Efficacissima, se permettete, la vignetta di Stefano Rolli sulla prima pagina del Secolo XIX, di Genova, in vista delle elezioni di dopodomani. Che molto probabilmente segneranno in Liguria la sconfitta dell’unica alleanza a livello regionale realizzata fra i grillini e il Pd, secondo gli auspici di Giuseppe Conte e di Nicola Zingaretti. Essi pertanto avranno ben poco di cui compiacersi di fronte al tonfo annunciato del giornalista del Fatto Quotidiano Ferruccio Sansa, candidato contro la conferma del governatore uscente Giovanni Toti, del centrodestra.
“Il voto non è un test per il governo. E’ un tampone”, si dice nella vignetta di Rolli sapendo bene quanto il tampone sia ansiogeno in questi tempi di coronavirus. L’ansia, per il governo e la maggioranza giallorossa che lo sostiene, è diventata panico in Puglia dopo un intervento di Alessandro Di Battista, il prediletto di Davide Casaleggio nella corsa alla guida del movimento grillino, contro il governatore uscente Michele Emiliano. A favore del quale Zingaretti pensava che potesse giocare il cosiddetto “voto utile” dei pentastellati. Per la cui candidata al vertice della regione si era speso con visite e comizi nei giorni scorsi Luigi Di Maio senza però attaccare Emiliano, che aveva perciò sperato nella possibilità di qualche aiuto dietro la facciata della concorrenza, in un gioco delle parti studiato per scongiurare la vittoria di Raffaele Fitto, del centrodestra.
Contro la sortita persino anti-mafiosa di Di Battista, e la linea sottesa contro gli equilibri politici nazionali, si soni levate voci raccolte dal Corriere della Sera all’interno dello stesso movimento grillino. Che è ormai diventato
un caravanserraglio con cui il presidente del Consiglio si è abituato a convivere, dovendogli l’arrivo e la permanenza a Palazzo Chigi, ma che rischia di travolgerlo dopo il turno elettorale di domenica e lunedì. E ciò specie se dovesse finire male anche il referendum sui tagli dei seggi parlamentari praticamente imposto dai grillini in Parlamento agli alleati di governo, di primo e secondo turno. E’ emerso un crescente numero di no fra elettori ed esponenti prestigiosi dei partiti formalmente schierati sul fronte del sì. Cui difficilmente potrebbe bastare, per uscirne bene, una vittoria ai punti, anziché il cappotto dei no immaginato quando i tagli passarono nell’ultima votazione parlamentare con l’opposizione di soli 14 deputati.
Fra gli ultimi arrivi sul fronte del no, mentre Giuseppe Conte tornava a spendersi per il sì parlando
con i giornalisti, c’è stato quello
della senatrice a vita Liliana Segre, della quale avranno qualche difficoltà nella redazione del Fatto Quotidiano a montare la foto in qualche altro manifesto di ricercati o indegni, complici dei “poteri forti” all’opera contro il governo. “Il Parlamento non è solo un costo” da tagliare, ha avvertito la senatrice, per risparmiare peraltro solo un caffè per ogni italiano neppure al giorno ma all’anno.
Anche Mario Segni, Mariotto per gli amici, protagonista di tanti referendum, si è fatto sentire a tre giorni
dall’appuntamento con le urne per avvertire sul supplemento Venerdì di Repubblica che “stavolta invece dico no”. Così ha annunciato anche il direttore della Stampa Massimo Giannini, costretto a questa
decisione dallo spirito antiparlamentarista e anti-politica dato alla loro riforma dai grillini. Che si sono così procurati anche questo titolo dell’editoriale di Stefano Folli su Repubblica: “Il referendum è un voto sui 5S”, la sigla ormai giornalistica dei pentastellati.
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il no alla riforma costituzionale voluta dai grillini. Ai quali ha negato, in particolare, “le cambiali in bianco” strappate alle altre parti della maggioranza rinviando ad un secondo, non certissimo tempo, le riforme necessarie a compensare i 345 seggi parlamentari tagliati in anticipo rispetto alle altre misure necessarie a rendere più spediti e funzionali i lavori oggi ripetitivi delle Camere.
conserva naturalmente la sua fisionomia politica. Già competitore di Massimo D’Alema alla guida del Pds-ex Pci, vice presidente del Consiglio nel primo governo ulivista di Romano Prodi, sindaco di Roma, fondatore e primo segretario del Pd, Veltroni rimane un leader di partito.
inviate dal presidente del Consiglio al Parlamento per anticipare le linee essenziali dell’utilizzo dei fondi europei per la ricostruzione, disponibili
dall’anno prossimo, diversamente dalla immediatezza di quelli per la sanità invisi ai grillini. In quelle pagine -ha commentato il direttore Stefano Feltri sul giornale Domani di Carlo De Benedetti- Conte e
i suoi ministri “promettono di fare esattamente ciò che è vietato: vaghe riforme di ogni genere, promesse da tutti i governi degli ultimi 25 anni”. E chissà se, ancor prima dell’Unione Europea, non se ne renderanno conto domenica prossima gli elettori nelle urne regionali e comunali, affiancate alle referendarie, sanzionando “quella che ad oggi pare incapacità di essere all’altezza della situazione”.
Grillo in persona nei giorni scorsi nel salone delle Dogane e dei Monopoli, è “al centro della vita politica” italiana. Al centro come una volta era la Dc, con i suoi tanti voti e le alleanze che ruotavano attorno ai suoi numeri parlamentari, anche quando a soccorrerla con l’appoggio esterno fu il Pci di Enrico Berlinguer, caro -credo- alla memoria di Bettini.
comunali, una “fase” si è chiusa e un’altra si deve aprire. Siamo insomma a quella “fase 2”, pur non chiamata proprio così, che è costata la vita ad altri governi di cui Bettini penso fosse compiaciuto: quelli, per esempio, pur brevi di Romano Prodi e di Massimo D’Alema.
umori, o la passione e la razionalità che s’intrecciano producendo bollicine, ha allungato questa volta la sua proboscide sui radicali. Ai quali Giuliano contesta di poter guidare il fronte del no alla presunta -secondo lui- antipolitica
del taglio dei seggi parlamentari, preteso dai grillini prima e persino a prescindere da altre modifiche alla Costituzione che in qualche modo li compensino o, secondo i casi, li completino sulla strada dell’efficienza.
dell’ex ministro dell’Interno Marco Minniti. In cui si racconta, fra l’altro, della sua
esperienza di funzionario del Pci “quarant’anni fa” in un ufficio dove era appeso questo cartello: “Qui si lavora, non si fa politica”, cioè -ha spiegato Minniti- “inutile chiacchiera politicista”. Sì, è facile dirlo o spiegarlo così quarant’anni dopo gli Ottanta del secolo scorso.
assolvendolo dalla precedente alleanza con Salvini, o per “l’ultimo ancoraggio della politica antipopulista che abbia una sua tenuta e una sua prospettiva di legislatura”. Così ha scritto forse troppo ottimisticamente Ferrara del presidente del Consiglio a conclusione del processo ai radicali, e annunciando il suo rumoroso sì referendario di domenica prossima: un barrito, più che un annuncio.
Stampa da Chiara Saraceno ispirandosi -credo- alla foto quasi simbolica di quei ragazzi genovesi
non ha fermato Silvio Berlusconi, uscito dall’ospedale, in cui era stato ricoverato con i segni di una polmonite minacciosa, compiacendosi giustamente di averla fatta franca. Anzi, di aver fatto passare i guai al Covid che l’aveva importunato.
Parlamento infilandovi dentro materie estranee, si è accontentato anche di questa accidentata riapertura delle scuole accorrendo in una di esse, augurando con tanto di penna elettronica il buon anno scolastico ed “evitando riflessioni recriminatorie”, come ha raccontato sul Corriere della Sera il quirinalista Marzio Breda.
l’ex ministro dell’Economia Giovanni Tria ha appena contestato questa rappresentazione attribuendo la svolta europea di tipo finalmente solidaristico non ai cambiamenti politici intervenuti in Italia, o all’arrivo dell’ex presidente del Consiglio Paolo Gentiloni nella Commissione di Bruxelles, ma all’emergenza effettiva della pandemia e agli interessi minacciati anche dei tedeschi.
voluto essere quello che si dice “tutto di un pezzo”. Neppure le preoccupazioni della preside della scuola di suo figlio Niccolò lo hanno trattenuto. Egli
è stato decisamente al passo e al tacco di Lucia Azzolina. Della quale mi permetterete che dica quello che penso, anche con una certa simpatia, ogni volta che la vedo e la sento parlare in televisione: non so se sia lei o una sua perfetta imitatrice, con quelle espressioni e quel trucco.
dichiarata fase 2 del governo – in altre occasioni rivelatasi infausta per il Gabinetto ministeriale di turno- indicando la necessità di “riaprire una stagione di rinascita”. E riproponendo il ricorso, contestato dai grillini, al credito del fondo salva-Stati europeo, noto come Mes, per il potenziamento del sistema sanitario.
agenda, “un tagliando” per la coalizione di maggioranza. Cui potrebbe seguire, come da abitudini in questi casi, quanto meno un rimpasto ministeriale, o un intervento -come lo ha definito l’ex ministro della Giustizia, oltre che numero 2 di Zingaretti- sull’”assetto del governo”. E pensare che proprio a Modena, ospite alcuni giorni fa, Conte aveva attribuito il rimpasto alla fantasia di giornalisti poco educatamente intenzionati a imporgli la loro “agenda”.
sui due giorni trascorsi a Berlino proprio da Gualtieri, tra riunioni informali e formali con pezzi da novanta dell’Unione Europea, attribuendogli un sì addirittura “sconcio”, perché “senza mandato”, al Meccanismo Europeo di Stabilità. Che ci consentirebbe di avere un credito agevolatissimo per il potenziamento del servizio sanitario messo a dura prova dall’epidemia virale e degli annessi e connessi.
della Lega finiti agli arresti domiciliari a dieci giorni dalle votazioni del 20 settembre. Ma potrebbe giovargli anche la camicia metaforicamente strappatagli addosso dell’amico e collega di partito Giancarlo Giorgetti annunciando il suo no referendario al taglio dei seggi parlamentari festeggiato dai grillini.
Repubblica Maurizio Molinari. Che proprio oggi, a distanza di una settimana dal voto, ne ha descritto ed apprezzato
l’ampiezza e “vivacità”, contrapposta alla “staticità” populista del sì ai tagli dei seggi delle Camere concepiti come una misura finalmente punitiva della casta e di per sé salvifica.
si può dire che le dogane in qualche modo richiamano le frontiere. E le frontiere possono richiamare anche il Ministero degli Esteri, a dispetto della convinzione maturata da Matteo Salvini, quand’era ministro dell’Interno, che a difendere le frontiere dovesse provvedere il Viminale, prima ancora della Farnesina e del Ministero intestato proprio alla Difesa.
spettatori, Luigi Di Maio non si è lasciata scappare l’occasione del libro dell’Agenzia delle Dogane per corrervi, incontrare e farsi riprendere, tra telecamere, macchine fotografiche e telefonini, col presidente del Consiglio e -udite, udite- il
fondatore, garante, elevato e quant’altro del Movimento 5 Stelle Beppe Grillo. Che, abituato com’è da comico professionale a scherzare di tutto e su tutto, ha spiegato la sua presenza con la necessità di trovare un impiego ora che l’emergenza virale gli ha decimato gli spettacoli e i guadagni. Pronto alla battuta pure lui, il direttore dell’Agenzia gli ha subito proposto -si fa per dire- di lavorare alle dogane nell’aeroporto di Fiumicino.
indecifrabile, vista la crisi identitaria e d’altro tipo ancora che l’attraversa dalla batosta subita nelle elezioni europee dell’anno scorso, e a Luigi Di Maio per sostituire con un solo colpo, o in una sola volta, il “reggente” Vito Crimi, succedutogli nella veste di capo del movimento pentastellato, e il guardasigilli Alfonso Bonafede, succedutogli invece come capo della delegazione al governo. Anche questo ruolo è stato infatti perduto da Di Maio col passo indietro di ormai parecchi mesi fa, compiuto col proposito attribuitogli allora da molti di tornare entro poco tempo più forte di prima sul gradino sotto l’”Elevato”, con la maiuscola. Non aveva messo nel conto, poveretto, il Covid 19 e la conseguente emergenza, con tutte le relative complicazioni .
Sergio Mattarella è sbottato contestando al governo e alle Camere di avere snaturato la conversione in legge del decreto sulle semplificazioni inserendovi modifiche a 5 articoli del codice della strada che non c’entravano per niente. Non c’azzeccavano proprio, per tornare al linguaggio ruspante di Tonino Di Pietro.