatici della prigionia di Aldo Moro: tanto inutilmente da avere ucciso l’ostaggio.
l’allora presidente del Consiglio Cossiga davanti alla Corte Costituzionale, con le dovute procedure penali e parlamentari, sospettandolo di avere favorito la latitanza del terrorista Marco Donat-Cattin con notizie tempestive
passate al padre Carlo, vice segretario della Dc, Caselli ora ne compromette la memoria con una lettura a dir
poco distorta delle sue missive. Che Cossiga, per carità, scrisse davvero ma dopo che le brigate rosse erano state sconfitte dallo Stato, come ha appena osservato la figlia Anna Maria intervistata dal Corriere. E dopo avere inutilmente tentato alla luce del sole, scontrandosi con l’allora ministro della Giustizia Claudio Martelli, di concedere la grazia presidenziale a Curcio come atto di pacificazione e di chiusura del passaggio più tragico della storia repubblicana d’Italia. D’altronde, ad incontrare alcuni dei sequestratori e degli assassini di Moro è stata anche una delle figlie della loro vittima.
l’assoluzione dai processi di mafia, egli interviene per rinfacciargli anche da morto l’accettazione della prescrizione applicata ad una parte delle imputazioni. E ciò con tanto di citazione -però parziale e perciò contestata dai difensori dell’ex presidente del Consiglio- della sentenza definitiva della Corte di Cassazione. Che nel passaggio della prescrizione assegna uguale credibilità alla lettura colpevolista e innocentista dei fatti esclusi dall’assoluzione per ragioni temporali.
Luigi Di Maio in una intervista alla Stampa, ci troviamo a viaggiare tutti, chi stando nella carrozza di testa e chi nella carrozza di coda, chi nella maggioranza e chi all’opposizione,su un treno a destinazione non fisica ma temporale.
suo blog personale ci ha mandato questo messaggio: “Dite al treno che io passo solo una volta”. Viene non so se più il capogiro o il voltastomaco, o entrambi insieme, di fronte a questa rappresentazione della politica italiana. Essa ruota intorno ad un movimento autoreferenziale che monta e smonta a suo piacimento le proprie regole col proposito, dichiarato in una lunga lettera-manifesto al Fatto Quotidiano da Di Maio, di “influenzare politicamente tutte le altre forze politiche”. A cominciare naturalmente dal Pd, il cui segretario Nicola Zingaretti si dice non preoccupato ma soddisfatto della “svolta evolutiva” che il Movimento 5 Stelle si sarebbe data con la consultazione digitale interna di disponibilità ad allargare a livello locale l’esperienza nazionale di governo e di stabilizzazione della sua classe presumibilmente dirigente, non più vincolata a soli due mandati elettivi.
o larga maggioranza al terzo mandato elettivo dei rappresentanti locali del Movimento 5 Stelle e alla ricerca di accordi, sempre a livello locale, anche con i partiti “tradizionali”, e non più soltanto con liste civiche- la conferma del pensiero che “cambia di continuo”, ha propinato ai suoi lettori di Repubblica in un numero che vale doppio, perché domani i giornali non usciranno, quasi una colonna di versi di Fernando Pessoa. E ciò dopo avere citato Dante, Petrarca ed Alessandro Magno: ripeto, Magno, non Manzoni.
ormai di quella specie di movida digitale svoltasi sotto le 5 Stelle, con la maiuscola del
movimento grillino, in una vignetta che indica nel “tonno zero” il primo mandato azzerato degli eletti pentastellati a livello locale. Per i parlamentari nazionali si vedrà, magari con un’altra movida ancora più sicura di quella appena svoltasi, già garantita di suo sul piano endemico perché il covid 19 per fortuna non si trasmette per computer. Il tonno, come ha ricordato anche Tiziana Maiolo sulla prima pagina del Riformista, è
naturalmente quello di cui i grillini volevano liberare il Parlamento aprendolo come una “scatoletta”. Debbono averlo trovato tanto buono da cominciare ad allentare tutto l’armamentario “anti-casta” con cui si erano proposti agli elettori all’inizio della loro avventura politica.
due anni fa, mentre si cucinava la legge finanziaria del 2019, Di Maio si affacciò a Palazzo Chigi su una folla festante come vice presidente del Consiglio, ministro dello Sviluppo Economico, ministro del Lavoro e capo del suo movimento annunciando la “sconfitta” della povertà in Italia grazie al cosiddetto reddito di cittadinanza. Si è visto com’è finita, e non solo per effetto dell’epidemia virale sopraggiunta in questo disgraziatissimo 2020, che purtroppo non è ancora terminato e minaccia di portarci a un 2021 peggiore.