Meno male che è stato lo stesso Francesco De Gregori -il popolarissimo cantautore tanto ottimista e generoso da avere scritto e cantato Viva l’Italia nel 1979, l’anno dopo il sequestro e l’assassinio di Aldo Moro- a precisare di avere perduto l’ispirazione “da una decina d’anni”. Dopo tutto quello che le rimproverano o le attribuiscono, compresa la rivalutazione del fascismo attraverso il ricordo di Giorgio Almirante, che pure morì rispettato da dirigenti comunisti che lo avevano accolto tre anni prima alla camera ardente di Enrico Berlinguer, alla premier Giorgia Meloni sarebbe stata rivolta anche l’accusa di essere stata lei a inaridire, spegnere e quant’altro la fantasia di De Gregori, appunto. Che non l’aveva perduta neppure dopo lo scontro avuto con Bettino Craxi quando il leader socialista e poi presidente del Consiglio scelse proprio la sua canzone Viva l’Italia, ripeto, per aprire e chiudere raduni del suo partito, compresi i congressi.
La storia repubblicana, di prima edizione e successive, delle quali ho perso persino il conto tante ne corrono anche in trasmissioni televisive, è piena, per carità, di polemiche feroci e di scontri. A cominciare dal “calcio in culo” propostosi da Palmiro Togliatti nelle elezioni politiche del 1948 contro Alcide De Gasperi dopo l’interruzione della loro collaborazione al governo, quando il leader comunista era stato il ministro della Giustizia del leader democristiano.
Poi venne l’antimoroteismo, a sinistra e a destra, per la delimitazione della maggioranza di centro-sinistra, col trattino, teorizzata in Parlamento dal leader democristiano per escludervi liberali, monarchici e missini da una parte e comunisti dell’altra. Che si guadagnarono però “l’attenzione” di Moro una volta scavalcato a sinistra dai suoi amici di partito e di corrente, e messo in minoranza.
Ci fu anche un antifanfanismo sfociato nella preclusione della strada per il Quirinale, subìta poi anche da Moro per rispettare in qualche modo la leggenda dei due cavalli di razza della Dc.
Seguì l’antricraxismo degli anni Settanta, Ottanta e Novanta, proseguito anche dopo la morte del leader socialista in Tunisia non da esule, come si considerava Bettino Craxi, appunto, bensì da latitante. Che riesce tuttavia a guadagnarsi ogni tanto qualche piazza o strada cittadina: per esempio, di recente, nella Benevento del sindaco Clemente Mastella.
Seguì ancora l’antiberlusconismo, che continua anche dopo la morte di Silvio Berlusconi, appunto, viste le proteste levatesi contro i figli, Marina e Pier Silvio, che si interessano ancora, diciamo così, del partito del padre condotto dal vice presidente del Consiglio e ministro degli Esteri Antonio Tajani.
Siamo ora all’antimelonismo, lungo il pendio della personalizzazione della politica aumentata, anzi esasperata dopo il tramonto delle cosiddette ideologie. Antimelonismo o melonite, la malattia un po’ degenerativa della destra fascista o post-fascista che si avverte in giro, per quanto non ancora diagnosticata mediaticamente o scientificamente. E appena imprudentemente alimentata con quelle assenze oscene della destra alla monumentalizzazione del seggio di Giacomo Matteotti a Montecitorio.
Pubblicato sul Dubbio
Lascia un commento